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Una nuova fase

Beh, che sono un po’ meno presente l’avrete notato, come pure sapete quello che bolliva in pentola, però torno con buone notizie.

Con un sottile gioco di trattative, non esclusivamente mie, e trattenendo il fiato sulle montagne russe delle varie possibilità e dei possibili scenari e intrecci, diciamo che le cose sono andate oltre ogni rosea previsione, il rapporto con la precedente azienda  si è concluso felicemente e l’ingresso in quella nuova oramai è confermato e consolidato.

Il lavoro è oggettivamente aumentato, ma serviva una nuova sferzata di energia, uno stato d’animo meno stanco, nuovi collaboratori, nuovi colleghi etc. etc.

Ho fatto l’estratto conto contributivo, e purtroppo qualcosa è andato perso: colpa loro, ma me ne sono accorta tardi, e qualcosa non è recuperabile, qualcos’altro forse sì, ma pure lì c’è da lavorare.

Per quanto riguarda la pensione, se confermano quota cento io tra qualche anno potrei usufruirne, non perché non stia bene al lavoro (veramente sto benissimo, e devo dire che lo amo anche moltissimo, sia il lavoro sia l’ambiente), ma il fatto è che la vita non ci appartiene, e abbiamo visto anche qua nella blogsfera persone che se ne sono andate così, giovani e senza preavviso; davvero stiamo come sugli alberi le foglie, e un po’ di vita senza pressione me la vorrei vivere (anche se poi so che si rimpiange pure la pressione).

Andiamo avanti così, con un pensiero a mio padre, che ha passato tante, tante difficoltà, e a cui ora avrei potuto regalare un po’ di tranquillità ma, ahimé, non c’è più. Mi consolo dicendomi che poi il suo più grande desiderio era darla a noi la serenità, e almeno in questo ha vinto la sua battaglia.

Ora mi vado a godere la mia domenica di sfaccendamenti domestici, buona domenica anche a tutti voi, e a presto!

I primi e gli ultimi

Mi è rimasta impressa una frase di mia figlia in risposta a qualcuno in una discussione, in cui sottolineava l’amoralità del fatto che, se i primi sgomitavano per essere sempre più primi, gli ultimi di conseguenza sarebbero diventati sempre più ultimi, più esclusi e più reietti.

Il problema non è così facile come potrebbe pensare, perché sarebbe tanto facile dire che nessuno deve rimanere indietro, ma poiché non siamo tutti uguali, e poché oggettivamente non tutti abbiamo le stesse capacità nei vari campi, questa millantata uguaglianza che vorrebbe tutti uguali non è possibile raggiungerla se non tarpando le ali ai migliori affinché tutti razzolino a terra e nessuno sia più su di un altro.

Ecco, la mia domanda è: cui prodest? A chi giova? Quando non avremo più un abile chiururgo, un letterato eccellente, un architetto capace, ma anche un cuoco, un sarto o un muratore, perché nessuno deve rimanere indietro e quindi tutti devono assestarsi al livello dei più incompetenti, incapaci e mediocri, come avremo ridotto la società? Come avremo ridotto la nostra vita, la nostra salute, la nostra quotidianità, la nostra possibilità di miglioramento e di progresso?

Una politica illuminata (che i partiti che in nome dell’uguaglianza promuovono la massificazione e la perdita di identità decisamente non hanno) dovrebbe tendere a facilitare la crescita e il progresso di chi ha le capacità di andare avanti, e del cui talento tutta la società usufruirà, e nel contempo promuovere delle politiche di inclusione per far modo che chi resta indietro possa comunque in qualche modo trovare una propria strada e procedere.

Credo che sia capitato a tutti di vedere persone riuscire davvero male in qualche campo, tanto da sembrare con seri problemi intellettivi, e poi averli visti sufficientemente realizzati o addirittura sfondare in altri campi: io personalmente credo che ognuno abbia un proprio talento, una missione nella vita che è capace di portare avanti più di altri, ma se anche così non fosse, vi pare che affossare i talenti sia la soluzione?

Io credo che si debba cambiare totalmente prospettiva: mettiamo caso che una persona scopra una cura contro il cancro, non sarà forse l’umanità intera a beneficiarne? Ecco la chiave di lettura, noi siamo parte di un’umanità, siamo una squadra, e l’importante è che qualcuno ce la faccia, l’importante è che certe scoperte vengano fatte, certe invenzioni realizzate, ed è nel nostro interesse supportare chi può farcela, perché alla fine il traguardo sarà un traguardo raggiunto da tutta l’umanità.

