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Successi e sfide

E’ stato un lungo parto, ma ce l’abbiamo fatta (e, diciamocelo, pure al primo colpo).

Settimana difficile, un esame all’università di quelli supertosti, quelli che si ripetono non meno di tre volte per poi magari accontentarsi di un 20, e invece è andata benissimo. Poi la patente, che come sappiamo la pratica va anche a fortuna, basta un niente per essere bocciati, e stamattina prima che andasse a sostenere l’esame mi sono raccomandata: “Le regoleeeeeee! Non importa tanto come fai un parcheggio, ma allaccia la cintura, metti le frecce, guarda bene prima di partire, prima di aprire la portiera per scendere, soprattutto questo, guarda, guarda, guaaaardaaaaa!”.

Insomma, è andata.

Nel frattempo io ho temporaneamente cambiato mansioni al lavoro e sto imparando una cosa nuova, rognosa e che non mi servirà a un tubo, se non a tenere la mente sempre in tiro e uffa, oltre un certo limite non è più neanche divertente, sempre a mettersi alla prova, sempre a cimentarsi con il nuovo, sempre al primo giorno di una nuova vita.

Mi ricordo quando tenevo i corsi di aggiornamento, che fatica con quelli che avevano magari cinquant’anni, avevano sempre fatto una cosa e volevano continuare a fare quella, tanto, a un passo dalla pensione, perché mai avrebbero dovuto fare lo sforzo di imparare una cosa nuova? E invece no, noi no, noi fino a ottant’anni dovremmo imparare una cosa nuova, fossero pure le nuove procedure telematiche del Comune, Inps e Agenzia delle Entrate, non ci potremo permettere d’invecchiare noi, potremo avere le rughe, i capelli bianchi, questo sì, magari ce lo consentiranno, ma dovremo sempre bastare a noi stessi, perché siamo in uno Stato che non è in grado di occuparsi né dei suoi giovani né dei suoi vecchi, uno Stato che non ci fa fare figli e non ci cura se ci ammaliamo, e se lo fa lo fa in ospedali dove ballano gli scarafaggi, campeggiano le formiche, le valvole cardiache che impiantano sono difettose e muori nel sonno perché si sono scaricate, etc. etc. etc.

Ho ingaggiato una battaglia personale contro lo ius soli, mi ha stufato il buonismo d’accatto di questo stato, mi ha stufato la mancanza di amor patrio, di orgoglio e difesa della nostra terra e della nostra cultura, la mancanza di senso di appartenenza, tutte cose che voi contesterete per un mondo senza confini e barriere, che mica ho detto di no, ma che l’identificazione si abbia solo con la squadra di calcio mi sembra un po’ riduttivo, che si accetti di tornare indietro di centinaia di anni gettando alle ortiche rinascimento, illuminismo, risorgimento, lotte partigiane e anche quello che ci appartiene un po’ meno come la rivoluzione francese, che è stato pur sempre un grande passo per tutta l’Europa, non lo mando proprio giù. Butteremo alle ortiche il ’68 (che quello ci può pure stare 😆 ), le lotte femministe e le battaglie sociali, le tutele dei lavoratori etc. etc.? Ci siamo accorti che lo stanno già facendo?

Catastrofista? Ma vi siete guardati intorno? Avete visto quei paesi arabi che sono passati da una civiltà come la nostra al burqa e alla sharia, le cui donne una volta in bikini sono state imbacuccate, anzi, imbaburqate?

Voi vi sentite al sicuro perché siete nati in un periodo di pace e siete abituati a dare per scontato quello che scontato non è: vi dice niente quel povero ragazzo condannato a 15 anni di lavori forzati per aver strappato un manifesto da un albergo e morto a 22 anni senza uscire dallo stato di coma in cui l’avevano ridotto? O davvero pensate che l’unica civiltà esistente sia la nostra, forte e indistruttibile anche senza nessun impegno da parte nostra?

