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Virginia Raggi e i campi Rom

Nuova polemica su Virginia Raggi e le sue politiche d’inclusione che intendono portare alla progressiva chiusura dei campi Rom, e avanti con l’idiozia delle frasi fatte e del populismo idiota, di gente che si ritiene tanto smaaart e invece non si capisce bene se è più disumana o più idiota.

Ma cominciamo dal principio.

Già in fase elettorale Virginia aveva promesso la chiusura dei campi Rom e, se non erro, aveva detto non che li avrebbe chiusi e basta fregandosene di chi rimaneva fuori, ma adottando delle politiche per cui il superamento dei campi rom avrebbe previsto un’integrazione sociale delle persone che li abitano.

Non vi piacciono i rom? Bene, neanche a me, e allora? Come pensiamo di risolvere il problema di questa gente che vive ai margini della società? Dite che non si vogliono integrare? Probabilmente è vero, ma non possiamo dir loro di andare a lavorare se nessuno è disposto ad assumerli (con tutte le ragioni di questo mondo), e non possiamo dir loro di non rubare se diventa l’unico mezzo per procurarsi il pane.

Lo so, lo so che la situazione non è così facile, ma quando tre giovani rom, mi sembra una ragazza di diciotto anni e due bambini più piccoli muoiono nel rogo di una roulotte data alle fiamme e vedo gente “civile” e “integrata” che gioisce, penso che il furto non sia il peggiore dei crimini e che “gli inumani sono tra noi”, in abiti civili, spesso giacca e cravatta magari pure costosi.

La Raggi non sta offrendo assistenzialismo, quello semmai è quello che c’è stato finora e che lei vuole debellare. Il suo discorso è: “O ti integri o sei fuori”, cioè, finora hai avuto il pesce, rubato o calato dall’alto, oggi t’insegno a pescare.

Fermo restando che i soldi che saranno utilizzati da Roma Capitale sono fondi europei espressamente destinati alla questione Rom, e quindi non potrebbero essere utilizzati altrimenti, ma solo lasciati lì, considerate che l’integrazione di queste persone – qualora riesca – porterà al contrario a un alleggerimento della spesa capitolina, e a un miglioramento del decoro urbano.

Vi linko alcuni articoli, per esempio questo: “Mille euro al giorno a Casamonica per guardiania campo rom“, vogliamo parlarne? Si rendono conto o no i romani che sbraitano di cosa significherà eliminare questa spesa? E non è certo l’unica, sarei curiosa di fare un conto di quanti soldi vengono quotidianamente spesi, e sono stati spesi complessivamente negli ultimi decenni, per assistenza ai Rom.

Ora pare che siano stati finalmente censiti, e dopo il ceensimento si avvieranno le indagini patrimoniali: insomma, l’intento della Raggi è sì di inclusione, ma mediante il ritorno alla giustizia e alla legalità. Parla di patti da rispettare, basta parassiti, ma offrire una reale possibilità d’inclusione è doveroso, e oltretutto è un diritto costituzionale (“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli blablabla”).

Insomma, la gente vuole che vengano eliminati i campi rom, e ha ragione, non ne può più dei furti che avvengono ovunque si accampino, e ha ragione, però una soluzione non la vuole. Chiuderebbe i campi Rom e basta (“Dove vanno? Sono fatti loro, purché se ne vadano!”), e avremmo gli stessi risultati che abbiamo avuto col tentativo di eliminare la prostituzione chiudendo le case chiuse (risultato? Prostituzione aumentata e fuori controllo), eliminare il problema dei malati psichici e relativi trattamenti psichiatrici chiudendo i cosiddetti manicomi (e gettando malati e familiari nella disperazione più totale). I più accaniti darebbe loro fuoco, e di questi nazisti non voglio neanche parlare, perché sono la peggiore feccia dell’umanità.