Sempre nella stessa ottica di “se io stessi al governo”, i più bravi, i più sgobboni, quelli con più talento, che più si rimboccano le maniche, che più hanno acume, quelli li individuerei e sponsorizzerei (non li farei fuggire all’estero…). Per gli altri, ogni sostegno, ogni aiuto possibile, ogni apertura di possibilità alternativa che, badate bene, probabilmente sarà pure pagato/reso possibile dai bravi di cui sopra, non dimentichiamocelo!

E poi, consideriamo anche che, spesso e volentieri, non sono le capacità che mancano, ma la voglia, e voi sapete quanto io abbia diciamo in antipatia, tanto per usare un eufemismo, i parassiti di ogni tipo. Tanto per usare un esempio fatto giusto a mia figlia in questa occasione, un conto è che l’autobus si fermi per aspettare che l’anziano col bastone lo raggiunga (e che il mondo impari a non lasciare iindietro chi ha il passo più lento, che il mondo impari il rispetto per l’anziano e a rimodulare le proprie priorità), un conto è che si fermi per aspettare il tizio/la tizia che passeggiano più o meno sculettando mentre parlano amenamente al telefonino: cocco/a, il mondo non sta al tuo servizio e non si ferma per aspettare i tuoi comodi!

Noi non amiamo i circoli esclusivi, ci piacciono quelli inclusivi, ci piace la solidarietà, la fratellanza, etc. etc. etc., ma non ci piacciono neanche i carrozzoni di gente che vive a bilancino, che intende vivere a carico del prossimo perché lavorare stanca e vai avanti tu che mi vien da ridere.

Sono stata una prima della classe che non ha mai fatto copiare? Ebbene sì, lo sono stata, e vi confesso che, tornando indietro, farei esattamente la stessa cosa. Sono stata una persona preparata che ha sempre aiutato gli altri a superare le proprie lacune e che ha messo a disposizione il proprio tempo e il proprio impegno per aiutare gli altri ad andare avanti? Sì, lo sono stata, e ho sempre continuato a esserlo.

Tutti conosciamo la massima “Se dai un pesce a un uomo lo sfami oggi, se gli insegni a pescare (*) l’avrai sfamato tutta la vita” e io ho sempre insegnato a pescare, ma il mio pesce, pescato con fatica mentre tu te ne stavi in panciolle dondolandoti al sole, se permetti non te lo do: ripeto, gli scanzafatiche/parassiti/lavativi/fancazzisti io proprio non li mando giù!

(*) magari un primo pesce sì, si dovrà pure rimettere in forze per poter iniziare a pescare!  😉

In politica, ovvero l’Italia che vorrei #3

Mentre l’attuale governo continua a sparare, diciamo così, fantasiose soluzioni alla crisi che vanno dalle tasse sulle merendine ai ricchi premi e cotillon per l’utilizzo dei pagamenti elettronici, ci ritroviamo in un’Italia sempre più malmessa e sempre per i soliti problemi.

Un video pubblicato su fb giorni fa ricordava della profonda cultura dei politici della ricostruzione mentre ora, ed è la cosa che più mi fa soffrire, è stata sdoganata l’ignoranza. Oggi, senza un piano preciso, va al governo gente inesperta, che improvvisa soluzioni poco strategiche e spesso dannose, spesso in preda a deliri giovanili di salvataggio del mondo, e il popolo sotto a subire sempre più danni.

Come tentano poi di riparare a questi danni? Ma aumentando le tasse e diminuendo i servizi ovviamente, una formula – fallimentare – vecchia quanto il mondo, che finisce col demonizzare gli innocenti e criminalizzare gli onesti, colpevoli di non riuscire a produrre al ritmo in cui i nostri governanti sprecano.

Il movimento 5 stelle, che ha rappresentato il sogno del riscatto per quelli che non ne potevano più del sistema, ci ha messo un niente a diventare parte del sistema che si era impegnato combattere, e ad usare quel mandato, conferito dai cittadini per scalzare la casta, per rafforzarla e sostenerla.

Oramai tutta la gente della mia generazione, con figli diplomati e laureati, racconta di come siano dovuti emigrare per trovare una sistemazione, mentre da noi si respira sempre più aria di incoscienza nelle alte sfere e Medioevo nelle basse.

