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Il carabiniere ucciso e Bibbiano, perché ne parlo poco

Anzi per niente, perché è troppo anche per me: per quanto abbiamo letto, si parla di assistenti sociali giudici e psicologi alleati e complici nel togliere bambini a famiglie senza colpa e a danneggiarli con tecniche di lavaggio del cervello e non solo.

Un carabiniere accoltellato, che non si è potuto difendere perché praticamente la legge non lo permette (in Israele, avete presente l’intifada dei coltelli? Gli attentatori sono stati neutralizzati praticamente sempre), e il popolo italiano che fa? Si divide in due fazioni, quelli che gridano all’extracomunitario e cavalcono l’onda dell’odio e quelli che poi, una volta scoperto che si tratta di un bianco americano, gioiscono perché i primi si devono rimangiare quello che hanno detto, e del carabiniere ucciso pare non importare più nulla a nessuno.

Meritiamo di estinguerci.

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Senza Attila

Ho aspettato un po’ per comunicarvelo ufficialmente, ma pare che sia riuscita a buttare definitivamente Attila fuori dalla mia vita. Oramai è qualche mese, e sembra che la situazione sia consolidata, soprattutto perché mia figlia ha capito che non c’è altra soluzione, che il fatto che continui a bazzicare casa è un gioco al massacro; lei è sempre stata il suo palo, quando io lo buttavo fuori dalla porta lei con qualche scusa lo faceva rientrare dalla finestra, ma finalmente LEI ha capito, e questa è stata la svolta.

Mi sento meglio, ma molto molto meglio, ho ripreso forze, sono tornata a fare progetti per il futuro. Quell’uomo era un parassita (peraltro ultima parola che gli ho detto buttandolo fuori casa), e pare che stavolta pure lui si sia rassegnato, in oltre 25 anni mi ha risucchiato ogni briciolo d’energia, e io sono molto pentita di avergli detto – per un’eccesso di onestà, come lo definì una psicologa – della gravidanza e avergli permesso di riconoscere la bambina. Da parte sua nessun contributo per la crescita della figlia, ma solo bastoni tra le ruote, scenate anche al lavoro, stalking continuo, fatto di pedinamenti e ricatti tramite figlia (una per tutte, le vacanze insieme sobillando la figlia “vedi, mamma non ti vuole bene”, che finché è stata piccola ha funzionato alla grande), feste di compleanno anche mie cui lui si è infilato dando come alternativa solo di cacciarlo con la forza rovinando la festa comunque, etc. etc. etc.

Sedici anni per avere il passaporto, due volte in tribunale per fissare un giorno di visita mai rispettato, etc. etc. etc.

Non aggiungo altri pensieri fatti in questi anni, ma adesso pare che davvero sia finita. Lui, per carità, è un povero infelice che avrebbe bisogno di aiuto, ma io questo aiuto evidentemente non sono stata in grado di darglielo, e tutte le mie energie in questi anni sono state risucchiate per non affondare con lui.

Speriamo solo che non danneggi la figlia, che al padre vuole bene e non sarà disposta a lasciarlo al suo destino.

Piccoli miracoli (by Valentino)

Da un commento di Valentino, una storia troppo bella per non diffonderla!  ❤

Mio nonno Ellias Snap, che di mestiere faceva il sarto, tornava un giorno da un cliente. Siccome faceva un freddo cane decise di non fare la strada normale ma di accorciare per il campo innevato (il destino!). Ad un certo punto sentì il pianto di un bebè. Ovviamente si avvicinò e rimase stordito nello scoprire una piccola anima di Dio abbandonata NELLA NEVE. La prese e corse subito a casa.
Erano gli anni 30, e sappiamo che erano anni di crisi, di povertà, di incertezze. Lui sapeva che se l’avesse portata all’orfanotrofio non avrebbe avuto nessuna chance di restare in vita. E poi, lui era ebreo e già non era visto di buon occhio dalle autorità pro fasciste.
Cosi decise di pagare una balia per allattarla e curarla. Certo, non era ricco, ma con il suo mestiere riusciva a campare abbastanza. Poi, col tempo, si rese conto di non poter mandarla via. La chiamò Manta, benedicendola nel suo rito ebraico, ma non la obbligò mai a mantenere la religione ebraica. Anzi, quando la mamma sposò il mio papà (ortodosso) le permise di abbracciare anche lei l’ortodossia. Non c’entrava la religione, solo la felicità di sua figlia.

Don’t overthink: I’m trying!

Ed eccomi qua, prossima ai 40 giorni di immobilità, ma oserei dire anche guarita e prossima alla libertà.

