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E m’accompagno da me

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Chi mi segue da tempo sa che ci sono stati nella mia vita momenti – diciamo piuttosto periodi – duri, e alcuni mi hanno davvero segnato. “Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo”: forse questo punto d’appoggio m’è mancato sempre, per questo certe volte crollo, la mancanza di terra sotto i piedi è uno degli stati d’animo con cui ho più dimestichezza.

Scoramento, mancanza di motivazione e di forze, la sensazione di essere risucchiata in un vortice e l’appello alle ultime forze per evitare questo risucchio.

Un urlo strozzato nel cuore, e spesso ricorro alla musica: in passato, sdraiata in penombra sul divano, solo musica classica mentre ora, con l’avvento della nuova tecnologia di youtube, cerco anche musiche sedicenti armonizzanti, sedicenti energizzanti, sedicenti zen, sedicenti liberatrici dei chakra. Poi, se il meteo m’assiste, cerco di stare al sole, di camminare, di fare.

Il mio ex marito diceva che non si può curare un tumore con un’aspirina, ma io continuo a prendere aspirine (metaforicamente parlando), cerco di non indulgere in pensieri tristi, di alzare la testa – nonostante il suo peso – e andare avanti.

E m’accompagno da me.

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Le cose belle accadono per caso

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Cercavo qualcosa da vedere, giusto per ammazzare il tempo (non è che mi avanzi, ma insomma, diciamo che ero in una condizione particolare in cui ero bloccata). Vado su youtube, cerco “film completi in italiano”, tutto sommato mi attira quello il primo che mi si presenta “Come diventare grande nonostante i genitori”, dovrebbe essere una cosetta leggera, adatta alla situazione, e l’avvio.

Dopo un po’ mi prende e, indipendentemente dalla trama del film che in fondo è una favoletta, mi tocca una corda speciale, quella della giovinezza, quella che sento sempre di più di avere perso (“alla bon’ora”, direte voi “vai pe’ i sessanta!”), ma che ora, chissà come mai, mi rigira per la testa come un mulinello.

Vedo questi giovani che ci credono, questi genitori che li opprimono, che tentano di tarpare loro le ali “per il loro bene”, e il tuffo nel passato è immediato. Chi si riesce a ribellare, chi no, chi crede di non avere scelta e si prepara a una vita di rimpianto e no, i figli non capiscono quasi mai che non sono solo i genitori a dover educare loro, sono anche loro a dover educare i proprio genitori e aiutarli a crescere.

Ecco, forse questo è stato il mio grande errore, avere considerato i miei genitori così, un pacchetto preconfezionato, prendere o lasciare, anzi, prendere o prenderle, li ho presi come immutabili, come un dogma, ne ho sofferto incommensurabilmente l’incomprensione, ma forse avrei dovuto impuntarmi di più, o forse di meno e non prendere le cose di punta provocandone l’irrigidimento, o forse la loro rigidità sarebbe stata comunque immutabile. Però ero giovane. Ero giovane come quelli del film, un filmetto di Walt Disney, che pure è stato capace di farmi male, di mettermi di fronte alla me stessa di un tempo, e di fronte a me stessa e al tempo: perché essere giovani non significa avere la pelle liscia, i denti bianchi e il metabolismo veloce, essere giovani significa crederci, essere giovani significa non aver fatto, non ancora almeno, una di quelle terribili scelte che fanno gli adulti, vendersi l’anima o vendersi i sogni, corrompersi o arrendersi, rinunciando a realizzare se stessi e adattandosi a non vivere o a sopravvivere; eh sì, da adulti troppo spesso si rinuncia a pretendere di essere se stessi, perché se Venditti cantava “ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu”, se De André cantava “anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio, entrambi puntano il dito contro una resa (che forse, chissà, è stata anche loro) che spesso è più la perdita di determinazione e tono del nostro spirito che corruzione vera e propria.

Oggi ho realizzato, o forse ho semplicemente ricordato, che essere giovani significa soprattuttomessere convinti di poter fare la cosa giusta, e lottare per farla, e ritenere che ne valga la pena. Essere giovani è un impegno cui da adulti si rinuncia per stanchezza, o perché chi amavamo, le persone in cui credevamo, ci hanno tradito tutte, e da soli non si vince niente anche se poi non è proprio così, da soli siamo comunque in grado di vincere noi stessi, cioè il primo pieno.

