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Tag: apro i pacchi

Trovo questa immagine su internet e mi chiedo: “Perché non farne un gioco sul blog?”.

Tra tanti award, nomine, etc, che in teoria dovrebbero farci conoscere di più ma in pratica ci mettono in croce per la risposta alle domande e e la nomina di altri blog, direi che questo invece tutto sommato è fattibile.

Intanto è un gioco e in quanto tale tutti possono partecipare (nomina collettiva), e poi di regole ne metterei solo due:

1) rispondere alle domande: puoi aprire un solo pacco, quale apriresti e perché? E quelli che non apri, perché li hai esclusi?

2) Le risposte vanno inserite come commento a questo post poi, se si vuole proseguire il gioco, si possono riportare come post sul proprio blog inserendo l’immagine, titolando il post “Tag: apro i pacchi” e citando il blog dell’ideatore con link al post e, successivamente, quello su cui l’avete letto (in questa prima fase corrisponderanno).

Parto con le mie risposte:

Io aprirei sicuramente il pacco numero tre, perché il vero amore è un’emozione che una volta o l’altra nella vita bisogna provare, e direi pure, alla mia veneranda età, con tutto il mio romanticismo e la mia idealizzazione dell’amore ne avrei pure maturato il diritto!

Non aprirei il primo perché tanto non è che 50.000 euro cambino la vita, nel senso che comunque dovrei continuare a lavorare, non mi basterebbero a raggiungere la pensione e neanche per comprarmi la casa che vorrei, quindi direi che, dovendo fare una scelta, posso rinunciare.

Tornare 10 anni indietro? Se ci dovessi ritornare con la situazione di oggi tanto tanto, ma se devo ritornare indietro e ripetere tutta la fatica profusa per tirare la carretta, grazie ma rinuncio.

Comunicare con un defunto? A che pro? E’ importante piuttosto imparare la lezione di non lasciare nulla di non detto, i sospesi nella vita vanno evitati come la peste, e dovremmo saperlo che non siamo eterni, quindi diciamo agli altri ciò che dobbiamo dire loro, e ascoltiamo ciò che vogliono dirci loro finché sono in vita!

Attendo le vostre risposte, non svicolate, può essere un importante momento di riflessione!

 

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Mamma, tu mi odi?

Stamattina mia figlia è entrata in camera mia, mi si è accucciata accanto, mi ha abbracciato e mi ha detto: “Mamma, sono andata in un sito dove la gente confessa quello che non ha il coraggio di dire, e ho trovato un sacco di mamme che dicono di odiare i propri figli e di odiarsi per questo, addirittura di essere andate in analisi per superare questo problema: ma si può odiare un figlio?”.

Mi arriva un pugno allo stomaco, perché tante mie amiche mi hanno fatto più meno la stessa confidenza, e qualcuna pure in analisi ci è andata.

Le ho risposto che c’è un’errata cultura che vuole tutte le mamme perfette e infaticabili, innamorate a oltranza dei loro pargoli, ma non è così, senza che questo nulla tolga all’amore di una madre. Semplicemente siamo esseri umani coi nostri limiti, con un limite alla nostra resistenza psicofisica, per quanto l’amore per i figli allarghi questo limite a dismisura. Le mamme hanno bisogno dei propri spazi, di ritrovare la propria dimensione di esseri umani oltre che di madri, e spesso è difficile con dei figli energivori che ti fagocitano 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno, per anni, anni e anni.

Ho pensato a lei, ma non le ho voluto dire niente perché non volevo in nessun modo che riconducesse le mie parole al termine “odio” da lei utilizzato nella domanda. E’ da tanto che cerco di farle capire in tutti i modi che è da una vita che ho raggiunto il limite, che dovrebbe capire – e questo l’ho ripetuto mille volte anche al padre – che il mio “Non ce la faccio più” significa veramente “Non ce la faccio più”, e non rappresenta un generico “mi va di lamentarmi giusto per fare un po’ di scena”, e che si mettano una mano sulla coscienza.

Considerate solo che, quando è stata un mese fuori, sono dimagrita 10 kg, senza dieta, semplicemente seguendo i miei ritmi: pensate a quanto al momento questi miei ritmi sono stravolti e quanto questo stravolgimento mi faccia male, fosse pure solo (e non lo è) in termini di peso e problematiche collegate.

I figli poi si amano, è ovvio, anche quando ci risucchiano, ma questo non significa che la sofferenza per il nostro essere soffocate non ci sia e che a volte non ci risulti insopportabile.

Ma i figli si sa, sono egoisti, e capiranno solo quando saranno genitori a loro volta.

