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Un anno dopo

Un anno fa, erano già giorni che tremavamo, che viaggiavamo sugli autobus impauriti, e che chiedevamo a gran voce lo smart working. Smart working che mi è stato concesso, temporaneamente, esattamente un anno fa.

Io credo che nessuno si aspettasse questa lunga durata, un virus che ci ha colti alla sprovvista è vero, ma che comunque è stato preso sottogamba e gestito malissimo, sia da noi sia – soprattutto – da chi ci governa.

Che il male dell’umanità sia la stupidità e quello dei governanti l’ingordigia fa parte della storia del mondo, ma toccarlo con mano fa sempre male.

I contagi che sembravano riguardare prima solo la Cina, poi solo la Lombardia, poi solo lontani conoscenti di conoscenti, sono diventati sempre più vicini, fino a toccare noi, i nostri famigliari, nei casi più fortunati si sono fermati ai vicini di casa.

Abbiamo visto scene di una tristezza infinita, i camion dell’esercito che portavano via i cadaveri, anziani morire senza il conforto della famiglia, personale medico stremato a volte perdere la vita sul fronte di questa strana guerra, colpito a sua volta da questo virus infido.

Ma ce l’avevamo fatta. Ce l’avevamo quasi fatta. I contagi a un certo punto hanno iniziato a scendere, abbiamo visto medici e infermieri festeggiare la chiusura dei reparti Covid e poi… e poi appunto, ingordigia, egoismo, stupidità.

Sbagliato riaprire tutto, per che cosa poi, per beceri interessi economici, e sbagliato chi ha abboccato a quella riapertura con comportamento irresponsabile e negazionista, tra il “devo vivere” e il “non ce n’è coviddi”.

Rivedere ieri quelle immagini della gente a casa, che cantava al balcone, che ostentava striscioni arcobaleno con scritto “Andrà tutto bene” mi ha suscitato una grande tenerezza: quanta ingenuità allora, quanta malinconia adesso!

Oggi abbiamo il vaccino, ma l’avidità delle multinazionali, l’incapacità dei governi, e ancora l’egoismo e la stupidità del popolo ci stanno ancora giocando brutti scherzi  😥

 

 

Il cordone ombelicale

A una madre non sembra mai che il figlio cresca, ma cresce.

Io non penso mai “io alla tua età”, perché io alla sua età ero già divorziata, lavoravo da una vita, avevo vissuto all’estero, e avevo avuto esperienze terribili, tra cui fame, violenza e altri inferni.

Avevo cresciuto figli non miei, assistito l’anziana madre di mio marito, etc. etc. etc.

Ma un figlio è diverso. Credo di non essere la sola, riuscire a vedere il figlio come un adulto, metabolizzare la sua autonomia, non mi pare che sia un’impresa facile per molti.

Mia figlia è un medico. Bisogna che io me ne renda conto. E’ un medico e lavora come medico.

E’ una libera professionista, che si apre la partita IVA ed emette fatture.

E’ un medico che firma un contratto con duemila clausole legate al rischio professionale.

Lo so, a voi sembrerà normale, sicuramente lo è, ma io faccio fatica.

Si passa la vita a tagliare il cordone ombelicale, c’è sempre un ambito in più in cui tuo figlio non ha bisogno di te.

Ricordo un mio collega, quando la figlia non ebbe più bisogno di essere accompagnata a scuola, che mi raccontava di quanto gli mancassero quei dieci minuti con lei.

Il fatto che camminino con le loro gambe è un nostro successo, lo so, me ne rendo conto, guai se non fosse così.

Guai se non li svezzassimo, guai se non si rapportassero con chi è altro da noi, maestre, compagni di scuola… guai se non andassero a scuola e tornassero a casa da soli, se non cominciassero a fare qualche lavoretto, se non prendessero la patente…

Ed ora, finita l’università, compiuti un tot di anni, non è più a carico.

