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Una nuova fase

Beh, che sono un po’ meno presente l’avrete notato, come pure sapete quello che bolliva in pentola, però torno con buone notizie.

Con un sottile gioco di trattative, non esclusivamente mie, e trattenendo il fiato sulle montagne russe delle varie possibilità e dei possibili scenari e intrecci, diciamo che le cose sono andate oltre ogni rosea previsione, il rapporto con la precedente azienda  si è concluso felicemente e l’ingresso in quella nuova oramai è confermato e consolidato.

Il lavoro è oggettivamente aumentato, ma serviva una nuova sferzata di energia, uno stato d’animo meno stanco, nuovi collaboratori, nuovi colleghi etc. etc.

Ho fatto l’estratto conto contributivo, e purtroppo qualcosa è andato perso: colpa loro, ma me ne sono accorta tardi, e qualcosa non è recuperabile, qualcos’altro forse sì, ma pure lì c’è da lavorare.

Per quanto riguarda la pensione, se confermano quota cento io tra qualche anno potrei usufruirne, non perché non stia bene al lavoro (veramente sto benissimo, e devo dire che lo amo anche moltissimo, sia il lavoro sia l’ambiente), ma il fatto è che la vita non ci appartiene, e abbiamo visto anche qua nella blogsfera persone che se ne sono andate così, giovani e senza preavviso; davvero stiamo come sugli alberi le foglie, e un po’ di vita senza pressione me la vorrei vivere (anche se poi so che si rimpiange pure la pressione).

Andiamo avanti così, con un pensiero a mio padre, che ha passato tante, tante difficoltà, e a cui ora avrei potuto regalare un po’ di tranquillità ma, ahimé, non c’è più. Mi consolo dicendomi che poi il suo più grande desiderio era darla a noi la serenità, e almeno in questo ha vinto la sua battaglia.

Ora mi vado a godere la mia domenica di sfaccendamenti domestici, buona domenica anche a tutti voi, e a presto!

I diritti delle donne

Voi che mi conoscete da tempo sapete che non sono una gran femminista, tutt’altro, e le femministe – quelle scatenate intendo – non le vedo tanto di buon occhio: sono donne che secondo me screditano la figura della donna anziché giovarle, la riducono a un pezzo di bassa macelleria, e poi alla fine la rendono anche sola, senza un compagno perché “io sono mia”, senza figli o con figli trascurati perché loro “devono vivere”, sul lavoro spesso caricature di un maschio che tentano di scimmiottare, anziché concentrarsi sui propri punti di forza e sulle proprie peculiarità.

Donne che a volte si fanno usare e che ho visto troppo spesso farsi trattare dagli uomini in modi che nessuna “non femminista” avrebbe mai permesso.

Non mi piacciono le loro battaglie becere, i loro slogan volgari (l’ultimo è stato che ai feti di gomma preferiscono i falli di gomma), me le ricordo ancora ai tempi del mio liceo questa scalmanate-scarmigliate-scatenate che urlavano “l’utero è mio e me lo gestisco io” e “col dito, col dito, l’orgasmo è garantito”, slogan quest’ultimo cui gli uomini rispondevano goliardicamente “col caxxo, col caxxo, è tutto un altro andazzo!”. Proprio parlando di questo, con dei miei amici abbiamo preso a inventarne altri per gioco, e mi ha fatto ridere uno che se n’è uscito con “alla bella militante piace il fallo del migrante” e ancora, visto che queste stesse femministe ora sembrano prone all’islam, cultura per cui la donna è meno di niente, “il burqa sulla testa e il tanga su quel che resta”, tanto per sottolinearne l’incoerenza.

