Archivi

L’altalena della (in?) felicità

Tanti stati d’animo, sempre tutti insieme, come in un’altalena impazzita, e questo cuore mio,due volte nella polvere, due volte sull’altare“.

A volte penso di essere pienamente soddisfatta e mi pare che “una vita onorevole”, come la definiscono gli orientali, alla fine paghi, e sono felice di essere la persona che sono.

Spariscono l’ingrata Pdf, l’immemore Xavier, la madre “sasso”, i sogni perduti, la difficoltà della situazione di questo Paese difficile e incerto, nonché così oneroso per la gente onesta.

“In pace con gli uomini e con Dio, e padrona della mia libertà”, questo potrebbe essere il mio motto, a volte mi sembra persino di aver fatto la differenza, che lascerò, come si suol dire, questa terra, con un albero in più di come l’ho trovata.

A volte invece precipito, non dico negli abissi della depressione, da quelli grazie al cielo mi sento tutto sommato distante, ma nella malinconia della stanchezza, nello sconforto della solitudine, nel rimpianto di una vita in cui di opportunità e talenti ne ho sprecati davvero tanti.

E’ estate, l’estate mi fa bene, cammino tanto, o baciata dal sole caldo o accarezzata dalla brezza tiepida, mi godo quegli angoli incantati di Roma che troppo spesso per la fretta mi sfuggono, mi sento in piena armonia e poi… poi all’improvviso sento il cappio al collo, l’instabilità della vita, le questioni troppo grandi da affrontare mi tolgono all’improvviso le forze.

E’ allora che riprendo fiato e mi dico che la vita va misurata a metri, e quando è troppo difficile anche a centimetri se occorre, perché se uno la strada lunga e tortuosa da percorrere la vede tutta insieme poi si spaventa e si paralizza, e allora è meglio andare piano ma a ogni passo guadagnare terreno.

Poi capita che, passo passo, questo passo accelera e prendo il volo come una farfalla nel paradiso della leggerezza e dell’armonia, e poi di nuovo giù, con un’ala spezzata, a camminare con una zampetta spezzata anche lei, fino alla prossima gioia, fino alla prossima sensazione di benessere e di armonia, e su, e giù, e su…

Chiaramente non mi drogo, se non di gioia o di dolore.

Annunci

Fine della terapia e altre considerazioni

Flash and Nora

Ebbene si, sono stata la paziente “Flash” dell’analisi: dopo un colloquio preliminare di circa mezz’ora di cui vi ho raccontato più sette minuti (compresi il tempo per arrivare dalla stanza dello specialista alla porta d’ingresso attraverso cui mi sono involata per sempre) di cui qualche breve secondo sul lettino, cui pure vi ho accennato, mi sento perfettamente guarita e in grado di affrontare la vita contando esclusivamente sulle mie risorse personali.

Per la considerazione finale su questa esperienza copincollo le parole del saggio Gianpiccoli:

Come puoi immaginare sono andato dallo psicologo.
Come direbbe il nostro Woody, se avessi continuato, oggi lui sarebbe miliardario, io, forse, avrei bisogno di uno psicologo.

Allora mi devo rimboccare le maniche, riprendere fiato, e riflettere in maniera autonoma su quali siano i miei problemi e quali le possibili soluzioni.

Problema nr. 1: l’incommensurabile stanchezza.

Soluzione.: riposarsi (grazie al.. al… al… oddio, come si chiama?).

Strategie per eventuale applicazione della soluzione, da mettere in atto a seconda dei casi in associazione e/o alternativa:

1) Andare in pensione.

2) Prendere il part time.

3) Andare ad abitare vicino al posto di lavoro.

4) Dimagrire (che portarsi a spasso 30 e passa kg di troppo è una fatica notevole, e ci credo che alla sera uno è stremato).

Ndr: come potete notare, parlare da soli guardando il soffitto non rientra nelle soluzioni neanche di striscio.

Problema nr 2: lo stato in cui versa la mia casa, in quasi totale condizione di abbandono.

