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Cerco lavoro

Ecco, io ci ho provato a sensibilizzare certe persone che mettono annunci del tipo “Cerco lavoro” punto, senza dire non solo chi sono, quanti anni hanno, ma neanche che qualifiche, che competenze, cosa cercano e cosa sono disposti a fare. Ma dico, cerchi lavoro, me lo vuoi dire quello che sai fare? Io a qualcuno ci ho provato a dirlo, insomma, sai fare qualcosa, hai una competenza specifica, se cerchi un lavoro anche umile, ce l’hai il fisico per fare magari l’uomo di fatica, o magari sei un diplomato alla ricerca del primo impiego, sai una lingua straniera, hai uno straccio di referenze, sai imbiancare, cambiare una guarnizione, insomma, vuoi dire qualcosa di te? Ma che accidente significa “cerco lavoro”?

Uno mi ha risposto “Volevo dire che sono disposto a tutto”. A parte che, purtroppo, la disperazione non è mai un buon biglietto di presentazione, se non forse per la microcriminalità, non è che per fare un mestiere qualsiasi basta essere disposti, un minimo di competenza ci vuole praticamente per tutto: macché, parole al vento, la gente continua a scrivere “Cerco lavoro”, e io non mi stupisco per niente del fatto che non lo trovino…

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Storia di una formica produttiva

Storia di una formica produttiva (dal web).

Tutti i giorni, molto presto, arrivava in ufficio la Formica produttiva e felice. Lì trascorreva i suoi giorni, lavorando e canticchiando una vecchia canzone d’amore. Era produttiva e felice ma, ahimé, non era supervisionata. Il Calabrone, gestore generale, considerò la cosa impossibile e creò il posto di supervisore, per il quale assunsero uno Scarafaggio con molta esperienza. La prima preoccupazione dello Scarafaggio fu standardizzare l’ora di entrata e di uscita e preparò pure dei bellissimi report. Ben presto fu necessaria una segretaria per aiutare a preparare i report, e quindi assunsero una Ragnetta, che organizzò gli archivi e si occupò del telefono. E intanto la formica produttiva e felice lavorava e lavorava. Il Calabrone, gestore generale, era incantato dai report dello Scarafaggio supervisore, e così finì col chiedere anche quadri comparativi e grafici, indicatori di gestione ed analisi delle tendenze. Fu quindi necessario assumere una Mosca aiutante del supervisore e fu necessario un nuovo computer con stampante a colori. Ben presto la Formica produttiva e felice smise di canticchiare le sue melodie e cominciò a lamentarsi di tutto il movimento di carte che c’era da fare. Il Calabrone, gestore generale, pertanto, concluse che era il momento di adottare delle misure: crearono la posizione di gestore dell’area dove lavorava la Formica produttiva e felice. L’incarico fu dato ad una Cicala, che mise la moquette nel suo ufficio e fece comprare una poltrona speciale. Il nuovo gestore di area – è chiaro ebbe bisogno di un nuovo computer e quando si ha più di un computer e necessaria una Intranet. Il nuovo gestore ben presto ebbe bisogno di un assistente (Remora, già suo aiutante nell’impresa precedente), che l’aiutasse a preparare il piano strategico e il budget per l’area dove lavorava la Formica produttiva e felice. La Formica non canticchiava più ed ogni giorno si faceva più irascibile. “Dovremo commissionare uno studio sull’ambiente lavorativo, un giorno di questi”, disse la Cicala. Ma un giorno il gestore generale, al rivedere le cifre, si rese conto che l’unità, nella quale lavorava la Formica produttiva e felice, non rendeva più tanto. E così contattò il Gufo, prestigioso consulente, perché facesse una diagnosi della situazione. Il Gufo rimase tre mesi negli uffici ed emise un cervellotico report di vari volumi e di vari milioni di euro, che concludeva: “C’è troppa gente in questo ufficio.” E cosi il gestore generale seguì il consiglio del consulente e licenziò la Formica incazzata, che prima era felice.

MORALE:
Non ti venga mai in mente di essere una Formica produttiva e felice. E’ preferibile essere inutile e incompetente. Gli incompetenti non hanno bisogno di supervisori, tutti lo sanno. Se, nonostante tutto, sei produttivo, non dimostrare mai che sei felice. Non te lo perdoneranno. Inventati ogni tanto qualche disgrazia, cosa che genera compassione. Però, se nonostante tutto, ti impegni ad essere una Formica produttiva e felice, mettiti in proprio, almeno non vivranno sulle tue spalle calabroni, scarafaggi, ragnetti, mosche, cicale, remore e gufi.

