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Lo scopriremo solo morendo

Ieri io ed altri siamo andati a scegliere la lapide per un nostro congiunto. Non ricordo come sia venuto il discorso, ma parlando con il rivenditore qualcuno ha sollevato delle obiezioni, scrupoli, superstizioni, mentre io sono decisamente più pragmatica.

“Mi sento in pace con tutti, per me o di qua o di là è la stessa cosa.” dico, poi mi correggo: “Cioè, non lo so se di là è la stessa cosa, lo vedremo quando sarà”. Uno commenta: “Lo scopriremo solo vivendo”, ma io prontamente replico: “Veramente lo scopriremo solo morendo!”.  😯

Continuiamo la panoramica delle lapidi esposte: “Bella questa!”, “Guarda pure questa” fino a che io non me ne esco con un “Questa la voglio per me!”.

Gelo.

Ci riprendiamo e andiamo al cimitero a portare due fiori ai nostri cari e con l’occasione renderci un po’ conto di come si sono regolati gli altri e cercare un’ispirazione che ci aiuti a prendere una decisione. Camminiamo guardando le lapidi con attenzione e ricominciamo il balletto di “Bella questa!”, “Pure questa, guarda qui!”, “Bella!”, “Meravigliosa!”, “Vieni, vieni qui, guarda questa!”.

A un certo punto ho come un’epifania: “Oddio, ma che stiamo facendo?”. Prendo il mio accompagnatore per il braccio e dico “Andiamocene va’, che stiamo prendendo una brutta piega: una volta queste esclamazioni erano riservate alle vetrine delle vie dello shopping, non alle lapidi del cimitero!”.

Scoppiamo a ridere, e anche questa ci esce proprio male: il cimitero non è proprio il luogo più adatto a scoppiare in sonore risate!

 

Amore coniugale

*** la guerra dei Roses ***

 

Giorni fa mia figlia si è svegliata tremante: “Mamma, ho fatto un brutto incubo, ho sognato che papà moriva!”.

Io fra me e me (non potevo permettermi di dirlo ad alta voce): “Guarda che strano, mi sono fatto lo stesso identico sogno e mi sono svegliata così serena e rilassata!”.

Domande spiazzanti

Giorni fa mia figlia si apprestava a entrare in sala operatoria (come tirocinante). Mentre si preparava, una persona (collega o medico non saprei) le chiede: “Ma tu ti sei mai lavata?”. Mia figlia – povera cocca, lei che non manca la sua doccia giornaliera neanche quando crolla di stanchezza! – rimane di stucco, imbarazzata, tra il senza parole e il balbettante, prima di realizzare che la domanda si riferiva allo specifico “rito preparatorio” prima di entrare in sala operatoria, e valeva: “Ma è la prima volta che ti prepari per entrare in una sala operatoria?”. Tira un sospiro di sollievo  e risponde che sì, era la prima volta, ricevendo presumibilmente indicazioni su come fare (ci siamo talmente soffermati sulla domanda che non mi sono concentrata sul resto).

Mi ha ricordato una storia di tanti anni fa quando, a cena con un amico, si era parlato tra le altre cose di aiuti domestici, io a un certo punto gli chiedo: “Ma tu hai una donna o fai tutto da solo?”.

Lo vedo sbiancare.

Mi chiedo cosa avessi detto di tanto sconvolgente, e poi mi rendo conto che i discorsi si erano intrecciati con quello della sua ragazza con cui si era lasciato, e mi appresto a precisare “Ma tu hai una donna di servizio o fai tutte le faccende domestiche da solo?”.

Anche lui tirò un sospiro di sollievo, esattamente come avrà fatto mia figlia.

 

Noi asociali (ai tempi del coronavirus)

Noi che a casa ci stiamo benissimo e ci dispiace che tra un po’ finirà la pacchia.

Noi che quando scrivono “Torneremo a riabbracciarci” pensiamo immediatamente “Ma anche no”.

Noi che amiamo il metro di distanza sociale ma due sarebbe meglio.

