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Due volte nella polvere, due volte sull’altar: quale la mia impronta?

A mano a mano che la vita trascorsa diventa più lunga di quella da trascorrere, o quella da trascorrere più breve di quella trascorsa che dir si voglia, si pensa sempre più spesso a cosa avremo lasciato in questo mondo quando non ci saremo più. Ovviamente chi ha figli lascia i figli, certo, ma che messaggio avremo trasmesso anche a loro? Che differenza avremo fatto in questo mondo?

Io a volte mi sento una persona riuscita, una che ha vinto tutte le propre battaglie, e un’altra volta esattamente il contrario, e mi prende non vi dico che scoramento. A parte il figliare, che qualsiasi animale è capace di farlo, che lascio io a questo mondo? Ho fatto la differenza in qualcosa? Ho cambiato in meglio la vita di qualcuno?

E voi, ve le fate mai queste domande?

Io vedo tenta gente o impegnata nel sociale, o che porta avanti una battaglia, una missione, una passione, e li invidio, mi sento cosi zoppa, così priva di quella luce che accende la vita, e ti fa svegliare la mattina con la voglia di fare.

Tante volte mi dico che ho lottato e ottenuto, mi sono messa in condizione di non dipendere mai da nessuno, sono sempre stata “scevra da servo encomio e da codardo oltraggio”, una persona libera, e non è poco, ma a parte il mio piccolo mondo, al prossimo che cosa ho dato?

Qualcuno, come il cavaliere, ricorderà quel ragazzo che, leggendo i miei scritti, si era riappassionato alla scuola, riscritto al liceo e diplomato, poi c’è stata quella donna che decise di tenere il bimbo che aspettava perché, in qualche modo, l’avevo convinta (e sarà magari quel bambino, quel “+1” che farà la differenza?), ma insomma, episodi che debbo andarmi a cercare col lanternino.

Ah, ho pure risolto la vita di Xavier, trovandole l’anima gemella! (#risoamaro).

E voi come vivete e vostri bilanci? E chi di voi mi conosce, che può dirmi dei miei? Sono normali questi stati d’animo, queste sensazioni di appagamento e scoramento che fanno a pugni tra di loro?

Ma qual è il senso della vita?

PS: questo post è privo di categorie, a parte quella di default, perché con questo accidente di nuovo editor non sono stata capace di inserirle 👿

PPS: riuscita a rieditare l’articolo con l’editor classico, inseriti categorie e tag 😉

 

Il cordone ombelicale

A una madre non sembra mai che il figlio cresca, ma cresce.

Io non penso mai “io alla tua età”, perché io alla sua età ero già divorziata, lavoravo da una vita, avevo vissuto all’estero, e avevo avuto esperienze terribili, tra cui fame, violenza e altri inferni.

Avevo cresciuto figli non miei, assistito l’anziana madre di mio marito, etc. etc. etc.

Ma un figlio è diverso. Credo di non essere la sola, riuscire a vedere il figlio come un adulto, metabolizzare la sua autonomia, non mi pare che sia un’impresa facile per molti.

Mia figlia è un medico. Bisogna che io me ne renda conto. E’ un medico e lavora come medico.

E’ una libera professionista, che si apre la partita IVA ed emette fatture.

E’ un medico che firma un contratto con duemila clausole legate al rischio professionale.

Lo so, a voi sembrerà normale, sicuramente lo è, ma io faccio fatica.

Si passa la vita a tagliare il cordone ombelicale, c’è sempre un ambito in più in cui tuo figlio non ha bisogno di te.

Ricordo un mio collega, quando la figlia non ebbe più bisogno di essere accompagnata a scuola, che mi raccontava di quanto gli mancassero quei dieci minuti con lei.

Il fatto che camminino con le loro gambe è un nostro successo, lo so, me ne rendo conto, guai se non fosse così.

Guai se non li svezzassimo, guai se non si rapportassero con chi è altro da noi, maestre, compagni di scuola… guai se non andassero a scuola e tornassero a casa da soli, se non cominciassero a fare qualche lavoretto, se non prendessero la patente…

Ed ora, finita l’università, compiuti un tot di anni, non è più a carico.