Non confondiamo l’umanità con lo sbraco, il giusto obbligo morale di accoglienza e assistenza con la rinuncia alla nostra storia e alle nostre conquiste.

Ok, in questo post ho mischiato di tutto, ma era tanto che non scrivevo, siate benevoli 😉

 

Regola nr. 2.

Praticamente c’è una sola cosa per cui mia figlia mi fa arrabbiare, ed è l’infinito disordine che crea, unito a un’assoluta mancanza di collaborazione.

Giorni fa abbiamo litigato molto duramente, sempre per la mancanza di collaborazione, che poi lei risponde e io ci vado giù pesante (parliamo sempre di scontri verbali ovviamente), dopodiché lei fa l’offesa ma col piffero che capisce qualcosa. Faccio presente che liti a quel livello mi fanno sentire male per giorni, e si può dire che ancora non mi sia ripresa, sono sfinita e affranta.

Per la festa della mamma non mi ha fatto né regalo né auguri, però si è messa a sgombrare la cucina, che è già qualcosa, ma è un impegno che dovrebbe assumersi almeno tutte le settimane, non una volta l’anno!

Ieri ero in ferie, e se lei solo sente l’odore delle mie ferie mi fagocita col servizio taxi. Ora, da una parte a me fa pure piacere dedicarmi a lei, ho sempre sofferto moltissimo nel doverle stare così tanto  lontano, e lei più di me, per cui figuratevi se mi tiro indietro, solo che il troppo stroppia, e unito all’ingratitudine è insopportabile.

Lei è una ritardataria cronica, e doverla aspettare un’ora e passa ogni volta che l’accompagno e un’ora e passa ogni volta che la vado a riprendere mi manda il sangue alla testa, anche perché quel tempo per me è vitale, soprattutto considerando che grava tutto sulle mie spalle.

Ieri ci ha aggiunto una terza uscita, e non potevo rifiutarmi perché doveva andare a lezione di guida, e indovinate di chi sono i soldi che sarebbero andati buttati perché, giustamente, la lezione prenotata va comunque pagata?

La sera ero fuori di me, arrivo a casa (chiaramente la giornata a furia di uscite per scarrozzarla e attese era stata del tutto inconcludente) e le chiedo di ritirare i panni stesi e rimettere la busta di plastica nel secchio della spazzatura (ovviamente la spazzatura la butto sempre io), e lei semplicemente ignora la richiesta. Gliela ripeto due, tre volte, e lei niente, non reagisce. Alla fine il bucato lo ritiro da sola, accendo il ferro, faccio una cernita dei panni e tutti quelli suoi glieli porto in camera sua, glieli butto sul letto e le comunico che da quel momento in poi le sue cose se le sarebbe dovuta stirare da sola.

Per sempre (e che cacchio, ha 23 anni!).

Non ho intenzione di derogare, e siamo alla regola nr. 2.

La prima era niente Attila in casa, e ancora dura.

Di figli spocchiosi

Da qualche giorno sto in rotta con mia figlia, che è vieppiù acida (io e suo padre la soluzione gliela suggeriamo, ma non ne vuol sapere…).

La mia colpa? Aver chattato con una sua amica, che da dieci anni circa frequenta casa mia, si ferma a dormire – come mia figlia qualche volta da lei – ed è tra i miei contatti fb.

In occasione della sua laurea le ho mandato un pensierino (cash…) tramite mia figlia, poi le ho fatto gli auguri in chat e, poiché è un sacco di tempo che non la incrocio, l’ho invitata a pranzo (rigorosamente fuori) la settimana prossima.

Quando l’ho comunicato a mia figlia mi ha detto che è totalmente fuori luogo (per l’esattezza ha detto “creepy”) che io chatti con un una sua amica, ne è seguita una discussione e sono giorni che non ci parliamo, a parte quel poco necessario alla convivenza rappresentato da grugniti.

