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Pentirsi di essere madri

Sto leggendo, tra gli altri, questo libro che, per la verità, mi sta tutt’altro che appassionando. Secondo me l’autrice, che affronta un tema delicato e anche, se vogliamo, scottante, in maniera banale e noiosa, non riesce a catturare l’attenzione, non riesce a provocare un coinvolgimento emotivo del lettore.

Sembra una lista della spesa, nome della mamma, numero dei figli, fascia d’età, affermazione del pentimento della maternità che in nessun modo incide sull’amore per i figli, eventuale condanna sociale di questo stato d’animo, etc. etc. Si arriva pure a madri (per ora mi pare una sola, ma ancora non ho finito di leggere) che sognano di uccidere i figli, e siccome di questi casi la cronaca è piena, un maggiore approfondimento, una finestra spalancata su questi stati d’animo torbidi, inquietanti, socialmente inammissibili ma tuttavia esistenti, sarebbe stata gradita e invece no, lista della spesa, punto.

Eppure il tema meriterebbe.

Una mia conoscente, rimasta incinta non ricordo di chi e sola non ricordo perché, si era decisa ad abortire. Sul tavolo operatorio, un pensiero improvviso, un mutamento d’animo repentino, una scelta in extremis: “Lo tengo”.

La vita per lei poi è stata difficile, chiama quel figlio “l’amore della mia vita” e poi dice che l’ha odiato, mi parla di tutti i lavori che ha accettato per sbarcare il lunario, spesso la notte, in cui poteva lasciare il figlio dalla propria madre, e lei che nei vari luoghi di lavoro (mi ha parlato perlopiù di pulizia di stabilimenti) moriva di paura.

Il fatto è che essere madri è molto impegnativo e risucchia molte energie. Un proverbio, mi pare indiano, recita “Ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino” e lo ritengo profondamente vero: peccato che, generalmente, una madre tutto questo villaggio a disposizione non ce l’ha.

Io, nella mia esperienza di madre, una delle prime cose che ho capito è cha alla madri va data l’ora d’aria, la libera uscita di tanto in tanto, altrimenti ci credo che impazzisce!

Una mia amica, con un figlio che pure adora, ha detto che la mia vita non sarebbe riuscita a farla: lei aveva l’ex che prendeva il figlio il mercoledì e il venerdi, più un fine settimana sì e uno no, e affermava che senza quei momenti in cui poteva riprendere fiato non sarebbe riuscita a sopravvivere.

Quanti sono però i padri che i figli non se li prendono, che non contribuiscono al mantenimento (o fanno solo quello fregandosene del resto), lasciando tutto sulla spalle di una madre che, per farcela, si deve annientare? E quanto costa a livello emotivo questo annientamento, e come incide nel rapporto coi figli?

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E a voi cosa è successo?

E sì, succede proprio così, ve lo garantisco.

Uno è giovane, anzi, è bambino, ed è impegnato a giocare. A pranzo e a cena l’unica preoccupazione è quella di lavarsi le mani, e sperare che non ci sia qualche cibo che non ci piaccia, e che qualcuno ci obbligherà a mangiare.

C’è l’ordine costituito, la mamma, il papà, i nonni.

I nonni hanno circa sessant’anni, forse meno: ecco, impari l’età dei nonni.

Poi vai a scuola, e la vita si fa a mano a mano più difficile per certi versi, coi compagni di classe che prendono in giro, un professore che proprio non ti va giù, gli sconvolgimenti ormonali, ma pure più facile, appassionante e bella, con l’indipendenza, la libertà, le scelte…

T’innamori, ti prendi, ti lasci…

Ti diplomi, magari ti laurei, cerchi lavoro, lo trovi, oppure non lo trovi e vai avanti inventandoti qualcosa o a precariato, magari un amore si è consolidato, magari metti al mondo dei figli e lì cambi, hai più ragioni per andare avanti, anche più forza, più doveri, più responsabilità, più amore…

Diventi forse più saggio, sicuramente più tollerante, nel lavoro hai seguito fino a un certo punto obiettivi, magari li hai raggiunti, o più verosimilmente sei rimasto deluso, non ci credi più, avresti voluto dare di più a questa società e a questo mondo ma non lo hanno neanche voluto questo tuo “di più”, maledetto sistema incancrenito che ti illudevi di poter cambiare!

E quand’è che l’hai persa questa illusione? E’ successo tutto insieme o un po’ alla volta?