Era a mio carico al 100%, il padre non ha mai contribuito, ma per me era un onore, un onore non farle mancare niente, automobile scassetta compresa, tanto per farle fare esperienza e dirozzarsi un po’.

Ma oramai sono anni che guida… e guardo il suo curriculum, di tutto rispetto abbenché fresca di studi.

Cominciano i turni di notte, comincia la sindrome del nido vuoto…

Non ti parlo dei miei guai

Una mia amica sostiene che non bisognerebbe mai parlare con gli altri dei propri guai, intanto come regola di buona creanza, e poi per non affliggere il prossimo e non autoaffliggersi rimestando sempre nel calderone del dolore.

Ora, io con questo sono d’accordo solo parzialmente. Va bene non assumere un atteggiamento lamentoso assolutamente poco costruttivo, va bene condannare e scoraggiare la blaming attitude”, come la chiamano gli inglesi, va bene non autosobillarsi con un pensiero fisso sempre rivolto ai guai, ma un conto è il piagnone di professione, un conto è un amico che condivide con te un suo problema.

E’ pur vero, come dice lei, che la vita è tanto breve che non ce la possiamo rovinare con le negatività nostre e altrui, che vanno prontamente rimosse dalla nostra quotidianità, ma questo non può significare costringere se stessi e gli altri a indossare una maschera sempre sorridente mentre dentro si muore nella solitudine e nel dolore.

Oltretutto questo porterebbe a dei rapporti assolutamente fasulli, perché se io conosco una persona e non conosco la sua anima, le sue gioie ma anche i suoi dolori, i suoi sogni ma anche le sue delusioni, i suoi progetti ma anche le sue paure, io quella persona non la conosco affatto, e sto condannando me e lei alla solitudine e a una superficialità che, per come la penso io, farà più danni di una sana condivisione di un problema.

E voi che ne pensate? Nel frattempo godetevi questi versi trovati in rete (cliccate sul titolo per aprire il link)

Er piagnone

Tutti zen con la vita degli altri

Si dice da sempre che “altro è parlar da morte, altro è morire”, però un conto è trovarsi in una situazione difficile e comportarsi “a caldo” diversamente da come si pensava “a freddo”, un conto è proprio parlare a vanvera senza un minimo di coerenza, riempirsi la bocca di grandi parole cui però non viene mai dato seguito coi fatti: c’è sempre stata la gente che predica bene e razzola male, ma spesso mi trovo a constatare che la gente che predica bene è troppo spesso proprio quella che razzola infinitamente peggio degli altri.

Mia figlia sostiene che nella natura umana c’è un bisogno etico che può venire soddisfatto dalle azioni o dalle teorie, e questo spiegherebbe il perché i depositari di tante belle teorie non sentano poi il bisogno di tradurle in fatti.

Ce l’ho con gli “zen”, gli odiosissimi “zen a parole”, sempre pronti con le loro teorie illuminanti non solo su come gli altri dovrebbero vivere, cosa dovrebbero provare, ma soprattutto su come dovrebbero rapportarsi agli altri e cosa dovrebbero provare nei confronti degli altri.

Sono i grandi teorici del perdono, dei “ponti e non muri” e di tutte quelle altre cose che, facendo inalberare il mitico Xavier, padre di tutti gli zen, definivo senza troppi complimenti “cazzate zen”.

Non perché io sia contraria al perdono, che mi dispiace persino non sia nelle mie corde, né certo contro i ponti anziché muri, anzi, magari fosse possibile stabilire un dialogo con tutti e col dialogo appianare ogni tipo di avversità, ma così non è.

Il problema è che i primi sono loro a non provarci nemmeno a seguire le proprie teorie. Due mie amiche, entrambe tanto mistiche e spirituali a parole, di quelle che sostengono che la vita esista addirittura prima del concepimento e quindi sono assolutamente contrarie all’aborto (ritengono che non si debba schiacciare neanche le formiche, figuriamoci sopprimere un essere umano!), sono state le prime a decidere di abortire di fronte a una gravidanza indesiderata. La prima arrivò addirittura a sostenere che tutto nella vita ha un senso, e se lei avesse abortito era perché Dio aveva deciso che quell’esserino dovesse morire in nome di qualche disegno superiore, e l’altra invece, in maniera molto più spiccia, disse “A Padrete’, io ‘sto momento proprio nun posso, magari famo i conti ‘n’antra vòrta”.