E allora voglio ancora crederci, voglio ancora pensare di poter fare la cosa giusta, anche se di pezzi per strada ne ho persi tanti, ma da qualche parte, dentro di me, ci sono i pezzi che mi hanno lasciato e soprattutto, da qualche parte, dentro di me, ci sono ancora io.

Perché mi hai fatto nascere?

Sissi ha tendenze sempre più sinistrorse, con tutto il pacchetto che comporta. Certo, la posso capire, c’è un ideale di fondo, il mondo della giustizia e dell’uguaglianza, il riscatto dei deboli, etc. etc. etc., ci abbiamo creduto tutti o quasi.  Poi, col tempo, ci si rende conto di tante cose, della democrazia imposta a randellate, del democratico rispetto del pensiero altrui solo quando coincide col proprio, dell’eccessiva elasticità della coscienza di tanti per cui di duri e puri e degni di rispetto ne rimangono davvero pochi, allora si scende dalla nuvoletta e si comincia a confrontarsi con la realtà.

E poi, comunque, c’è una visione materialistica della vita in cui non mi rispecchio assolutamente, e questo pacchetto comprende una posizione pro-aborto che non è decisamente la mia.

Ieri mia figlia mi ha detto che, nelle mie condizioni, avrei fatto meglio ad abortire.

“Ma che ti sei bevuta il cervello?”, le rispondo piccata.

“Eh, ma nelle tue condizioni, e con papà così…”.

“Tu sei tutta la mia vita, e poi, condizioni o non condizioni, intanto ce l’ho fatta!”.

“Ma se non ci fossi stata io ti saresti potuta rifare una vita!”.

“Ma chi se la vuole rifare una vita? Io avrei dovuto rinunciare a un bene grande come te per un uomo? Ma chi se lo copre l’uomo! E poi, uno si può rifare una vita anche con un figlio, ci stanno tanti che l’hanno fatto e lo fanno”.

“Ma con un figlio è più difficile”.

“Con un figlio magari trovi una persona più seria e più capace di prendersi responsabilità, e poi quando sei nata tu avevo 34 anni, avevo già avuto tutto il tempo per trovarmi l’anima gemella”.

“Però potevi abortire”.

“Ma dimmi un po’, ti dispiace essere nata? Perché io al massimo posso avere il rimpianto di non averne avuto altri di figli, e poi che discorsi stai facendo, a casa mia i figli non si ammazzano”.

“Come la fai tragica, ci sono dei tempi in cui non è ancora formato…”.

“Ahò, senti un po’, mica attaccarai con la rottura di balle della morula e blablablablà? Ma chi te le ha messe in testa queste cose? E poi non dar retta a chiacchiere, hai visto B.? L’hanno fatta abortire a 18 anni convincendola che quel figlio le avrebbe rovinato la vita, che nessun uomo l’avrebbe voluta e che la sua carriera lavorativa sarebbe stata stroncata. Ora ha 40 anni, è sola e disoccupata, e non ha neanche un figlio che le dia una ragione e la forza per vivere. Tu sei la luce dei miei occhi, e tornando indietro farei mille volte quello che ho fatto. Fine della conversazione”.

Ma che le dice la testa????? E no, tranquilli, non è incinta, non sta cercandosi alibi… o forse li sta cercando, ma per qualche sua amica!  🙄

 

 

Tag: apro i pacchi

Trovo questa immagine su internet e mi chiedo: “Perché non farne un gioco sul blog?”.

Tra tanti award, nomine, etc, che in teoria dovrebbero farci conoscere di più ma in pratica ci mettono in croce per la risposta alle domande e e la nomina di altri blog, direi che questo invece tutto sommato è fattibile.

Intanto è un gioco e in quanto tale tutti possono partecipare (nomina collettiva), e poi di regole ne metterei solo due:

1) rispondere alle domande: puoi aprire un solo pacco, quale apriresti e perché? E quelli che non apri, perché li hai esclusi?