E poi le analisi che non sono più quelle di una volta, come l’entusiasmo non è più quello di una volta, il passo non è più quello di una volta (per non parlare del punto vita…).

I nonni li hai persi da un pezzo, un pezzo di cuore che è andato via, i tuoi genitori sono i nuovi nonni, nonni giovani, poi meno giovani, poi ti trovi ad occuparti di loro che hai appena finito di svezzare i figli e pensavi di goderti un po’ di libertà.

Poi ti scatta una qualche molla quando dici la tua età, perché pensi di avere venti o trent’anni, al massimo quaranta se sei sfigato, e invece sono sessanta, e se non sei nonno è perché la società è cambiata, non perché non hai l’età.

Ti guardi allo specchio, forse ti riconosci o forse no, ma certo che continui a chiederti come sia successo, e tu dov’eri quando è successo, e quale treno hai perso, quali treni, quali aerei, quali navicelle spaziali per quel pianeta felice in cui eri sempre lì lì per andare a vivere…

 

E m’accompagno da me

***

Chi mi segue da tempo sa che ci sono stati nella mia vita momenti – diciamo piuttosto periodi – duri, e alcuni mi hanno davvero segnato. “Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo”: forse questo punto d’appoggio m’è mancato sempre, per questo certe volte crollo, la mancanza di terra sotto i piedi è uno degli stati d’animo con cui ho più dimestichezza.

Scoramento, mancanza di motivazione e di forze, la sensazione di essere risucchiata in un vortice e l’appello alle ultime forze per evitare questo risucchio.

Un urlo strozzato nel cuore, e spesso ricorro alla musica: in passato, sdraiata in penombra sul divano, solo musica classica mentre ora, con l’avvento della nuova tecnologia di youtube, cerco anche musiche sedicenti armonizzanti, sedicenti energizzanti, sedicenti zen, sedicenti liberatrici dei chakra. Poi, se il meteo m’assiste, cerco di stare al sole, di camminare, di fare.

Il mio ex marito diceva che non si può curare un tumore con un’aspirina, ma io continuo a prendere aspirine (metaforicamente parlando), cerco di non indulgere in pensieri tristi, di alzare la testa – nonostante il suo peso – e andare avanti.

E m’accompagno da me.

Le cose belle accadono per caso

***

Cercavo qualcosa da vedere, giusto per ammazzare il tempo (non è che mi avanzi, ma insomma, diciamo che ero in una condizione particolare in cui ero bloccata). Vado su youtube, cerco “film completi in italiano”, tutto sommato mi attira quello il primo che mi si presenta “Come diventare grande nonostante i genitori”, dovrebbe essere una cosetta leggera, adatta alla situazione, e l’avvio.

Dopo un po’ mi prende e, indipendentemente dalla trama del film che in fondo è una favoletta, mi tocca una corda speciale, quella della giovinezza, quella che sento sempre di più di avere perso (“alla bon’ora”, direte voi “vai pe’ i sessanta!”), ma che ora, chissà come mai, mi rigira per la testa come un mulinello.

Vedo questi giovani che ci credono, questi genitori che li opprimono, che tentano di tarpare loro le ali “per il loro bene”, e il tuffo nel passato è immediato. Chi si riesce a ribellare, chi no, chi crede di non avere scelta e si prepara a una vita di rimpianto e no, i figli non capiscono quasi mai che non sono solo i genitori a dover educare loro, sono anche loro a dover educare i proprio genitori e aiutarli a crescere.

Ecco, forse questo è stato il mio grande errore, avere considerato i miei genitori così, un pacchetto preconfezionato, prendere o lasciare, anzi, prendere o prenderle, li ho presi come immutabili, come un dogma, ne ho sofferto incommensurabilmente l’incomprensione, ma forse avrei dovuto impuntarmi di più, o forse di meno e non prendere le cose di punta provocandone l’irrigidimento, o forse la loro rigidità sarebbe stata comunque immutabile. Però ero giovane. Ero giovane come quelli del film, un filmetto di Walt Disney, che pure è stato capace di farmi male, di mettermi di fronte alla me stessa di un tempo, e di fronte a me stessa e al tempo: perché essere giovani non significa avere la pelle liscia, i denti bianchi e il metabolismo veloce, essere giovani significa crederci, essere giovani significa non aver fatto, non ancora almeno, una di quelle terribili scelte che fanno gli adulti, vendersi l’anima o vendersi i sogni, corrompersi o arrendersi, rinunciando a realizzare se stessi e adattandosi a non vivere o a sopravvivere; eh sì, da adulti troppo spesso si rinuncia a pretendere di essere se stessi, perché se Venditti cantava “ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu”, se De André cantava “anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio, entrambi puntano il dito contro una resa (che forse, chissà, è stata anche loro) che spesso è più la perdita di determinazione e tono del nostro spirito che corruzione vera e propria.