Io sto preparando la valigia (tira tira la corda si strappa, ed è una vita che dico che me ne voglio andare, prima o poi accadrà!)

Di dedizione

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Oggi sono stata a un funerale.

Il funerale si svolgeva in uno dei quartieri più popolari di Roma, la Magliana.

Sono arrivata in chiesa con un’ora d’anticipo: pensandoci, sarei potuta passare prima per la camera ardente, ma non sono pratica né dell’organizzazione di certi eventi né di quelle zone, per cui ho voluto prendermi tutto il tempo necessario per trovare il luogo esatto e parcheggiare la macchina.

Ho fatto una lunga passeggiata, alla (ri)scoperta di quel quartiere, in cui si respira allo stesso modo calore umano e degrado. Le panchine sconnesse, i muri imbrattati, lo spiazzo coi giochi per bambini in pessimo stato di manutenzione. E poi la gente, alla mano, cordiale, con una gran voglia di chiacchierare, al contrario del mio quartiere, che trabocca di ricchi, pseudoricchi e nuovi ricchi, con tanta puzza sotto il naso e una velleità di tirarsela peraltro del tutto ingiustificata.

In alcune di quelle vie hanno abitato miei vecchi amici, alcuni ci abitano ancora, forse tutti. Vedo un palazzo e lo riconosco, lì una volta andai a vedere un appartamento, ma mio padre ha sempre osteggiato un mio acquisto in quella zona. Certo non è il luogo migliore per crescere dei figli, dalla banda della Magliana alla diffusione di droga è un quartiere che fa (o faceva?) paura, ma i miei amici sono ragazzi a posto, sempre stati ragazzi solidi, responsabili, con la testa sulle spalle.

A un certo punto entro in chiesa, è ancora vuota. Dopo una decina di minuti arrivano gli addetti delle pompe funebri per preparare il supporto per la bara.

Entra la bara, entrano i miei amici.

Il parroco inizia la funzione, parole serene, con la forza e la serenità che dà la Fede, ma senza nessun valore aggiunto da parte del prete (forse non proprio noioso, ma certo non ha dato alcun apporto personale alla Messa preconfezionata).

Si leggono delle parole del Vangelo, si parla di vita, di morte e di resurrezione, come è normale che sia ma, quando già stiamo confidando nella conclusione della cerimonia, sale sul pulpito il figlio della donna defunta e annuncia: “Vi voglio raccontare chi era mia madre”.

Rotta dall’emozione la sua voce, e poi rotti dall’emozione i nostri cuori mentre, attraverso le parole del figlio, riprende vita quella donna che forse mai prima avevamo conosciuto così a fondo.

Figlia di una famiglia severa, laddove per severa intendo di quelle in cui si riteneva che i figli andassero “raddrizzati” e piovevano ogni due per tre botte da orbi, che non risparmiavano nessuno, lei si esponeva sempre per risparmiarle ai fratelli; poi giovane lavoratrice in tempo di guerra, chiamata a svolgere un lavoro pesante e ingrato: ridare vita alle divise dei soldati, riparare i buchi delle pallottole, lavarle dal sangue, prepararle per essere rimandate al fronte, destinate ad altri soldati e, sempre in tempo di guerra, era quella che rischiava la vita per andare a procurare il pane per la propria famiglia.

Si sposa con un uomo che, a quanto ricordo, era pure molto severo, e purtroppo malfermo in salute: questa donna, senza mai perdersi d’animo, dedica tutta la sua vita a crescere i suoi figli e ad assistere il marito, tributando a loro e a lui la più totale dedizione.

Oggi non si usa più. Più volte, tra le lacrime, il figlio ha sottolineato come oggi questa dedizione non si usi più, e troppo spesso un partner malato si rottami e se ne prenda in sostituzione uno più in forze.

Oggi troppo spesso le madri “vogliono vivere”, e dimenticano quanto i figli abbiano bisogno di loro. Compensano con generose elargizioni di denaro e deresponsabilizzanti interventi in loro difesa a scuola e fuori, ma non esiste più il donarsi alla famiglia e ai figli, per crescerli ed essere il loro sostegno.