Insomma, mi pare evidente che non le reggo, e mi secca sentire certi bestioni, maleducati a prescindere dal femminismo, giustificare la propria taccagneria quando si tratta di pagare un conto o lo sgomitamento sull’autobus per soffiare il posto a una donna magari incinta rinfacciando: “Avete voluto il femminismo?”, che avrei una gran voglia di gridare loro “Ma chi l’ha voluto, bestia! Il femminismo è una cosa che fa comodo solo a voi, che vi ha sollevato da ogni dovere moltiplicandovi i diritti, fesse che sono state quelle che l’hanno portato avanti e sbandierato!”.

Mi piace non tanto il ruolo predefinito, quanto il gioco dei ruoli, quel gioco amoroso uomo/donna che ha generato e nutrito tante passioni e tanta letteratura, che tanti cuori ha fatto battere e che ora è venuto meno in nome di un’ammucchiata gender in cui non si capisce chi è chi e chi fa che (quest’ultimo paragrafo prendetelo con le molle, il discorso è lungo e so benissimo che questa mia semplificazione è riduttiva e fuorviante) ma…

ma…

… lasciare al maschio il suo vecchio ruolo “dominante” non significa solo che lui ci riempie di fiori e ci cambia la ruota dell’auto, con la persona sbagliata può essere pure che lui invece che di fiori ci riempia di botte, senza contare quelle psicologiche di violenze, che pure fanno un male boia e sono più infide e subdole.

Commentando di un uomo violento oggi una donna ha scritto:

In un attimo ho capito l’importanza di istituti come
– divorzio
– allontanamento dalla casa familiare
– divieto di avvicinamento
– misure custodiali per il coniuge/convivente violento
– case di accoglienza per le vittime
– ascolto dei minori.

e sono completamente d’accordo, perché ricordiamo che il gioco dei ruoli deve essere per l’appunto un gioco, al massimo una comoda tradizione culturale, non una condanna all’inferno.

Siamo in un’epoca in cui i diritti delle donne sono già acquisiti e sembra non esserci mai stato un tempo diverso, diritti forse pure frutto di quelle lotte femministe (forse… ma Moravia sosteneva che le donne erano state liberate dalla lavatrice e dalla pillola e non dalle urla in piazza), un’epoca in cui non riusciamo a immaginare, salvo casi purtroppo non sporadici, una donna sottomessa che non sa cosa fare, che non sa dove andare, che trema quando sente il rumore dei passi dell’uomo che torna a casa e infila la chiave nella toppa, e che non ha una tutela né familiare, né sociale, né legale.

Peccato che per questa donna che ha acquisito tanti diritti sia una conquista uccidere il figlio che cresce nel suo grembo, peccato che in quella sguaiata ribellione a una cultura inaccettabile non ci sia quel rispetto per se stessa e per la magia che lei sola è capace di compiere, quel senso di protezione e accoglienza che dovrebbero essere un suo privilegio di nascita.

A volte mi chiedo se esista, tra uomo e donna, una terza via, quella della felicità, del rispetto, dell’amore, della parità nel rispetto di una naturale inclinazione a essere uomo e ad essere donna, complementari e complici, che vivono la loro differenza nella più completa armonia e nel più totale appagamento.

Genitori separati: le vacanze con papà

Raccolgo in giro la tristezza infinita di quei padri (e, diciamocelo, spesso pure di quei nonni paterni) che, dopo aver trascorso l’estate con i figli, devono riconsegnarli al genitore assegnatario, e lì finisce il sogno e ricomincia la malinconia.

Non parlo ovviamente di quei padri che dei figli se ne infischiano, e neanche tanto di quelli che, abitando nella stessa città e magari con orari compatibili, li vedono almeno due volte la settimana, un week end sì e uno no, e magari hanno con la madre buoni rapporti per cui non mancano compleanni e feste comandate tutti insieme. No, non parlo di loro.