Forse.

Dacci oggi il consiglio quotidiano

Il pensiero dell’immagine secondo me è male espresso, dovrebbe essere:

“Condizione per offrire a una persona consigli non richiesti è quella di presumere che non sa cosa fare o che non può arrivarci da sola”.

Io non lo so se sono io una calamita per consigli ma, leggendo le lamentele di tutti, credo che sia un’abitudine piuttosto diffusa quella di andare in giro a dire alla gente come deve campare.

Io personalmente ho sviluppato un’allergia a queste persone che non vi dico, e oramai lo sforzo di reprimere l’istinto omicida mi debilita.

Premetto che ho un lavoro ben retribuito e che mi piace pure (e che mi sono trovata da sola), ho una casa di proprietà (che pure mi sono comprata da sola senza neanche un centesimo di aiuto da parte di nessuno, tutt’altro), che mi sono cresciuta da sola una figlia splendida, che sono tutto sommato in salute e serena, e quindi non mi pare proprio di essere la quintessenza del fallimento che ha bisogno dei consigli della prima casalinga frustrata che passa (ma non solo lei).

Stamattina per prendere l’autobus faccio una corsa, e purtroppo quando faccio queste cose l’asma si fa sentire per cui, una volta salita, ricorro alla pompetta. Dopo un po’ aiuto una signora anziana a scendere, e mentre la tengo forte lei mi fa un sorriso e mi dice: “Ma quanto è bella signora, la stavo notando prima, ha un viso stupendo!”: non nego che non me l’aspettavo, e il complimento mi fa piacere.

Data la fatica della signora a scendere, io e un’altra tizia iniziamo a commentare lo stato in cui viaggiamo sugli autobus e il tempo che ci si perde, davvero eccessivo rispetto all’orario di lavoro: “Tempo rubato alla vita”, commentiamo.

Aggiungo: “Io per qualche tempo mi sono riuscita ad organizzare leggendo, poi ho smesso perché sono incappata in un libro che non mi piace, e non passo ad altro per incaponimento, quando inizio un libro lo voglio finire, però poi non mi attira e quindi non lo tiro fuori”.

Interviene una signora seduta a fianco a me – che già prima era intervenuta in un altro discorso con altre persone e dimostrato quanto fosse cretina – e mi fa: “Lei non deve leggere, deve andare in palestra, che le fa bene pure per quella cosa che ha lei!”.

A Roma si usa dire: “Ma ce sei venuta o te c’hanno mannato???“.

Ho risposto con il tono più secco e acido che potessi assumere: “Non posso fare ginnastica sull’autobus”.

E che vi devo dire, deve essere il mio karma, chissà che ho fatto in una vita precedente!

 

Chi ha più buon senso lo usi (e quel perdono che non merito)

Mi è ricapitato tra le mani questo famoso libro di Dale Carnegie, “Come trattare gli altri e farseli amici”, già letto innomerevoli anni fa, probabilmente qualche decina.

Letto e, constato rileggendo, mai applicati i consigli.

Non che siano sbagliati, tutt’altro. Certo, loro la fanno facile, non è che anche questo libro non sia un’americanata di quelle “come avere successo in un mese”, “come diventare miliardari in quindici giorni” “come dimagrire in una settimana” etc. etc., gli americani sono famosi per questa “manualistica del successo”, ma insomma, al di là della semplificazione, c’è del vero in quello che dice.

“Si prendono più mosche con una goccia di miele che con un litro di fiele” è il minimo del buon senso. Non è un invito alla falsità, ma a quello che la psicologia chiama rinforzo positivo, il costruttivo puntare l’attenzione su quello che funziona e non su quello che non funziona, e parlando con le persone, soprattutto se stiamo chiedendo o sperando di ottenere qualcosa, sicuramente puntare sulle abilità di quella persona sarà più utile che evidenziarne le carenze.

Ovvio, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e, ahimé, un tale comportamento è estremamente lontano dalle mie corde, precisina del piffero cui salta agli occhi immediatamente quello che non va, e non può fare a meno di evidenziarlo col tatto di un elefante in una cristalleria.

Indubbiamente gli esempi del libro appaiono forzati, pare che qualsiasi spazzino o straccivendolo cui tu vada a dire “C’è in te un grosso potenziale, hai delle qualità eccezionali” diventi in poco tempo un grande scrittore o scienziato o presidente degli USA, ma certo che l’incoraggiamento stimola e l’essere denigrati demotiva.