Art. 4: il diritto al lavoro, e il dovere di svolgerlo

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Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Vogliamo parlarne? La Repubblica promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto, con concorsi dalle procedure a dir poco discutibili e uffici di collocamento (o che per essi) che non hanno mai funzionato? E questo dovere civico di svolgere un lavoro, quanto è stato disatteso da gente che, in passato, è stata anni, lustri e decenni in cassa integrazione, a volte pure fino alla pensione, senza nessuna intenzione di cambiare la situazione e di rendersi utile alla società, senza nessun sentore di essere semplicemente un parassita? Quanti sono vissuti con pensioni d’invalidità non dovute, peraltro, a quanto si mormora, bonificate a piffero?

Ora la pacchia è finita, gli ammortizzatori sociali non danno più tanta copertura, ma questa è stata una perdita da un punto di vista sociale, perché è vero che non c’è più per chi avrebbe parassitato, ma non c’è più neanche per chi è in condizioni di reale bisogno e non riesce a trovare un nuovo lavoro.

E’ vero pure che tante inziative di riqualificazione ci sono, ogni tanto vedo bandi della Regione, ma magari non sono per tutti, o non sono sufficientemente pubblicizzate. E poi, che ti riqualifichi o meno, se perdi il lavoro a 50, 55 anni, quale impresa privata ti riassorbe, consideranto che ti mancano ancora quasi VENTI ANNI alla pensione?

Finora ho parlato esclusivamente di lavoro dipendente, ma sul fronte della libera professione e della libera iniziativa non è che siamo messi meglio: pratiche burocratiche a parte, pare che tasse e imposte per i liberi professionisti siano veramente a livello vessatorio, ed essere in regola – ammesso che ci si riesca – comporta una rapida chiusura dei battenti. Gira una barzelletta che recita: “Solo due negozianti su tre rilasciano lo scontrino. E il terzo? Il terzo fallisce”. Triste ma vero, altro che barzelletta!

Io credo che questo annichilimento della possibilità del singolo di fare impresa, di inventarsi una qualsiasi attività (io alle medie disegnavo a mano bigliettini di auguri di Natale e li vendevo, oggi probabilmente sarei perseguita come evasore fiscale!!!) tarpa le ali a giovani e meno giovani, mentre grossi industriali e imprenditori sicuramente trovano il modo per occultare i propri guadagni (ogni volta che chiedo la fattura al mio idraulico me la fa scontare!).

La ricetta per superare tutto questo? Intanto una buona iniezione di educazione civica, di dignità personale, senso di appartenenza alla società e amor proprio per tutti i cittadini. Secondo, buon senso fiscale e concorsi trasparenti. Forse questo non risolverà tutto, ma sicuramente sarà un incentivo per tutti gli italiani per imboccarsi le maniche e inventarsi qualcosa che potrà dare esito positivo non solo per se stessi ma anche per la nazione (insomma, alla fin fine le start up portano soldi…).

Inutile sottolineare che io sono per una società meritocratica, in cui tutti possano avere le stesse possibilità e godere dello stesso punto di partenza, ma che l’arrivo sia deciso da impegno e capacità, basta livellamento, basta con queste pastoie del tutti uguali, non siamo tutti uguali!

ps: ricordo benissimo di avere scritto un post con una presentazione il cui titolo suonava più o meno come “non siamo tutti uguali”, e metteva a confronto persone diverse che hanno fatto, nella vita, scelte diverse (ad esempio, venivano messe a confronto Emanuela Setti Carraro con Ruby “rubacuori”, tanto per dirne una). Non sono riuscita a trovarlo, sarò grata a chi mi darà una mano.

 

Di routine

passaggio dimensione - ascensione

Domani torno al lavoro.

Non è che mi dispiaccia, io amo il mio lavoro ma… nella valutazione di un posto di lavoro intervengono tanti elementi, ubicazione, collegamento, contesto…

Tra i colleghi, che in linea di massima sono stupendi, un paio di pecore nere ci sono: fisiologico, direte con ragione voi, ma non per questo meno fastidioso.

Con una mi sono intuzzata malamente giusto prima di partire per le ferie, una che in posti di lavoro come il nostro, a stretto contatto con persone autorevoli, di grande prestigio e cultura, secondo me non ci dovrebbe proprio stare, ma tant’è. Non vi dico la definizione che do di lei perché non voglio svenderla prima di avergliela sbattuta in faccia, ma non è che il pensiero dello scontro, che cercherò comunque di evitare, mi alletti.

