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Noi asociali (ai tempi del coronavirus)

Noi che a casa ci stiamo benissimo e ci dispiace che tra un po’ finirà la pacchia.

Noi che quando scrivono “Torneremo a riabbracciarci” pensiamo immediatamente “Ma anche no”.

Noi che amiamo il metro di distanza sociale ma due sarebbe meglio.

Noi che dimentichiamo sempre il cellulare da qualche parte, e che senza neanche accorgecene lo impostiamo a muto.

Noi che se squilla il telefono rispondiamo una volta su tre, e quella volta speriamo che sia un call center per poter tagliare corto.

Noi che quando parliamo intendiamo proprio quello che diciamo e detestiamo ogni tipo di maschera e teatralità.

Perché essere asociali può essere anche semplicemente una risposta onesta ed eziandìo intelligente a un mondo di conformismo e falsità.

La MIA vita in quarantena

Questa la dedico al signor Alessandro Lozzi, un piccolo assaggio della farina del MIO sacco (e ora vediamo chi copierà chi).

Caro signor Lozzi, io mica ciò la casa cor giardino, er salotto, la cammera da pranzo e tutta quella robba che sta nelle case normali. Io no, io ciò ‘n buchetto, dove vivo co’ mi fija, che è bono solo come spojatojo: a casa mia se po’ sta o ‘n piedi o sdraiati a letto, e quanno vado ar lavoro se po’ puro fa’, ‘a matina me arzo, bevo er caffè ‘n piedi e esco, poi aritorno e m’aribbutto a letto esausta, ma adesso ‘n quarantena, me scusi er francesismo, so’ cazzi.

Sto’ a lavora’ in smartworking, ‘o chiameno così er lavoro da casa, ma io in ufficio ciò ‘na sedia e ‘na scrivania, qui ciò ‘n letto e l’unica seduta disponibile è ‘a tazza der gabbinetto.

Caro Lozzi, ma che ne sa lei, artro che ‘a spesa de Luccisano, a me mica me va così de lusso!

Co’ mi fija ce damo i turni, a seconna de ‘le necessità, una sta sdraiata tenendo co’ ‘na mano er picci’ per aria e co l’antra digitando i tasti, e una invece ar gabbinetto usanno ‘a lavatrice a mo’ de scrivania: lei capisce Alessa’, a casa mia è la fisiologia che cià er sopravvento, e ce bevemo i litri d’acqua e de tisane pe guadagnacce er diritto alla seduta.

La spesa, a casa mia, nun je va a nessuno d’annalla a fa’. Mi fija pe’ pigrizzia, io pe’ paura, che le mascherine non se trovano manco a pagalle oro, e io a usci’ senza mascherina me sento come ‘na mignotta che va ar lavoro senza preservativo.

Comunque ‘n giorno avevo vinto ‘a postazzione commoda, e me ne stavo seduta sulla tazza cor piccì su ‘a lavatrice che me sentivo ‘na signora, risponnevo ar telefono co’ ‘na professionalità che nun ve dico, sciorinando leggi eccse articolo questo e quello e riempennome la bocca de citazioni latine, quanno me chiama er capo mio che se ‘nventa ‘na VIDEOCHIAMATA: me s’è gelato er sangue!

So’ corsa a cerca’ quarche cerotto pe’ attappa’ tutte ‘e videocamere, piccì, cellulare, fori della doccia (nun se sa mai), ma alla fine je l’ho dovuto di’ chiaro e tonno, anche se mica j’ho detto er motivo vero, ho fatto finta d’esse timida e de trovamme a disaggio davanti a ‘e telecamere.

Solo che mo’ mi fija cià ‘o stesso problema co’ l’esami dell’università, e loro vonno giustamente er video, e vonno pure vede’ bene l’ambiente, nun se sa mai che ciai l’appunti appesi ar muro o er suggeritore sotto ar tavolo.

Stamo in crisi: e mo che c’enventamo? Stavo pensanno de famme presta’ casa da ‘n vicino, ma i vicini mia se divideno in du’ categorie: quelli che nun conosco e quelli che ciò litigato.

Pe’ fortuna che mi fija disegna bene: vorrà dì che invece de studia’ se preparerà ‘n ber cartone con paesaggio da mettese alle spalle, e pe’ stavorta ce sarvamo così!

 

NB: purtroppo quanto raccontato corrisponde al 99% a verità…

Quarantena, un periodo che ricorderemo

Dal web:

FARE LA SPESA è l’unica cosa che mi spaventa di più de na preghiera recitata da Salvini e Barbara D’Urso.

La prima cosa che provi a fare è ordinarla online.
I siti erano talmente intasati che dopo un po’ m’appariva direttamente la scritta STOCAZZO.

All’inizio pensavo che fosse er nome della ditta de consegne, poi ho capito:
DOVEVO USCÌ.