Devo dire che quando insegno riesco a tirare fuori il meglio dalle persone, anche quando ho guidato gruppi di lavoro ho saputo creare dei climi straordinariamente positivi e un grande e costruttivo spirito di collaborazione, ma pròvati a essere mio nemico e le mie capacità diplomatiche dimostreranno subito la loro irrecuperabile latitanza, ti sbrano e mi pulisco i denti con gli ossicini. Se ci aggiungiamo poi che per “nemico” intendo chiunque mi abbia fatto un torto, a partire dalla menzogna, capirete che le occasioni in cui mi trasformo in un bulldozer diventano vieppiù frequenti.

Un mio amico – anzi, un collega, che conosco da un’infinità di anni e con cui sto sì in rapporti di grande cordialità, ma pur sempre un semplice collega con cui i rapporti non sono mai andati oltre le questioni d’ufficio – ebbe una volta a dirmi “Tu per gli altri fai moltissimo, ti meriti estrema riconoscenza e gratitudine, poi un giorno fai bubbubbù e distruggi in un attimo tutto quello che hai costruito in anni”.

Questa osservazione mi ha profondamente colpito e fatto riflettere, anche perché non era una cosa personale, con lui non c’è mai stata alcuna questione e parlava assolutamente in generale, ergo il mio comportamento deve essere piuttosto oggettivamente noto.

Ripenso a tanti momenti della mia vita, in cui mordermi la lingua mi avrebbe risparmiato tanti dispiaceri, ma non l’ho fatto.

“La parola che riesci a dire è la tua schiava, quella che non riesci a trattenere è la tua padrona”, recita un detto, ed è vero, riuscire a cantarle è segno di libertà, ma non usare il buon senso nel reprimere quello che è controproducente dire è solo sintomo di dissennatezza e io sono, in quel senso, dissennata.

Che poi mi dicono che ci azzecco, che quando mi rivolto contro qualcuno ho una precisione chirurgica nel ferire, nel mettere le persone con le spalle al muro di fronte ai loro complessi e alle loro paure, che non posso poi pretendere che dimentichino facilmente o che possano tornare un giorno a provare una qualche simpatia: potrei pure essere disposta a buttarmi nel fuoco per queste persone, resta la sensazione di ostilità e di disagio, per cui preferiscono mantenere le distanze.

Naturalmente la storia con Pdf e Xavier non è sfuggita a questa regola: tornando indietro sicuramente mi comporterei diversamente, molto diversamente, e non certo perché pensi di avere torto. La mia saggia nonna esortava a “non dare colore alla minestra”, insomma, non sottolineare, enfatizzare, che poi finisce col significare consolidare, mentre la strategia migliore è lasciar decantare le acque. Insomma, per usare una metafora un po’ più colorita, che di certo la nonna non avrebbe mai usato, vale il saggio consiglio: “Se qualcuno vuole mettertelo nel didietro non muoverti, faresti il suo gioco!”, e io invece mi sono mossa peggio di una contorsionista, coi risultati che sapete.

Tornando indietro, farei quella cosa che tanto mi è odiosa, ma che è spesso utile nella vita, di “allontanarsi piano piano”, per l’appunto senza dar colore alla minestra. Parlando con lui, non la citerei mai e terrei la bambola per il woodoo ben nascosta, ma che fare, ormai è andata.

La domanda ora è: ho imparato dagli errori del passato? Dopo il conto salato che ho pagato e una rilettura del libro di Dale Carnegie, sarò capace di non prendere il toro per le corna, imbracciare l’ariete e sfondare il portone?

Purtroppo per me, temo di no, sbranare chi mi ferisce lenisce le mie ferite e il conto che pago, abbenché salato, ancora mi sembra preferibile a fare buon viso a cattiva sorte e a volgere la situazione a mio favore con tecniche manipolatorie, abbenché sagge e positivamente orientate.

Non sbranare mi darebbe l’impressione di essere rammollita: so che non è così, so che la rabbia mi rende schiava e la diplomazia e il buon senso mi libererebbero, ma il filo che separa la diplomazia dal rammollimento è troppo sottile, e non sono certa di riuscirlo a gestire per cui, cari amici, chiedo a voi un suggerimento, una motivazione in più per non reagire come ogni animale ferito reagirebbe e fare meno danni alla mia vita.