L’ozio non fa per me, ed è difficile quando si è in queste condizioni non pensare, pensare, pensare… ma a che cosa? Ma alle solite cose ovviamente! La casa ingestibile, la crisi economica che ha colpito l’italia e che sta cadendo anche addosso a me come una tegola che ti arriva dritta in verticale, e le questioni di salute, mie e di mia figlia, e gli amici che ci sono, inossidabili, e quelli che se ne sono andati, indimenticabili, e cosa fare della mia vita, tra le due parti che lottano, quella abulica e quella che vuole assolutamente vivere, e urla e lotta per venire fuori e prendere in mano la sua – mia – vita e la sua – mia – libertà.

Avete presente la storia dei due lupi, quello brutto e cattivo e quello bello e buono? Alla domanda “Chi vince?” il narratore risponde “Quello cui dai da mangiare”.

E come fare allora ad alimentare solo la parte viva di me, quella combattiva, quella che si spezza ma non si piega, e non quella che si è già spezzata? Come togliere la briglia a tutta quell’energia, tutta quella voglia di vivere, come cercare quella dimensione in cui il senso del dovere sia uno stile di vita e non una prigione?

Lotto, e intanto un amico, uno dei fari della mia vita, lotta contro un mostro di male e di nuovo dentro di me è tutto scombussolato, mentre dappertutto, come in una benefica congiura, leggo messaggi di speranza, della forza e capacità di rinascere quando meno uno se l’aspetta, e voglio mordere la vita, voglio vivere, perché chiunque io sia, comunque io sia, qualunque cosa sia stata e qualunque cosa sarà, la vita è adesso, ora e qui, e l’unico momento in cui possiamo essere vivi non è altro che questo e noi no, non ci arrenderemo, noi no, io no.

 

 

Invecchiare fa schifo

Deprimere il prossimo è l’ultima cosa che avrei voluto e vorrei questo blog facesse, ma se un blog diario on-line deve essere, diario online sia!

Sono qua, come sapete più o meno immobile, da oltre un mese. Rotta stupidamente, e affrontata la cosa ancora più stupidamente.

Un tempo probabilmente neanche mi sarei rotta, non è la prima distorsione della mia vita, e comunque un tempo, forse, non l’avrei affrontata in maniera così idiota (ma anche sì).

Il problema è che non mi riconosco più. Da tanto tempo, troppo, ho messo il pilota automatico, la mattina mi alzo, un minimo di faccende a vado in ufficio, la sera torno a casa e crollo, senza uscire MAI. Il sabato c’è mia madre, e la domenica arresti domiciliari per pulire, pulire, pulire. Il lunedì si ricomincia, e qualunque cosa accada fuori da questa routine mi destabilizza e fa di me un essere smarrito.

In tutto questo è quasi scomparsa ogni forma di vita sociale, di svago, di sogno, di progetto, di cura per me stessa. La crisi in cui versa l’Italia non mi ha risparmiato, e al pensiero di guardarmi intorno mi viene spontaneo ricontare le frecce nel mio arco, le carte del mazzo per vedere quante ne sono rimaste e, pure senza disperazione, anzi, oserei dire persino con un minimo di ottimismo, mi accorgo che i mezzi che avevo un tempo non ci sono più, e quelli rimasti sono al lumicino.

Sento di avere tutto sommato tanta strada ancora da percorrere, ma che questa la dovrò fare con scarse forze e passo lentissimo.

Non sono mai stata d’accordo con mia madre, ma se ripenso al fatto che ha sempre detto che invecchiare non è brutto sono ancora più arrabbiata con lei: non che le abbia creduto, per carità, ma un minimo ci avevo sperato.

Batto inoltre su uno stesso tasto, per me sempre più importante: la famiglia. Quando si è inseriti in una famiglia, di quelle numerose in cui nello stesso spazio convivono giovani e anziani, adulti e bambini, piano piano uno magari cambia ruolo, ma la roccaforte della famiglia c’è sempre, il sostegno c’è sempre, chi può fare questo e quello quando tu non puoi, quando non è più il tuo tempo, c’è sempre.

Fossi poi stata una che ha sacrificato la famiglia per altre cose, ora starei pagando il fio delle mie scelte: macché, la famiglia io l’ho sempre sostenuta, e per la famiglia ho sempre lottato ma, come dice un vecchio adagio, “contro la forza la ragion non vale”.

Ecco, beccatevi ‘sto sfogo, così v’imparate a leggermi.

Poi, se volete, posso pure aggiungere zen-amente che gli uccellini cinguettano, il cielo è azzurro e il sole sorge ogni mattina.

Fanculo.

Rita Levi Montalcini diceva giustamente che bisogna aggiungere vita ai giorni, non giorni alla vita, ma non ha lasciato la ricetta della pillolina aggiungivitaaigiorni, che peccato!

Via dal mio lessico

Oramai la rottura con Attila si è stabilizzata, la nausea che avevo accumulato in tanti anni è veramente esplosa e non credo la questione sia reversibile.

Rimane il fatto che Sissi in mezzo ne soffre, anche perché entrambi stiamo agendo in quel modo odioso di renderla “messaggero”, e quindi piovono i “Dì a tu’ padre…” e “Dì a tu’ madre” rabbiosi e carichi di livore e altri contenuti negativi.

