Archivi

Dacci oggi il consiglio quotidiano

Il pensiero dell’immagine secondo me è male espresso, dovrebbe essere:

“Condizione per offrire a una persona consigli non richiesti è quella di presumere che non sa cosa fare o che non può arrivarci da sola”.

Io non lo so se sono io una calamita per consigli ma, leggendo le lamentele di tutti, credo che sia un’abitudine piuttosto diffusa quella di andare in giro a dire alla gente come deve campare.

Io personalmente ho sviluppato un’allergia a queste persone che non vi dico, e oramai lo sforzo di reprimere l’istinto omicida mi debilita.

Premetto che ho un lavoro ben retribuito e che mi piace pure (e che mi sono trovata da sola), ho una casa di proprietà (che pure mi sono comprata da sola senza neanche un centesimo di aiuto da parte di nessuno, tutt’altro), che mi sono cresciuta da sola una figlia splendida, che sono tutto sommato in salute e serena, e quindi non mi pare proprio di essere la quintessenza del fallimento che ha bisogno dei consigli della prima casalinga frustrata che passa (ma non solo lei).

Stamattina per prendere l’autobus faccio una corsa, e purtroppo quando faccio queste cose l’asma si fa sentire per cui, una volta salita, ricorro alla pompetta. Dopo un po’ aiuto una signora anziana a scendere, e mentre la tengo forte lei mi fa un sorriso e mi dice: “Ma quanto è bella signora, la stavo notando prima, ha un viso stupendo!”: non nego che non me l’aspettavo, e il complimento mi fa piacere.

Data la fatica della signora a scendere, io e un’altra tizia iniziamo a commentare lo stato in cui viaggiamo sugli autobus e il tempo che ci si perde, davvero eccessivo rispetto all’orario di lavoro: “Tempo rubato alla vita”, commentiamo.

Aggiungo: “Io per qualche tempo mi sono riuscita ad organizzare leggendo, poi ho smesso perché sono incappata in un libro che non mi piace, e non passo ad altro per incaponimento, quando inizio un libro lo voglio finire, però poi non mi attira e quindi non lo tiro fuori”.

Interviene una signora seduta a fianco a me – che già prima era intervenuta in un altro discorso con altre persone e dimostrato quanto fosse cretina – e mi fa: “Lei non deve leggere, deve andare in palestra, che le fa bene pure per quella cosa che ha lei!”.

A Roma si usa dire: “Ma ce sei venuta o te c’hanno mannato???“.

Ho risposto con il tono più secco e acido che potessi assumere: “Non posso fare ginnastica sull’autobus”.

E che vi devo dire, deve essere il mio karma, chissà che ho fatto in una vita precedente!

 

Annunci

Chi ha più buon senso lo usi (e quel perdono che non merito)

Mi è ricapitato tra le mani questo famoso libro di Dale Carnegie, “Come trattare gli altri e farseli amici”, già letto innomerevoli anni fa, probabilmente qualche decina.

Letto e, constato rileggendo, mai applicati i consigli.

Non che siano sbagliati, tutt’altro. Certo, loro la fanno facile, non è che anche questo libro non sia un’americanata di quelle “come avere successo in un mese”, “come diventare miliardari in quindici giorni” “come dimagrire in una settimana” etc. etc., gli americani sono famosi per questa “manualistica del successo”, ma insomma, al di là della semplificazione, c’è del vero in quello che dice.

“Si prendono più mosche con una goccia di miele che con un litro di fiele” è il minimo del buon senso. Non è un invito alla falsità, ma a quello che la psicologia chiama rinforzo positivo, il costruttivo puntare l’attenzione su quello che funziona e non su quello che non funziona, e parlando con le persone, soprattutto se stiamo chiedendo o sperando di ottenere qualcosa, sicuramente puntare sulle abilità di quella persona sarà più utile che evidenziarne le carenze.

Ovvio, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e, ahimé, un tale comportamento è estremamente lontano dalle mie corde, precisina del piffero cui salta agli occhi immediatamente quello che non va, e non può fare a meno di evidenziarlo col tatto di un elefante in una cristalleria.

Indubbiamente gli esempi del libro appaiono forzati, pare che qualsiasi spazzino o straccivendolo cui tu vada a dire “C’è in te un grosso potenziale, hai delle qualità eccezionali” diventi in poco tempo un grande scrittore o scienziato o presidente degli USA, ma certo che l’incoraggiamento stimola e l’essere denigrati demotiva.

