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E il settimo giorno si riposò

Una volta, in Israele, mi capitò di passare un week end a casa, vale a dire nella casa dello studente. In genere ero sempre fuori, ospite di vari amici, ma quel week end no, ero eccezionalmente rimasta in casa.

Divideva l’appartamento con me, tra le altre, una ragazza ebrea osservante, che intendeva celebrare lo Shabbat in modo tradizionale e mi chiese per favore di rispettare il suo Shabbat, che avrebbe pensato a tutto lei.

Accettai, non senza sentirmi limitata nella mia libertà. Al cibo avrebbe pensato lei, che aveva cucinato la sera precedente, e io mi dovevo limitare a non accendere luci né radio (la televisione non l’avevamo).

Dopo un po’ d’insofferenza e anche di noia, cominciammo a parlare (altro da fare non c’era!), e venni così a sapere un sacco di cose della mia coinquilina che prima, nonostante la convivenza, mi limitavo a intravedere di sfuggita e quindi direi:

1° vantaggio del riposo e del silenzio (neanche le automobili e i mezzi pubblici circolano): rapporto umano.

In seguito, un po’ leggendo, un po’ riposando, praticamente costretta a non fare nulla, sentii proprio la mente e il corpo disintossicarsi, e capii quanto ce n’è bisogno e quanto la vita che in genere viviamo sia “inquinante” dal punto di vista dello stress, quindi aggiungerei:

2° vantaggio del riposo e del silenzio: rigenerazione psicofisica.

Ora, dopo innumerevoli lustri, mi trovo in Italia, sempre più incastrata in una vita schiavizzante:

la tecnologia, nata in teoria per aiutarci e semplificarci la vita, ci ha fatto passare dal “possiamo fare tutto in qualsiasi momento” al “dobbiamo fare tutto in qualsiasi momento”.

Siamo un mondo che non si ferma più: la luce elettrica già da secoli ci ha portato a non dover assecondare l’alternarsi del giorno e della notte, da tempo non dobbiamo ritirarci al tramontare del sole, ma mentre in quel caso quelli ignorati erano i ritmi della natura, ora ad essere ignorati sono quelli del nostro corpo e della nostra mente, che oramai da tempo non ce la fanno più.

Tutto ciò premesso, sono favorevole o contraria all’apertura domenicale dei centri commerciali?

Con tutti gli opportuni distinguo, sono contraria e sono contraria per mille motivi (fossi riuscita a terminare la lettura su fb di tutti gli interventi sulla’argomento, favorevoli e contrari, potrei articolare ancora meglio la risposta, ma insomma, in quello mi aiuterete voi).

Tanto per cominciare, i favorevoli sottolineavano il fatto che c’è sempre stata gente che ha lavorato nei festivi, per esempio medici, forze dell’ordine, vigili del fuoco (e grazie al piffero, sono servizi d’emergenza!), oppure alberghi e ristoranti (e qui porgiamo unb ulteriore grazie al beneamato piffero, sono i giorni in cui si lavora di più, anche grazie al fatto che per gli altri è riposo, e gli alberghi poi cosa fai nei festivi, li abbandoni a se stessi o cacci via gli ospiti?).

Orbene, fermo restando che sono mestieri particolari in cui comunque si presuppongono dei turni e che le persone a un certo punto si possano e debbano riposare, è giusto allargare questa inarrestabilità dell’orario di lavoro a tutte le categorie, anche per questioni davvero poco urgenti, come fare la spesa o shopping in generale?

Qualche rosicone obiettava “Lavoro io, schiatta pure tu!”, che non mi sembra un gran principio, altri sottolineavano che questo rappresenta un’opportunità di lavoro ulteriore in un momento di crisi: ecco, ci credete voi? Nella maggior parte dei posti di lavoro la turnazione ricade sul personale già in forze, costringendolo a ritmi estenuanti, e anche negli altri casi la creazione di questi lavori “a chiamata”, che durano solo un giorno e solo ogni tanto, anziché aumentare i posti di lavoro aumentano il senso di precarietà.