Oggi ho realizzato, o forse ho semplicemente ricordato, che essere giovani significa soprattuttomessere convinti di poter fare la cosa giusta, e lottare per farla, e ritenere che ne valga la pena. Essere giovani è un impegno cui da adulti si rinuncia per stanchezza, o perché chi amavamo, le persone in cui credevamo, ci hanno tradito tutte, e da soli non si vince niente anche se poi non è proprio così, da soli siamo comunque in grado di vincere noi stessi, cioè il primo pieno.

E allora voglio ancora crederci, voglio ancora pensare di poter fare la cosa giusta, anche se di pezzi per strada ne ho persi tanti, ma da qualche parte, dentro di me, ci sono i pezzi che mi hanno lasciato e soprattutto, da qualche parte, dentro di me, ci sono ancora io.

Perché mi hai fatto nascere?

Sissi ha tendenze sempre più sinistrorse, con tutto il pacchetto che comporta. Certo, la posso capire, c’è un ideale di fondo, il mondo della giustizia e dell’uguaglianza, il riscatto dei deboli, etc. etc. etc., ci abbiamo creduto tutti o quasi.  Poi, col tempo, ci si rende conto di tante cose, della democrazia imposta a randellate, del democratico rispetto del pensiero altrui solo quando coincide col proprio, dell’eccessiva elasticità della coscienza di tanti per cui di duri e puri e degni di rispetto ne rimangono davvero pochi, allora si scende dalla nuvoletta e si comincia a confrontarsi con la realtà.

E poi, comunque, c’è una visione materialistica della vita in cui non mi rispecchio assolutamente, e questo pacchetto comprende una posizione pro-aborto che non è decisamente la mia.

Ieri mia figlia mi ha detto che, nelle mie condizioni, avrei fatto meglio ad abortire.

“Ma che ti sei bevuta il cervello?”, le rispondo piccata.

“Eh, ma nelle tue condizioni, e con papà così…”.

“Tu sei tutta la mia vita, e poi, condizioni o non condizioni, intanto ce l’ho fatta!”.

“Ma se non ci fossi stata io ti saresti potuta rifare una vita!”.

“Ma chi se la vuole rifare una vita? Io avrei dovuto rinunciare a un bene grande come te per un uomo? Ma chi se lo copre l’uomo! E poi, uno si può rifare una vita anche con un figlio, ci stanno tanti che l’hanno fatto e lo fanno”.

“Ma con un figlio è più difficile”.

“Con un figlio magari trovi una persona più seria e più capace di prendersi responsabilità, e poi quando sei nata tu avevo 34 anni, avevo già avuto tutto il tempo per trovarmi l’anima gemella”.

“Però potevi abortire”.

“Ma dimmi un po’, ti dispiace essere nata? Perché io al massimo posso avere il rimpianto di non averne avuto altri di figli, e poi che discorsi stai facendo, a casa mia i figli non si ammazzano”.

“Come la fai tragica, ci sono dei tempi in cui non è ancora formato…”.

“Ahò, senti un po’, mica attaccarai con la rottura di balle della morula e blablablablà? Ma chi te le ha messe in testa queste cose? E poi non dar retta a chiacchiere, hai visto B.? L’hanno fatta abortire a 18 anni convincendola che quel figlio le avrebbe rovinato la vita, che nessun uomo l’avrebbe voluta e che la sua carriera lavorativa sarebbe stata stroncata. Ora ha 40 anni, è sola e disoccupata, e non ha neanche un figlio che le dia una ragione e la forza per vivere. Tu sei la luce dei miei occhi, e tornando indietro farei mille volte quello che ho fatto. Fine della conversazione”.

Ma che le dice la testa????? E no, tranquilli, non è incinta, non sta cercandosi alibi… o forse li sta cercando, ma per qualche sua amica!  🙄

 

 

Tag: apro i pacchi

Trovo questa immagine su internet e mi chiedo: “Perché non farne un gioco sul blog?”.

