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In politica, ovvero l’Italia che vorrei #2

Per fare un governo non servono dei tecnici, basterebbero dei contadini. I contadini infatti ben sanno che, per far crescere bene la pianta, per prima cosa bisogna eliminare i parassiti!

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Mia figlia continua a sostenere che mi vedrebbe bene in politica (di cui non mi sono mai occupata), ma anche altri sostengono che io le capacità le avrei eccome, e potrei fare del bene alla nazione. Ripropongo dunque il mio manifesto elettorale (vabbè, le elezioni ci sono appena state, sarà per le prossime 😉 ). Quali altri problemi vivete e vorreste fossero affrontati e come? Indicatemeli, e discutiamone insieme.

Ci tengo comunque a chiarire varie cose: quello che vorrei è una cosa, quello che poi sarebbe oggettivamente possibile fare con i vincoli esistenti probabilmente si discosterebbe, ma credo sia comunque bene stabilire dei principi quantomeno a cui tendere.

Quello di cui non ho parlato nel post precedente e che invece è un argomento che ho molto a cuore, è l’ambiente: un ambiente sano, in cui la salute delle persone non sia minacciata, è sicuramente ciò cui mi dedicherei in maniera prioritaria. Pure al numero uno della mia agenda sarebbe la Sanità Pubblica: tutto il resto è meno importante perché, qualunque sia la vita che vogliamo vivere, essere vivi è decisamente la conditio sine qua non.

L’attenzione all’ambiente e alla salute dei cittadini, comporterebbe pure un controllo ulteriore e prioritario dei prodotti importati (traduzioni: basta pomodori cinesi sulle nostre tavole, laddove i nostri bei pomodori maturati al sole finiscono nelle discariche).

Mens sana in corpore sano, questo aspettatevi sia il mio impegno al governo: salute, istruzione, e poi il lavoro verrà da sè (vabbè, proprio da sé no, ma ci siamo capiti).

 

 

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Il colloquio di lavoro

La crisi incalza e più di una persona, avanti con gli anni, si trova oggi con la serissima prospettiva di doversi guardare intorno per trovare un nuovo lavoro, o meglio, una nuova fonte di reddito, e mi chiedo francamente se l’intervistatore di turno differenzi le domande a seconda di chi si trova di fronte o applichi pedissequamente un’intervista standard.

Me lo vedo l’intervistatore a porre la domanda fatidica, quella che lo fa sentire importante, che lo fa sentire grande saggiatore dell’ambizione, determinazione e grinta altrui:

“Lei, dove si vede tra cinque anni?”

Che uno, a una certa età, potrebbe pure essere tentato di rispondere: “Amore della casa, ma dove vuoi che mi veda tra cinque anni, in pensione mi vedo, a giocare coi nipotini possibilmente, oppure mi vedo andare ancora al lavoro con la badante, completamente rimbambito come il vecchio banchiere di Mary Poppins”.

Chiederà le competenze? Probabilmente, ma se ti dico che so guidare l’auto, come farai a distinguere se sono Niki Lauda o il vecchietto col cappello? Io personalmente mi sento Niki Lauda, mi rendo conto di avere una mente che spazia, analizza, valuta e organizza, che imparo in fretta e per tutta la vita sono stata l’allieva che supera il maestro ma, scherzi a parte, poniamo per ipotesi che uno venga da un’azienda che le persone non ha saputo valorizzarle – un po’ come l’azienda Italia, che i cervelli li manda all’estero e quelli *diciamo un po’ meno cervelloni* li mette a fare i ministri – come potrà dimostrarlo in fase di colloquio?

Che poi potrebbero chiedere – a questo ipotetico personaggio: “E lei perché non se n’è andato altrove?”.

Dice un vecchio proverbio:

L’uomo ha il bene, cerca il meglio, trova il male e se lo tiene stretto per paura del peggio

e direi che ci può stare tutta, anche se non fa onore al pavido che non ha osato.