Possibili soluzioni:

1) Andare in pensione per avere finalmente tempo da dedicarle.

2) Prendere il part time per avere più tempo a disposizione da dedicarle.

3) Andare ad abitare vicino al posto di lavoro per impiegare meno tempo negli spostamenti e avere più tempo a disposizione da dedicarle.

4) Dimagrire per muovermi più agevolmente e avere più resistenza al lavoro fisico.

Problema nr. 3: pensandoci bene, pure volendo annoverare tra i problemi la mancanze di un compagno (cosa che per me non è), quali strategie potrei mettere in campo per incontrare l’anima gemella, ammesso che esista?

1) Andare in pensione per avere più tempo per curare me stessa e dedicarmi alla vita sociale.

2) Prendere il part time per avere più tempo da dedicare a me stessa e da impegnare nella partecipazione ad eventi vari e alla vita sociale in genere.

3) Andare ad abitare vicino al posto di lavoro affinché mi rimanga il tempo per la cura di me stessa e la partecipazione ad attività sociali d’interesse, ove poter eventualmente incontrare persone che presentino affinità elettive.

4) Dimagrire per avere un aspetto più gradevole e maggiori possibilità nella scelta dell’abbigliamento etc. etc.

Insomma ragazzi, mi avrete capito, della serie “Fatti una domanda e datti una risposta”…. 

Caro Babbo Natale

Caro Babbo Natale,

ti sto scrivendo questa lettera all’ultimo momento ma, credimi, quest’anno sono davvero deconcentrata.

E’ stato un anno duro, davvero, che mi ha portato via, e ancora sta portando via, persone a me tanto care. In più il mio infortunio, lo stato di salute – e umorale – generale, la crisi dichiarata irreversibile dell’azienda che dipinge un futuro fosco, questo governo che non solo non decolla, ma che pare imbarazzante quanto a incompetenza, sono pensieri e situazioni che non mi danno tregua.

Mia figlia sta male, e anche se io capisco che nulla impedisce al futuro di poter essere comunque roseo, anche se capisco che qualsiasi speranza non è infondata, pure non riesco ad alzare la testa.

Che chiederti, vorrei accanto a me le persone del mio passato, quelle che sono state le mie guide, i miei sostegni quando ero in difficoltà, i nonni, il padre, altre figure che sono comunque state materne o paterne, ma che ora non ci sono più, o sono comunque irraggiungibili, perché o è altrove il loro corpo, o è altrove la loro mente.

Quando mio nonno morì, mia madre osservò sommessamente: “Il prossimo turno è il nostro”. Osservai che tra lei e suo padre correva una generazione, e quindi sarebbero passati venti/trent’anni circa prima di trovarsi nella stessa situazione, ma ora i venti/trent’anni sono passati, ed è la mia di generazione a dover dire “Il prossimo turno è il nostro”, sia pure con questi venti/trent’anni di respiro, che minaccia però di essere un respiro affannoso.

Caro Babbo Natale, che devo chiederti allora? La voglia di lottare, un’illuminazione che venga da dentro, che mi dia la voglia di costruire, progettare, sognare. Ecco, vorrei chiederti la voglia di sognare, la capacità di crederci.

Non è una questione di età, è che è da quando sono piccola che m’impegno per costruire, e i miei genitori lì a distruggere quello che costruivo, per dimostrare di essere più forti. Poi a loro si è sostituito qualcun altro, a volte semplicemente il destino, o crisi nazionali o mondiali che certamente passavano sopra la mia testa. Ora mi sento rinunciataria, e non voglio esserlo. Vedo persone che hanno problemi più grandi, e continuano a crederci e a lottare, e vorrei fare come loro piuttosto che chiedermi come facciano.

E vabbè, diciamocela tutta, vorrei qualcuno accanto, perché in due si ha più voglia di sognare e progettare: Alberto Manzi direbbe anche per questo che non è mai troppo tardi?