Tra tanti award, nomine, etc, che in teoria dovrebbero farci conoscere di più ma in pratica ci mettono in croce per la risposta alle domande e e la nomina di altri blog, direi che questo invece tutto sommato è fattibile.

Intanto è un gioco e in quanto tale tutti possono partecipare (nomina collettiva), e poi di regole ne metterei solo due:

1) rispondere alle domande: puoi aprire un solo pacco, quale apriresti e perché? E quelli che non apri, perché li hai esclusi?

2) Le risposte vanno inserite come commento a questo post poi, se si vuole proseguire il gioco, si possono riportare come post sul proprio blog inserendo l’immagine, titolando il post “Tag: apro i pacchi” e citando il blog dell’ideatore con link al post e, successivamente, quello su cui l’avete letto (in questa prima fase corrisponderanno).

Parto con le mie risposte:

Io aprirei sicuramente il pacco numero tre, perché il vero amore è un’emozione che una volta o l’altra nella vita bisogna provare, e direi pure, alla mia veneranda età, con tutto il mio romanticismo e la mia idealizzazione dell’amore ne avrei pure maturato il diritto!

Non aprirei il primo perché tanto non è che 50.000 euro cambino la vita, nel senso che comunque dovrei continuare a lavorare, non mi basterebbero a raggiungere la pensione e neanche per comprarmi la casa che vorrei, quindi direi che, dovendo fare una scelta, posso rinunciare.

Tornare 10 anni indietro? Se ci dovessi ritornare con la situazione di oggi tanto tanto, ma se devo ritornare indietro e ripetere tutta la fatica profusa per tirare la carretta, grazie ma rinuncio.

Comunicare con un defunto? A che pro? E’ importante piuttosto imparare la lezione di non lasciare nulla di non detto, i sospesi nella vita vanno evitati come la peste, e dovremmo saperlo che non siamo eterni, quindi diciamo agli altri ciò che dobbiamo dire loro, e ascoltiamo ciò che vogliono dirci loro finché sono in vita!

Attendo le vostre risposte, non svicolate, può essere un importante momento di riflessione!

 

Mamma, tu mi odi?

Stamattina mia figlia è entrata in camera mia, mi si è accucciata accanto, mi ha abbracciato e mi ha detto: “Mamma, sono andata in un sito dove la gente confessa quello che non ha il coraggio di dire, e ho trovato un sacco di mamme che dicono di odiare i propri figli e di odiarsi per questo, addirittura di essere andate in analisi per superare questo problema: ma si può odiare un figlio?”.

Mi arriva un pugno allo stomaco, perché tante mie amiche mi hanno fatto più meno la stessa confidenza, e qualcuna pure in analisi ci è andata.

Le ho risposto che c’è un’errata cultura che vuole tutte le mamme perfette e infaticabili, innamorate a oltranza dei loro pargoli, ma non è così, senza che questo nulla tolga all’amore di una madre. Semplicemente siamo esseri umani coi nostri limiti, con un limite alla nostra resistenza psicofisica, per quanto l’amore per i figli allarghi questo limite a dismisura. Le mamme hanno bisogno dei propri spazi, di ritrovare la propria dimensione di esseri umani oltre che di madri, e spesso è difficile con dei figli energivori che ti fagocitano 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno, per anni, anni e anni.

Ho pensato a lei, ma non le ho voluto dire niente perché non volevo in nessun modo che riconducesse le mie parole al termine “odio” da lei utilizzato nella domanda. E’ da tanto che cerco di farle capire in tutti i modi che è da una vita che ho raggiunto il limite, che dovrebbe capire – e questo l’ho ripetuto mille volte anche al padre – che il mio “Non ce la faccio più” significa veramente “Non ce la faccio più”, e non rappresenta un generico “mi va di lamentarmi giusto per fare un po’ di scena”, e che si mettano una mano sulla coscienza.

Considerate solo che, quando è stata un mese fuori, sono dimagrita 10 kg, senza dieta, semplicemente seguendo i miei ritmi: pensate a quanto al momento questi miei ritmi sono stravolti e quanto questo stravolgimento mi faccia male, fosse pure solo (e non lo è) in termini di peso e problematiche collegate.

I figli poi si amano, è ovvio, anche quando ci risucchiano, ma questo non significa che la sofferenza per il nostro essere soffocate non ci sia e che a volte non ci risulti insopportabile.

Ma i figli si sa, sono egoisti, e capiranno solo quando saranno genitori a loro volta.

Forse.