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Farò coccodè (e le incoerenze vegane)

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Sempre arrabbiata con con mia figlia, che non dà il minimo aiuto e a casa è assolutamente disastrante, scrivo sullo stato fb qualcosa sul fatto che è più preoccupata per il benessere della gallina che per quello della madre, che bere latte vegetale è facile, ma rilavarsi la tazza, o almeno toglierla dalla tavola, è un’impresa più difficile e così, mentre lei continua la sua lotta (forse autolesionista) per il benessere della gallina che deve vivere libera e felice, la madre sta morendo schiava, imbottigliata in una routine che non le permette di occuparsi neanche della propria salute (lasciamo stare lo svago), e i danni fisici si cominciano a vedere, con mio grande avvilimento, senza parlare di quelli psicologici, con totale perdita di motivazione.

Per esempio, ieri sono uscita un po’ prima e pensavo di occupare il pomeriggio a preparare le verdure, comprate fresche da una contadina. Aveva già accumulato una pila infinita di piatti da lavare e, in seguito all’intimazione “Non ti azzardare a farmi ritrovare la cucina in queste condizioni!”, ha reagito facendosi trovare a letto moooooooolto malata, che proprio non era in grado di fare nulla, sarebbe stata cattiveria pretendere.

Naturalmente non potevo preparare le verdure in quelle condizioni, così sgombero la cucina (erano talmente tanti i piatti che li ho fatti in tre fasi, ogni volta sgombrando tutto per fare posto alla fase successiva): per fortuna che ero invitata a cena fuori, almeno mi sarei svagata!

Finito di rigovernare la cucina cerco di rimettere un po’ in sesto le mani, crema, manicure, smalto per fortuna trasparente. Dico per fortuna perché, andata in bagno per truccarmi, mi si rizzano i capelli, prendo la spugnetta e inizio a pulire il bagno (oh, certo, voi avreste fatto i duri, ma si dà il caso che debba usarlo anch’io!).

Le riferisco arrabbiata il commento di una mia collega, che mi ha detto che il giorno che vorrò essere trattata umanamente mi converrà mettermi a fare coccodè, e lei pronta risponde, facendola ovviamente passare per una battuta e non per mancanza di rispetto: “Tanto non sarebbe molto diverso da quello che fai di solito!”

 

Còre de mamma….  👿

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Figlia mia (recensione film)

Ho avuto il piacere di vedere in anteprima il film “Figlia mia”, in uscita nelle sale il 22 febbraio con 01 Distribution.

Film difficile, crudo, una finestra aperta sul mondo del degrado, della povertà, della maternità desiderata e di quella rifiutata, e sul disorientamento di una bambina che non sa perché è stata rifiutata ma che vuole disperatamente essere accettata.

In realtà, apprestandomi alla visione, avevo pensato a un film sulle questioni etiche moderne, uteri in affitto, bimbi su commissione, fecondazioni in provetta, ripensamenti tardivi, manipolazioni genetiche, e invece no, è una di quelle storie che accadono da sempre: una donna sbandata rimane incinta forse non sa nemmeno di chi e mette al mondo un figlio, anzi una figlia, cui non è in grado di provvedere. Accanto a lei una donna sposata, senza figli, che le propone un patto: io mi prendo la bambina, la faccio passare per mia, in cambio penserò a te.

Sulla madre putativa incombe l’ombra della madre biologica, là vicino, che non si dovrebbe far vedere e invece fa capolino nella vita della bambina, forse per un ripensamento tardivo, una crisi, un bisogno d’affetto, oppure un’esigenza di riscatto, va a sapere. La bambina è un tipo particolare, che tende a stare in disparte o forse a esserlo messa, vittima chissà perché di mille complessi, nonostante il grande amore della coppia che la sta crescendo. La madre biologica appare invece completamente persa nel degrado, irresponsabile e priva di qualsiasi dignità.

Qualcosa però – e questo mi ha lasciato un po’ perplessa – attira la bambina verso la madre naturale, che dovrebbe metterla a disagio con il suo comportamento strambo, irresponsabile e completamente fuori dalle righe e invece, chissà com’è, riesce a strapparle un sorriso; la bimba intuisce che è la sua vera madre, ha voglia di vederla e rivederla ancora nonostante un contesto oserei dire inquietante. Anche la madre biologica da parte sua mostra un tentativo di riscatto, ci prova a fare la madre, a occuparsi della bambina sia pure a modo suo, con i suoi scarsissimi mezzi e il suo sbandamento probabilmente irriducibile.