Era a mio carico al 100%, il padre non ha mai contribuito, ma per me era un onore, un onore non farle mancare niente, automobile scassetta compresa, tanto per farle fare esperienza e dirozzarsi un po’.

Ma oramai sono anni che guida… e guardo il suo curriculum, di tutto rispetto abbenché fresca di studi.

Cominciano i turni di notte, comincia la sindrome del nido vuoto…

Alibi

A volte mi sembra semplicemente di stare in attesa che il tempo passi, e che il lavoro sia un alibi per non vivere.

In effetti, quando mollo la presa dal lavoro, il vuoto mi attanaglia.

Ovviamente sono ben cosciente che probabilmente si tratta solo di stanchezza e bisogno di riorganizzare il proprio tempo quando se na ha nuovamente a disposizione.

Una nuova fase

Beh, che sono un po’ meno presente l’avrete notato, come pure sapete quello che bolliva in pentola, però torno con buone notizie.

Con un sottile gioco di trattative, non esclusivamente mie, e trattenendo il fiato sulle montagne russe delle varie possibilità e dei possibili scenari e intrecci, diciamo che le cose sono andate oltre ogni rosea previsione, il rapporto con la precedente azienda  si è concluso felicemente e l’ingresso in quella nuova oramai è confermato e consolidato.

Il lavoro è oggettivamente aumentato, ma serviva una nuova sferzata di energia, uno stato d’animo meno stanco, nuovi collaboratori, nuovi colleghi etc. etc.

Ho fatto l’estratto conto contributivo, e purtroppo qualcosa è andato perso: colpa loro, ma me ne sono accorta tardi, e qualcosa non è recuperabile, qualcos’altro forse sì, ma pure lì c’è da lavorare.

Per quanto riguarda la pensione, se confermano quota cento io tra qualche anno potrei usufruirne, non perché non stia bene al lavoro (veramente sto benissimo, e devo dire che lo amo anche moltissimo, sia il lavoro sia l’ambiente), ma il fatto è che la vita non ci appartiene, e abbiamo visto anche qua nella blogsfera persone che se ne sono andate così, giovani e senza preavviso; davvero stiamo come sugli alberi le foglie, e un po’ di vita senza pressione me la vorrei vivere (anche se poi so che si rimpiange pure la pressione).

Andiamo avanti così, con un pensiero a mio padre, che ha passato tante, tante difficoltà, e a cui ora avrei potuto regalare un po’ di tranquillità ma, ahimé, non c’è più. Mi consolo dicendomi che poi il suo più grande desiderio era darla a noi la serenità, e almeno in questo ha vinto la sua battaglia.

Ora mi vado a godere la mia domenica di sfaccendamenti domestici, buona domenica anche a tutti voi, e a presto!

I primi e gli ultimi

Mi è rimasta impressa una frase di mia figlia in risposta a qualcuno in una discussione, in cui sottolineava l’amoralità del fatto che, se i primi sgomitavano per essere sempre più primi, gli ultimi di conseguenza sarebbero diventati sempre più ultimi, più esclusi e più reietti.

Il problema non è così facile come potrebbe pensare, perché sarebbe tanto facile dire che nessuno deve rimanere indietro, ma poiché non siamo tutti uguali, e poché oggettivamente non tutti abbiamo le stesse capacità nei vari campi, questa millantata uguaglianza che vorrebbe tutti uguali non è possibile raggiungerla se non tarpando le ali ai migliori affinché tutti razzolino a terra e nessuno sia più su di un altro.

Ecco, la mia domanda è: cui prodest? A chi giova? Quando non avremo più un abile chiururgo, un letterato eccellente, un architetto capace, ma anche un cuoco, un sarto o un muratore, perché nessuno deve rimanere indietro e quindi tutti devono assestarsi al livello dei più incompetenti, incapaci e mediocri, come avremo ridotto la società? Come avremo ridotto la nostra vita, la nostra salute, la nostra quotidianità, la nostra possibilità di miglioramento e di progresso?