Ho amici, anche in posti molto importanti, che a mezzanotte o alle quattro di mattina sono ancora lì a lavorare, persone che si portano il lavoro anche al mare quando fanno finta di andare in vacanza o in ospedale quando capita di dover assistere un familiare: per familiare intendo i genitori, massimo un fratello o una sorella, perché perlopiù questa gente una vita non se l’è riuscita a creare; ma ammettiamo che esista ancora una struttura familiare, e ammettiamo che comunque venga concesso un giorno di riposo a compensazione della domenica, quando s’incroceranno più questi familiari?

Già il desco familiare poco esiste ormai, già la domenica tutti insieme a tavola fa parte di una tradizione che si va vieppiù estinguendo, vogliamo dargli la mazzata finale?

Vogliamo dimenticarci che siamo umani e non automi? Vogliamo dimenticarci che abbiamo una vita sola e non dobbiamo ridurci a schiavi il cui unico scopo e di fare ingrassare i padroni o dare modo ai pigri, annoiati e disorganizzati di non fare i conti con il tempo, e di poter fare quello che vogliono quando vogliono, rigorosamente sulla pelle di qualcun altro?

A me piace quest’idea del centro commerciale sempre aperto, ma non ne voglio ignorare il costo in termini umani e sociali: tutto i pro di cui sopra, possiamo ottenerli in altro modo, e vorrà dire che la domenica la passeggiata, anziché al centro commerciale, me la farò in qualche villa se è bel tempo, e in qualche museo se non lo è (ma anche, perché no, a casa al calduccio, a godermi finalmente famiglia e riposo).

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Largo ai giovani?

Ora farò un discorso che apparirà impopolare, ma vi invito a riflettere sul mio punto di vista.

Parlavo con una mia amica che, quarantenne, sta tentando di rientrare nel mondo del lavoro. Con esperienza, qualificata, la risposta delle aziende, almeno di quelle che non ci girano intorno, è regolarmente “Preferiamo assumere i giovani perché costano di meno”.

Ora, da un punto di vista sociale, favorire i giovani rispetto alle persone più grandi è un obbrobrio, ed assolutamente controproducente sotto vari punti di vista:

1) Intanto il largo ai giovani bisogna farlo mandando in pensione i non più giovani che hanno già dato, e non lasciando in mezzo alla strada orde di padri e madri di famiglia, quarantenni e cinquantenni, spesso con figli a carico quando non pure i genitori (passati i tempi in cui la pensione del genitore anziano poteva essere utile, oggi per l’assistenza, tra strutture e badanti, bisogna di regola metterci sopra una differenza).

2) Il giovane è giovane, il valore aggiunto che porta è relativo: può essere insicuro, non avere dimestichezza, è sicuramente inesperto e non è escluso che, con una scuola oramai da troppi anni ridotta a promuovificio sfornasomari, non porti neanche la sua preparazione. Può invece essere brillante, portare la freschezza delle sue idee, una nuova visione, ma comunque le ossa se le deve fare e una guida più esperta, un personaggio solido cui fare per un periodo da “secondo”, non può che fare bene alla salute di entrambi.

3) Mettiamoci pure che le tasse che le aziende pagano sono generalmente proibitive, e che quindi il risparmio, anche a discapito della qualità, diventa un obbligo per la sopravvivenza, e ne avremo una società che fa acqua da tutte le parti: id est, la nostra.

Giustissimo che i giovani vogliano la loro indipendenza, ma stare un po’ più a carico dei genitori, in una società che ristagna e non ha lavoro per tutti, credo che possa essere più tollerabile di un adulto che non sa dove sbattere la testa e magari ha pure figli carico (oramai piucchealtro “figlio”, chi – tra le persone coscienti e inserite nella società – si azzarda a farne più di uno?).

Parliamo poi dei “lavoretti”, quelli non all’altezza della preparazione e capacità di una persona: che un giovani si “arrangi”, magari raccogliendo i pomodori o lavorando in un call center, può pure essere una fase transitoria accettabile, ma per un adulto, soprattutto con famiglia, uscire da una posizione consolidata per andare a cogliere i pomodori può essere di gran lunga più umiliante e fisicamente difficoltoso.

Eppure lo Stato le agevolazioni le propone per i giovani.

Uno che è adulto, magari laureato e con vent’anni d’esperienza, che non appartiene a nessuna categoria disagiata, per questa nazione può pure andare a buttarsi a fiume.