Devo dire che quando insegno riesco a tirare fuori il meglio dalle persone, anche quando ho guidato gruppi di lavoro ho saputo creare dei climi straordinariamente positivi e un grande e costruttivo spirito di collaborazione, ma pròvati a essere mio nemico e le mie capacità diplomatiche dimostreranno subito la loro irrecuperabile latitanza, ti sbrano e mi pulisco i denti con gli ossicini. Se ci aggiungiamo poi che per “nemico” intendo chiunque mi abbia fatto un torto, a partire dalla menzogna, capirete che le occasioni in cui mi trasformo in un bulldozer diventano vieppiù frequenti.

Un mio amico – anzi, un collega, che conosco da un’infinità di anni e con cui sto sì in rapporti di grande cordialità, ma pur sempre un semplice collega con cui i rapporti non sono mai andati oltre le questioni d’ufficio – ebbe una volta a dirmi “Tu per gli altri fai moltissimo, ti meriti estrema riconoscenza e gratitudine, poi un giorno fai bubbubbù e distruggi in un attimo tutto quello che hai costruito in anni”.

Questa osservazione mi ha profondamente colpito e fatto riflettere, anche perché non era una cosa personale, con lui non c’è mai stata alcuna questione e parlava assolutamente in generale, ergo il mio comportamento deve essere piuttosto oggettivamente noto.

Ripenso a tanti momenti della mia vita, in cui mordermi la lingua mi avrebbe risparmiato tanti dispiaceri, ma non l’ho fatto.

“La parola che riesci a dire è la tua schiava, quella che non riesci a trattenere è la tua padrona”, recita un detto, ed è vero, riuscire a cantarle è segno di libertà, ma non usare il buon senso nel reprimere quello che è controproducente dire è solo sintomo di dissennatezza e io sono, in quel senso, dissennata.

Che poi mi dicono che ci azzecco, che quando mi rivolto contro qualcuno ho una precisione chirurgica nel ferire, nel mettere le persone con le spalle al muro di fronte ai loro complessi e alle loro paure, che non posso poi pretendere che dimentichino facilmente o che possano tornare un giorno a provare una qualche simpatia: potrei pure essere disposta a buttarmi nel fuoco per queste persone, resta la sensazione di ostilità e di disagio, per cui preferiscono mantenere le distanze.

Naturalmente la storia con Pdf e Xavier non è sfuggita a questa regola: tornando indietro sicuramente mi comporterei diversamente, molto diversamente, e non certo perché pensi di avere torto. La mia saggia nonna esortava a “non dare colore alla minestra”, insomma, non sottolineare, enfatizzare, che poi finisce col significare consolidare, mentre la strategia migliore è lasciar decantare le acque. Insomma, per usare una metafora un po’ più colorita, che di certo la nonna non avrebbe mai usato, vale il saggio consiglio: “Se qualcuno vuole mettertelo nel didietro non muoverti, faresti il suo gioco!”, e io invece mi sono mossa peggio di una contorsionista, coi risultati che sapete.

Tornando indietro, farei quella cosa che tanto mi è odiosa, ma che è spesso utile nella vita, di “allontanarsi piano piano”, per l’appunto senza dar colore alla minestra. Parlando con lui, non la citerei mai e terrei la bambola per il woodoo ben nascosta, ma che fare, ormai è andata.

La domanda ora è: ho imparato dagli errori del passato? Dopo il conto salato che ho pagato e una rilettura del libro di Dale Carnegie, sarò capace di non prendere il toro per le corna, imbracciare l’ariete e sfondare il portone?

Purtroppo per me, temo di no, sbranare chi mi ferisce lenisce le mie ferite e il conto che pago, abbenché salato, ancora mi sembra preferibile a fare buon viso a cattiva sorte e a volgere la situazione a mio favore con tecniche manipolatorie, abbenché sagge e positivamente orientate.

Non sbranare mi darebbe l’impressione di essere rammollita: so che non è così, so che la rabbia mi rende schiava e la diplomazia e il buon senso mi libererebbero, ma il filo che separa la diplomazia dal rammollimento è troppo sottile, e non sono certa di riuscirlo a gestire per cui, cari amici, chiedo a voi un suggerimento, una motivazione in più per non reagire come ogni animale ferito reagirebbe e fare meno danni alla mia vita.