Io parlo di quei genitori che sono lontani, o che sono in pessimi rapporti con l’altro genitore, che magari usa il figlio come arma (mettendolo in mezzo inopportunamente, caricandolo di problemi non suoi e, di fatto, traumatizzandolo). Parlo di quei genitori per cui poter riabbracciare i propri figli è un lusso raro e che d’estate, convivendoci per due o tre settimane ritrovano quell’affetto, quegli abbracci da dare e ricevere, toccano con mano quel bisogno che i figli hanno di loro e quell’orgoglio, quella gioia infinita di avere un papà.

Parlo di loro, perché li ha portati altrove il lavoro, il bisogno, un genitore malato in un’altra città, o anche un nuovo amore che abita altrove, e con cui ha costruito una nuova vita in un nuovo luogo.

Parlo di quelle lacrime silenziose dei padri, meno silenziose dei figli, al momento del distacco, di quella nostalgia che inizierà a bruciare e a fare male, e meno male che oggi c’è internet con le sue videochiamate, che ti possono mantenere in contatto con tuo figlio, vederlo crescere, vederne le espressioni sul volto di gioia o di dolore.

Ma spesso intempestivamente.

E senza abbracci.

A forma di te

19 marzo, sono piovute sul web frasi e poesie sul padre, dichiarazioni, ricordi, nostalgia.

Io non riesco a dire una parola, e non solo per il rapporto irrisolto, non particolarmente perché pensi che il dolore sia un fatto privato, non perché le parole mi salgono dal cuore a un ritmo talmente intenso e convulso che non ce la faccio neanche a dirle tanto si sovrappongono, quanto perché quelle sì che sono un fatto privato, che vorrei dire solo a te, non ho nessuna voglia di gridarle al mondo, solo a te, solo a te.

Ma tu non ci sei. Sei morto tanti anni fa, più quelli in cui non ti ho parlato, fanno più di venticinque anni senza di te.

Eppure, a volte, mi sembra di ripercorrere la tua vita, di vivere le tue stesse esperienze, rivivere le tue stesse emozioni, subire le tue stesse batoste, umiliazioni anche, ma dovere trovare la forza per andare avanti, per dovere verso i familiari, per rispetto alla vita, per un coraggio che forse è nel DNA, o per chissà che cosa.

Tante volte, quando ripenso alle tue difficoltà, quando ripenso alla tua vita, mi chiedo davvero come tu abbia fatto a resistere, dove tu abbia trovato la forza che tanti, in condizioni ben meno gravi, non trovano.

Forse l’hai trovata in noi: il tuo senso di responsabilità, l’irriducibile e indefettibile senso del dovere per cui mai e poi mai avresti lasciato la tua famiglia a cavarsela da sola, mai avresti abbandonato i tuoi figli, tu che la guerra ha reso orfano. Perché tu eri, prima di tutto, protettivo. Tu sei stato figlio, sei stato soldato e sei stato eroe, sei stato uomo e marito, ma prima di tutto, soprattutto, quella che è stata la tua più importante e coinvolgente missione della tua vita, sei stato padre.

Ecco, mia sorella ha una tua foto su una mensola, che guarda e riguarda con incommensurabile amore e struggente nostalgia.

Io no, non ce l’ho, non ce la faccio. Che poi, a che mi serve, mi sei piantato nel cuore, un cuore pieno di te, scolpito a tua immagine e somiglianza. E sì, un cuore a forma di te che poi, quando rivedo nella mia vita le tue esperienze, quando vivo le stesse difficoltà, le stesse esperienze, gli stessi dolori, penso allora di avere tutta una vita a forma di te, e allora vado orgogliosa pure di quello che non va, perché mi rende più consapevole della vita che hai passato, e più parte di te.

Studiare, che passione!

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“L’Uguaglianza ha un organo, che è l’istruzione gratuita ed obbligatoria; bisogna, infatti, cominciare dal diritto all’alfabeto. La scuola elementare imposta a tutti e la scuola secondaria offerta a tutti: ecco la legge.” (da “I Miserabili”, Victor Hugo)

Devo dire che questo articolo, che vive nella mia mente da tempo immemore, viene alla luce in seguito alla lettura dell’ultimo post di Marisa sulla profonline in risposta alla lettera di una madre, sedicente psicologa, che si vanta di non far svolgere alla figlia i compiti scolastici.