Noi che dimentichiamo sempre il cellulare da qualche parte, e che senza neanche accorgecene lo impostiamo a muto.

Noi che se squilla il telefono rispondiamo una volta su tre, e quella volta speriamo che sia un call center per poter tagliare corto.

Noi che quando parliamo intendiamo proprio quello che diciamo e detestiamo ogni tipo di maschera e teatralità.

Perché essere asociali può essere anche semplicemente una risposta onesta ed eziandìo intelligente a un mondo di conformismo e falsità.

La MIA vita in quarantena

Questa la dedico al signor Alessandro Lozzi, un piccolo assaggio della farina del MIO sacco (e ora vediamo chi copierà chi).

Caro signor Lozzi, io mica ciò la casa cor giardino, er salotto, la cammera da pranzo e tutta quella robba che sta nelle case normali. Io no, io ciò ‘n buchetto, dove vivo co’ mi fija, che è bono solo come spojatojo: a casa mia se po’ sta o ‘n piedi o sdraiati a letto, e quanno vado ar lavoro se po’ puro fa’, ‘a matina me arzo, bevo er caffè ‘n piedi e esco, poi aritorno e m’aribbutto a letto esausta, ma adesso ‘n quarantena, me scusi er francesismo, so’ cazzi.

Sto’ a lavora’ in smartworking, ‘o chiameno così er lavoro da casa, ma io in ufficio ciò ‘na sedia e ‘na scrivania, qui ciò ‘n letto e l’unica seduta disponibile è ‘a tazza der gabbinetto.

Caro Lozzi, ma che ne sa lei, artro che ‘a spesa de Luccisano, a me mica me va così de lusso!

Co’ mi fija ce damo i turni, a seconna de ‘le necessità, una sta sdraiata tenendo co’ ‘na mano er picci’ per aria e co l’antra digitando i tasti, e una invece ar gabbinetto usanno ‘a lavatrice a mo’ de scrivania: lei capisce Alessa’, a casa mia è la fisiologia che cià er sopravvento, e ce bevemo i litri d’acqua e de tisane pe guadagnacce er diritto alla seduta.

La spesa, a casa mia, nun je va a nessuno d’annalla a fa’. Mi fija pe’ pigrizzia, io pe’ paura, che le mascherine non se trovano manco a pagalle oro, e io a usci’ senza mascherina me sento come ‘na mignotta che va ar lavoro senza preservativo.

Comunque ‘n giorno avevo vinto ‘a postazzione commoda, e me ne stavo seduta sulla tazza cor piccì su ‘a lavatrice che me sentivo ‘na signora, risponnevo ar telefono co’ ‘na professionalità che nun ve dico, sciorinando leggi eccse articolo questo e quello e riempennome la bocca de citazioni latine, quanno me chiama er capo mio che se ‘nventa ‘na VIDEOCHIAMATA: me s’è gelato er sangue!

So’ corsa a cerca’ quarche cerotto pe’ attappa’ tutte ‘e videocamere, piccì, cellulare, fori della doccia (nun se sa mai), ma alla fine je l’ho dovuto di’ chiaro e tonno, anche se mica j’ho detto er motivo vero, ho fatto finta d’esse timida e de trovamme a disaggio davanti a ‘e telecamere.

Solo che mo’ mi fija cià ‘o stesso problema co’ l’esami dell’università, e loro vonno giustamente er video, e vonno pure vede’ bene l’ambiente, nun se sa mai che ciai l’appunti appesi ar muro o er suggeritore sotto ar tavolo.

Stamo in crisi: e mo che c’enventamo? Stavo pensanno de famme presta’ casa da ‘n vicino, ma i vicini mia se divideno in du’ categorie: quelli che nun conosco e quelli che ciò litigato.

Pe’ fortuna che mi fija disegna bene: vorrà dì che invece de studia’ se preparerà ‘n ber cartone con paesaggio da mettese alle spalle, e pe’ stavorta ce sarvamo così!

 

NB: purtroppo quanto raccontato corrisponde al 99% a verità…