Sottolinea il mio amico come, pur vivendo in quel quartiere, non si sia mai perso, e di come la solidità della mamma abbia tenuto lontani da cattive strade – e, direi, cattive compagnie – sia lui che sua sorella.

La voglia di applaudire era tanta, ma mi sembrava fuori luogo, totalmente fuori contesto: e come fare allora a comunicargli come gli eravamo vicini, quale grande regalo fosse stato per noi tutti la sua testimonianza? Meno male che gli altri, o almeno un altro, si sono fatti meno scrupoli di me, e qualcuno ha dato il via a quell’applauso che è stato scrosciante, e venuto dal cuore di noi tutti.

Riposi in pace, e spero davvero sia già sorridente accanto al Signore, in tutto lo splendore della bella persona che era.

Io da parte mia la ringrazio, non solo per come mi ha coccolato in passato, ma per avermi dato due amici meravigliosi come entrambi i suoi figli.  ❤

Come Valjean

***

Cari tutti,

ora che ho compiuto il mio dovere di brava blogger diversificando gli argomenti e non battendo sempre sulla stessa nota, posso ributtare là con nonchalance un nuovo post sull’eterno argomento: ebbene sì, Xavier.

Come forse ricorderete stavo leggendo “I miserabili”, l’intramontabile capolavoro di Victor Hugo di cui mia figlia è irrecuperabilmente innamorata, tanto da averlo letto non so quante volte, compreso in inglese e nella versione originale francese, ed essersi preparata con le sue mani l’abbigliamento da barricata, con tanto di coccarda, che usa in occasione di tutte le mascherate.

Per chi non conoscesse la storia (mi si perdonino errori ed omissioni, ma tanto lo sapete che la memoria non m’aiuta), il romanzo tratta la storia di Jean Valjean, un uomo che finisce in galera per avere rubato un tozzo di pane per i suoi nipoti affamati e, con la pena inasprita a causa di vari tentativi d’evasione, trascorre in catene vent’anni.

Una volta liberato si rende conto però che il suo passato rappresenta un marchio a fuoco, per il quale sarebbe sempre stato scacciato da tutti. Uscito di prigione pieno di rabbia per il mondo intero, incontra un religioso che, salvandolo da un nuovo arresto, riesce a illuminarlo della sua luce e a fare di lui un uomo onesto (oserei dire in odore di santità).

Personaggio che dimostra in ogni frangente grandi capacità, oltre a una notevole forza fisica, e dotato di mille risorse, Valjean riesce a costruirsi una nuova identità e a diventare addirittura sindaco di un paese che, grazie  alle sue iniziative e intuizioni in campo industriale, conoscerà un benessere mai vissuto prima, ed egli stesso accumulerà una ricchezza non indifferente.

Si intreccia alla sua storia quella di una ragazza madre che, a causa dell’intervento di “anime pie” che la mettono al bando, nonché della riprovevole disonestà e rapacità della coppia cui aveva affidato la propria bimba, conoscerà ogni vergogna e dolore.

Presa sotto l’ala protettiva di Valjean, che non riuscirà però a salvarle la vita a causa della di lei salute ormai irrimediabilmente compromessa, gli raccomanda la sua bambina, Cosette, che lui riuscirà a portar via alla dannata coppia criminale cui era stata affidata e a darle una vita felice e piena d’affetto.

Giunge il momento però in cui i figli spiccano il volo e il rapporto, anche se perfetto o addirittura simbiotico che c’è col genitore – vero o di fatto – si spezza, e Cosette non sfugge a questa regola.

Sposa un giovane cui, per onestà, Valjean confida il suo passato, ignoto alla stessa Cosette, ma male gliene incoglie giacché, in seguito a questa rivelazione, lo stolto giovane gli impedirà di continuare a vedere l’amata figlia, gettandolo nella più cupa disperazione.