Me comincio a preparà alle 10 pe uscì a mezzogiorno.
Quando ho finito la vestizione sembravo un incrocio tra Top Gun e no stagnaro de Chernobyl.

Orgoglioso e teso come un Sergente dei Marines che sta pe’ annà a conquistà er Vietnam, armato solo de na Bic coi cartoccetti a sputo, guardo la mia famiglia, cantiamo l’inno, ci abbracciamo piangendo e poi dico severo:
VADO ALL’ORA DE PRANZO, COSÌ C’È MENO GENTE.

Al supermercato, ad aspettarmi, il raduno nazionale dei furbi.

Nel frattempo m’hanno pure fermato i carabinieri:
– Buongiorno, dove va?

Io li guardo.
C’ho i guanti, ‘na mascherina, ‘na tuta ermetica e 50 buste del Conad.
Do cazzo sto a annà secondo te? A fa ‘na rapina a ‘na banca del seme?

Capiscono, e me mandano via.

Arrivo al supermercato, scendo, e me sento come Armstrong quando è sbarcato sulla luna.
Prendo il carrello, guardo la fila:
praticamente na puntata qualsiasi de Malattie Imbarazzanti.

Sembrava de sta ai provini pe’ le comparse de Star Wars.

M’avvio a piedi per arrivare alla fine della fila.
Nel tragitto guardo stupito sta mostra de mascherine: da quelle normali a quelle professionali, passando pe quelle fatte ar punto croce e un paio de maschere antigas della guerra del Golfo.

Qualcuno aveva pure foderato gli assorbenti co la carta forno.
Uno, che de sta storia dell’assorbenti non c’aveva capito un cazzo, girava co du tampax infilati nel naso.

Dopo 50 minuti a piedi, arrivo più o meno in provincia de Viterbo.
Me metto in fila.
Dopo 2 ore e 40 passate a pensà al senso della vita e a avecce paura de morì, arrivo all’entrata del supermercato e entro.

Me so fatto una lista, solo beni de prima necessità.
Poi mentre cammino pe’ gli scaffali me vengono in mente tutte le ricette de Fatto in casa da Benedetta e comincio a comprà cose a cazzo parlando in Marchigiano.

Dopo venti minuti er carrello era pieno de pasta sfoglia e ancora dovevo comincià la lista.

Nelle corsie se guardamo tutti male, tipo un qualsiasi film ambientato nel Bronx.
Se qualcuno fa un passo in più verso de te, mentalmente sei pronto a sgozzallo co la carta forno.

A fare da sottofondo a tutto ciò, si alza un coro unanime:
– SCUSI, C’È LA FARINA?

Alla decima domanda, un commesso ha sbroccato e ha cominciato a corre pe’ le corsie cantando “Somewhere over the rainbow” sventolando carta igienica rosa.

Finita la lista, passo davanti all’alcool, chiudo l’occhi, e butto dentro qualsiasi cosa c’avesse un tappo e n’etichetta metallizzata.

Arrivo in cassa.
So più sudato dello psicologo de Tina Cipollari.
Il primo istinto è quello di crollare emotivamente, tipo se vedi tu fija a Uomini e Donne.
‘Na disperazione profonda.

Poi te fai coraggio, perché affacciandoti da dietro il carrello, vedi in faccia la cassiera.
La cassiera c’ha l’espressione de Giletti in diarrea, c’ha l’occhi spenti, è inerme, la stanchezza ormai gliela misurano co la scala Mercalli.

Due cose ti dice.
La prima è : Ce l’ha la tessera?
La seconda è: Sono 1897€ e 37 centesimi.

Paghi con la carta, che appena la infili nel Pos, evapora.

Da qui comincia la ritirata.
Esci ormai nuotando nel tuo stesso sudore, nascosto da na montagna de buste.
Posi le buste in macchina, posi il carrello, butti i guanti, butti la mascherina, butti i vestiti, dai fuoco a tutto col Napalm, te fai la doccia nudo nel parcheggio co un secchio de Amuchina e risali in macchina.

Arrivi a casa che sono le quattro del pomeriggio e più o meno per le 18 hai portato tutto su.
In compenso te senti come se c’avessi il fisico di The Rock.

Te aprono la porta, te guardano e piangono perché sei tornato.
Non è sempre chiaro se è un bene o un male.

A quel punto te disinfettano dando fuoco a un secchio de candeggina che te tirano addosso, te raschiano co no scopettone da esterni e poi puoi entrare.

Iniziate a mettere a posto la spesa disinfettando ogni confezione.
Se tutto va bene, arrivi all’ultima busta in tempo pe’ la colazione del giorno dopo.

In quel momento però, un pensiero inizia a prendere forma.
Da pensiero, diventa certezza.

L’aria si fa pesante, le gambe non si muovono, il respiro è bloccato.
Gli sguardi degli astanti sono vitrei, rassegnati alla crudeltà dell’esistenza.
Lo stomaco ti si stringe, le labbra tremano lasciando intravedere la paura e una lacrima silenziosa segna il tuo viso come la pioggia segna la sabbia d’inverno.

