Archivio | luglio 2022

Carpe diem e altre considerazioni

arthur...

Ciao Arthur.

Stavolta non ti scrivo nel giorno dell’anniversario della tua scomparsa, ti scrivo prima, in un giorno qualsiasi, perché voglio commemorare la vita e non la morte.

Mia figlia, lo sai, si è laureata in medicina, ha prestato servizio per vari mesi in una struttura per lungodegenti, e ora è in un ospedale per la specializzazione. Il contatto con il male, con la precarietà della nostra vita e soprattutto della nostra salute, le ha cambiato completamente il modo di approcciarsi alla sua quotidianità.

Alle nuove generazione insegnano che tutto è reversibile, che se ti sposi puoi divorziare, se resti incinta puoi abortire, anche nei contratti c’è sempre una qualche clausola di reversibilità. Le nostre menti – le loro menti – sono plasmate dai videogiochi, dove se perdi vite puoi recuperarle, magari guardando una pubblicità.

Ma la vita non è questa, non è un videogioco, non è un film, con…

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La differenza

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Gli anni incalzano, sto sentendo una compilation di De André e i pensieri che mi passano per la mente sono tanti.

Primo fra tutti, visto che sto ascoltando delle canzoni di denuncia sociale, è che io non ho portato avanti battaglie sociali, non ho avuto un impegno politico, mi sento che sto passando su questa terra senza fare una benché piccola differenza.

Forse un piccolo sasso nello stagno l’ho buttato, io ho dovuto lottare per frequentare la scuola che volevo, per sposare l’uomo che volevo, per divorziare dall’uomo che non volevo. Al lavoro sono stata una persona sicuramente capace e che ha dato tutta se stessa, ma senza adeguarsi mai alla corrente, senza salire sul carro del vincitore e soprattutto, e di questo me ne vanto, senza mai voltare le spalle a chi era caduto in disgrazia.

Una persona che era stata importante e poi a un certo punto non lo era stata più, mi è stato riferito che ebbe a dire che senza di me non ce l’avrebbe fatta. Non so che cosa intendesse, ma è stata una frase che mi ha toccato il cuore e per un momento mi ha fatto sentire che la mia vita aveva un senso.

Ho messo al mondo un figlio quando in troppi intorno m’incitavano a non farlo, ho lasciato che si iscrivesse a medicina anche quando con le mie sole forze temevo di non farcela, e ce l’ho fatta, ce l’abbiamo fatta.

Eppure non mi pare di aver fatto molto, in fondo ho curato il mio piccolo orto, e forse qualche volta ho portato un po’ d’acqua a quelli accanto, ma non più di tanto. E pure nel mio di orto, non ho coltivato tutto quello che avrei potuto, e mi sembra che alla fine la mia vita abbia prodotto quattro patate e qualche zucchina, ignara di tutta la bellezza delle tante piante di tutto il mondo.

Forse sono severa con me stessa, ma ho questa sensazione costante di essere la montagna che ha partorito il topolino, tanta potenzialità e poca attuazione.

Anche tutto il volontariato che ho fatto non mi toglie questo disagio di avere tutto sommato fatto poco, di avere lasciato che la mia vita fosse fatta di tanti giorni tutti uguali, di non avere dato spazio a sfide e occasioni.

Ma è normale?