2) Le risposte vanno inserite come commento a questo post poi, se si vuole proseguire il gioco, si possono riportare come post sul proprio blog inserendo l’immagine, titolando il post “Tag: apro i pacchi” e citando il blog dell’ideatore con link al post e, successivamente, quello su cui l’avete letto (in questa prima fase corrisponderanno).

Parto con le mie risposte:

Io aprirei sicuramente il pacco numero tre, perché il vero amore è un’emozione che una volta o l’altra nella vita bisogna provare, e direi pure, alla mia veneranda età, con tutto il mio romanticismo e la mia idealizzazione dell’amore ne avrei pure maturato il diritto!

Non aprirei il primo perché tanto non è che 50.000 euro cambino la vita, nel senso che comunque dovrei continuare a lavorare, non mi basterebbero a raggiungere la pensione e neanche per comprarmi la casa che vorrei, quindi direi che, dovendo fare una scelta, posso rinunciare.

Tornare 10 anni indietro? Se ci dovessi ritornare con la situazione di oggi tanto tanto, ma se devo ritornare indietro e ripetere tutta la fatica profusa per tirare la carretta, grazie ma rinuncio.

Comunicare con un defunto? A che pro? E’ importante piuttosto imparare la lezione di non lasciare nulla di non detto, i sospesi nella vita vanno evitati come la peste, e dovremmo saperlo che non siamo eterni, quindi diciamo agli altri ciò che dobbiamo dire loro, e ascoltiamo ciò che vogliono dirci loro finché sono in vita!

Attendo le vostre risposte, non svicolate, può essere un importante momento di riflessione!

 

Mamma, tu mi odi?

Stamattina mia figlia è entrata in camera mia, mi si è accucciata accanto, mi ha abbracciato e mi ha detto: “Mamma, sono andata in un sito dove la gente confessa quello che non ha il coraggio di dire, e ho trovato un sacco di mamme che dicono di odiare i propri figli e di odiarsi per questo, addirittura di essere andate in analisi per superare questo problema: ma si può odiare un figlio?”.

Mi arriva un pugno allo stomaco, perché tante mie amiche mi hanno fatto più meno la stessa confidenza, e qualcuna pure in analisi ci è andata.

Le ho risposto che c’è un’errata cultura che vuole tutte le mamme perfette e infaticabili, innamorate a oltranza dei loro pargoli, ma non è così, senza che questo nulla tolga all’amore di una madre. Semplicemente siamo esseri umani coi nostri limiti, con un limite alla nostra resistenza psicofisica, per quanto l’amore per i figli allarghi questo limite a dismisura. Le mamme hanno bisogno dei propri spazi, di ritrovare la propria dimensione di esseri umani oltre che di madri, e spesso è difficile con dei figli energivori che ti fagocitano 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno, per anni, anni e anni.

Ho pensato a lei, ma non le ho voluto dire niente perché non volevo in nessun modo che riconducesse le mie parole al termine “odio” da lei utilizzato nella domanda. E’ da tanto che cerco di farle capire in tutti i modi che è da una vita che ho raggiunto il limite, che dovrebbe capire – e questo l’ho ripetuto mille volte anche al padre – che il mio “Non ce la faccio più” significa veramente “Non ce la faccio più”, e non rappresenta un generico “mi va di lamentarmi giusto per fare un po’ di scena”, e che si mettano una mano sulla coscienza.

Considerate solo che, quando è stata un mese fuori, sono dimagrita 10 kg, senza dieta, semplicemente seguendo i miei ritmi: pensate a quanto al momento questi miei ritmi sono stravolti e quanto questo stravolgimento mi faccia male, fosse pure solo (e non lo è) in termini di peso e problematiche collegate.

I figli poi si amano, è ovvio, anche quando ci risucchiano, ma questo non significa che la sofferenza per il nostro essere soffocate non ci sia e che a volte non ci risulti insopportabile.

Ma i figli si sa, sono egoisti, e capiranno solo quando saranno genitori a loro volta.

Forse.

Dacci oggi il consiglio quotidiano

Il pensiero dell’immagine secondo me è male espresso, dovrebbe essere:

“Condizione per offrire a una persona consigli non richiesti è quella di presumere che non sa cosa fare o che non può arrivarci da sola”.