E già che ci sei, passando ovunque con la tua slitta, lascia a tutti i miei amici il mio più sentito

L’uomo insufficiente

Mi è capitato, in occasione dell’incontro in memoria di Giuseppe, di ascoltare la lettura di alcune sue poesie e lì ho colto dei punti che probabilmente prima mi erano sfuggiti. Con l’occasione, tornata a casa, ho ripreso il suo libro e le ho rilette, per trovare conferma a quella strana impressione che avevo avuto, conferma che puntualmente, con mio grande stupore, ho avuto.

Giuseppe, il poliedrico Giuseppe, l’enciclopedia vivente, il lottatore, il vulcanico Giuseppe sempre in moto per sé e per gli altri, si sentiva un uomo profondamente inadeguato, incompleto, irrisolto, pieno di rimpianti.

A lui si adatta bene il detto “Niente se mi giudico, tanto se mi confronto”, perché sicuramente era un uomo che superava di numerose spanne i suoi simili, ma certo ogni essere umano non può che essere nulla di fronte all’infinità della conoscenza.

Ecco, nelle poesie di Giuseppe ho trovato la sofferenza per questa limitazione, per questa inadeguatezza percepita, questo sentirsi più spesso di quanto avrei mai pensato un passo indietro rispetto a quello che sarebbe voluto essere e avrebbe voluto fare.

Alla luce di questo mi vengono in mente le parole di un’insegnante che mi disse “Sarai sempre infelice, per eccesso di materia prima”: ma davvero l’intelligenza, un’intelligenza più spiccata intendo, predispone all’infelicità?

Probabilmente c’è del vero: sapere, comprendere, ragionare, fa sentire soffocati dal senso di inadeguatezza percepito, ma non è una condanna: c’è solo, probabilmente, bisogno di fare un passo in più, e questo passo in più si chiama fede, o quanto meno una sensazione di fratellanza, di simbiosi e di armonia con tutti gli altri, per non sentirsi soli di fronte all’infinità dell’universo contro questa nostra vita decisamente predestinata ad essere finita.

Don’t overthink: I’m trying!

Ed eccomi qua, prossima ai 40 giorni di immobilità, ma oserei dire anche guarita e prossima alla libertà.

L’ozio non fa per me, ed è difficile quando si è in queste condizioni non pensare, pensare, pensare… ma a che cosa? Ma alle solite cose ovviamente! La casa ingestibile, la crisi economica che ha colpito l’italia e che sta cadendo anche addosso a me come una tegola che ti arriva dritta in verticale, e le questioni di salute, mie e di mia figlia, e gli amici che ci sono, inossidabili, e quelli che se ne sono andati, indimenticabili, e cosa fare della mia vita, tra le due parti che lottano, quella abulica e quella che vuole assolutamente vivere, e urla e lotta per venire fuori e prendere in mano la sua – mia – vita e la sua – mia – libertà.

Avete presente la storia dei due lupi, quello brutto e cattivo e quello bello e buono? Alla domanda “Chi vince?” il narratore risponde “Quello cui dai da mangiare”.

E come fare allora ad alimentare solo la parte viva di me, quella combattiva, quella che si spezza ma non si piega, e non quella che si è già spezzata? Come togliere la briglia a tutta quell’energia, tutta quella voglia di vivere, come cercare quella dimensione in cui il senso del dovere sia uno stile di vita e non una prigione?

Lotto, e intanto un amico, uno dei fari della mia vita, lotta contro un mostro di male e di nuovo dentro di me è tutto scombussolato, mentre dappertutto, come in una benefica congiura, leggo messaggi di speranza, della forza e capacità di rinascere quando meno uno se l’aspetta, e voglio mordere la vita, voglio vivere, perché chiunque io sia, comunque io sia, qualunque cosa sia stata e qualunque cosa sarà, la vita è adesso, ora e qui, e l’unico momento in cui possiamo essere vivi non è altro che questo e noi no, non ci arrenderemo, noi no, io no.