Diciamo poi che è anche una questione di priorità:

io, per esempio, in quest’azienda, la mia oasi felice me la sono creata, perché cambiare? Sono seduta alla mia scrivania, attrezzata tipo base spaziale, a ricevere complimenti dalla mattina alla sera, e mica mi dispiacerebbe continuare così, magari riducendo i tempi, perché la mancanza di tempo è il mio male cronico, dovuto però più alla distanza e all’inefficienza dei trasporti pubblici che all’effettivo orario di lavoro.

Insomma, chi vivrà vedrà…  certo è che la cosa migliore è prenderla con molta filosofia, o rassegnazione, o fatalismo, o momento di trasformazione ed opportunità di crescere:

“Ora e qui”, impariamo dai maestri zen, oggi è l’unico giorno che possiamo vivere, perché ieri è passato e domani ancora non esiste.

Ecco, alla domanda “Dove si vede lei tra cinque anni?” io sarei piuttosto portata a rispondere “Io mi posso vedere solo oggi, e mi vedo qua, davanti a lei” e mi morderei le labbra per non aggiungere “al massimo mi posso ricordare quando sedevo al suo posto”.

Carpe diem.

PS: giuro che quest’articolo l’ho letto dopo aver scritto il post (stavo cercando un’immagine da inserire): https://www.manageritalia.it/it/lavoro/come-gestire-un-colloquio-di-lavoro-difficile-con-un-manager-fare-le-domande-giuste, quindi direi che il problema che ho sollevato è piuttosto sentito…

 

Chiamami Peroni, sarò la tua birra (sulla ricerca di lavoro)

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Non starò qui a sostenere che trovare lavoro sia facile, non lo è. In Italia, forse, più che difficile probabilmente è impossibile, però è pure vero che, se trovare il lavoro dei propri sogni, con regolare inquadramento e retribuzione adeguata, è un’impresa titanica, la ricerca del “lavoretto per sopravvivere” in fondo difficilissima non è, se non fosse che c’è tanta gente che non ha voglia, o che proprio non si rende conto di cosa significhi lavorare.

Mi ricordo di una badante, che abitava nello stesso palazzo della persona assistita, che si presentava con comodo, ogni tanto si allontanava per farsi gli affari suoi in casa propria, e poi andando in giro con l’anziano continuava a farsi i propri giri, senza neanche porgergli il braccio: prontamente mandata via.

Vi ho già parlato di quelli che cercano “qualsiasi lavoro“, senza dare uno straccio d’indicazione su quello che sanno fare e soprattutto che possono fare, ma nel corso degli anni ne ho sentite tante altre, tipo quelli cui viene chiesto di presentarsi con la fotocopia del documento e loro al colloquio, piantando il documento in mano al potenziale datore di lavoro, se ne escono con “Tiè, la fai te la fotocopia mentre io faccio ‘n attimo ‘n’antra commissione?”.

Ci sono quelle che si presentano con ritardo enorme senza accennare neanche una parola di scusa, e magari il lavoro offerto richiede la massima puntualità (tipo prendere bambini a scuola), ma l’ultima l’ho letta ieri di una a che, alla richiesta “Inviate curriculum a….” rispondeva “Venitevelo a leggere su LinkedIn”.

Ecco, non ce la posso fare.

Don’t overthink: I’m trying!

Ed eccomi qua, prossima ai 40 giorni di immobilità, ma oserei dire anche guarita e prossima alla libertà.

L’ozio non fa per me, ed è difficile quando si è in queste condizioni non pensare, pensare, pensare… ma a che cosa? Ma alle solite cose ovviamente! La casa ingestibile, la crisi economica che ha colpito l’italia e che sta cadendo anche addosso a me come una tegola che ti arriva dritta in verticale, e le questioni di salute, mie e di mia figlia, e gli amici che ci sono, inossidabili, e quelli che se ne sono andati, indimenticabili, e cosa fare della mia vita, tra le due parti che lottano, quella abulica e quella che vuole assolutamente vivere, e urla e lotta per venire fuori e prendere in mano la sua – mia – vita e la sua – mia – libertà.

Avete presente la storia dei due lupi, quello brutto e cattivo e quello bello e buono? Alla domanda “Chi vince?” il narratore risponde “Quello cui dai da mangiare”.

