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Farò coccodè (e le incoerenze vegane)

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Sempre arrabbiata con con mia figlia, che non dà il minimo aiuto e a casa è assolutamente disastrante, scrivo sullo stato fb qualcosa sul fatto che è più preoccupata per il benessere della gallina che per quello della madre, che bere latte vegetale è facile, ma rilavarsi la tazza, o almeno toglierla dalla tavola, è un’impresa più difficile e così, mentre lei continua la sua lotta (forse autolesionista) per il benessere della gallina che deve vivere libera e felice, la madre sta morendo schiava, imbottigliata in una routine che non le permette di occuparsi neanche della propria salute (lasciamo stare lo svago), e i danni fisici si cominciano a vedere, con mio grande avvilimento, senza parlare di quelli psicologici, con totale perdita di motivazione.

Per esempio, ieri sono uscita un po’ prima e pensavo di occupare il pomeriggio a preparare le verdure, comprate fresche da una contadina. Aveva già accumulato una pila infinita di piatti da lavare e, in seguito all’intimazione “Non ti azzardare a farmi ritrovare la cucina in queste condizioni!”, ha reagito facendosi trovare a letto moooooooolto malata, che proprio non era in grado di fare nulla, sarebbe stata cattiveria pretendere.

Naturalmente non potevo preparare le verdure in quelle condizioni, così sgombero la cucina (erano talmente tanti i piatti che li ho fatti in tre fasi, ogni volta sgombrando tutto per fare posto alla fase successiva): per fortuna che ero invitata a cena fuori, almeno mi sarei svagata!

Finito di rigovernare la cucina cerco di rimettere un po’ in sesto le mani, crema, manicure, smalto per fortuna trasparente. Dico per fortuna perché, andata in bagno per truccarmi, mi si rizzano i capelli, prendo la spugnetta e inizio a pulire il bagno (oh, certo, voi avreste fatto i duri, ma si dà il caso che debba usarlo anch’io!).

Le riferisco arrabbiata il commento di una mia collega, che mi ha detto che il giorno che vorrò essere trattata umanamente mi converrà mettermi a fare coccodè, e lei pronta risponde, facendola ovviamente passare per una battuta e non per mancanza di rispetto: “Tanto non sarebbe molto diverso da quello che fai di solito!”

 

Còre de mamma….  👿

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Perché mi hai fatto nascere?

Sissi ha tendenze sempre più sinistrorse, con tutto il pacchetto che comporta. Certo, la posso capire, c’è un ideale di fondo, il mondo della giustizia e dell’uguaglianza, il riscatto dei deboli, etc. etc. etc., ci abbiamo creduto tutti o quasi.  Poi, col tempo, ci si rende conto di tante cose, della democrazia imposta a randellate, del democratico rispetto del pensiero altrui solo quando coincide col proprio, dell’eccessiva elasticità della coscienza di tanti per cui di duri e puri e degni di rispetto ne rimangono davvero pochi, allora si scende dalla nuvoletta e si comincia a confrontarsi con la realtà.

E poi, comunque, c’è una visione materialistica della vita in cui non mi rispecchio assolutamente, e questo pacchetto comprende una posizione pro-aborto che non è decisamente la mia.

Ieri mia figlia mi ha detto che, nelle mie condizioni, avrei fatto meglio ad abortire.

“Ma che ti sei bevuta il cervello?”, le rispondo piccata.

“Eh, ma nelle tue condizioni, e con papà così…”.

“Tu sei tutta la mia vita, e poi, condizioni o non condizioni, intanto ce l’ho fatta!”.

“Ma se non ci fossi stata io ti saresti potuta rifare una vita!”.

“Ma chi se la vuole rifare una vita? Io avrei dovuto rinunciare a un bene grande come te per un uomo? Ma chi se lo copre l’uomo! E poi, uno si può rifare una vita anche con un figlio, ci stanno tanti che l’hanno fatto e lo fanno”.

“Ma con un figlio è più difficile”.

“Con un figlio magari trovi una persona più seria e più capace di prendersi responsabilità, e poi quando sei nata tu avevo 34 anni, avevo già avuto tutto il tempo per trovarmi l’anima gemella”.

“Però potevi abortire”.

“Ma dimmi un po’, ti dispiace essere nata? Perché io al massimo posso avere il rimpianto di non averne avuto altri di figli, e poi che discorsi stai facendo, a casa mia i figli non si ammazzano”.

“Come la fai tragica, ci sono dei tempi in cui non è ancora formato…”.