Io non lo so se sono io una calamita per consigli ma, leggendo le lamentele di tutti, credo che sia un’abitudine piuttosto diffusa quella di andare in giro a dire alla gente come deve campare.

Io personalmente ho sviluppato un’allergia a queste persone che non vi dico, e oramai lo sforzo di reprimere l’istinto omicida mi debilita.

Premetto che ho un lavoro ben retribuito e che mi piace pure (e che mi sono trovata da sola), ho una casa di proprietà (che pure mi sono comprata da sola senza neanche un centesimo di aiuto da parte di nessuno, tutt’altro), che mi sono cresciuta da sola una figlia splendida, che sono tutto sommato in salute e serena, e quindi non mi pare proprio di essere la quintessenza del fallimento che ha bisogno dei consigli della prima casalinga frustrata che passa (ma non solo lei).

Stamattina per prendere l’autobus faccio una corsa, e purtroppo quando faccio queste cose l’asma si fa sentire per cui, una volta salita, ricorro alla pompetta. Dopo un po’ aiuto una signora anziana a scendere, e mentre la tengo forte lei mi fa un sorriso e mi dice: “Ma quanto è bella signora, la stavo notando prima, ha un viso stupendo!”: non nego che non me l’aspettavo, e il complimento mi fa piacere.

Data la fatica della signora a scendere, io e un’altra tizia iniziamo a commentare lo stato in cui viaggiamo sugli autobus e il tempo che ci si perde, davvero eccessivo rispetto all’orario di lavoro: “Tempo rubato alla vita”, commentiamo.

Aggiungo: “Io per qualche tempo mi sono riuscita ad organizzare leggendo, poi ho smesso perché sono incappata in un libro che non mi piace, e non passo ad altro per incaponimento, quando inizio un libro lo voglio finire, però poi non mi attira e quindi non lo tiro fuori”.

Interviene una signora seduta a fianco a me – che già prima era intervenuta in un altro discorso con altre persone e dimostrato quanto fosse cretina – e mi fa: “Lei non deve leggere, deve andare in palestra, che le fa bene pure per quella cosa che ha lei!”.

A Roma si usa dire: “Ma ce sei venuta o te c’hanno mannato???“.

Ho risposto con il tono più secco e acido che potessi assumere: “Non posso fare ginnastica sull’autobus”.

E che vi devo dire, deve essere il mio karma, chissà che ho fatto in una vita precedente!

 

Chi ha più buon senso lo usi (e quel perdono che non merito)

Mi è ricapitato tra le mani questo famoso libro di Dale Carnegie, “Come trattare gli altri e farseli amici”, già letto innomerevoli anni fa, probabilmente qualche decina.

Letto e, constato rileggendo, mai applicati i consigli.

Non che siano sbagliati, tutt’altro. Certo, loro la fanno facile, non è che anche questo libro non sia un’americanata di quelle “come avere successo in un mese”, “come diventare miliardari in quindici giorni” “come dimagrire in una settimana” etc. etc., gli americani sono famosi per questa “manualistica del successo”, ma insomma, al di là della semplificazione, c’è del vero in quello che dice.

“Si prendono più mosche con una goccia di miele che con un litro di fiele” è il minimo del buon senso. Non è un invito alla falsità, ma a quello che la psicologia chiama rinforzo positivo, il costruttivo puntare l’attenzione su quello che funziona e non su quello che non funziona, e parlando con le persone, soprattutto se stiamo chiedendo o sperando di ottenere qualcosa, sicuramente puntare sulle abilità di quella persona sarà più utile che evidenziarne le carenze.

Ovvio, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e, ahimé, un tale comportamento è estremamente lontano dalle mie corde, precisina del piffero cui salta agli occhi immediatamente quello che non va, e non può fare a meno di evidenziarlo col tatto di un elefante in una cristalleria.

Indubbiamente gli esempi del libro appaiono forzati, pare che qualsiasi spazzino o straccivendolo cui tu vada a dire “C’è in te un grosso potenziale, hai delle qualità eccezionali” diventi in poco tempo un grande scrittore o scienziato o presidente degli USA, ma certo che l’incoraggiamento stimola e l’essere denigrati demotiva.