E come fare allora ad alimentare solo la parte viva di me, quella combattiva, quella che si spezza ma non si piega, e non quella che si è già spezzata? Come togliere la briglia a tutta quell’energia, tutta quella voglia di vivere, come cercare quella dimensione in cui il senso del dovere sia uno stile di vita e non una prigione?

Lotto, e intanto un amico, uno dei fari della mia vita, lotta contro un mostro di male e di nuovo dentro di me è tutto scombussolato, mentre dappertutto, come in una benefica congiura, leggo messaggi di speranza, della forza e capacità di rinascere quando meno uno se l’aspetta, e voglio mordere la vita, voglio vivere, perché chiunque io sia, comunque io sia, qualunque cosa sia stata e qualunque cosa sarà, la vita è adesso, ora e qui, e l’unico momento in cui possiamo essere vivi non è altro che questo e noi no, non ci arrenderemo, noi no, io no.

 

 

In politica, ovvero, l’Italia che vorrei

Tra il serio e il faceto qualche blogamico nei commenti al post precedente dichiarava di vedermi bene in politica. Al di là del fatto che invece io, almeno in certi ruoli, non mi ci vedo proprio, nel senso che non sono una vecchia volpe con capacità camaleontiche, non credo però di peccare d’immodestia nell’affermare di essere comunque un po’ meglio di tanti che in politica invece già ci sono e ci prosperano.

Tornando comunque a bomba, che cos’è che proprio non mi piace dell’Italia e che cambierei se ne avessi il potere?

Io credo che siamo tutti d’accordo, tanto per cominciare, che l’Italia è una nazione in cui l’innocente non viene tutelato: sentiamo continuamente di vittime che devono risarcire l’aggressore, fino ai fatti drammatici della ragazza violentata che si è uccisa quando i suoi genitori sono stati condannati a risarcire i genitori del suo stupratore; si parla di lotta all’evasione e poi – questa è l’immagine che ci arriva – i grandi evasori continuano la loro bella vita mentre il parrucchiere che ha pettinato la madre o il barista che ha regalato una caramella a un  bambino ricevono multe miliardarie per non avere emesso regolare ricevuta fiscale. Sentiamo di poliziotti/carabinieri che rischiano la vita per catturare un delinquente e questo non solo viene rimesso in libertà in quattro e quattr’otto, ma il poliziotto viene pure indagato perché il delinquente dichiara che gli ha fatto la bua.

Io credo che siamo tutti d’accordo pure che l’Italia è una nazione in cui il diritto allo studio non viene tutelato, e a vari livelli: quanti sono ancora quelli che non possono proseguire gli studi per motivi economici, a fronte di tanti sfaticati che vanno avanti per forza d’inerzia e di conti pagati dai genitori? Le borse di studio sono praticamente inesistenti, mentre le aule vengono riempite di studenti che di studiare non hanno nessuna voglia, e dove docenti demotivati parlano al vento, spesso minacciati se tentano di fare il proprio lavoro.

Un altro oltraggio al diritto allo studio è la presenza nelle aule di tanti somari che rallentano le attività didattiche, somari che escono ad orde e pretendono di proseguire la propria attività di scaldasedie all’università dove, sulla base di improbabili test dai discutibili contenuti e dagli ancora più discutibili risultati, riescono a togliere la possibilità di seguire i propri sogni, i propri talenti e le proprie inclinazioni a studenti ben più dotati e motivati (si sappia, io sono ferocemente contro il numero chiuso all’università: il titolo di ammissione deve essere il diploma, un diploma che deve valere qualcosa, rilasciato da una scuola seria e non da un promuovificio!). Ancora, i laureati, che finalmente saranno per merito e con merito, non dovranno più essere costretti ad emigrare o, non volendo/potendo farlo, magari per vincoli familiari, accettare demotivanti e avvilenti demansionamenti o vivere a duecento anni della paghetta dei genitori pensionati.

Sempre per ridare (dare) valore ai titoli di studio rilasciati dalle scuole pubbliche, questi dovrebbero essere sufficienti pure per accedere ai posti pubblici superando, almeno in parte, il sistema dei concorsi che, al di là del fatto che siano giusti o meno di principio, pare che nella realtà dei fatti non premino il merito.