La soluzione Raggi mi sembra la migliore, categorica e umana: voglio sapere chi sei, quello che hai, ti aiuto nell’integrazione, tu CI METTI DEL TUO, se delinqui vai in galera: assistenza e non assistenzialismo, una mano pòrta e non un allevamento intensivo di parassiti.

Se dovesse funzionare, fermo restando che questi soldi investiti in ogni caso non vengono tolti ai romani, avremmo un risparmio netto su altre forme di intervento e di assistenza e una considerevole diminuzione del degrado cittadino: non mi pare poco!

Riporto parte dell’intervento della Raggi, che dovrebbe essere lo stesso del filmato:

Riportiamo Roma in Europa. Oggi ho annunciato che finalmente nella Capitale saranno superati i campi rom.
Partiremo da subito intervenendo in due campi, La Barbuta e La Monachina, che ospitano oltre 700 persone.

Mettiamo così fine alla mangiatoia dei soldi dei cittadini che per anni c’è stata con Mafia Capitale: fondi pubblici finiti nelle tasche della criminalità.
Abbiamo ottenuto 3,8 milioni di euro dall’Unione Europea che investiremo in questo progetto: nessuna risorsa sarà sottratta alla cittadinanza.

Mettiamo fine all’epoca dell’assistenzialismo: il cuore del piano è rappresentato da un patto di responsabilità che definisce, in modo netto, diritti e doveri di tutti.
Si tratta di una svolta senza precedenti, che ci consente di riportare alla legalità migliaia di persone e intere aree della nostra città.

Post al riguardo sul sito del Comune:

http://www.comune.roma.it/pcr/it/newsview.page?contentId=NEW1551781

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Art. 11: l’Italia ripudia la guerra

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Art. 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

***

L’Italia ripudia sì la guerra, ma è pur sempre vero che, come dicevano gli antichi romani, “si vis pacem para bellum“, se vuoi la pace prepara la guerra che, in soldoni, significa che ripudiare la guerra non significa essere indifesi, tutt’altro: l’essere armati fino ai denti e preparati al conflitto potrebbe essere infatti un deterrente per eventuali Stati e popoli malintenzionati, che potrebbero mettere a rischio la nostra pace, la nostra libertà nonché la nostra sovranità nazionale.

Poi ci sono le missioni di pace, e credo che qua, se non volessimo fare i leoni da tastiera, che parlano senza sapere, dovremmo tutti tacere;  invece io la vostra opinione in proposito vorrei saperla: le missioni di pace sono dovute, necessarie, utili, o una deroga a quest’articolo e un abuso nei confronti di altri popoli?

E che pensate dell’abrogazione dell’obbligo di leva? Non sarebbe stato più utile magari accorciarlo, sradicare ogni episodio di nonnismo, renderlo veramente formativo e, perché no, magari estenderlo anche alle donne?

Art. 10: noi, lo straniero e il resto del mondo

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Art. 10

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

 

L’argomento è più che mai attuale, anzi, ora più di allora.

Quando fu scritta la Costituzione, credo che nessuno immaginasse lo scenario attuale, l’orda di stranieri che avrebbe scelto come meta il nostro territorio, sottoponendo a forte pressione la compagine sociale e scatenando quella che è, di fatto, una guerra tra poveri, un’emergenza umana per loro, sociale, economica e culturale per noi, nonché una minaccia terroristica il cui allarme risuona in tutta Europa e non solo.

Noto subito una falla nell’enunciato dell’art. 10: qui parliamo di accoglienza di quegli stranieri che non possano esercitare nella propria patria le libertà enunciate nella Costituzione ITALIANA: questo, a occhio e croce, comprende tutta il resto dell’umanità o poco meno, in quanto credo che ogni nazione abbia i propri principi, la propria cultura e la propria peculiarità per cui, molto facilmente, almeno una delle libertà concesse in Italia non è concessa in un’altra nazione, per civile e progredita che sia.

Quella dell’immigrazione d massa in Italia in teoria è un’emergenza, ma in pratica, si può chiamare un’emergenza un fenomeno continuativo che dura da decenni, più o meno con le stesse caratteristiche?