Non posso dire che questo film mi abbia trainato, ma suscitato mille pensieri sì, e per questo vi invito a vederlo e se possibile darmi un ritorno.

Cosa vi lascia questa storia?

Come vedete il rapporto tra le due donne, questo amore-odio, questo legame a doppio filo che probabilmente non si scinderà? Come giudicate il comportamento della madre adottiva, che commette un’azione anche peggiore di quelle della madre sbandata, pur di distruggere l’immagine di quest’ultima agli occhi della bambina? E alla fine, chi salva chi?

 

A forma di te

19 marzo, sono piovute sul web frasi e poesie sul padre, dichiarazioni, ricordi, nostalgia.

Io non riesco a dire una parola, e non solo per il rapporto irrisolto, non particolarmente perché pensi che il dolore sia un fatto privato, non perché le parole mi salgono dal cuore a un ritmo talmente intenso e convulso che non ce la faccio neanche a dirle tanto si sovrappongono, quanto perché quelle sì che sono un fatto privato, che vorrei dire solo a te, non ho nessuna voglia di gridarle al mondo, solo a te, solo a te.

Ma tu non ci sei. Sei morto tanti anni fa, più quelli in cui non ti ho parlato, fanno più di venticinque anni senza di te.

Eppure, a volte, mi sembra di ripercorrere la tua vita, di vivere le tue stesse esperienze, rivivere le tue stesse emozioni, subire le tue stesse batoste, umiliazioni anche, ma dovere trovare la forza per andare avanti, per dovere verso i familiari, per rispetto alla vita, per un coraggio che forse è nel DNA, o per chissà che cosa.

Tante volte, quando ripenso alle tue difficoltà, quando ripenso alla tua vita, mi chiedo davvero come tu abbia fatto a resistere, dove tu abbia trovato la forza che tanti, in condizioni ben meno gravi, non trovano.

Forse l’hai trovata in noi: il tuo senso di responsabilità, l’irriducibile e indefettibile senso del dovere per cui mai e poi mai avresti lasciato la tua famiglia a cavarsela da sola, mai avresti abbandonato i tuoi figli, tu che la guerra ha reso orfano. Perché tu eri, prima di tutto, protettivo. Tu sei stato figlio, sei stato soldato e sei stato eroe, sei stato uomo e marito, ma prima di tutto, soprattutto, quella che è stata la tua più importante e coinvolgente missione della tua vita, sei stato padre.

Ecco, mia sorella ha una tua foto su una mensola, che guarda e riguarda con incommensurabile amore e struggente nostalgia.

Io no, non ce l’ho, non ce la faccio. Che poi, a che mi serve, mi sei piantato nel cuore, un cuore pieno di te, scolpito a tua immagine e somiglianza. E sì, un cuore a forma di te che poi, quando rivedo nella mia vita le tue esperienze, quando vivo le stesse difficoltà, le stesse esperienze, gli stessi dolori, penso allora di avere tutta una vita a forma di te, e allora vado orgogliosa pure di quello che non va, perché mi rende più consapevole della vita che hai passato, e più parte di te.

Di grandi amici e saghe familiari, corsi e ricorsi

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Ho risposto scherzando al Cavaliere che avrei ripreso l’argomento Xavier, sul quale lui si era pronunciato all’incirca con le parole “Che palle, non se ne può più!”. Francamente neanch’io ce la faccio più, e non so che darei perché questo dolore avesse fine.

Mi pare quello che dicono delle doglie, che le donne accetterebbero di partorire un cane pur di farla finita, o accetterebbero di farsi squarciare con un cesareo pur di non sopportare ancora quegli spasmi.

O quelli che alla fine accettano un’operazione che li menomerà, proprio perché l’alternativa sarebbe il dolore.

Io non ho idea se lui si renda conto o meno di quello che ha fatto, e soprattutto non solo di quanto sia ingiusto, ma di quanto sia idiota, perché l’effetto è stato assolutamente controproducente, in quanto prima avevo semplicemente tolto la mia amicizia alla pdf, poi la mia stima, mentre ora ho per lei un disprezzo viscerale, e qui passo per associazione di idee a un altro discorso, già affrontato altrove.

Una signora che conosco raccontava di aver litigato con una sua cognata (credo che parliamo di una parentela acquisita da 30 o 40 anni circa), e di non perdonare al marito di non essere intervenuto in sua difesa.

Memore di altre pretese del genere e delle dolorose conseguenze (leggi “saghe conseguenti”), ho provato a dire la mia: se un estraneo t’importuna, ovvio che un amico, un familiare DEBBANO intervenire, ma io penso che in una lite tra fratelli, cugini, cognati, genitori e figli adulti, amici, non sia assolutamente giusto coinvolgere altre persone, amici e familiari di entrambi, che si trovano prese tra due fuochi, e a cui chiedere di “scegliere” è veramente grave.