Di nostalgici del nazismo ed altro ciarpame

http://www.serviziopubblico.it/puntate/prima-puntata-m-michele-santoro/

Ero indecisa se scrivere il mio articolo sulla prima puntata del nuovo programma di Santoro, in cui si è esaminata la figura di Hitler per cercare di ricostruire i meccanismi e le dinamiche sue e di chi gli stava intorno e l’ha seguito, oppure fare il solito post casalingo, lamentandomi dello stato della mia casa, cui pure oggi ho dedicato tutta la giornata, e che guardo avvilita chiedendomi se mi dovrò rassegnare a morire di ciarpame quando, alla parola ciarpame, mi è venuta l’idea: posso fare un unico post, anche perché i nostalgici del nazismo, i fanatici di Hitler, non potrebbero essere definiti allo stesso modo davanti al resto dell’umanità?

Però il ciarpame di casa mio è più simpatico, sembra la soffitta della nonna, dai libri delle scuole medie (miei, non di mia figlia!) ai manuali dei vecchi main frame, computer che occupavano stanze intere e che ora credo proprio non esistano più. Ho i vestiti di sempre, dalla taglia 42 alla 54 perché non si sa mai nella vita quale personaggio il mio corpo si troverà a interpretare, etc. etc. etc.

Ah, ho pure qualche piccolo attrezzo da ginnastica, assolutamente intonso, ci mancherebbe!

Buste? Quante ne volete, ho ingaggiato una guerra personale contro le buste, non voglio buttarle ma cerco di smaltirle a più non posso, ma quelle hanno alleati ovunque, e i rinforzi arrivano quotidianamente: un’altra delle mille battaglie perse.

Il ciarpame umano però è un’altra cosa, la gente che vuole essere riconosciuta come italiana, o che lo è già stata, e che vorrebbe in Italia una dittatura di stampo nazista, sostenendo che “una dittatura sincera è meglio di una democrazia ipocrita” e che Hitler era un uomo forte, un grande sognatore che aveva la tenacia di perseguire i suoi sogni mentre la destra attuale ha dei leader smidollati, mi fa fatica riconoscerla come membro di una società civile, improntata al rispetto e alla libertà.

Non so come si metteranno le cose, la batosta eletterale della sinistra ha un suo perché, anche se i nostalgici intervenuti da Santoro secondo me erano a destra che più a destra non si può: ma poi, cosa sono la destra e la sinistra? I partiti sono fatti di uomini o di idee?

Mah, ho proprio paura che il massimo che potrò fare è buttare qualche busta…

Sui blogger (dieci anni del mio blog).

 

Dieci anni di blog. Quasi mille follower. Quasi un milione di accessi.

Tornerò (oggi che scrivo e programmo il post siamo appena al 21 aprile) magari con qualche altro commento, impressione, statistica, ma oggi voglio riportare un pensiero sul mondo dei blog, o meglio, sui blogger, che ho trovato in un commento lasciato sul blog di Pj da un lettore che si firma Otherside e che mi ha colpito moltissimo, e che voglio riportare perché lo ritengo un pensiero particolarmente prezioso (il neretto è mio):

Quando mi resi conto che la costruzione di me era andata avanti senza la coscienza di me, ne rimasi sconvolto. E aprii il mio blog. Era il mio richiamo, il mio nuovo apprendistato da carpentiere in ritardo; bussai a cento porte e diedi del tu a chiunque incontrassi. Scrivevo per non morire, per continuare a credere di aver tempo, anche da sprecare. Incontrarvi è stato il paradigma della mia frattura: troppo lontani, troppe paure in comune. Troppa cultura in comune diversamente digerita.
Voi non sapete o fate finta di non sapere quanto feroce e dolcissima assieme sia stata la necessità della vostra presenza. Intellettualmente alcuni di voi sono dei primi violini in grado di reggere da soli un’intera orchestra… l’ho pensato da subito, ve l’ho detto dopo un po’: le primedonne hanno questo difettuccio e se lo coltivano. Il piacere a volte rabbioso della vostra lettura è stato quasi pari al piacere di dissentire da voi. Ma ci sarà un’altra occasione, un altro tempo, un altro luogo della mente in cui potremo ridere quietamente insieme a questo siciliano acceso che non ammette di invecchiare e non si arrende alla malinconia sapendo già quale sarà l’epilogo. Non mi prendo mai troppo sul serio, scrivo di getto ma ci credono in pochi e nonostante questo i post mi escono fuori così: la scrittura reiterata durante questi anni di rete ha messo in luce tutti i miei difetti: per alcuni sembrano pregi. Non sono ne l’uno ne l’altro, dipende dal contesto in cui sono inseriti. Ecco dovrei riuscire finalmente a cambiare radicalmente il contesto…ma Leonardo Sciascia non c’è più e nessuno della mia generazione ne possiede il nerbo. Tuttalpiù ne conserva la residua coscienza.
I blog sono una cosa seria capace di trasformarsi in un attimo in una minchiata assoluta. Per leggere il metalinguaggio di cui parli è necessaria una sensibilità che noi spesso castriamo perchè è pericolosa. Ho incrociato centinaia di blogger in dieci anni: i migliori sono spiagge solitarie e lontane, quando ti ci areni lasciano sempre il segno.