L’immigrazione in Italia è un fenomeno non so se ingestibile, ma sicuramente ingestito: manca la volontà politica? Mancano la coscienza civica, sociale, umana e umanitaria?

Mancano i mezzi per gestirla?

Sicuramente ne mancano le capacità.

Io vedo un’Italia stolta, divisa tra buonismo e pregiudizio, un atteggiamento di sbraco contrapposto a uno forcaiolo, senza che sappia trovare un sistema costruttivo per aiutare chi è in difficoltà senza farsi fagocitare, trasformando gli apporti esterni in ricchezza umana e sociale (nel frattempo l’hanno trasformata in ricchezza economica per chiunque sfrutti il fenomeno dell’immigrazione e l’emergenza umana), rispettando l’altro senza rinunciare né alla propria sicurezza né alla propria cultura.

Ed ora, come sempre, l’opinione di Aida:

Parto con una considerazione: l’Italia, fin dalla notte dei tempi, è sempre stata un crocevia di stranieri. Se fino a qualche secolo fa lo Stivale era diviso fra potenze spagnole e austriache, non bisogna dimenticare le invasioni saracene, quelle arabe e le contine peregrinazioni di culture che, nel corso dei millenni, ci hanno lasciato un patrimonio storico difficile da trovare in altri paesi del mondo.
Ovviamente tutto questo è storia, e l’immigrato attuale sceglie l’Italia per altre ragioni, diverse dalla necessità di conquistare un territorio nuovo (o forse sotto sotto è così?). L’Italia è la nazione più vicina all’Africa, ma è anche quella che, come l’America, trasmette un messaggio di ricchezza e di opulenza. Non c’è programma televisivo dove non passa la ricchezza e il lusso del Made in Italy, mentre la maggioranza dei mass media sottolineano l’aspetto superficiale di un paese che va a rotoli. Proprio in questi giorni, random, le pubblicità e i servizi su un S. Valentino di lusso occupano radio e televisioni e, se lo straniero capta un messaggio del genere, è pur sempre attirato dalla ricchezza ostentata dall’Italia.
E’ anche vero che passa un secondo messaggio, dettato, a mio parere, sia dalla Chiesa che purtroppo soverchia ancora la politica, sia dalla Politica perbenista che per farsi bella agli occhi del mondo continua a massacrare i suoi cittadini. L’accoglienza, l’obbligo a concedere case popolari o stanze in alberghi di lusso, le future agevolazioni fiscali in caso di assunzioni di immigrati e, soprattutto, la mancanza di una prassi seria che selezioni il profugo bisognoso da quello che vuole lucrare sull’ingenuità dell’italiano. Certo, a sbarcare sono tutte persone misere, ma basterebbe girare in un Comune italiano per trovare ciondolare gruppi di immigrati senza nulla da fare tutto il giorno.
Proprio l’altro giorno, l’articolo di un giornale dipingeva l’Italia come un paese razzista, poiché alla domanda “sei disposto a fittare casa ad un immigrato” (sottoposta ai possessori di seconde case sfittate) quasi la totalità ha negato ogni possibilità.
Ovviamente più che razzismo parlerei di tutela della proprietà, perché è facile gestire i beni degli altri per apparire belli dinnanzi l’Europa, ma è pur vero che una posizione ferma andrebbe presa, per lo meno a tutela di chi scappa dalle guerre e non di chi pretende pasti stellati e suite confortevoli.

 

Art. 9: il patrimonio culturale, artistico, scientifico e ambientale

Art. 9
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

 

Qui chiedo l’aiuto di tra voi sa qualcosa in più, perché io so meri titoli, e cioè che la Repubblica italiana non promuove un bel niente, che i fondi per la ricerca sono tagliati, che le nostre menti migliori vanno all’estero, che un’immensità di tesori dell’arte sono sepolti in magazzini e depositi dei Beni Culturali, che l’Italia non ha neanche un archivio dei suoi beni, senza contare la trascuratezza ambientale, di cui ci capita in continuazione di seguire qualche servizio.