Ora, ho letto il libro con interesse, a volte con brama e curiosità, pur conoscendone la trama, a volte con noia, date le lunghe digressioni di Hugo, e la lettura mi ha preso molto tempo, visto che non potevo dedicarle troppo spazio (solo i viaggi in autobus); a un certo punto non vedevo l’ora di portarla a termine, vuoi perché mi ero appassionata, vuoi perché ero pure ansiosa di passare ad altro.

Quello che non mi aspettavo era che, trovandomi a leggere, nella parte finale, del dolore di Valjean, della nostalgia struggente per Cosette, di quell’anno lontani pesato su di lui come fossero trenta, ritrovassi il mio stesso dolore e la mia stessa nostalgia, cosicché la lettura di quest’ultima parte mi è stata particolarmente difficoltosa, affannosa, straziante, penosa.

Con Marius la Pdf condivide la gelosia, la cecità, forse pure una sorta di soggezione per un personaggio che ha sempre percepito con un impercettibile imbarazzo, per cui non gli è parso vero di potergli trovare un’onta e liberarsi del disagio di quel sotteso – anche se mai dichiarato – confronto.

Cosette, da parte sua, pur se salvata da Jean Valjean da un miserevole destino e ricoperta di cure, pare, di fronte all’amore di Marius, superare bene quel distacco e riuscirsene a fare facilmente una ragione.

Ah, l’amour! Che altro dire, c’est la vie, e, come sempre, “cherchez la femme!” (o cherchez l’homme, a seconda dei casi  😉  ).

Studiare, che passione!

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“L’Uguaglianza ha un organo, che è l’istruzione gratuita ed obbligatoria; bisogna, infatti, cominciare dal diritto all’alfabeto. La scuola elementare imposta a tutti e la scuola secondaria offerta a tutti: ecco la legge.” (da “I Miserabili”, Victor Hugo)

Devo dire che questo articolo, che vive nella mia mente da tempo immemore, viene alla luce in seguito alla lettura dell’ultimo post di Marisa sulla profonline in risposta alla lettera di una madre, sedicente psicologa, che si vanta di non far svolgere alla figlia i compiti scolastici.

Io sono una che ha sempre amato molto studiare, ma molto molto, ma molto molto molto, al punto che i miei genitori, per punirmi, mi impedivano di andare a scuola.

Stavo divagando sui miei, sono tornata indietro e ho cancellato, torno a bomba.

I miei amavano studiare, entrambi. Grossi studi – a causa delle leggi razziali e, nel caso di mia madre, anche un po’ della mentalità antica della sua famiglia, che la voleva prima di tutto buona madre di famiglia capace di governare unaa casa – non ne hanno potuti fare, ma l’amore per lo studio, la passione per il sapere, non hanno mai abbandonato nessuno dei due.

Quando ero a scuola io mi perdevo nello studio: trovavo nel libro un termine che non conoscevo? Andavo a cercarlo sul dizionario.  Il vocabolario negli esempi citava una qualche opera di un tale autore? Andavo a ricercarmi opera e autore, e così via.

Con questo metodo non finivo mai i miei compiti e, nonostante le numerose ore d’impegno, su cinque materie da preparare ne riuscivo a terminare al massimo due, fino a che, a un certo punto, il cerchio si è chiuso e ho incominciato a vivere di rendita: molti degli argomenti che toccavamo mi erano già noti, o in tutto o in parte, riuscivo a seguire meglio le lezioni e a memorizzare il massimo, visto che quanto veniva spiegato non mi era del tutto nuovo, e quindi riuscivo a cogliere l’informazione in più, la curiosità, la chicca, e tutto era entusiastico arricchimento.