La sanità pubblica, un tempo fiore all’occhiello dell’Italia, è sempre meno fruibile, si tampona con attività intramoenia e assicurazioni private, – di fatto spostandoci sempre più verso l’assistenza privata – e la vita è sempre più dura per chi è costretto a pagare anche l’aria che respira per cui, alla fine, cerca di non respirare.

Io insisto che i due pilastri da iniziare a risollevare sono istruzione e sanità, oltre alla sensibilizzazione di una popolazione che deve acquisire una coscienza civile e non deve più rendersi complice di accaparramenti e intrallazzi (che, dispiace dirlo, ma pare che l’abbiamo nel DNA, dall’accaparramento dei medicinali anche inutili alle mancate fatture e ai falsi CID, etc. etc. etc.).

Quello che ho notato è che in Italia è diffusissimo l’uso di “far risultare che”, anche se spesso si tratta semplicemente di legittima difesa per riuscire a sopravvivere, ma proprio per questo motivo l’Italia ha sfornato leggi e norme contortissime per stanare i simulatori che finiscono per colpire chi, invece, in una certa situazione ci si trova davvero.

Ma torniamo a bomba.

Una signora, a quanto ho capito piuttosto facoltosa, di fronte ai cassonetti traboccanti rifiuti si lamentava dei criteri di calcolo delle tasse per la nettezza urbana, che si basano sulla metratura della casa anziché sul numero degli inquilini.

“E’ una patrimoniale nascosta”, denunciava lei, e certo che sì, perché una persona sola alla fine non produce più rifiuti se sta in un’abitazione di 200 mq piuttosto che di 50, e certamente le quattro o cinque persone che spesso abitano in un appartamento di 50 mq (ma spesso, se sono extracomunitari, si stipano anche in più persone) ne producono di più.

Allo stesso modo è una patrimoniale nascosta il calcolo dell’ISEE per cui, a parità di reddito, i risparmiatori hanno meno esenzioni rispetto agli sperperatori, e continuano a pagare tutto di più e di più a fronte di un capitale posseduto già al netto di tasse, e se non è patrimoniale questa…

La scuola pubblica ancora resiste, ma a quali condizioni? E anche lì, poveri disgraziati pagano la mensa e gente che arriva davanti alla scuola con macchinone e cellulare ultimo modello per sé e per il figlio invece gode dell’esenzione.

Io credo che oramai la fame e sete di giustizia tra la gente onesta, che paga le tasse senza averne ritorno, sia quasi ai massimi storici. Credo che la gente onesta sia stufa di uno stato assistenzialista e garantista che fa di Abele la vittima d’elezione.

Abbiamo bisogno del ripristino della legalità, abbiamo bisogno che venga ribadito il diritto alla legittima difesa, abbiamo bisogno di meno condoni e più giustizia, abbiamo bisogno che I SOLDI DEI CONTRIBUENTI VENGANO USATI PER I CONTRIBUENTI, e sicuramente il mio motto sarebbe: “Assistenza sì, assistenzialismo no”.

Tornando a bomba, vorrei una scuola più selettiva, che non permetta ai lavativi di risucchiare energie alla pubblica istruzione e nel contempo non costringa gli studenti più dotati ad abbandonare per bisogno economico: scuola primaria obbligatoria per tutti, scuola secondaria offerta a tutti, ma a tutti quelli che intendano usufruirne a pieno titolo. Il numero chiuso all’università andrebbe assolutamente abolito, e se non fosse possibile per mancanza di risorse abolirlo subito, sicuramente andrebbero cambiati i criteri di ammissione, che si dovrebbero basare su tutta la carriera scolastica dello studente e non su un test a crocette modello “o la va o la spacca”.

Nella sanità andrebbero individuati tutti gli sprechi (qualcuno mi parlò una volta di forniture finite in magazzino ancora imballate, e mai utilizzate da alcuno), ma senza tagli assurdi che penalizzano chi è davvero malato e ha bisogno di assistenza (qui il discorso è lungo, ma pare che i calcoli dei giorni previsti di degenza per singola patologia/intervento chirurgico presentino delle falle su cui lavorare, tipo la situazione pregressa del paziente che potrebbe, a fronte di un medesimo intervento, avere bisogno di più assistenza e di più giorni di osservazione).

Aggiungo, farei dell’abbattimento delle barriere architettoniche una battaglia personale.