Ecco, spero che il mio blog per voi sia e sia stato questo, una spiaggia che quando ti ci areni lascia il segno, anche se non necessariamente solitaria e lontana.  🙂

Statistiche blog al 21 aprile 2017***

Sbuffo sul corteggiamento

Questo post me l’ha ispirato Valentino, con la sua posizione critica nei riguardi dell’innalzamento di muri, genialmente espressa attraverso la metafora di Rapunzel coi capelli corti che, dall’alto della torre, vede i vari azzurrini passare, senza fare nulla per permettere loro di raggiungerla.

Ora, mi sta bene tutto, ma lo sa Valentino quanti uomini si mascherano d’azzurro e invece sono neri come la pece, anzi, assolutamente marroni (capisciammé)? E perché la povera Rapunzel dovrebbe farsi tirare i capelli per ritrovarsi chiusa in una torre con un pezzo di m., che giusto m sta pure per marrone, malsano e maleolente?

Una da giovane ci crede, ti riempiono la testa di parole, e poi ti accorgi a tue spese che sono per l’appunto parole, continua a mancare la sostanza, continuano a offrirti la ciliegina sulla torta senza la torta sotto, e tu ti ritrovi a pagare conti allucinanti, sicuramente emotivi, ma a volte anche fisici ed economici, e finisci con l’alzare le difese.

A parte il fatto che gli uomini di valore, con dei sani principi di famiglia, capaci di costruire e di rispettare, all’età nostra sono già tutti belli e accasati (come diceva una tizia, gli uomini liberi alla nostra età sono pochi, e quei pochi è bene che lo rimangano), può sempre essere che ti capiti il meraviglioso vedovo (che però non viva in memoria della fu moglie, altrimenti sei comunque fregata), o la persona che, esattamente come te, è rimasta sola per altri motivi, per scelta o per destino.

Un’altra mia amica mi faceva notare giustamente che gli uomini di un certo spessore in genere non stanno in giro a cercare una donna perché hanno altro da fare, hanno impegni di tutti i tipi, interessi variegati, lotte e ideali da portare avanti (lei, siccome era amica mia, aggiungeva “esattamente come te”).

E poi non è proprio che occasioni alla vita non ne abbia date, un paio di volte ho pure accettato un invito ma, in entrambi i casi, sono caduta addormentata davanti al ganzo in questione, causa la di lui noia mortale.

Ok, va bene, sono critica, ma credetemi, ne ho ben donde! Ogni tanto io e la mia amica Antonella ce ne andiamo a cena fuori, e capita che accanto a noi sieda una coppia (o aspirante tale): generalmente, noi single inveterate, ci pieghiamo in due dal ridere per la sceneggiata cui ci troviamo ad assistere, lui che prova a mostrarsi interessante, lei che prova a mostrarsi interessata, lui si protende in avanti, lei si tocca ai capelli, tutti di loro dice, tradotto in soldoni, che lui la vuole e lei non vede l’ora, cosicché noi commentiamo “E ANNATE, risparmiatecela ‘sta sceneggiata!”

Ora, scherzi a parte, io non ne posso più di corteggiamenti fatti di parole dietro le quali non c’è nulla. La Anto dice che questi poveri disgraziati non si rendono conto di chi si trovano di fronte, al che io rispondo che invece io me ne rendo conto benissimo.

Probabilmente in passato, eternamente deconcentrata per motivi anche piuttosto seri, ma da cui non è stato bene lasciarmi travolgere, ho perso delle occasioni di brave persone, probabilmente anche anime gemelle, ma oggi come oggi, se uno è solo, quasi sicuramente la magagna ce l’ha.

Vi faccio un esempio: avete presente Fuffo? Giorni fa m’invita a uscire, e io gli rispondo che purtroppo ho mia madre in ospedale. Risposta: “Poi non dire che non t’invito!”: ma che dite, a un essere umano appena appena normale non sarebbe venuto spontaneo dire “Oh, mi dispiace, come mai? Spero non sia nulla di grave!”.