Di nostalgici del nazismo ed altro ciarpame

http://www.serviziopubblico.it/puntate/prima-puntata-m-michele-santoro/

Ero indecisa se scrivere il mio articolo sulla prima puntata del nuovo programma di Santoro, in cui si è esaminata la figura di Hitler per cercare di ricostruire i meccanismi e le dinamiche sue e di chi gli stava intorno e l’ha seguito, oppure fare il solito post casalingo, lamentandomi dello stato della mia casa, cui pure oggi ho dedicato tutta la giornata, e che guardo avvilita chiedendomi se mi dovrò rassegnare a morire di ciarpame quando, alla parola ciarpame, mi è venuta l’idea: posso fare un unico post, anche perché i nostalgici del nazismo, i fanatici di Hitler, non potrebbero essere definiti allo stesso modo davanti al resto dell’umanità?

Però il ciarpame di casa mio è più simpatico, sembra la soffitta della nonna, dai libri delle scuole medie (miei, non di mia figlia!) ai manuali dei vecchi main frame, computer che occupavano stanze intere e che ora credo proprio non esistano più. Ho i vestiti di sempre, dalla taglia 42 alla 54 perché non si sa mai nella vita quale personaggio il mio corpo si troverà a interpretare, etc. etc. etc.

Ah, ho pure qualche piccolo attrezzo da ginnastica, assolutamente intonso, ci mancherebbe!

Buste? Quante ne volete, ho ingaggiato una guerra personale contro le buste, non voglio buttarle ma cerco di smaltirle a più non posso, ma quelle hanno alleati ovunque, e i rinforzi arrivano quotidianamente: un’altra delle mille battaglie perse.

Il ciarpame umano però è un’altra cosa, la gente che vuole essere riconosciuta come italiana, o che lo è già stata, e che vorrebbe in Italia una dittatura di stampo nazista, sostenendo che “una dittatura sincera è meglio di una democrazia ipocrita” e che Hitler era un uomo forte, un grande sognatore che aveva la tenacia di perseguire i suoi sogni mentre la destra attuale ha dei leader smidollati, mi fa fatica riconoscerla come membro di una società civile, improntata al rispetto e alla libertà.

Non so come si metteranno le cose, la batosta eletterale della sinistra ha un suo perché, anche se i nostalgici intervenuti da Santoro secondo me erano a destra che più a destra non si può: ma poi, cosa sono la destra e la sinistra? I partiti sono fatti di uomini o di idee?

Mah, ho proprio paura che il massimo che potrò fare è buttare qualche busta…

Sui blogger (dieci anni del mio blog).

 

Dieci anni di blog. Quasi mille follower. Quasi un milione di accessi.

Tornerò (oggi che scrivo e programmo il post siamo appena al 21 aprile) magari con qualche altro commento, impressione, statistica, ma oggi voglio riportare un pensiero sul mondo dei blog, o meglio, sui blogger, che ho trovato in un commento lasciato sul blog di Pj da un lettore che si firma Otherside e che mi ha colpito moltissimo, e che voglio riportare perché lo ritengo un pensiero particolarmente prezioso (il neretto è mio):

Quando mi resi conto che la costruzione di me era andata avanti senza la coscienza di me, ne rimasi sconvolto. E aprii il mio blog. Era il mio richiamo, il mio nuovo apprendistato da carpentiere in ritardo; bussai a cento porte e diedi del tu a chiunque incontrassi. Scrivevo per non morire, per continuare a credere di aver tempo, anche da sprecare. Incontrarvi è stato il paradigma della mia frattura: troppo lontani, troppe paure in comune. Troppa cultura in comune diversamente digerita.
Voi non sapete o fate finta di non sapere quanto feroce e dolcissima assieme sia stata la necessità della vostra presenza. Intellettualmente alcuni di voi sono dei primi violini in grado di reggere da soli un’intera orchestra… l’ho pensato da subito, ve l’ho detto dopo un po’: le primedonne hanno questo difettuccio e se lo coltivano. Il piacere a volte rabbioso della vostra lettura è stato quasi pari al piacere di dissentire da voi. Ma ci sarà un’altra occasione, un altro tempo, un altro luogo della mente in cui potremo ridere quietamente insieme a questo siciliano acceso che non ammette di invecchiare e non si arrende alla malinconia sapendo già quale sarà l’epilogo. Non mi prendo mai troppo sul serio, scrivo di getto ma ci credono in pochi e nonostante questo i post mi escono fuori così: la scrittura reiterata durante questi anni di rete ha messo in luce tutti i miei difetti: per alcuni sembrano pregi. Non sono ne l’uno ne l’altro, dipende dal contesto in cui sono inseriti. Ecco dovrei riuscire finalmente a cambiare radicalmente il contesto…ma Leonardo Sciascia non c’è più e nessuno della mia generazione ne possiede il nerbo. Tuttalpiù ne conserva la residua coscienza.
I blog sono una cosa seria capace di trasformarsi in un attimo in una minchiata assoluta. Per leggere il metalinguaggio di cui parli è necessaria una sensibilità che noi spesso castriamo perchè è pericolosa. Ho incrociato centinaia di blogger in dieci anni: i migliori sono spiagge solitarie e lontane, quando ti ci areni lasciano sempre il segno.