“Ahò, senti un po’, mica attaccarai con la rottura di balle della morula e blablablablà? Ma chi te le ha messe in testa queste cose? E poi non dar retta a chiacchiere, hai visto B.? L’hanno fatta abortire a 18 anni convincendola che quel figlio le avrebbe rovinato la vita, che nessun uomo l’avrebbe voluta e che la sua carriera lavorativa sarebbe stata stroncata. Ora ha 40 anni, è sola e disoccupata, e non ha neanche un figlio che le dia una ragione e la forza per vivere. Tu sei la luce dei miei occhi, e tornando indietro farei mille volte quello che ho fatto. Fine della conversazione”.

Ma che le dice la testa????? E no, tranquilli, non è incinta, non sta cercandosi alibi… o forse li sta cercando, ma per qualche sua amica!  🙄

 

 

Figlia mia (recensione film)

Ho avuto il piacere di vedere in anteprima il film “Figlia mia”, in uscita nelle sale il 22 febbraio con 01 Distribution.

Film difficile, crudo, una finestra aperta sul mondo del degrado, della povertà, della maternità desiderata e di quella rifiutata, e sul disorientamento di una bambina che non sa perché è stata rifiutata ma che vuole disperatamente essere accettata.

In realtà, apprestandomi alla visione, avevo pensato a un film sulle questioni etiche moderne, uteri in affitto, bimbi su commissione, fecondazioni in provetta, ripensamenti tardivi, manipolazioni genetiche, e invece no, è una di quelle storie che accadono da sempre: una donna sbandata rimane incinta forse non sa nemmeno di chi e mette al mondo un figlio, anzi una figlia, cui non è in grado di provvedere. Accanto a lei una donna sposata, senza figli, che le propone un patto: io mi prendo la bambina, la faccio passare per mia, in cambio penserò a te.

Sulla madre putativa incombe l’ombra della madre biologica, là vicino, che non si dovrebbe far vedere e invece fa capolino nella vita della bambina, forse per un ripensamento tardivo, una crisi, un bisogno d’affetto, oppure un’esigenza di riscatto, va a sapere. La bambina è un tipo particolare, che tende a stare in disparte o forse a esserlo messa, vittima chissà perché di mille complessi, nonostante il grande amore della coppia che la sta crescendo. La madre biologica appare invece completamente persa nel degrado, irresponsabile e priva di qualsiasi dignità.

Qualcosa però – e questo mi ha lasciato un po’ perplessa – attira la bambina verso la madre naturale, che dovrebbe metterla a disagio con il suo comportamento strambo, irresponsabile e completamente fuori dalle righe e invece, chissà com’è, riesce a strapparle un sorriso; la bimba intuisce che è la sua vera madre, ha voglia di vederla e rivederla ancora nonostante un contesto oserei dire inquietante. Anche la madre biologica da parte sua mostra un tentativo di riscatto, ci prova a fare la madre, a occuparsi della bambina sia pure a modo suo, con i suoi scarsissimi mezzi e il suo sbandamento probabilmente irriducibile.

Non posso dire che questo film mi abbia trainato, ma suscitato mille pensieri sì, e per questo vi invito a vederlo e se possibile darmi un ritorno.

Cosa vi lascia questa storia?

Come vedete il rapporto tra le due donne, questo amore-odio, questo legame a doppio filo che probabilmente non si scinderà? Come giudicate il comportamento della madre adottiva, che commette un’azione anche peggiore di quelle della madre sbandata, pur di distruggere l’immagine di quest’ultima agli occhi della bambina? E alla fine, chi salva chi?

 

Domenica

Meno male che da un po’ di tempo ho un motivo per uscire la domenica mattina, altrimenti sarei sepolta tutta la giornata a casa.

Il motivo dell’uscita è l’approvvigionamento di uova felici, ovvero di uova di galline felici. Che mia figlia fosse diventata vegana lo sapete, che qualche carenza nutrizionale si fosse iniziata a manifestare pure, gli sviluppi sono che, a forza di fiato, e soprattutto preso atto che quello che le dicevamo era vero e che i segni delle carenze cominciavano a manifestarsi, sono riuscita a convincerla a mangiare uova assolutamente cruelty-free; ci siamo informati su una contadina con una bella campagna verdeggiante dove le galline razzolino libere e felici, ci siamo assicurate che le accarezzi e le coccoli prima e dopo la deposizione delle uova, e quindi abbiamo iniziato a comprarle e a consumarle, che detta così sembra pure facile, ma vi assicuro che non lo è.

Dunque, siccome codesta contadina è raggiungibile solo la domenica mattina, io tutte le domeniche mi alzo, mi vesto, e vado dalla contadina a comprare le uova felici. “E non ci può andare da sola?”, direte voi. Certo, potrebbe, ma siccome non gliene frega niente, e siccome io sono la madre e questa cosa riguarda la sua salute, l’ovetto felice la domenica mattina glielo vado a procurare io.