Quando studiavo latino e greco imparavo a mano a mano che si presentavano tutti i vocaboli a memoria: una faticaccia all’inizio, ma poi fare le versioni era una passeggiata, cercavo poco o nulla sul vocabolario ed era tutto tempo risparmiato, tanto è vero che, quando l’insegnante dava quattro versoni diverse per impedirci di copiare (con questo sistema nessuno aveva quella uguale alla nostra, né lo studente davanti, né quello dietro di noi né quello a lato), io in un’ora le facevo tutte e quattro e poi uscivo.

Quello che voglio dire è che, alla fine, faticavo meno degli altri, e ne traevo più soddisfazione. Ricordo una compagna di classe che, per le traduzioni da fare a casa, comprava il traduttore e le imparava a memoria: una fatica tanto improba quanto idiota, totalmente inutile al fine dell’apprendimento quanto a quello di cavarsela all’interrogazione, in quanto era immediatamente evidente che del testo originale non capiva un’acca. Io, francamente, una fatica del genere non me la sarei davvero sentita di farla, una noia mortale!

La maturità l’ho data con un anno d’anticipo, cosicché il liceo l’ho frequentato per soli quattro anni, contro gli almeno sei, se non sette, di quelli che, per faticare meno, un anno o due lo ripetevano, e qui torniamo al mio principio di sempre: a fare le cose bene si fatica molto, ma molto di meno.

A mia figlia il messaggio è stato chiaro: non sei tu che fai un piacere a me a studiare, sono io che lo faccio a te a farti studiare. Un tempo il popolo non studiava, era il sistema migliore per mantenerlo oppresso e sottomesso, e le donne poi men che meno: ci sono voluti anni di lotte, e il diritto allo studio è una delle più grandi conquiste della civiltà. Non vuoi usufruirne? Fatti tuoi, ognuno s’impicca all’albero che crede.

Non so se è stato il risultato del mio approccio, non so se è stato l’esempio, visto che cerco di ritagliarmi sempre tempo per studiare, ho fame d’apprendimento e approfondimento ora come allora e a quarant’anni, con la bimba che ne aveva appena sei, mi sono iscritta a un corso di specializzazione; non so se è stato perché quando litigavo col padre, che non mi dava una mano con la bimba, urlavo rivendicando anche il mio diritto ad avere tempo per lo studio, ma credo che il messaggio sia arrivato forte e chiaro.

Mia figlia ama studiare. Non l’ho mai aiutata nei compiti: francamente alle riunioni di classe mi sentivo in colpa, perché tutti i genitori erano informati su compiti a casa e stato dell’arte del programma, mentre io non ne avevo la più pallida idea e cadevo sempre dal pero. La scuola era il suo spazio, io non c’entravo (a parte i colloqui con gli insegnanti) se non su sua richiesta.

Ma la più grande soddisfazione me la diede un giovane blogger, che forse tra i miei lettori solo il Cavaliere ricorderà e che, abbandonati gli studi da ragazzo, li riprese da adulto perché, a suo dire, io coi miei discorsi gliene avevo risvegliato la passione: questo ragazzo si è diplomato già da qualche anno al liceo psicopedagogico, conciliando lo studio con impegni familiari non indifferenti. Tra le altre cose, non è la prima persona che mi riconosce di avergli acceso o risvegliato la passione per il sapere.

Torniamo dunque a bomba, ai compiti a casa, ai genitori che si vantano di non farli fare ai propri figli e alla risposta di Marisa.

I compiti a casa sono necessari. Quello che si fa in classe, secondo me, a meno che non si parli delle elementari a tempo pieno, non basta. Lo studente ha bisogno dello studio individuale, di rivedere e organizzare le informazioni, di approfondirle e metabolizzarle. Deve toccare con mano e verificare, con gli esercizi scritti, quello che ha imparato, e con quelli consolidarlo. Il fatto che i compiti siano tanti a volte è vero, ma quante volte l’enorme fatica è dovuta alla mancanza di basi? Studiare bene per studiare meno è il trucco, quello che lascia tanto spazio a giochi, vita sociale, famiglia e palestra, salvo eccezioni (tipo sessione d’esami).