Io mi riprometto di non farlo più, tanto abbiamo capito che è un parassita mai ha contribuito a crescere questa figlia e mai contribuirà, quindi è perfettamente inutile cercare di fargli capire qualcosa che alla fine suona solo come rinfaccio a quella povera figlia mia.

Faccio come la madre vera presso il re Salomone, abbozzo tutto purché mia figlia stia bene, tanto oramai il più è fatto.

Lontano dagli occhi, decisamente lontano dal cuore, ma anche dalle parole e dai pensieri.

Semplicemente non esiste più.

Senza Attila da un mese e più

Non ve ne ho parlato prima, ho aspettato che la situazione si fosse un po’ stabilizzata, per non dare l’ennesimo annuncio poi di fatto senza seguito.

E’ stato al ritorno delle vacanze, e poiché questo è un luogo pubblico tralascerò tutti i dettagli.

Forse aveva ragione una mia amica che non ero abbastanza convinta, perché quello di cui invece sono convinta non rompe gli argini, non passa e basta. Poi la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e ho parlato a chiare lettere con la figlia, chiare, chiarissime:

tuo padre non lo voglio più vedere, ma non lo voglio più vedere sul serio, mai più, a nessun costo. Non ti inventare allagamenti, svenimenti, malintesi, non t’inventare niente, perché se lui entra un’altra volta a casa mia, ricordati che ne esci tu.

Nessuno ti toglie tuo padre, sei grande, sei pure autominuta, lo puoi chiamare, fare pure videochiamate, vederlo fuori casa quando vuoi, prendere la macchina e raggiungerlo quando più ti aggrada: dentro casa mia non deve entrare mai più.

In realtà un piccolo tentativo di farlo rientrare l’ha fatto, un bisogno fisiologico, un attimo solo: mi ha chiesto il permesso e gliel’ho negato, ha insistito, mugugnato, rinfacciato. Tenuto il muso per non so quanto. Non l’ha fatto entrare di nascosto, sia perché è una persona seria e affidabile, ma comunque sa anche che me ne accorgerei, in tanti anni non sono mai riusciti a togliere le tracce di tutto, li ho sempre sgamati, qualunque cosa fosse successa, e credo che la paura di essere messa fuori casa abbia contribuito. Sono certa però che è soprattutto una persona la cui parola ha un peso, come le ho insegnato, ma non l’ha presa bene.

Ora è passato anche un po’ di tempo, certo incombono compleanni e festività natalizie, ma da parte mia non credo ci sia alcun rischio di ripensamento, non è che sono “determinata”, è proprio che ho sviluppato un rigetto.

Come quando finì l’amore all’improvviso, per aver trovato in segreteria un messaggio di Issa. Cioè, non per il messaggio, ma perché lui si rifiutò di richiamarla per dirle di lasciarci in pace, e soprattutto impedì a me di farlo, e per impedirmi di farlo staccò il telefono, e andammo a finire a un incontro di lotta libera. Fu lì che mi perse per sempre, neanche la scoperta della gravidanza mi fece mai tornare sui miei passi.

L’amore per mia figlia mi ha fatto sopportare tanto, le vacanze insieme per darle almeno qualche giorno l’anno quella famiglia unita che non aveva mai avuto (sono state un errore? Forse sì o forse no), il suo stazionamento a casa mia perché la bimba non stesse troppo tempo sola, perché ci fosse un paracadute in caso di mia assenza, perché avesse anche l’altro pezzo di famiglia in caso di mia prematura dipartita, etc. etc. etc. Qualche psicologo da corridoio dirà “Tutti alibi!”: ma de che? E’ un uomo che non ho mai rivoluto, mai, neanche quando ci si è messa di mezzo tutta la famiglia “per amore della bambina”.

E’ un uomo che non ho mai rivoluto neanche nel contesto rilassato e spensierato delle vacanze, che non ho rivoluto né in ricchezza né in povertà, né in salute né in malattia. E lui invece che voleva? Non mi è dato saperlo, ma in linea di massima vuole il contrario di quando uno gli chiede.

Un mese circa di stacco totale, e mi sembra di ricominciare a vivere, neanche nel senso che sono più felice (anche se in ufficio mi dicono che sono diventata un’altra, addirittura dicono che mi muovo di più, con più agilità e disinvoltura: che sia perché non convivo più con la sensazione di oppressione di prima?): ora direi che ho una maggiore consapevolezza, anche più preoccupazioni, perché prima le mie energie soprattutto mentali erano talmente tanto assorbite da lui da non lasciarmi tempo per nient’altro. Ora non vivo più come un automa, sto riprendendo coscienza del mondo esterno, e quindi ahimé, anche della crisi e delle sue conseguenze, che bene o male toccano un po’ tutti: mi rendo conto di tanti altri problemi tralasciati, ma in qualche modo affronterò tutto.