Dunque, dicevo, meno male che almeno ho quest’occasione per uscire, perché altrimenti sarei sepolta in casa, come sono in effetti dal rientro in poi, a cercare di salvare il salvabile e tamponare il tamponabile.

Oggi, visto l’andazzo (l’incarico sarebbe di mia figlia, ma siccome sta preparando degli esami non riesce a trovare il tempo), ho pulito il frigorifero. Voi dovete sapere che a casa nostra il frigorifero è sempre stracolmo, ma di cosa non si sa. Quando lo vado a pulire butto quantità industriali di cibo, dopo avere o “passato la fame” o ovviato comprando cibo bell’e pronto.

Tanto per fare un esempio, da qualche giorno esco dopo aver bevuto solo il caffè e due biscotti perché gli yogurt li avevo finiti ma oggi, pulendo il frigo, ci trovo uno yogurt ormai scaduto da tempo. Ho scoperto che, riguardo tutte le cose preparate per mia figlia e delle quali mi ero informata se le avesse mangiate o meno, la risposta affermativa significava che ne aveva preso una forchettata e non certo che le aveva finite.Buttate, tutte: considerate che dall’inizio dell’università avrà perso una decina di chili, e non è che prima fosse sovrappeso…

La maggior parte delle cose che butto è la sua roba vegana, hamburger di mopur e altre schifezze simili, affettati dagli ingredienti tanto improbabili quanto per me intraducibili, quindi cose che io non tocco, e che lei compra e lascia lì.

Secondo me poi il padre ci porta roba già scaduta, questo vizio l’ha sempre avuto nonostante le numerosi liti. In seconda istanza, tanto più che la vede così magra, le porta ogni genere di cibo e in quantità industriale, provocando l’effetto opposto, vale a dire la nausea.

Insomma, soffocata da tutto quello che devo fare, metà giornata l’ho passata a sfacchinare in cucina, quasi esclusivamente a gettare cibo e pulire recipienti… 😥

Evviva il lunedì!

Befana: la calza non ha età!

Mia figlia ha 23 anni, ma non manco mai di farle trovare la calza per la Befana: i figli sono sempre figli, sempre pupi di mamma fino a cent’anni!

L’altro ieri io e il padre siamo andati in giro come due ragazzini entusiasti per cercarle qualcosa che le facesse piacere e, complice la recente apertura a Roma del negozio “Binario 9¾” (credo si chiami così) di oggettistica di Harry Potter, siamo riusciti a farla felice.

Certo, costa tutto un occhio della testa, ma una cosa a Natale, un paio di sciocchezze nella calza alla Befana, e siamo riusciti a farla felice senza dover rapinare banche o contrarre mutui.

Appendere la calza in cucina però è stata un’impresa, perché lei è sempre sveglia e circolante, però in qualche modo ce l’ho fatta e la sorpresa è riuscita, perché poi ditemi, ma che c’è di più bello che viziare i figli?

 

Mamma, tu mi odi?

Stamattina mia figlia è entrata in camera mia, mi si è accucciata accanto, mi ha abbracciato e mi ha detto: “Mamma, sono andata in un sito dove la gente confessa quello che non ha il coraggio di dire, e ho trovato un sacco di mamme che dicono di odiare i propri figli e di odiarsi per questo, addirittura di essere andate in analisi per superare questo problema: ma si può odiare un figlio?”.

Mi arriva un pugno allo stomaco, perché tante mie amiche mi hanno fatto più meno la stessa confidenza, e qualcuna pure in analisi ci è andata.

Le ho risposto che c’è un’errata cultura che vuole tutte le mamme perfette e infaticabili, innamorate a oltranza dei loro pargoli, ma non è così, senza che questo nulla tolga all’amore di una madre. Semplicemente siamo esseri umani coi nostri limiti, con un limite alla nostra resistenza psicofisica, per quanto l’amore per i figli allarghi questo limite a dismisura. Le mamme hanno bisogno dei propri spazi, di ritrovare la propria dimensione di esseri umani oltre che di madri, e spesso è difficile con dei figli energivori che ti fagocitano 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno, per anni, anni e anni.

Ho pensato a lei, ma non le ho voluto dire niente perché non volevo in nessun modo che riconducesse le mie parole al termine “odio” da lei utilizzato nella domanda. E’ da tanto che cerco di farle capire in tutti i modi che è da una vita che ho raggiunto il limite, che dovrebbe capire – e questo l’ho ripetuto mille volte anche al padre – che il mio “Non ce la faccio più” significa veramente “Non ce la faccio più”, e non rappresenta un generico “mi va di lamentarmi giusto per fare un po’ di scena”, e che si mettano una mano sulla coscienza.