Resta il fatto della routine, del lungo orario – causa trasporti – che non ti permette una vita, con l’effetto di trascurare anche la salute, e quindi rendere quel pochissimo tempo a disposizione pure di qualità inferiore.

Resta il fatto che, causa stanchezza, non ce la fai a condurre una vita sociale, salti eventi anche importanti e cui terresti e che, chi lo sa, magari potrebbero dare un indirizzo diverso alla tua vita.

Si ricomincia con l’uscire di casa presto e tornare tardi, crollando sul letto senza neanche la voglia di guardarsi attorno, poi il sabato la mamma e la domenica il tentativo di gestione dell’ingestibile casa, abbandonata come sapete il resto dei giorni in mano ai lanzichenecchi.

Ho un figlioccio, che nella vita ha fatto scelte molto diverse dalla mia, si è sempre gettato arditamente nelle cose, ha rischiato, spesso ha perso, si è rotto le ossa più volte metaforicamente e ahimé, anche materialmente, ma ora è una persona felice e realizzata. Della sua vita dice “Ho trovato la mia dimensione, anzi, è la mia dimensione che ha trovato me”.

Ecco, fermo restando che non credo che troverò la mia dimensione se non tento almeno di cercarla, mi chiedo se la mia dimensione invece stia cercando me, e se mi troverà prima o poi.

E con questo ho concluso, vi auguro buona domenica!

Sissi e il lavoro

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Mentre continua la più totale mancanza di collaborazione in casa, con pianti a dirotto come le si rimprovera qualcosa, appellandosi al tempo tiranno e all’infondatezza delle mie lagnanze, arriva per Sissi un’opportunità di lavoro: peccato che non lo cercasse.

Cinque ore e passa ogni giorno, più il trasbordo, e quando studierebbe? Ma, guarda caso, all’improvviso quel tempo che per collaborare in casa proprio non aveva (le ho chiesto un’ora d’impegno al giorno!) diventa recuperabile, la giornata diventa organizzabile, la possibilità di diventare economicamente indipendente l’attira, e sputa sulla possibilità che le offre sua madre di fare la principessa dedicandosi agli studi e basta, senza nessuna preoccupazione.

Ovviamente il lavoro, qualunque dovesse essere la retribuzione nel caso lei accettasse, non è un lavoro qualificato, per cui non vale certo la pena di rallentarsi – o non sia mai interrompere! – il percorso di studi.

La persona “di fiducia”, quella con cui puoi dormire tra quattro guanciali, io capisco che sia richiesta, ma sono lavori sempre a termine (ti affido la mamma malata, o la figlia piccola, o la casa mentre io non ci sono, o la cassa del negozio nel periodo in cui il mio genitore/figlio/consorte/ è impegnato) e, se la persona cui questa possibilità viene offerta ha bisogno, è una manna, se non ha bisogno e si presta è comunque un’esperienza ed è encomiabile la voglia di lavorare, ma se non ha bisogno e deve trascurare doveri più impellenti, non sarà un pochino irresponsabile?

Eppure capisco che in questo momento, in cui sembra che l’ambiente domestico le stia stretto e la renda così poco reattiva, una novità responsabilizzante non ci starebbe male.

Un mio amico mi ha detto che lui, quando ha trovato lavoro, è stato il momento che ha messo il turbo per l’università, e io stessa ho studiato lavorando a tempo pieno (con l’università era fuori città!): certo, io non sono proprio da prendere d’esempio, visto che alla fine sono caracollata e sono finita intubata all’ospedale…

Attila ed altri lavativi

Diciamo che su questo post sto mettendo insieme due cose che non c’entrano niente, ma che ci faccio entrare perché ho voglia di raccontarvele entrambe.

Dunque, voi dovete sapere che mia figlia adora il padre: voi direte che è cosa buona e giusta, per carità, ma i miei più antichi lettori sanno bene come questo sia servito fin dalla sua nascita a fare di lei il cavallo di Troia per devastare la mia vita. E, pure questo, passi.

Il fatto però è che lei, sempre presa dal folle amore per il padre, si è registrata sul telefonino un motivetto fischiettato dal padre, che usa come sveglia; anche questo sarebbe poco male, peccato poi che il telefonino lo lasci sempre da me, cosicché a essere svegliata dall’odioso fischiettamento di Attila sono io: ma dico io, vi pare, me misera me tapina, che io debba iniziare la giornata in questo modo?