Sì…

Sì…

Sì.

Te sei scordato er burro.

Update del 9 aprile: su segnalazione del signor Alessandro Lozzi (v. commenti) aggiungo il nome dell’autore, Emiliano Luccisano, che non mi era noto al momento della pubblicazione per cui avevo scritto genericamente in testa all’articolo “Dal web”, ribadendo poi, fin dalla risposta al primo commento, in data 7 aprile, che l’articolo non era mio e che mi ero limitata a copincollare.

Le fasi dell’amore (post abbandono)

Fase 1: Senza di lui/lei non posso vivere, la mia vita è finita, non potrò mai superarla!

Fase 2: Avanti il prossimo!/la prossima!

Fase 3: Ma perché dovrebbe venire avanti il prossimo/la prossima se si sta tanto bene da soli?

Update: grazie al contributo di Mauro, aggiungiamo:

Fase 4: oddio, ripensandoci, una relazione non ci starebbe male, proviamo va.

Fase 5: ma chi me lo ha fatto rifare?

 

 

Quotidiane insofferenze

Una delle fatiche più grandi della mia vita è soffocare il mio istinto omicida, che se gli dessi la stura risolveremmo in quattro e quattr’otto il problema della sovrappopolazione mondiale.

Voi dovete sapere che, per quanto il mio lavoro sia impegnativo, richieda concentrazione e m’impegni dalla mattina alla sera, la parte più difficile della giornata non è il lavoro ma il viaggio sui mezzi pubblici, e questo non a causa dell’amministrazione capitolina, checché se ne voglia dire, ma a causa dell’egoismo e dell’inciviltà di quanti ne usufruiscono.

Istinto omicida nr. 1: per entrare sul mezzo vuoto in arrivo la gente sgomita, spintona, ti sorpassa, e una volta ottenuto di passare per prima non è che si vada a sedere al posto che più gli aggrada, lasciando a te la seconda scelta: eh no, sarebbe troppo comodo! La persona che ha corso e ti ha spintonato per entrare per prima entra e si ferma sulla porta, bloccando il passaggio, in modo che tu vedi dalle altre porte altri passeggeri che entrano e si accomodano mentre tu non puoi muovere un passo, e solo quando è rimasto un solo posto lo sgomitatore si decide a sedervisi. Ecco, io in quel caso lo acchiapperei per la collottola, lo butterei sui binari (o sull’asfalto, a seconda del mezzo) e poi mi siederei comodamente al suo posto, senza il minimo rimorso di coscienza..

Istinto omicida nr 2: se si presentano problemi all’entrata sui mezzi pubblici non crediate che l’uscita sia meglio. Sono generalmente i ragazzi che si fermano sulle porte, incuranti che il mezzo stia effettuando la fermata e che ci siano persone che devono salire e scendere: praticamente il blocco delle porte pare che sia uno sport nazionale. Spesso sono stranieri, e quando chiedi loro di spostarsi fanno la parte di non capire l’italiano: ma scusa, ma al paese tuo, qualunque esso sia, LE PORTE A CHE SERVONO? Quando i mezzi pubblici fanno la fermata AL TUO PAESE, la gente che fa, non sale e scende come in tutto il resto del mondo? Non diamo però la colpa solo agli stranieri, in percentuale ancora maggiore sono ragazzi italiani, che con quell’accidente di smartphone in mano e le cuffiette nelle orecchie se ne fregano che il mondo non giri intorno a loro, e che sugli autobus la gente alle fermate dovrebbe salire e scendere! Dipendesse da me, altri cadaveri sui binari o sull’asfalto, perché mica è vero che al mondo c’è posto per tutti!

Istinto omicida nr. 3: le persone che camminano sulle scale mobili. Io sono discretamente sicura che un tempo fosse proibito camminare sulle scale mobili, ma attualmente non vedo nessuna indicazione in proposito. Sta di fatto che, generalmente, nelle stazioni metro sono presenti, L’UNA ACCANTO ALL’ALTRA, scale tradizionali e scale mobili: ma se avete tanta voglia di fare le scale, perché non prendete quelle tradizionali invece di scassare l’anima a quelli che stanno sulla scala mobile che invece di starsene tranquillamente sul gradino in attesa di giungere a destinazione si devono appiattire contro la parete ogni due per tre per permettere il passaggio alle orde di bufali? Ripeto, non so se la legge consenta o meno di camminare sulle scale mobili persino in presenza di scale tradizionali ma io, tanto per gradire, uno sgambettino per farli ruzzolare lo farei.

Ecco, questo è il motivo della mia stanchezza, quattro ore al giorno di feroce repressione della mia vera natura.

https://www.repubblica.it/scienze/2017/04/05/news/sulle_scale_mobili_e_meglio_stare_fermi_la_scienza_da_torto_ai_frettolosi-162252935/