Ecco, spero che il mio blog per voi sia e sia stato questo, una spiaggia che quando ti ci areni lascia il segno, anche se non necessariamente solitaria e lontana.  🙂

Statistiche blog al 21 aprile 2017***

Sbuffo sul corteggiamento

Questo post me l’ha ispirato Valentino, con la sua posizione critica nei riguardi dell’innalzamento di muri, genialmente espressa attraverso la metafora di Rapunzel coi capelli corti che, dall’alto della torre, vede i vari azzurrini passare, senza fare nulla per permettere loro di raggiungerla.

Ora, mi sta bene tutto, ma lo sa Valentino quanti uomini si mascherano d’azzurro e invece sono neri come la pece, anzi, assolutamente marroni (capisciammé)? E perché la povera Rapunzel dovrebbe farsi tirare i capelli per ritrovarsi chiusa in una torre con un pezzo di m., che giusto m sta pure per marrone, malsano e maleolente?

Una da giovane ci crede, ti riempiono la testa di parole, e poi ti accorgi a tue spese che sono per l’appunto parole, continua a mancare la sostanza, continuano a offrirti la ciliegina sulla torta senza la torta sotto, e tu ti ritrovi a pagare conti allucinanti, sicuramente emotivi, ma a volte anche fisici ed economici, e finisci con l’alzare le difese.

A parte il fatto che gli uomini di valore, con dei sani principi di famiglia, capaci di costruire e di rispettare, all’età nostra sono già tutti belli e accasati (come diceva una tizia, gli uomini liberi alla nostra età sono pochi, e quei pochi è bene che lo rimangano), può sempre essere che ti capiti il meraviglioso vedovo (che però non viva in memoria della fu moglie, altrimenti sei comunque fregata), o la persona che, esattamente come te, è rimasta sola per altri motivi, per scelta o per destino.

Un’altra mia amica mi faceva notare giustamente che gli uomini di un certo spessore in genere non stanno in giro a cercare una donna perché hanno altro da fare, hanno impegni di tutti i tipi, interessi variegati, lotte e ideali da portare avanti (lei, siccome era amica mia, aggiungeva “esattamente come te”).

E poi non è proprio che occasioni alla vita non ne abbia date, un paio di volte ho pure accettato un invito ma, in entrambi i casi, sono caduta addormentata davanti al ganzo in questione, causa la di lui noia mortale.

Ok, va bene, sono critica, ma credetemi, ne ho ben donde! Ogni tanto io e la mia amica Antonella ce ne andiamo a cena fuori, e capita che accanto a noi sieda una coppia (o aspirante tale): generalmente, noi single inveterate, ci pieghiamo in due dal ridere per la sceneggiata cui ci troviamo ad assistere, lui che prova a mostrarsi interessante, lei che prova a mostrarsi interessata, lui si protende in avanti, lei si tocca ai capelli, tutti di loro dice, tradotto in soldoni, che lui la vuole e lei non vede l’ora, cosicché noi commentiamo “E ANNATE, risparmiatecela ‘sta sceneggiata!”

Ora, scherzi a parte, io non ne posso più di corteggiamenti fatti di parole dietro le quali non c’è nulla. La Anto dice che questi poveri disgraziati non si rendono conto di chi si trovano di fronte, al che io rispondo che invece io me ne rendo conto benissimo.

Probabilmente in passato, eternamente deconcentrata per motivi anche piuttosto seri, ma da cui non è stato bene lasciarmi travolgere, ho perso delle occasioni di brave persone, probabilmente anche anime gemelle, ma oggi come oggi, se uno è solo, quasi sicuramente la magagna ce l’ha.

Vi faccio un esempio: avete presente Fuffo? Giorni fa m’invita a uscire, e io gli rispondo che purtroppo ho mia madre in ospedale. Risposta: “Poi non dire che non t’invito!”: ma che dite, a un essere umano appena appena normale non sarebbe venuto spontaneo dire “Oh, mi dispiace, come mai? Spero non sia nulla di grave!”.

Ecco, caro Valentino, io mi tengo il mio caschetto perché giù nel giardinetto (che fa pure rima) di azzurri non ne vedo proprio!