Continuo comunque a pensare che per risollevare l’Italia ci sia bisogno dell’intervento di tutti gli italiani, di una presa di coscienza collettiva e di un controllo capillare, perché si deve prendere coscienza che il vicino che non paga le tasse non sta rubando a un ipotetico e incorporeo stato, ma sta rubando a te e alla gente come te, sta togliendo un’aula a una scuola, una borsa di studio a uno specializzando, una valvola cardiaca a un cardiopatico, un’analisi specialistica a un malato, etc. etc. etc.

Chi evade le tasse uccide. Chi permette che venga fatto, chi fa spreco di denaro pubblico, pure, ma anche chi strangola le aziende obbligandole o all’evasione o al fallimento.

Sempre con la raccomandazione di non prendersela col barista che si  è permesso di regalare una caramella a un bambino senza battere lo scontrino.

Un sogno che non ha bisogno di Freud

Stanotte ho sognato che ero al lavoro, venivano prima un mio collega e poi il mio capo per parlare della situazione. A un certo punto uscivamo per prenderer un caffè e non trovavo più la strada per rientrare; ho trascorso la notte intera a girare intorno a questo edificio, o insieme di edifici, una specie di città, per cercare di rientrare al mio posto di lavoro, ma le porte che aprivo erano o serrate o di gabinetti per lo più sporchi.

Credo che non ci sia bisogno di una grossa fantasia e/o preparazione psicoanalitica per interpretarlo…

 

Quanto è facile la vita degli altri!

Picasso – due donne che corrono sulla spiaggia – 1922

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Sappiamo bene come la gente di deandreiana memoria sia prodiga di buoni consigli, tutti sanno vivere la vita degli altri, ed è davvero una gran disdetta indipendente dalle proprie capacità che non sappiano vivere la propria.

A prescindere dei consigli idioti e non richiesti che la gente continua a darmi, nonostante io non nasconda di non apprezzarli affatto e di ritenerli inappropriati, banali e fuori luogo, sto osservando questo fenomeno più in grande in occasione questa crisi lavorativa che sta coinvolgendo me con tutti i miei colleghi.

Oramai siamo agli sgoccioli, pochi giorni ancora e ci ritroveremo con un vuoto davanti a noi che già ci fa paura. Si parla di come faremo, come pensiamo di organizzarci, come pensiamo di affrontarla e, incredibile dictu, ognuno paragona la propria situazione a quella degli altri, e a ognuno la propria sembra peggiore: chi è più giovane ritiene che chi è più vicino alla pensione sia più fortunato, ma questi ultimi, cui magari alla pensione mancano sei o sette anni, pensano che chi è più giovane abbia più possibilità di trovare un altro impiego, mentre loro come faranno a sbarcare il lunario in quei sei /sette anni? Chi è solo ritiene fortunato chi ha un consorte che continuerà a portare i soldi a casa, ma chi è sposato, e magari con figli, pensa al milione di spese e di impegni presi contando su un doppio reddito. Chi ha i figli all’università si lamenta dei costi enormi degli studi universitari (specie se il figlio è fuori sede), ma chi li ha piccoli pensa agli anni ancora che dovrà trottare e provvedere a loro prima che siano indipendenti.

Insomma, in ogni circostanza l’erba del vicino è sempre più verde, e la vita degli altri sempre più felice, facile, gestibile, organizzabile.

In politica, ovvero l’Italia che vorrei #2

Per fare un governo non servono dei tecnici, basterebbero dei contadini. I contadini infatti ben sanno che, per far crescere bene la pianta, per prima cosa bisogna eliminare i parassiti!

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Mia figlia continua a sostenere che mi vedrebbe bene in politica (di cui non mi sono mai occupata), ma anche altri sostengono che io le capacità le avrei eccome, e potrei fare del bene alla nazione. Ripropongo dunque il mio manifesto elettorale (vabbè, le elezioni ci sono appena state, sarà per le prossime 😉 ). Quali altri problemi vivete e vorreste fossero affrontati e come? Indicatemeli, e discutiamone insieme.

Ci tengo comunque a chiarire varie cose: quello che vorrei è una cosa, quello che poi sarebbe oggettivamente possibile fare con i vincoli esistenti probabilmente si discosterebbe, ma credo sia comunque bene stabilire dei principi quantomeno a cui tendere.