Sono frasi fatte che l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa, e a momenti del mondo, neanche al netto dei paesi in via di sviluppo, che studi, ricerca, iniziativa vengono scoraggiate, o è la triste realtà?

Ed ora, come sempre, l’opinione di Aida:

I primi 12 articoli della Costituzione sono preambolo e principi di una delle più belle opere d’arte che possediamo e l’art. 9 racchiude la tutela dell’arte, della scienza e della cultura. Questi tre ambiti sono disciplinati sia da altri articoli presenti nella Costituzione, sia in svariate norme e Codici appositamente approvati per definirne la materia e la competenza. Vivendo in una società moderna, “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” (art. 33 Cost); solo che la libertà, per essere tale, dovrebbe trovare supporto in fondi idonei che non provengano solo dalle donazioni. Se ci fate caso ogni giorno spunta sempre una nuova pubblicità che invoglia a donare per questo o quell’ente che svolge attività di ricerca, mentre in alcuni periodi dell’anno si richiedono fondi per migliorare e riqualificare i beni culturali. A mio parere la donazione privata ci sta fino ad un certo punto: trattandosi di beni dello Stato, la ricerca, l’arte e la cultura devono tessere principalmente sovvenzionate con i fondi pubblici e, solo di sghimbescio, dalle elargizioni di noi comuni cittadini. Essendo che lo Stato molto spesso non ricava una cippa dalla ristrutturazione di un edificio storico, o dalla scoperta di un nuovo farmaco, preferisce lasciare che il tutto venga privatizzato ed il privato, si sa, non agisce per scopo benefico.

Per quanto riguarda la cultura devo ammettere che lo Stato, in alcuni casi, sa mantenere la promessa. Non navigando nell’oro, personalmente ho potuto concludere i miei studi grazie alle borse di studio universitarie che, oltre ad essere date a chi non ha un reddito sufficiente, vengono erogate anche per Merito. Per merito non si intende il 30 e lode (che molto spesso rappresenta una forte discriminazione quando vali 30 ma per mantenere la media ti danno 26) quanto il superamento di un certo numero di esami che ti garantisce una borsa di studio sottoforma di assegno.

Anche i Master possono essere sovvenzionati dallo Stato. Annualmente l’Inps eroga borse di studio che, purtroppo, nella maggioranza dei casi sono destinate ai figli dei dipendenti pubblici. In altre parole, per quanto da un lato la scuola viene garantita grazie ai buoni libro, alle borse di studio e ad alcuni incentivi economici, dall’altro non tutti possono accedere se non aprendo un mutuo anche solo per pagare una retta universitaria.

Quello che più mi duole, nel campo della ricerca e della cultura, sono i dottorati. Il dottorato è una delle poche vie che un neo laureato può seguire qui in Italia, salvo il fatto che non sempre è remunerato e non sempre ti garantisce un solido futuro. Il dottorato ti consente di approfondire, anche autonomamente, gli studi intrapresi con la laurea, ma nella maggioranza dei casi si finisce con l’incentivare la carriera accademica del professore di turno.

Concludendo: possediamo un patrimonio culturale, storico e scientifico degno della migliore università mondiale, solo che non sappiamo valorizzarlo perché agiamo con l’idea del profitto, e non della cultura. Che dire. Auspico che la mia generazione sia in grado di sostituire alla parola profitto quella di amore, perchè solo così si potrebbe davvero cambiare l’Italia, anche con un tornaconto economico.

Art. 8: libertà di religione

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Art. 8
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Direi che su questo ci siamo, è un articolo che, finora, è stato abbastanza rispettato. Mi pare ci sia stata qua e là qualche piccolissima questione per eventi importanti fissati in coincidenza di festività ebraiche (francamente non ricordo quali ma, solo a titolo esemplificativo, se tu mi metti le elezioni in un giorno in cui io, per la mia religione, non posso partecipare ad attività politiche, di fatto infici il mio diritto di voto, e da qui la necessità di un dialogo più fluido con le rappresentanze delle varie confessioni religiose), ma insomma, direi che rispetto e collaborazioni ci sono stati a livello consistente e più che sufficiente.