Ricordo un anziano signore che, messo in mezzo in una di queste liti, cui era totalmente estraneo, si accorava pensando a tutte le persone a lui care cui non avrebbe potuto più rivolgere la parola per presa di posizione: ma come si fa a pretendere una cosa del genere? Io coi miei amici e coi miei familiari ci litigo in proprio, non vorrei mai portarmi appresso altre persone e creare muri su fronti estranei, partiti, barricate.

La saggia mia nonna diceva sempre di “non dar colore alla minestra”, nel senso di non drammatizzare e non permettere che i sassolini diventino valanghe, e invece spesso è proprio quello che si tende a fare.

Ho visto tante famiglie di amici litigare per questioni tra figli (compreso, a volte, che si erano fidanzati e uno dei due aveva lasciato l’altro), ho visto persone rompere i rapporti con la propria madre o con i propri fratelli per vie del/la consorte (o viceversa), e credo che in questo ci sia tanta, tanta immaturità, che alla fine diventa una forma di cattiveria, di prigionia delle proprie ragioni, contro quelle di qualsiasi altro.

Penso questo, a distanza di due anni e due giorni dal distacco di Xavier, dopo che ho perduto un altro amico, e ritrovato un altro ancora, di importanza forse superiore a lui, non fosse altro per il fatto che entrambi mi accompagnavano da una più giovane età.

Vado avanti, con la ferita che forse è diventata pure feritoia, ma che non cessa di sanguinare: col tempo si è perduta la familiarità, la consuetudine, ma mai l’affetto.

L’amico ritrovato è stato ritrovato dopo vent’anni, ma io e Xavier, oggi, vent’anni non li abbiamo.  😥

Nessuno è forte da solo

ohana-significa-famiglia

Giorni fa riflettevo sul perché del male di vivere, di questa mia stanchezza, fisica ed esistenziale e che, proprio in questi giorni, mi è capitato di riscontrare anche in altri; mi chiedevo come facessero i nostri genitori, nonni, bisnonni etc. ad avere molta più forza di noi, nonostante delle condizioni oggettive decisamente meno favorevoli rispetto alle nostre.

Ho messo a fuoco che la chiave di volta è la famiglia: famiglia significa che nessuno è mai solo, nessuno viene lasciato indietro, abbandonato, che ognuno si sente supportato e il peso di qualsiasi problema non è mai sulle spalle di uno solo: e mi dite poco!

Noi, invece, siamo soli. Liberi, indipendenti, diciamo noi, e invece soprattutto soli. Non costruiamo rapporti, mandiamo all’aria matrimoni per sciocchezze, oppure per  cose gravi che nessuno si dà la pena di evitare o di risolvere. Anche per questo le generazioni più giovani sono spesso rappresentate da figli di genitori separati, tutti presi dal “rifarsi una vita” piuttosto che pensare a quelle che hanno messo al mondo.

Siamo soli. Da 40, forse 50 anni a questa parte l’infelicità è palpabile, il peso della vita ci schiaccia, ci hanno illuso che la pillola della felicità fosse il Prozac piuttosto che il vicino di casa, un amico, una sorella, un prete.

Senza contare le famiglie ormai sempre più numerose con figlio unico, che non sanno neanche cosa significhi avere un fratello o una sorella, e già stiamo sperimentando di conseguenza generazioni che, oltre che senza fratelli, sono senza cugini e senza zii.

Siamo soli. Ci hanno trasformato in jene per sopravvivenza, col modello americano degli obiettivi da raggiungere “a qualsiasi costo”, e il “tengo famiglia” ci ha reso la coscienza più elastica, o l’ha direttamente atrofizzata. Gli eroi, gli idealisti, sono quasi ridotti col piattino a trascinare la propria stanchezza di vivere in un mondo che non gli appartiene, e anche se per piattino intendo un piattino metaforico, sempre più spesso diventa anche materiale.

Oggi – anzi da un po’ – esiste “lo psicologo”: con tutto il rispetto per la professione, quanto è triste dover pagare qualcuno per essere ascoltati! Perché, spesso, è a questo che si riduce, e chi non può pagare soffra in silenzio, muoia o azzanni per sopravvivere!

E poi, perdonatemi se ci aggiungo una nota che non c’entra niente, anche questo accidente di referendum che sta creando tra la gente, anche amici stretti e persino parenti, delle fratture insanabili (il che dimostra, tra l’altro, quanto siamo anche idioti) ha contribuito a colmare la misura.