Quello di cui non ho parlato nel post precedente e che invece è un argomento che ho molto a cuore, è l’ambiente: un ambiente sano, in cui la salute delle persone non sia minacciata, è sicuramente ciò cui mi dedicherei in maniera prioritaria. Pure al numero uno della mia agenda sarebbe la Sanità Pubblica: tutto il resto è meno importante perché, qualunque sia la vita che vogliamo vivere, essere vivi è decisamente la conditio sine qua non.

L’attenzione all’ambiente e alla salute dei cittadini, comporterebbe pure un controllo ulteriore e prioritario dei prodotti importati (traduzioni: basta pomodori cinesi sulle nostre tavole, laddove i nostri bei pomodori maturati al sole finiscono nelle discariche).

Mens sana in corpore sano, questo aspettatevi sia il mio impegno al governo: salute, istruzione, e poi il lavoro verrà da sè (vabbè, proprio da sé no, ma ci siamo capiti).

 

 

Il colloquio di lavoro

La crisi incalza e più di una persona, avanti con gli anni, si trova oggi con la serissima prospettiva di doversi guardare intorno per trovare un nuovo lavoro, o meglio, una nuova fonte di reddito, e mi chiedo francamente se l’intervistatore di turno differenzi le domande a seconda di chi si trova di fronte o applichi pedissequamente un’intervista standard.

Me lo vedo l’intervistatore a porre la domanda fatidica, quella che lo fa sentire importante, che lo fa sentire grande saggiatore dell’ambizione, determinazione e grinta altrui:

“Lei, dove si vede tra cinque anni?”

Che uno, a una certa età, potrebbe pure essere tentato di rispondere: “Amore della casa, ma dove vuoi che mi veda tra cinque anni, in pensione mi vedo, a giocare coi nipotini possibilmente, oppure mi vedo andare ancora al lavoro con la badante, completamente rimbambito come il vecchio banchiere di Mary Poppins”.

Chiederà le competenze? Probabilmente, ma se ti dico che so guidare l’auto, come farai a distinguere se sono Niki Lauda o il vecchietto col cappello? Io personalmente mi sento Niki Lauda, mi rendo conto di avere una mente che spazia, analizza, valuta e organizza, che imparo in fretta e per tutta la vita sono stata l’allieva che supera il maestro ma, scherzi a parte, poniamo per ipotesi che uno venga da un’azienda che le persone non ha saputo valorizzarle – un po’ come l’azienda Italia, che i cervelli li manda all’estero e quelli *diciamo un po’ meno cervelloni* li mette a fare i ministri – come potrà dimostrarlo in fase di colloquio?

Che poi potrebbero chiedere – a questo ipotetico personaggio: “E lei perché non se n’è andato altrove?”.

Dice un vecchio proverbio:

L’uomo ha il bene, cerca il meglio, trova il male e se lo tiene stretto per paura del peggio

e direi che ci può stare tutta, anche se non fa onore al pavido che non ha osato.

Diciamo poi che è anche una questione di priorità:

io, per esempio, in quest’azienda, la mia oasi felice me la sono creata, perché cambiare? Sono seduta alla mia scrivania, attrezzata tipo base spaziale, a ricevere complimenti dalla mattina alla sera, e mica mi dispiacerebbe continuare così, magari riducendo i tempi, perché la mancanza di tempo è il mio male cronico, dovuto però più alla distanza e all’inefficienza dei trasporti pubblici che all’effettivo orario di lavoro.

Insomma, chi vivrà vedrà…  certo è che la cosa migliore è prenderla con molta filosofia, o rassegnazione, o fatalismo, o momento di trasformazione ed opportunità di crescere:

“Ora e qui”, impariamo dai maestri zen, oggi è l’unico giorno che possiamo vivere, perché ieri è passato e domani ancora non esiste.

Ecco, alla domanda “Dove si vede lei tra cinque anni?” io sarei piuttosto portata a rispondere “Io mi posso vedere solo oggi, e mi vedo qua, davanti a lei” e mi morderei le labbra per non aggiungere “al massimo mi posso ricordare quando sedevo al suo posto”.

Carpe diem.

PS: giuro che quest’articolo l’ho letto dopo aver scritto il post (stavo cercando un’immagine da inserire): https://www.manageritalia.it/it/lavoro/come-gestire-un-colloquio-di-lavoro-difficile-con-un-manager-fare-le-domande-giuste, quindi direi che il problema che ho sollevato è piuttosto sentito…