Altri pseudozen, quelle dei “ponti non muri”, quelli sempre a consigliarti “parlaci, chiarisci”, sono quelli che poi, a livello personale, troncano i rapporti in maniera repentina, alzano muri di cemento armato e, di fronte a qualsiasi tentativo di spiegazione, mi fanno venire in mente l’immagine di quelli che si tappano le orecchie dicendo ripetutamente “blablablà” per non sentire.

Discutevo di questo con mia figlia, che mi ha risposto che loro hanno anche un’altra teoria comportamentale, che è quella di liberarsi di tutto ciò che è tossico. Ora, che tu ti liberi di una dipendenza o di una cattiva abitudine mi sta pure bene, ma che tu ti liberi di una persona con cui sei stata molto amica, di un partner che hai amato, che ti ha amato e forse ti ama ancora, di un familiare in genere, mettendoli tutti nel contenitore dei tossici, a me più che zen pari un emerito e vile paraculo.

Ecco, l’ho detto.

Uomini incerti

Oggi parlavo con una mia amica che si sfogava relativamente al marito che, per carità, è una bravissima persona e uno degli uomini migliori che potesse incontrare ma…

…ma chissà com’è, certi uomini, e mi riferisco anche ai miei ex, quando trovano una donna forte (forte nella sostanza intendo, non necessariamente nei modi, visto che la mia amica per esempio è una persona dolcissima) la dovono denigrare, umiliare, ferire.

Io credo che sia un loro modo di “ristabilire i ruoli”, di dire “il maschio sono io”, quasi a coprire una loro mancanza, e cioè il fatto che a volte invece i pantaloni li deve indossare lei altrimenti la famiglia non va avanti.

Non sono in grado, ma non ci stanno, e allora fanno la voce grossa, voce grossa che serve probabilmente a coprire la loro mortificazione per il fatto di non essere in grado, la loro profonda consapevolezza di non essere in grado.

Mentre parlavo con lei mi è tornato in mente mio marito, che non ne azzeccava una ma non voleva sentire un consiglio per sensato e conclamatamente appropriato che fosse, che un giorno se ne uscì urlando queste parole: “Lo so che hai ragione, ma non mi sta bene che una cicazzelletta di vent’anni sappia quello che si deve fare e io no!”. Praticamente una confessione in piena regola.

Il successivo, di cui vi ho parlato qui, addirittura era arrivato a coniare il termine “diemmate” come sinonimo di cazzate (a proposito di violenza sulle donne, che non sempre è fisica), salvo poi fare esattamente quello che proponevo io, dopo aver rielaborato i fatti ed essersi convinto di avere partorito lui l’idea.

Lui era un uomo sempre disponibile ad aiutare, con un forte istinto protettivo, ma non poteva sopportare l’idea di una donna forte che non dipendesse da lui e che fosse una mente pensante.

Molte volte mi sono chiesta come mai gli uomini  scelgano certe donne, quelle che li cornificano e svuotano il conto in banca o quelle che gli risucchiano la vita per la loro dipendenza, i loro complessi e i loro bisogni, e credo che la risposta sia che hanno bisogno di sentirsi superiori e di sentirsi cacciatori, quindi largo alla donna che li attizza, quella intrigante, seduttiva e provocante, se scema e appariscente è perfetto, largo alle donne che li fanno sentire eroi coi loro atteggiamenti da donzelle indifese (che poi spesso sono o psicopatiche o abili manipolatrici), e a morte le donne indipendenti, le teste pensanti, quelle piene di iniziativa, quelle che osano avere un’idea più di loro, magari migliore, e a volte le sfacciate osano persino guadagnare di più.

Queste vanno soppresse, perché il maschio vuole essere alfa, o almeno credere di esserlo, anche quando in cuor suo sa benissimo di essere beta, gamma, delta, e a volte persino omega.

Esclusi i presenti, ovviamente, però davvero, rifletteteci un po’ su, che magari ho ragione.