Una piccola nota: odio la formula “tolleranza religiosa”, non c’è nulla da tollerare, trattasi di semplice, normalissimo e dovuto rispetto!

Non avendo ulteriori obiezioni, cedo il passo all’approfondimento dell’esperto, la nostra Aida Millecento:

L’art. 8 della Costituzione va preso in considerazione con altri due articoli: il n. 19 e il n. 20.
La differenza fra questi tre articoli è di tipo letterale, poichè tutti e tre sanciscono il diritto di professare liberamente una religione. Ma nello specifico l’art. 8 è un PRINCIPIO GENERALE, il 19 definisce una LIBERTA’ DELL’INDIVIDUO, il 20 un DIRITTO INVIOLABILE. I tre concetti sono simili fra loro, a livello giuridico esistono numerose interpretazioni letterali circa il significato di PRINCIPIO, LIBERTA’ e DIRITTO e nella maggioranza dei casi le scuole di pensiero sono puramente filosofiche. In termini pratici ognuno di noi può  essere libero di professare qualsiasi religione, purché questa non contrasti con le norme del nostro ordinamento. A fini esplicativi serve soltanto dire che una persona ha il DIRITTO di professare LIBERAMENTE una religione, e tale diritto è un PRINCIPIO FONDAMENTALE riconosciuto dalla costituzione.
L’art. 19 recita: “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”. Soffermiamoci sulla forma associata. C’è un implicito richiamo all’art. 2 della Costituzione, quello che sanciva “i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità“. La libertà religiosa (e il principio correlativo) sono strettamente legati alla sfera personale dell’uomo che viene considerata come quel qualcosa che consente alla PERSONA in quanto tale di crescere, formarsi, acculturarsi, essere se stesso sia come singolo (l’ordinamento parla spesso di PERSONA, non di individuo, al fine di sottolinearne la sfera spirituale, psicologica, sociale e non egoistica) sia nelle formazioni sociali (una moschea, un’assemblea di evangelisti, una riunione di testimoni di Geova, e così via). Professare liberamente una religione significa esistere come persona, avere l’opportunità di credere in un’entità astratta che prescinde dall’effettiva esistenza, con l’accortezza che i riti professati non siano contrari al buon costume (art. 19).
Continuando l’art. 20 della Costituzione, che definisce un diritto inviolabile, recita: “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività“. Ho parlato di diritto perché lì dove c’è un diritto esiste in contrapposizione un dovere da parte di un soggetto o di una comunità legato al rispetto di quel diritto. In termini più semplici io ho il diritto di essere cristiana, di andare in Chiesa e di fare i sacramenti in piena libertà. Tu Stato non puoi discriminarmi per tale motivo e tu, mio vicino di casa musulmano, ebreo, testimone di Geova, ortodosso non puoi impedirmi di professare liberamente la mia religione. Allo stesso modo io, cristiano, non posso discriminare te che sei musulmano,  ebreo, testimone di Geova, ortodosso, nè tanto meno posso impedirti di professare liberamente la tua religione. L’art. 20 fa un chiaro riferimento alla legge e non al privato cittadino, obbligando lo Stato ad eliminare qualsiasi impedimento legato alla religione che sminuisce la posizione sociale di una persona.
Bisogna fare un appunto. Un conto è la religione. L’appartenere ad un culto non deve essere causa di discriminazione. Un conto è l’avere o meno la cittadinanza italiana. Spesso si confonde il musulmano con l’extracomunitario unendo due sfere che in realtà sono diverse fra loro.
L’ultimo periodo dell’art. 8 della Costituzione recita: “I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze“. In questo caso sono da sottolineare le numerose intese stipulate fra Stato e organizzazioni religiose per ciò che concerne il riconoscimento a tutti gli effetti legali dei matrimoni contratti secondo rituali differenti rispetto al culto cattolico o al matrimonio civile. In altre parole in base all’intesa stipulata fra organizzazione religiosa e Stato italiano, il matrimonio celebrato in Italia secondo un rituale diverso ha gli stessi effetti legali rispetto al matrimonio “tradizionale”. Quindi i diritti e i doveri dei due sposi sono regolati, per quanto riguarda i rapporti civili, dalle norme del codice civile e qualsiasi questione verrà sollevata dinanzi ai giudici nazionali, sia civili che penali.