Considerate solo che, quando è stata un mese fuori, sono dimagrita 10 kg, senza dieta, semplicemente seguendo i miei ritmi: pensate a quanto al momento questi miei ritmi sono stravolti e quanto questo stravolgimento mi faccia male, fosse pure solo (e non lo è) in termini di peso e problematiche collegate.

I figli poi si amano, è ovvio, anche quando ci risucchiano, ma questo non significa che la sofferenza per il nostro essere soffocate non ci sia e che a volte non ci risulti insopportabile.

Ma i figli si sa, sono egoisti, e capiranno solo quando saranno genitori a loro volta.

Forse.

Successi e sfide

E’ stato un lungo parto, ma ce l’abbiamo fatta (e, diciamocelo, pure al primo colpo).

Settimana difficile, un esame all’università di quelli supertosti, quelli che si ripetono non meno di tre volte per poi magari accontentarsi di un 20, e invece è andata benissimo. Poi la patente, che come sappiamo la pratica va anche a fortuna, basta un niente per essere bocciati, e stamattina prima che andasse a sostenere l’esame mi sono raccomandata: “Le regoleeeeeee! Non importa tanto come fai un parcheggio, ma allaccia la cintura, metti le frecce, guarda bene prima di partire, prima di aprire la portiera per scendere, soprattutto questo, guarda, guarda, guaaaardaaaaa!”.

Insomma, è andata.

Nel frattempo io ho temporaneamente cambiato mansioni al lavoro e sto imparando una cosa nuova, rognosa e che non mi servirà a un tubo, se non a tenere la mente sempre in tiro e uffa, oltre un certo limite non è più neanche divertente, sempre a mettersi alla prova, sempre a cimentarsi con il nuovo, sempre al primo giorno di una nuova vita.

Mi ricordo quando tenevo i corsi di aggiornamento, che fatica con quelli che avevano magari cinquant’anni, avevano sempre fatto una cosa e volevano continuare a fare quella, tanto, a un passo dalla pensione, perché mai avrebbero dovuto fare lo sforzo di imparare una cosa nuova? E invece no, noi no, noi fino a ottant’anni dovremmo imparare una cosa nuova, fossero pure le nuove procedure telematiche del Comune, Inps e Agenzia delle Entrate, non ci potremo permettere d’invecchiare noi, potremo avere le rughe, i capelli bianchi, questo sì, magari ce lo consentiranno, ma dovremo sempre bastare a noi stessi, perché siamo in uno Stato che non è in grado di occuparsi né dei suoi giovani né dei suoi vecchi, uno Stato che non ci fa fare figli e non ci cura se ci ammaliamo, e se lo fa lo fa in ospedali dove ballano gli scarafaggi, campeggiano le formiche, le valvole cardiache che impiantano sono difettose e muori nel sonno perché si sono scaricate, etc. etc. etc.

Ho ingaggiato una battaglia personale contro lo ius soli, mi ha stufato il buonismo d’accatto di questo stato, mi ha stufato la mancanza di amor patrio, di orgoglio e difesa della nostra terra e della nostra cultura, la mancanza di senso di appartenenza, tutte cose che voi contesterete per un mondo senza confini e barriere, che mica ho detto di no, ma che l’identificazione si abbia solo con la squadra di calcio mi sembra un po’ riduttivo, che si accetti di tornare indietro di centinaia di anni gettando alle ortiche rinascimento, illuminismo, risorgimento, lotte partigiane e anche quello che ci appartiene un po’ meno come la rivoluzione francese, che è stato pur sempre un grande passo per tutta l’Europa, non lo mando proprio giù. Butteremo alle ortiche il ’68 (che quello ci può pure stare 😆 ), le lotte femministe e le battaglie sociali, le tutele dei lavoratori etc. etc.? Ci siamo accorti che lo stanno già facendo?

Catastrofista? Ma vi siete guardati intorno? Avete visto quei paesi arabi che sono passati da una civiltà come la nostra al burqa e alla sharia, le cui donne una volta in bikini sono state imbacuccate, anzi, imbaburqate?

Voi vi sentite al sicuro perché siete nati in un periodo di pace e siete abituati a dare per scontato quello che scontato non è: vi dice niente quel povero ragazzo condannato a 15 anni di lavori forzati per aver strappato un manifesto da un albergo e morto a 22 anni senza uscire dallo stato di coma in cui l’avevano ridotto? O davvero pensate che l’unica civiltà esistente sia la nostra, forte e indistruttibile anche senza nessun impegno da parte nostra?

Non confondiamo l’umanità con lo sbraco, il giusto obbligo morale di accoglienza e assistenza con la rinuncia alla nostra storia e alle nostre conquiste.

Ok, in questo post ho mischiato di tutto, ma era tanto che non scrivevo, siate benevoli 😉