Odio i compiti estivi, non sono mai riuscita a svolgerli, né mai ne ho sentito la necessità o mi ha penalizzato il non averli svolti. La vita non è fatta solo di studio, la cultura non può essere solo libresca, e non mi pare un’idea peregrina che le vacanze estive possano servire ad altro, a imparare viaggiando, quando si può, o a svolgere un lavoretto che pure prepara alla vita (tanto è vero che ora si intende inserirlo nelle attività curriculari).

Fossi negli insegnanti per l’estate darei al massimo qualche libro da leggere, libri diversi per tipologia e argomenti, che formano la cultura del ragazzo rappresentando però un qualcosa di diverso rispetto ai programmi scolastici tradizionali (ai miei tempi l’unico romanzo studiato a scuola era “I promessi sposi”, e mi sembra davvero insufficiente).

Torniamo alla cattiva madre cui risponde Marisa: secondo me è una cattiva madre sul serio (va beh, cattiva madre solo per questo mi pare troppo, ma certo non rende un servizio alla figlia), o almeno una cattiva guida in questo settore, perché trasmette al figlio il messaggio che studiare è noioso, svolgere i compiti è attività onerosa (e come tale sgradevole), assolutamente non utile né necessaria e che non è giusto pretendere, che l’autorità degli insegnanti è inesistente e che l’ultima parola, anche a scuola, è quella di mammà (e questo mi ricorda tanto la mammà del post precedente).

Io mi chiedo perché i genitori di oggi stiano così tanto danneggiando i propri figli, deresponsabilizzandoli e rendendoli anarchici oltre che ignoranti: ma se ne rendono conto? Forse non si rendono conto che stiamo davvero andando verso “idiocracy” (e, perdonatemi, il ministro dell’istruzione recentemente nominato è l’emblema di questa decadenza e di questo messaggio autolesionistico e distruttivo che studiare non serve a niente).

Ecco, l’ho detto.

I soldi dei figli

Ho assistito a una discussione di una madre che lamentava che il figlio convivente, che lavora, non mette nulla da parte, pur provvedendo alle sue spese – escluse quelle di casa perché nulla dai genitori gli viene chiesto.

Avreste dovuto vedere come si sono scatenate le pie donne intervenute, come al solito, ad elargire i propri saggissimi consigli.

Il consiglio più gettonato è stato: “Caccialo da casa!”: ora, mi dite voi perché una madre dovrebbe cacciare via da casa un bravo figlio, colpevole solo di godersi i soldi che onestamente guadagna, e che comunque non risulta fare debiti?

Al massimo, proprio come insegnamento di vita, gli si può chiedere un contributo per la casa, cosa che mi sembra giusto, poi i genitori possono decidere, se li fa contenti e non perché secondo me ce ne sia bisogno, di metterglieli da parte, che questo può anche essere un segno d’affetto di un genitore premuroso, ma oltre questo è un’invasione del diritto di un figlio maggiorenne di gestire la sua vita e i suoi soldi come gli pare e piace.

Non sono mancati i fautori del “Togligli tutto!” “Non fare più nulla per lui!”, etc. etc (la mamma dei seminatori di zizzania riesce a essere più prolifica della mamma degli idioti).

Ci sono genitori che davvero non mollano mai la presa e non riescono a tagliare il cordone ombelicale, ed è proprio questo che non responsabilizza il figlio. Conosco cicale cui non è mai mancato nulla, e formiche che hanno ottenuto solo di vivere una vita di sacrifici (eccomi!): non credo ci sia un modo giusto o sbagliato di gestire i propri guadagni, se uno non fa debiti, se non va a incidere sulle casse altrui, ognuno – persino nostro figlio! – è padrone di gestirsi la propria vita come vuole, indipendentemente da quello che noi riteniamo giusto o sbagliato.

E voi, cosa ne pensate?