Una giornata che inizia così poi non può che procedere peggio. Accompagno mia figlia all’ospedale, dove avrebbe dovuto assistere a un intervento di  neurochiururgia, soppresso all’ultimo momento (l’intervento, non il paziente). Proseguo e mi fermo a fare benzina presso un distributore dal quale mi ricordo sempre a posteriori di essermi ripromessa di non andare mai più. Faccio il pieno e gli chiedo di gonfiarmi le gomme. Mentre la benzina sta scorrendo nel mio serbatoio, vedo la colonnina con l’apparecchietto per gonfiare le gomme ed esclamo: “Uh che bello, l’avete qua l’attrazzatura per gonfiare le gomme, quindi non mi devo neanche spostare!”, ma il benzinaio pronto “No, deve andare laggiù che gliele fa un’altra persona”.

Chiama quest’altra persona, che non arriva. La richiama, e non arriva. Dopo qualche minuto col clacson sollecito l’intervento, e il benzinaio alzando le spalle dice che ci può fare poco, che lui ha chiamato la persona due volte, e comunque la richiama.

Si presenta un tizio – un extracomunitario, e lo sottolineo solo per dire che ci si aggiunge la difficoltà della lingua – e mi fa “Guale ruoda?” e io: “Come quale ruota? Le controlli tutte e quattro, no?”.

Si allontana, fa la parte di guardare – da lontano… – con occhio esperto le due ruote che erano dalla sua parte e mi fa “sdanno bene”. Mi monta una rabbia che non vi dico, do una sgommata che lèvati, passo dal benzinaio sempre sgommando e gli urlo: “Non si trattano così i clienti!”.  Chiaramente, non ci andrò mai più (e stavolta giuro che me l’appunto e me ne ricordo).

Da qui arriviamo al terzo punto: c’è crisi, c’è crisi, ma a me pare che qui negozi/imprese etc. buttino fuori i clienti a calci nel sedere. Una negoziante cinese una volta mi disse ridacchiando: “Gli italiani amano i soldi ma non amano il lavoro”.

Ora, con tutta l’alzata di scudi dei miei amici italiani, che noi abbiamo, giustamente, un’altra cultura della vita e del lavoro che prevede, arigiustamente, anche pause e svago, che noi i nostri figli non li facciamo vivere dentro a un negozio o a un ristorante, che noi le domeniche le dedichiamo alla famiglia etc. etc. etc, tutte motivazioni secondo me fondate e condivisibili, ma almeno durante l’orario di lavoro ci si potrebbero un po’ applicare o no? Insomma, una via di mezzo tra lo stakanovismo e il lavativismo si potrà pure trovare, o chiedo troppo?

Io per esempio ce l’ho a morte con una certa compagnia telefonica, cui non ripasserei neanche morta (va beh, dipende dall’offerta 😉 ), la cui arroganza è stata spesso ammessa anche dagli stessi suoi commerciali, che devono faticare non poco per riacchiappare i clienti che fuggono (mantenerseli prima no, eh?).

Di negozianti poi non vi dico quante ve ne potrei raccontare, e parlo dei proprietari, non dei commessi, che invece in genere sono poveri disgraziati che trottano! Una volta si diceva che l’occhio del padrone ingrassa il cavallo, ma ora ho proprio l’impressione che non sia più così…  😦

E che farai?

Mia figlia pare stia soffrendo molto non tanto la crisi, quanto la stessa idea della crisi.

Una volta mi ha chiesto quando finirà, perché lei non ce la fa più.

Le ho risposto stupita: “Di grazia, non ce la fai più di che cosa?”.

“Di stare attenta a tutto”.

“Mi spieghi cosa ti manca?”.

“Non mi manca niente, ma mi sento in dovere di stare attenta a tutto fino a che non finisce la crisi”.

“Ma falla finita, pensa a stare bene che a stare male c’è sempre tempo!

***

“Mamma?”

“Eh?”

“Ma perché non ne risentiamo della crisi?”

“Perché ho ancora il mio lavoro, e poi viviamo generalmente al di sotto delle nostre possibilità e quindi cambia solo che, alla fine del mese, magari invece di avanzare 100 euro ne avanzano 50, ma non è che ci cambi la vita!”.

****

“Mamma?”.

“Eh?”.

“Ma se ti licenziano che ti metti a fare?”.

“E che ti devo dire, la domestica non la posso fare perché non mi regge il fisico, il mestiere più antico del mondo neanche più o meno per lo stesso motivo, mi dovrò inventare qualcos’altro”.

****

“Mamma?”.

“Eh?”.

“Ma perché non sei preoccupata?”.

“Perché la vita mi ha insegnato a essere fatalista e soprattutto a non fasciarmi la testa prima di essermela rotta”.

Intanto stanno partendo le lettere per la cassa integrazione: secondo voi mollerò prima fisicamente o psicologicamente?