Ecco, caro Valentino, io mi tengo il mio caschetto perché giù nel giardinetto (che fa pure rima) di azzurri non ne vedo proprio!

Sono così

E anche quando non “le” conviene. Sapevo che scrivendo quello che ho scritto sulla Pdf qualcuno si sarebbe allontanato, e me ne dispiace, ma sono una donna senza infingimenti, non manifesto quello che non provo, non ostento un buonismo manieroso, un perdono di facciata, una superiorità nei confronti delle passioni del mondo come se non mi appartenessero.

Sono umana, terrena, sanguigna, passionale nel bene e nel male, amo visceralmente e altrettanto visceralmente disprezzo, ho la memoria lunga per il bene – eterna gratitudine – come per il male – eterno rancore.

Mia nonna diceva sempre “Fa’ il bene e scòrdate, fa’ il male e pèntete”, ma io questo invito non sono riuscita a seguirlo, piuttosto mi sono spesso pentita di aver fatto del bene, una volta resami conto della natura più vera del destinatario, ultima proprio la pdf.

Mi dispiace, se non riuscite ad accettarmi così mi dispiace perdervi, ma è molto più importante per la mia pace e la mia serenità che mi accetti io, perché di perdere me stessa non posso proprio permettermelo.

La sindrome dell’arto fantasma

arto_fantasma

Come quei genitori che continuano ad andare a prendere a scuola i figli che non ci sono più, come la moglie che mette a tavola il piatto di minestra per il marito in guerra, così continua nella mia mente il dialogo solitario con te.

Non che ci siano stati chissà che cambiamenti, né ti farò ora quella domanda che mi è ferma qui nella strozza, ma ecco, pensavo che di alcune cose mi sarebbe piaciuto discutere con te.

Il ritorno di *********, quello inaspettatissimo di *****(***********************), *****, la vicinanza ad **** nei momenti del terremoto e ora… ora **************** che, […OMISSIS…].

Tre di queste persone mi hanno pure chi detto e chi scritto in maniera esplicita, assolutamente a sorpresa: “Sei una persona meravigliosa”. Parlo di persone con cui ci si era lasciati a brutto, bruttissimo muso, tra male parole e persino minacce di denuncia, eppure…

Inutile dirti che questo lascia aperta la porta alla speranza, e alla domanda che mi ero rassegnata ad abbandonare, “Perché se n’è andata?”, ora se ne va sostituendo un’altra, “Perché è tornata? E da dove scaturiscono quelle parole, dopo avermi forse odiato, senz’altro abbandonato, da dove nasce quel “sei meravigliosa”?”. Non che mi dispiaccia, tutt’altro, ma ci sono delle dinamiche che mi sfuggono totalmente.

Ecco, di questo avrei parlato con te.

E il dolore della nostalgia, che da una parte aumenta lo smisurato disprezzo per la pdf, dall’altro addolcisce lo sguardo critico con cui mi guardavo attorno prima, trovando in quello che mi circonda quel positivo che tu chiedevi, e che io non è che non vedessi, ma davo per scontato, senza dunque goderne.

Roma è diversa ora, non so se ti è più capitato di venire. C’è nell’aria un nuovo entusiasmo e una nuova pulizia. Quest’anno non ho vissuto come blu, agognando il letargo, il periodo dell’inverno, rigido ma chiaro.

Ho preso con filosofia persino la bomba d’acqua che mi si è squarciata addosso, in una lontana domenica di novembre, inondandomi come un fiume in piena liberato da una diga che avesse improvvisamente ceduto. Non riuscire a ritrovarci, io e mia figlia, mi ha tolto il respiro, ma poi più forte è stata la gioia di vederci, abbracciarci, e poi il divertimento nel tentare di seminare il suo “salvatore”, che si era lanciato in un serrato corteggiamento vecchio stampo, poi la bellezza della mostra (videomostra di Van Gogh), la dolcezza del tepore del viaggio in auto, col riscaldamento acceso, che pian piano ci asciugava quell’umidità che ci era penetrata nelle ossa.

Non mi è pesato l’inverno.

Quando vedo le immagini della neve e penso al freddo mi ricordo sempre di te, che ti dichiari montanaro e a cui il freddo non fa paura.

La chiamano la sindrome dell’arto fantasma, quando chi ha perso un arto continua a percepirlo sempre presente. Non so se hanno chiaro da che dipenda, se il fatto è fisico o psicologico, ma tant’è.

Tant’è.

Dm,

lì, 10 Gennaio 2017