Io sono una che ha sempre amato molto studiare, ma molto molto, ma molto molto molto, al punto che i miei genitori, per punirmi, mi impedivano di andare a scuola.

Stavo divagando sui miei, sono tornata indietro e ho cancellato, torno a bomba.

I miei amavano studiare, entrambi. Grossi studi – a causa delle leggi razziali e, nel caso di mia madre, anche un po’ della mentalità antica della sua famiglia, che la voleva prima di tutto buona madre di famiglia capace di governare unaa casa – non ne hanno potuti fare, ma l’amore per lo studio, la passione per il sapere, non hanno mai abbandonato nessuno dei due.

Quando ero a scuola io mi perdevo nello studio: trovavo nel libro un termine che non conoscevo? Andavo a cercarlo sul dizionario.  Il vocabolario negli esempi citava una qualche opera di un tale autore? Andavo a ricercarmi opera e autore, e così via.

Con questo metodo non finivo mai i miei compiti e, nonostante le numerose ore d’impegno, su cinque materie da preparare ne riuscivo a terminare al massimo due, fino a che, a un certo punto, il cerchio si è chiuso e ho incominciato a vivere di rendita: molti degli argomenti che toccavamo mi erano già noti, o in tutto o in parte, riuscivo a seguire meglio le lezioni e a memorizzare il massimo, visto che quanto veniva spiegato non mi era del tutto nuovo, e quindi riuscivo a cogliere l’informazione in più, la curiosità, la chicca, e tutto era entusiastico arricchimento.

Quando studiavo latino e greco imparavo a mano a mano che si presentavano tutti i vocaboli a memoria: una faticaccia all’inizio, ma poi fare le versioni era una passeggiata, cercavo poco o nulla sul vocabolario ed era tutto tempo risparmiato, tanto è vero che, quando l’insegnante dava quattro versoni diverse per impedirci di copiare (con questo sistema nessuno aveva quella uguale alla nostra, né lo studente davanti, né quello dietro di noi né quello a lato), io in un’ora le facevo tutte e quattro e poi uscivo.

Quello che voglio dire è che, alla fine, faticavo meno degli altri, e ne traevo più soddisfazione. Ricordo una compagna di classe che, per le traduzioni da fare a casa, comprava il traduttore e le imparava a memoria: una fatica tanto improba quanto idiota, totalmente inutile al fine dell’apprendimento quanto a quello di cavarsela all’interrogazione, in quanto era immediatamente evidente che del testo originale non capiva un’acca. Io, francamente, una fatica del genere non me la sarei davvero sentita di farla, una noia mortale!

La maturità l’ho data con un anno d’anticipo, cosicché il liceo l’ho frequentato per soli quattro anni, contro gli almeno sei, se non sette, di quelli che, per faticare meno, un anno o due lo ripetevano, e qui torniamo al mio principio di sempre: a fare le cose bene si fatica molto, ma molto di meno.

A mia figlia il messaggio è stato chiaro: non sei tu che fai un piacere a me a studiare, sono io che lo faccio a te a farti studiare. Un tempo il popolo non studiava, era il sistema migliore per mantenerlo oppresso e sottomesso, e le donne poi men che meno: ci sono voluti anni di lotte, e il diritto allo studio è una delle più grandi conquiste della civiltà. Non vuoi usufruirne? Fatti tuoi, ognuno s’impicca all’albero che crede.

Non so se è stato il risultato del mio approccio, non so se è stato l’esempio, visto che cerco di ritagliarmi sempre tempo per studiare, ho fame d’apprendimento e approfondimento ora come allora e a quarant’anni, con la bimba che ne aveva appena sei, mi sono iscritta a un corso di specializzazione; non so se è stato perché quando litigavo col padre, che non mi dava una mano con la bimba, urlavo rivendicando anche il mio diritto ad avere tempo per lo studio, ma credo che il messaggio sia arrivato forte e chiaro.