Una politica illuminata (che i partiti che in nome dell’uguaglianza promuovono la massificazione e la perdita di identità decisamente non hanno) dovrebbe tendere a facilitare la crescita e il progresso di chi ha le capacità di andare avanti, e del cui talento tutta la società usufruirà, e nel contempo promuovere delle politiche di inclusione per far modo che chi resta indietro possa comunque in qualche modo trovare una propria strada e procedere.

Credo che sia capitato a tutti di vedere persone riuscire davvero male in qualche campo, tanto da sembrare con seri problemi intellettivi, e poi averli visti sufficientemente realizzati o addirittura sfondare in altri campi: io personalmente credo che ognuno abbia un proprio talento, una missione nella vita che è capace di portare avanti più di altri, ma se anche così non fosse, vi pare che affossare i talenti sia la soluzione?

Io credo che si debba cambiare totalmente prospettiva: mettiamo caso che una persona scopra una cura contro il cancro, non sarà forse l’umanità intera a beneficiarne? Ecco la chiave di lettura, noi siamo parte di un’umanità, siamo una squadra, e l’importante è che qualcuno ce la faccia, l’importante è che certe scoperte vengano fatte, certe invenzioni realizzate, ed è nel nostro interesse supportare chi può farcela, perché alla fine il traguardo sarà un traguardo raggiunto da tutta l’umanità.

Sempre nella stessa ottica di “se io stessi al governo”, i più bravi, i più sgobboni, quelli con più talento, che più si rimboccano le maniche, che più hanno acume, quelli li individuerei e sponsorizzerei (non li farei fuggire all’estero…). Per gli altri, ogni sostegno, ogni aiuto possibile, ogni apertura di possibilità alternativa che, badate bene, probabilmente sarà pure pagato/reso possibile dai bravi di cui sopra, non dimentichiamocelo!

E poi, consideriamo anche che, spesso e volentieri, non sono le capacità che mancano, ma la voglia, e voi sapete quanto io abbia diciamo in antipatia, tanto per usare un eufemismo, i parassiti di ogni tipo. Tanto per usare un esempio fatto giusto a mia figlia in questa occasione, un conto è che l’autobus si fermi per aspettare che l’anziano col bastone lo raggiunga (e che il mondo impari a non lasciare iindietro chi ha il passo più lento, che il mondo impari il rispetto per l’anziano e a rimodulare le proprie priorità), un conto è che si fermi per aspettare il tizio/la tizia che passeggiano più o meno sculettando mentre parlano amenamente al telefonino: cocco/a, il mondo non sta al tuo servizio e non si ferma per aspettare i tuoi comodi!

Noi non amiamo i circoli esclusivi, ci piacciono quelli inclusivi, ci piace la solidarietà, la fratellanza, etc. etc. etc., ma non ci piacciono neanche i carrozzoni di gente che vive a bilancino, che intende vivere a carico del prossimo perché lavorare stanca e vai avanti tu che mi vien da ridere.

Sono stata una prima della classe che non ha mai fatto copiare? Ebbene sì, lo sono stata, e vi confesso che, tornando indietro, farei esattamente la stessa cosa. Sono stata una persona preparata che ha sempre aiutato gli altri a superare le proprie lacune e che ha messo a disposizione il proprio tempo e il proprio impegno per aiutare gli altri ad andare avanti? Sì, lo sono stata, e ho sempre continuato a esserlo.

Tutti conosciamo la massima “Se dai un pesce a un uomo lo sfami oggi, se gli insegni a pescare (*) l’avrai sfamato tutta la vita” e io ho sempre insegnato a pescare, ma il mio pesce, pescato con fatica mentre tu te ne stavi in panciolle dondolandoti al sole, se permetti non te lo do: ripeto, gli scansafatiche/parassiti/lavativi/fancazzisti io proprio non li mando giù!

(*) magari un primo pesce sì, si dovrà pure rimettere in forze per poter iniziare a pescare!  😉