Comunque, poveri noi, ma anche poveri giovani, cui abbiamo lasciato un mondo spolpato di risorse e valori!

Cerco lavoro

Ecco, io ci ho provato a sensibilizzare certe persone che mettono annunci del tipo “Cerco lavoro” punto, senza dire non solo chi sono, quanti anni hanno, ma neanche che qualifiche, che competenze, cosa cercano e cosa sono disposti a fare. Ma dico, cerchi lavoro, me lo vuoi dire quello che sai fare? Io a qualcuno ci ho provato a dirlo, insomma, sai fare qualcosa, hai una competenza specifica, se cerchi un lavoro anche umile, ce l’hai il fisico per fare magari l’uomo di fatica, o magari sei un diplomato alla ricerca del primo impiego, sai una lingua straniera, hai uno straccio di referenze, sai imbiancare, cambiare una guarnizione, insomma, vuoi dire qualcosa di te? Ma che accidente significa “cerco lavoro”?

Uno mi ha risposto “Volevo dire che sono disposto a tutto”. A parte che, purtroppo, la disperazione non è mai un buon biglietto di presentazione, se non forse per la microcriminalità, non è che per fare un mestiere qualsiasi basta essere disposti, un minimo di competenza ci vuole praticamente per tutto: macché, parole al vento, la gente continua a scrivere “Cerco lavoro”, e io non mi stupisco per niente del fatto che non lo trovino…

Storia di una formica produttiva

Storia di una formica produttiva (dal web).

Tutti i giorni, molto presto, arrivava in ufficio la Formica produttiva e felice. Lì trascorreva i suoi giorni, lavorando e canticchiando una vecchia canzone d’amore. Era produttiva e felice ma, ahimé, non era supervisionata. Il Calabrone, gestore generale, considerò la cosa impossibile e creò il posto di supervisore, per il quale assunsero uno Scarafaggio con molta esperienza. La prima preoccupazione dello Scarafaggio fu standardizzare l’ora di entrata e di uscita e preparò pure dei bellissimi report. Ben presto fu necessaria una segretaria per aiutare a preparare i report, e quindi assunsero una Ragnetta, che organizzò gli archivi e si occupò del telefono. E intanto la formica produttiva e felice lavorava e lavorava. Il Calabrone, gestore generale, era incantato dai report dello Scarafaggio supervisore, e così finì col chiedere anche quadri comparativi e grafici, indicatori di gestione ed analisi delle tendenze. Fu quindi necessario assumere una Mosca aiutante del supervisore e fu necessario un nuovo computer con stampante a colori. Ben presto la Formica produttiva e felice smise di canticchiare le sue melodie e cominciò a lamentarsi di tutto il movimento di carte che c’era da fare. Il Calabrone, gestore generale, pertanto, concluse che era il momento di adottare delle misure: crearono la posizione di gestore dell’area dove lavorava la Formica produttiva e felice. L’incarico fu dato ad una Cicala, che mise la moquette nel suo ufficio e fece comprare una poltrona speciale. Il nuovo gestore di area – è chiaro ebbe bisogno di un nuovo computer e quando si ha più di un computer e necessaria una Intranet. Il nuovo gestore ben presto ebbe bisogno di un assistente (Remora, già suo aiutante nell’impresa precedente), che l’aiutasse a preparare il piano strategico e il budget per l’area dove lavorava la Formica produttiva e felice. La Formica non canticchiava più ed ogni giorno si faceva più irascibile. “Dovremo commissionare uno studio sull’ambiente lavorativo, un giorno di questi”, disse la Cicala. Ma un giorno il gestore generale, al rivedere le cifre, si rese conto che l’unità, nella quale lavorava la Formica produttiva e felice, non rendeva più tanto. E così contattò il Gufo, prestigioso consulente, perché facesse una diagnosi della situazione. Il Gufo rimase tre mesi negli uffici ed emise un cervellotico report di vari volumi e di vari milioni di euro, che concludeva: “C’è troppa gente in questo ufficio.” E cosi il gestore generale seguì il consiglio del consulente e licenziò la Formica incazzata, che prima era felice.