Art. 7: Stato e Chiesa, indipendenti e sovrani

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Art.7
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

I patti lateranensi furono siglati l’11 febbraio del 1929, e credo sia stata la prima regolamentazione dell’Italia unita dei rapporti tra Stato e Chiesa, che misero il punto a una questione a dir poco annosa. Furono oggetto di revisione nel 1984.

Anche qui ho poco da aggiungere, e passo la parola ad Aida:

 

Si definiscono Patti Lateranensi, ma in realtà è la legge n. 847 del 1929 che riconosce l’indipendeza della Città del Vaticano rispetto al territorio italiano. L’art. 7 della Costituzione sancisce indipendenza e sovranità di entrambe, il che vuol dire che la giurisdizione, le tasse, il sistema fiscale, l’ordinamento sono diversi e indipendenti l’uno con l’altro. Le leggi che vigono in Italia non valgono all’interno della Città del Vaticano e, viceversa quelle della Città del Vaticano non hanno valenza nel territorio italiano. La Città del Vaticano ha una propria moneta (che in realtà ha lo stesso conio del territorio nazionale, ma il sistema fiscale è distaccato dal nostro).
Con i Patti Lateranensi ognuno sta al suo posto (almeno così dovrebbe essere) per cui non deve esserci ingerenza della Chiesa sulle questioni Nazionali e, viceversa, l’Italia non deve intervenire nelle questioni politiche della Città del Vaticano.
L’excursus storico è complesso: parte dall’unione d’Italia per giungere al 1929, anno in cui lo Stato Italiano e la Santa Sede cercano di trovare un accordo che regoli la religione cattolica all’interno del territorio nazionale. Si è parlato di potere temporale della Chiesa, di Questione romana, di ingerenza della Chiesa negli affari dello Stato ma con i patti, almeno sulla carta scritta, Stato e Chiesa rimangono due entità separate.
È da dire però che, nonostante la Città del Vaticano abbia un suo statuto, Delle sue forze dell’ordine, se non erro anche un sistema giudiziario a se stante, esistono alcuni ambiti in cui la Chiesa può usufruire dell’intervento dello stato italiano, e fattispecie che possono essere rimesse al giudizio dei tribunali Nazionali (si tratta di competenza di materia e territoriale).

L’art. 7 della COSTITUZIONE sancisce un’altra cosa: la modifica dei patti Lateranensi non può avvenire con un procedimento di revisione costituzionale (un esempio fra tutti è stato il recente referendum) bensì mediante un accordo da realizzare sempre fra Chiesa e Stato, andando oltre le tradizionali procedure di revisione.

Un ultimo appunto. Con L’art. 7 secondo molte interpretazioni si può individuare un principio fondamentale, che fa da apristrada ai successivi artt. 8, 19 e 20 della Costituzione: l’Italia è uno stato laico. L’indipendenza della Chiesa e la sovranità dello Stato Italiano presuppone una netta separazione fra la concezione di stato confessionale (che fa propria una religione trasformandola in religione di Stato) e Stato laico. Certo. Nella realtà non è così, o non sempre la laicità è rispettata, ma si sappia che l’art. 7, si differenzia dallo Statuto Albertino che sanciva il Cattolicesimo come religione di Stato.