Riprendiamoci gli affetti, recuperiamo l’empatia, facciamo uno sforzo per metterci sempre, sempre nei panni dell’altro, e ricominciamo daccapo, possibilmente dalla famiglia, quella del “tutti per uno, uno per tutti”: il nostro fardello sarà più lieve se qualcuno ci aiuterà a portarlo, e noi a nostra volta ci sentiremo più utili agli altri a condividere il loro.

Non siamo nati per vivere soli: il fatto che nasciamo da due esseri, e che a un altro essere ci dobbiamo unire per procreare, non è forse già un segno?

Rileggo questo post, e mi sembra persino retorico, ma tant’è che la gente continua ad essere sola, accanita, agguerrita, aggressiva, infelice, e il consumismo degli affetti, il “mors tua vita mea“, sembrano essere più imperanti che mai.

Fermiamoci.

Fermiamoci e ricominciamo.

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Dirlo o non dirlo?

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Sul blog di Aquilanonvedente si sta scatenando la discussione su un problema molto delicato: quando uno sta male, o semplicemente teme di star male, è giusto tenere all’oscuro la famiglia per non destare preoccupazioni, o è questo un modo per escludere i familiari che hanno diritto a sapere? Il condividere gioie e dolori non è forse l’essenza della famiglia, chiamata a dare supporto e ad esserci nel bene e nel male? Escludere la famiglia, non dico magari i figli piccoli ma ad esempio il consorte, non è forse un campanello d’allarme di una mancata voglia di condivisione? L’ “eroico” tenersi tutto dentro non celerà un pizzico di egoismo, o quantomeno di misantropia, o fosse solo voglia di solitudine?

Questi due degli interventi a favore della condivisione, il primo di lettricetecnologica, il secondo mio (potete leggere tutta la discussione da Aquila)

Sì, la discussione si è fatta interessante. Io concordo con Diemme in tutto e per tutto.
Io, da figlia e non da moglie (ma penso che il concetto non sia molto diverso) sono sempre stata in prima linea quando si è trattato di problemi di salute e non avrei voluto, né tanto meno avrei gradito,sentirmi esclusa dalle preoccupazioni dei miei.
Con mio padre ho pure dovuto prendere qualche decisione estrema in prima persona e non ho rimpianti, nemmeno di aver voluto interrompere le inutili cure.

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Sono contenta che lettricetecnologica la pensi come me, e il punto è proprio quello: chi ha detto che i familiari vogliono risparmiarsi le preoccupazioni per i propri cari? Star vicino a un mio familiare in difficoltà non è solo un mio dovere, è anche un mio diritto, ho diritto di stare vicino a chi amo, ho diritto ad assisterlo, ho diritto a condividere le sue preoccupazioni, perché siamo famiglia, perché siamo pezzi di un unico organismo, e la cosa più brutta non è certo condividere le sofferenze, piuttosto esserne esclusi.

Io mi ricordo quando con mio padre vestii un mio amatissimo zio, oramai deceduto. Mia madre mi avrebbe “risparmiato” questo “dolore”, questa “triste incombenza”, mentre per me è stato un modo per stargli ancora accanto, per fare un’ultima cosa per lui, per sentirlo ancora più vicino. Siamo adulti, sappiamo cos’è la vita, la malattia, grazie al cielo anche la guarigione, le preoccupazioni, le attese e le speranze. Volercene tenere fuori significa amputare una parte di noi, costringerci a una vita a metà, decidere cosa dobbiamo sapere e cosa no significa solo manipolazione, significa anche presumere cosa l’altro proverà e come lo gestirà, magari non azzeccandoci minimamente.

Sarebbe più onesto dire: “Mi voglio cuccare la mia strizza da solo, senza rotture di coglioni”. Questo sì, sarei disposta a riconoscerlo come sacrosanto diritto.

Infine ho trovato questo articolo “La malattia in famiglia“, che vi invito a leggere e di cui voglio sottolineare queste parole:

[…] E poi quella di Carlo che, al contrario, ha fatto della malattia un segreto impenetrabile, mettendo in scena la commedia della famiglia felice, a scapito della possibilità, per sé e per la moglie, di esprimere i loro veri sentimenti. Pubblichiamo infine l’intervista allo psicologo Fabio Sbattella, che, in estrema sintesi, consiglia di parlare sempre, di dire tutto ai figli, di non eludere le loro domande e paure. Perché, dice, «di fronte al male e alla malattia si può sempre costruire qualcosa di buono».

E voi, come la pensate in proposito?