Mia figlia ama studiare. Non l’ho mai aiutata nei compiti: francamente alle riunioni di classe mi sentivo in colpa, perché tutti i genitori erano informati su compiti a casa e stato dell’arte del programma, mentre io non ne avevo la più pallida idea e cadevo sempre dal pero. La scuola era il suo spazio, io non c’entravo (a parte i colloqui con gli insegnanti) se non su sua richiesta.

Ma la più grande soddisfazione me la diede un giovane blogger, che forse tra i miei lettori solo il Cavaliere ricorderà e che, abbandonati gli studi da ragazzo, li riprese da adulto perché, a suo dire, io coi miei discorsi gliene avevo risvegliato la passione: questo ragazzo si è diplomato già da qualche anno al liceo psicopedagogico, conciliando lo studio con impegni familiari non indifferenti. Tra le altre cose, non è la prima persona che mi riconosce di avergli acceso o risvegliato la passione per il sapere.

Torniamo dunque a bomba, ai compiti a casa, ai genitori che si vantano di non farli fare ai propri figli e alla risposta di Marisa.

I compiti a casa sono necessari. Quello che si fa in classe, secondo me, a meno che non si parli delle elementari a tempo pieno, non basta. Lo studente ha bisogno dello studio individuale, di rivedere e organizzare le informazioni, di approfondirle e metabolizzarle. Deve toccare con mano e verificare, con gli esercizi scritti, quello che ha imparato, e con quelli consolidarlo. Il fatto che i compiti siano tanti a volte è vero, ma quante volte l’enorme fatica è dovuta alla mancanza di basi? Studiare bene per studiare meno è il trucco, quello che lascia tanto spazio a giochi, vita sociale, famiglia e palestra, salvo eccezioni (tipo sessione d’esami).

Odio i compiti estivi, non sono mai riuscita a svolgerli, né mai ne ho sentito la necessità o mi ha penalizzato il non averli svolti. La vita non è fatta solo di studio, la cultura non può essere solo libresca, e non mi pare un’idea peregrina che le vacanze estive possano servire ad altro, a imparare viaggiando, quando si può, o a svolgere un lavoretto che pure prepara alla vita (tanto è vero che ora si intende inserirlo nelle attività curriculari).

Fossi negli insegnanti per l’estate darei al massimo qualche libro da leggere, libri diversi per tipologia e argomenti, che formano la cultura del ragazzo rappresentando però un qualcosa di diverso rispetto ai programmi scolastici tradizionali (ai miei tempi l’unico romanzo studiato a scuola era “I promessi sposi”, e mi sembra davvero insufficiente).

Torniamo alla cattiva madre cui risponde Marisa: secondo me è una cattiva madre sul serio (va beh, cattiva madre solo per questo mi pare troppo, ma certo non rende un servizio alla figlia), o almeno una cattiva guida in questo settore, perché trasmette al figlio il messaggio che studiare è noioso, svolgere i compiti è attività onerosa (e come tale sgradevole), assolutamente non utile né necessaria e che non è giusto pretendere, che l’autorità degli insegnanti è inesistente e che l’ultima parola, anche a scuola, è quella di mammà (e questo mi ricorda tanto la mammà del post precedente).

Io mi chiedo perché i genitori di oggi stiano così tanto danneggiando i propri figli, deresponsabilizzandoli e rendendoli anarchici oltre che ignoranti: ma se ne rendono conto? Forse non si rendono conto che stiamo davvero andando verso “idiocracy” (e, perdonatemi, il ministro dell’istruzione recentemente nominato è l’emblema di questa decadenza e di questo messaggio autolesionistico e distruttivo che studiare non serve a niente).

Ecco, l’ho detto.