MORALE:
Non ti venga mai in mente di essere una Formica produttiva e felice. E’ preferibile essere inutile e incompetente. Gli incompetenti non hanno bisogno di supervisori, tutti lo sanno. Se, nonostante tutto, sei produttivo, non dimostrare mai che sei felice. Non te lo perdoneranno. Inventati ogni tanto qualche disgrazia, cosa che genera compassione. Però, se nonostante tutto, ti impegni ad essere una Formica produttiva e felice, mettiti in proprio, almeno non vivranno sulle tue spalle calabroni, scarafaggi, ragnetti, mosche, cicale, remore e gufi.

Art. 4: il diritto al lavoro, e il dovere di svolgerlo

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Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Vogliamo parlarne? La Repubblica promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto, con concorsi dalle procedure a dir poco discutibili e uffici di collocamento (o che per essi) che non hanno mai funzionato? E questo dovere civico di svolgere un lavoro, quanto è stato disatteso da gente che, in passato, è stata anni, lustri e decenni in cassa integrazione, a volte pure fino alla pensione, senza nessuna intenzione di cambiare la situazione e di rendersi utile alla società, senza nessun sentore di essere semplicemente un parassita? Quanti sono vissuti con pensioni d’invalidità non dovute, peraltro, a quanto si mormora, bonificate a piffero?

Ora la pacchia è finita, gli ammortizzatori sociali non danno più tanta copertura, ma questa è stata una perdita da un punto di vista sociale, perché è vero che non c’è più per chi avrebbe parassitato, ma non c’è più neanche per chi è in condizioni di reale bisogno e non riesce a trovare un nuovo lavoro.

E’ vero pure che tante inziative di riqualificazione ci sono, ogni tanto vedo bandi della Regione, ma magari non sono per tutti, o non sono sufficientemente pubblicizzate. E poi, che ti riqualifichi o meno, se perdi il lavoro a 50, 55 anni, quale impresa privata ti riassorbe, consideranto che ti mancano ancora quasi VENTI ANNI alla pensione?

Finora ho parlato esclusivamente di lavoro dipendente, ma sul fronte della libera professione e della libera iniziativa non è che siamo messi meglio: pratiche burocratiche a parte, pare che tasse e imposte per i liberi professionisti siano veramente a livello vessatorio, ed essere in regola – ammesso che ci si riesca – comporta una rapida chiusura dei battenti. Gira una barzelletta che recita: “Solo due negozianti su tre rilasciano lo scontrino. E il terzo? Il terzo fallisce”. Triste ma vero, altro che barzelletta!

Io credo che questo annichilimento della possibilità del singolo di fare impresa, di inventarsi una qualsiasi attività (io alle medie disegnavo a mano bigliettini di auguri di Natale e li vendevo, oggi probabilmente sarei perseguita come evasore fiscale!!!) tarpa le ali a giovani e meno giovani, mentre grossi industriali e imprenditori sicuramente trovano il modo per occultare i propri guadagni (ogni volta che chiedo la fattura al mio idraulico me la fa scontare!).

La ricetta per superare tutto questo? Intanto una buona iniezione di educazione civica, di dignità personale, senso di appartenenza alla società e amor proprio per tutti i cittadini. Secondo, buon senso fiscale e concorsi trasparenti. Forse questo non risolverà tutto, ma sicuramente sarà un incentivo per tutti gli italiani per imboccarsi le maniche e inventarsi qualcosa che potrà dare esito positivo non solo per se stessi ma anche per la nazione (insomma, alla fin fine le start up portano soldi…).

Inutile sottolineare che io sono per una società meritocratica, in cui tutti possano avere le stesse possibilità e godere dello stesso punto di partenza, ma che l’arrivo sia deciso da impegno e capacità, basta livellamento, basta con queste pastoie del tutti uguali, non siamo tutti uguali!

ps: ricordo benissimo di avere scritto un post con una presentazione il cui titolo suonava più o meno come “non siamo tutti uguali”, e metteva a confronto persone diverse che hanno fatto, nella vita, scelte diverse (ad esempio, venivano messe a confronto Emanuela Setti Carraro con Ruby “rubacuori”, tanto per dirne una). Non sono riuscita a trovarlo, sarò grata a chi mi darà una mano.

 

Di routine

passaggio dimensione - ascensione

Domani torno al lavoro.