Devo dire che quando insegno riesco a tirare fuori il meglio dalle persone, anche quando ho guidato gruppi di lavoro ho saputo creare dei climi straordinariamente positivi e un grande e costruttivo spirito di collaborazione, ma pròvati a essere mio nemico e le mie capacità diplomatiche dimostreranno subito la loro irrecuperabile latitanza, ti sbrano e mi pulisco i denti con gli ossicini. Se ci aggiungiamo poi che per “nemico” intendo chiunque mi abbia fatto un torto, a partire dalla menzogna, capirete che le occasioni in cui mi trasformo in un bulldozer diventano vieppiù frequenti.

Un mio amico – anzi, un collega, che conosco da un’infinità di anni e con cui sto sì in rapporti di grande cordialità, ma pur sempre un semplice collega con cui i rapporti non sono mai andati oltre le questioni d’ufficio – ebbe una volta a dirmi “Tu per gli altri fai moltissimo, ti meriti estrema riconoscenza e gratitudine, poi un giorno fai bubbubbù e distruggi in un attimo tutto quello che hai costruito in anni”.

Questa osservazione mi ha profondamente colpito e fatto riflettere, anche perché non era una cosa personale, con lui non c’è mai stata alcuna questione e parlava assolutamente in generale, ergo il mio comportamento deve essere piuttosto oggettivamente noto.

Ripenso a tanti momenti della mia vita, in cui mordermi la lingua mi avrebbe risparmiato tanti dispiaceri, ma non l’ho fatto.

“La parola che riesci a dire è la tua schiava, quella che non riesci a trattenere è la tua padrona”, recita un detto, ed è vero, riuscire a cantarle è segno di libertà, ma non usare il buon senso nel reprimere quello che è controproducente dire è solo sintomo di dissennatezza e io sono, in quel senso, dissennata.

Che poi mi dicono che ci azzecco, che quando mi rivolto contro qualcuno ho una precisione chirurgica nel ferire, nel mettere le persone con le spalle al muro di fronte ai loro complessi e alle loro paure, che non posso poi pretendere che dimentichino facilmente o che possano tornare un giorno a provare una qualche simpatia: potrei pure essere disposta a buttarmi nel fuoco per queste persone, resta la sensazione di ostilità e di disagio, per cui preferiscono mantenere le distanze.

Naturalmente la storia con Pdf e Xavier non è sfuggita a questa regola: tornando indietro sicuramente mi comporterei diversamente, molto diversamente, e non certo perché pensi di avere torto. La mia saggia nonna esortava a “non dare colore alla minestra”, insomma, non sottolineare, enfatizzare, che poi finisce col significare consolidare, mentre la strategia migliore è lasciar decantare le acque. Insomma, per usare una metafora un po’ più colorita, che di certo la nonna non avrebbe mai usato, vale il saggio consiglio: “Se qualcuno vuole mettertelo nel didietro non muoverti, faresti il suo gioco!”, e io invece mi sono mossa peggio di una contorsionista, coi risultati che sapete.

Tornando indietro, farei quella cosa che tanto mi è odiosa, ma che è spesso utile nella vita, di “allontanarsi piano piano”, per l’appunto senza dar colore alla minestra. Parlando con lui, non la citerei mai e terrei la bambola per il woodoo ben nascosta, ma che fare, ormai è andata.

La domanda ora è: ho imparato dagli errori del passato? Dopo il conto salato che ho pagato e una rilettura del libro di Dale Carnegie, sarò capace di non prendere il toro per le corna, imbracciare l’ariete e sfondare il portone?

Purtroppo per me, temo di no, sbranare chi mi ferisce lenisce le mie ferite e il conto che pago, abbenché salato, ancora mi sembra preferibile a fare buon viso a cattiva sorte e a volgere la situazione a mio favore con tecniche manipolatorie, abbenché sagge e positivamente orientate.

Non sbranare mi darebbe l’impressione di essere rammollita: so che non è così, so che la rabbia mi rende schiava e la diplomazia e il buon senso mi libererebbero, ma il filo che separa la diplomazia dal rammollimento è troppo sottile, e non sono certa di riuscirlo a gestire per cui, cari amici, chiedo a voi un suggerimento, una motivazione in più per non reagire come ogni animale ferito reagirebbe e fare meno danni alla mia vita.