Ancora, sulla scuola, leggevo un post di una mamma di un bambino autistico, che auspicava il collocamento del proprio figlio in una classe a misura delle sue possibilità, cosa su cui sono assolutamente d’accordo. Mi sono già espressa sulle “classi ponte” per studenti stranieri, classi che io stessa ho frequentato magno cum guadio, mentre se mi avessero inserito – in base a un malinteso senso di uguaglianza e non discriminazione – in una classe dove si insegnava in una lingua che non era la mia, sarei stata solo un fagotto abbandonato in un angolo, isolata e umiliata: promuovere l’uguaglianza non significa chiudere gli occhi e far finta acriticamente che siamo tutti uguali, ma promuovere le condizioni in cui ognuno possa esprimere se stesso, recepire il massimo dal contesto in cui è inserito e partecipare alla vita sociale in modo armonioso e sostenibile.

Un’altra cosa che non mi piace di quest’Italia è che le leggi sono talmente arzigogolate che, per poter sopravvivere o comunque avere un trattamento più favorevole e sostenibile si fa sempre risultare qualcos’altro, e quindi abbiamo case intestate a familiari per pagare meno imposta di registro (o quello che accidente è), residenze sparse per poter avere in ogni casa la tariffa più conveniente, finte separazioni, finti matrimoni, finto tutto, non se ne può più! Io adotterei delle tariffe uniche, questo è il prezzo, inutile mettere in mezzo tua moglie, tua nonna, il notaio e la tua prozia! Per quanto riguarda i matrimoni finti, mi sono già pronunciata sulle pensioni di reversibilità che, eliminate, li renderebbero inutili, mentre consentirebbero di sposarsi a quegli anziani veramente legati da affetto e che hanno deciso di unire le proprie vite.

Un’altra cose su cui pure interverrei subito è la patente a punti: praticamente, un’altra legge ingiustissima che tutela i ricchi, i quali pagheranno sempre la multa a cuor leggero e non si vedranno mai decurtare la patente di un punto: è di fatto un invito all’inciviltà e all’arroganza, sulla falsariga del motto reso celebre nel Marchese del Grillo, “Io so io, e voi nun séte un ca@@o!”. Non dimentichiamoci inoltre di quante persone poverette hanno pagato la multa per omessa comunicazione dei dati del conducente, avendo inteso che questi dovevano essere comunicati solo nel caso che il conducente fosse persona diversa dall’intestatario del veicolo (della serie “ufficio complicazioni affari semplici”): e poi diciamocelo, lo sanno pure i sassi che tanti trasgressori hanno fatto togliere i punti alle patenti non utilizzate di genitori, nonni, bisnonni, trisavoli e arcavoli! (sempre della serie “faccio risultare che…”).

Un’altra cosa che poco apprezzo di questa nazione à la mancata tutela dei risparmiatori: anche sui social, quando si parla di tasse, vedo orde di cicale inferocite scagliarsi contro le povere formiche depositarie di risparmi (che in teoria dovrebbero essere tutelati dalla stessa Costituzione della Repubblica) e, dal bail-in all’ISEE, il risparmiatore è quello che deve prendersi tutte le mazzate e assorbire i colpi degli errori altrui: ma vi pare una cosa giusta?

Problema immigrati e forme di sostegno alle famiglie: qui parliamo davvero “pour parler”, perché mi rendo ovviamente conto che il problema è di difficilissima soluzione, e allora parliamo di principi guida e idee generali, non di soluzioni che semmai dovrebbero venire dopo che questi principi sono stati stabiliti.

Fermo restando che io ragiono in termini di persone e non di categorie, quindi per me ogni uomo è mio fratello, stabiliamo dei punti:

  1. I delinquenti non ce li vogliamo, per cui lo stupratore si ributta in mare, punto e basta. Che si rubi per fame va bene, è istinto di conservazione, ma altri tipi di violenza (tipo il carabiniere preso a sprangate) vanno sanzionati senza indugio e, oserei dire, senza pietà.
  2. Bisogna separare il problema umanitario, che abbraccio con tutto il cuore, da quello che, secondo i politici nostrani, sarebbero nostre esigenze di “risorse”: non si può di fatto impedire ai nostri giovani di fare figli perché non hanno casa, non hanno lavoro, non hanno garanzie economiche per poter mettere al mondo i figli che vorrebbero, e poi andare a spendere dieci volte quei soldi per “importare risorse”, è veramente una beffa nei confronti del popolo italiano che quei soldi li produce anche per dare un futuro ai propri figli (e per averli quei figli, e dopo di loro i nipoti).
  3. Sono contraria a dare la cittadinanza italiana a chi italiano non è: l’essere italiano è una questione prima di tutto culturale, e io inizierei a parlarne sì e no dalla terza generazione.
  4. Tutto ciò premesso, le persone accolte in Italia, come rifugiati o comunque aventi diritto a qualsiasi titolo, è giusto secondo me che abbiano un aiuto iniziale superiore per potersi inserire in una nazione che per loro è straniera e di cui non conoscono né lingua, né usi, né costumi. Qualcuno di voi storcerà la bocca, ma considerate anche che, a parte il fattore umanitario che io comunque avallo, farne dei disadattati e disperati non gioverebbe a nessuno. L’aiuto dovrebbe essere rigorosamente a tempo: tu arrivi, vieni identificato, registrato in un’anagrafe europea, sottoposto a controlli sanitari, inserito in un corso accelerato di lingua ed educazione civica, e poi ricevi un regime priviligiato per un tot tempo, diciamo uno o due anni, dopo di che, come si suol dire, “chi non salta zompa”, sei in Italia e fai la vita del resto degli italiani, con tutte le difficoltà del caso.
  5. Vitalizi: uno vale uno, gli anni in parlamento valgono come anni lavorati nella stessa misura di tutti gli altri: cinque anni in Parlamento valgono cinque anni di contributi, per arrivare alla pensione ne devi lavorare altri 30, 35, 38 che siano come tutto il resto degli italiani.

Insomma, per ora che ve ne pare?

Per fare un governo non servono dei tecnici, basterebbero dei contadini. I contadini infatti ben sanno che, per far crescere bene la pianta, per prima cosa bisogna eliminare i parassiti!

Ma io ci voglio andare in pensione?

Ci hanno promesso la revisione della Fornero, o il superamento, o come lo volete chiamare: insomma, ci stanno facendo intravedere la possibilità di andare in pensione prima della dipartita, e chi come me è vicino all’eta in cui, prima di quella maledetta riforma, si poteva iniziare a considerare l’idea della pensione, un po’ comincia a crederci e a sognare.

E’ in questo momento però che ho capito che non è poi che in pensione io ci voglia proprio andare…

A me il mio lavoro piace, e al momento non è questo il problema. Leggevo del tizio che ha vinto alla lotteria e scaricato un camion di letame davanti alla casa del capo: io, se vincessi la lotteria, comprerei una trifamiliare, quadrifamiliare, e gliela regalerei la casa ai miei capi per averli vicino e non perderli di vista.

Il problema non è il lavoro: il problema è che al netto del lavoro non rimane tempo per niente. Il problema è che, al di fuori del lavoro, tutta la mia vita è in totale stato di abbandono. Il problema è che se si apre una possibilità di andare in pensione tocca prenderla al volo prima che ci ripensino. Il problema è che, tra l’andare in pensione subito e passare al part-time, potrebbe essere più conveniente andare in pensione subito, perché con la logica delle leggi che sfornano rischi che più lavori meno vai a prendere.

Insomma, se passa il superamento della Fornero, essere (in pensione) o non essere, questo è il dilemma!

 

Elezioni 2018: les jeux sont faits!

“Dopo le elezioni la parte più intelligente, colta e modesta d’Italia si è svegliata in un paese razzista, omofobo e fascista. Aiutiamo i cittadini del mondo a lasciare per sempre questa nazione CHE NON LI MERITA!

REGALIAMO LORO UN BIGLIETTO DI SOLA ANDATA

 

Su fb stanno girando ogni tipo di considerazioni sui risultati delle elezioni, da chi esulta a chi grida al peggiore disastro della storia (i primi hanno dedicato ai secondi l’mmagine commentata del post).

Bando alle ciance, voi cosa pensate dei risultati di queste elezioni?