Non è che mi dispiaccia, io amo il mio lavoro ma… nella valutazione di un posto di lavoro intervengono tanti elementi, ubicazione, collegamento, contesto…

Tra i colleghi, che in linea di massima sono stupendi, un paio di pecore nere ci sono: fisiologico, direte con ragione voi, ma non per questo meno fastidioso.

Con una mi sono intuzzata malamente giusto prima di partire per le ferie, una che in posti di lavoro come il nostro, a stretto contatto con persone autorevoli, di grande prestigio e cultura, secondo me non ci dovrebbe proprio stare, ma tant’è. Non vi dico la definizione che do di lei perché non voglio svenderla prima di avergliela sbattuta in faccia, ma non è che il pensiero dello scontro, che cercherò comunque di evitare, mi alletti.

Resta il fatto della routine, del lungo orario – causa trasporti – che non ti permette una vita, con l’effetto di trascurare anche la salute, e quindi rendere quel pochissimo tempo a disposizione pure di qualità inferiore.

Resta il fatto che, causa stanchezza, non ce la fai a condurre una vita sociale, salti eventi anche importanti e cui terresti e che, chi lo sa, magari potrebbero dare un indirizzo diverso alla tua vita.

Si ricomincia con l’uscire di casa presto e tornare tardi, crollando sul letto senza neanche la voglia di guardarsi attorno, poi il sabato la mamma e la domenica il tentativo di gestione dell’ingestibile casa, abbandonata come sapete il resto dei giorni in mano ai lanzichenecchi.

Ho un figlioccio, che nella vita ha fatto scelte molto diverse dalla mia, si è sempre gettato arditamente nelle cose, ha rischiato, spesso ha perso, si è rotto le ossa più volte metaforicamente e ahimé, anche materialmente, ma ora è una persona felice e realizzata. Della sua vita dice “Ho trovato la mia dimensione, anzi, è la mia dimensione che ha trovato me”.

Ecco, fermo restando che non credo che troverò la mia dimensione se non tento almeno di cercarla, mi chiedo se la mia dimensione invece stia cercando me, e se mi troverà prima o poi.

E con questo ho concluso, vi auguro buona domenica!

Sissi e il lavoro

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Mentre continua la più totale mancanza di collaborazione in casa, con pianti a dirotto come le si rimprovera qualcosa, appellandosi al tempo tiranno e all’infondatezza delle mie lagnanze, arriva per Sissi un’opportunità di lavoro: peccato che non lo cercasse.

Cinque ore e passa ogni giorno, più il trasbordo, e quando studierebbe? Ma, guarda caso, all’improvviso quel tempo che per collaborare in casa proprio non aveva (le ho chiesto un’ora d’impegno al giorno!) diventa recuperabile, la giornata diventa organizzabile, la possibilità di diventare economicamente indipendente l’attira, e sputa sulla possibilità che le offre sua madre di fare la principessa dedicandosi agli studi e basta, senza nessuna preoccupazione.

Ovviamente il lavoro, qualunque dovesse essere la retribuzione nel caso lei accettasse, non è un lavoro qualificato, per cui non vale certo la pena di rallentarsi – o non sia mai interrompere! – il percorso di studi.

La persona “di fiducia”, quella con cui puoi dormire tra quattro guanciali, io capisco che sia richiesta, ma sono lavori sempre a termine (ti affido la mamma malata, o la figlia piccola, o la casa mentre io non ci sono, o la cassa del negozio nel periodo in cui il mio genitore/figlio/consorte/ è impegnato) e, se la persona cui questa possibilità viene offerta ha bisogno, è una manna, se non ha bisogno e si presta è comunque un’esperienza ed è encomiabile la voglia di lavorare, ma se non ha bisogno e deve trascurare doveri più impellenti, non sarà un pochino irresponsabile?

Eppure capisco che in questo momento, in cui sembra che l’ambiente domestico le stia stretto e la renda così poco reattiva, una novità responsabilizzante non ci starebbe male.

Un mio amico mi ha detto che lui, quando ha trovato lavoro, è stato il momento che ha messo il turbo per l’università, e io stessa ho studiato lavorando a tempo pieno (con l’università era fuori città!): certo, io non sono proprio da prendere d’esempio, visto che alla fine sono caracollata e sono finita intubata all’ospedale…