Archivio | 10 giugno 2021

Di aborto e autodeterminazione

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Visto che oramai sto seguendo il filo degli argomenti triti e ritriti, riprendiamo oggi il filone del buon vecchio argomento aborto.

Volevo intanto riportarvi due casi, scusate se mi dilungherò. Probabilmente vi ho già parlato di entrambi, ma ora ve ne parlerò a posteriori, ventisette anni dopo, per raccontarvi come è andata.

Scenari.

Primo caso. Donna sola, adulta, in difficoltà economica. Stupro da un ex che non accettava di essere lasciato, rimane incinta.

Secondo caso. Ragazza di diciotto anni, fidanzata con un ragazzo che alla famiglia non piaceva, decidono scientemente di provare ad avere un bambino, e lei rimane incinta.

Fatti e decisioni-

Primo caso. La donna è in panico, sola, con lavoro precario, e la casa che sembra mangiata da un mutuo esoso, già si vede in mezzo alla strada con il bambino in braccio.

Secondo caso. La ragazza riceve pressioni psicologiche infinite da parte dei familiari, un tampinamento continuo: loro non vogliono quel ragazzo, e il bambino li legherebbe definitivamente, cosa che la famiglia assolutamente non vuole permettere. Tanto fanno e tanto dicono che è il ragazzo, chissà se esasperato o che, a lasciarla. Lei è sola e in panico assoluto, ma quel bambino lo vuole, resiste, oramai il terzo mese è passato e si ritiene fuori pericolo, non può più abortire.

Continua il tampinamento della famiglia, un figlio le rovinerà la vita, nessun uomo la vorrà con il figlio di un altro, avrà difficoltà a trovare un lavoro perché il figlio le legherà le mani, e giù scenari devastanti di come quel bambino le avrebbe devastato la vita. Lei oramai è sola, fragile, spaventata, da una parte contenta che l’IVG non è più permessa, ma coi soldi una soluzione si trova…

Primo caso. La donna è contro l’aborto da sempre, ma spaventata a morte. Sicuramente senza un compagno, potenzialmente anche senza casa e senza lavoro. Le capita a volte di pensare che un aborto spontaneo risolverebbe la situazione, ma quando la minaccia d’aborto si presenta lei lotta con tutta se stessa per salvare quella vita che ha in grembo, mesi e mesi di cure e immobilità.

Secondo caso. Si trova un “cucchiaio d’oro”, la famiglia sborsa una cifra consistente e la ragazza entra in una clinica privata per “risolvere il problema”. In sala operatoria – o forse in sala parto, non saprei dirvi, visto che le hanno indotto il travaglio – ha un ripensamento, non vuole, ma la bloccano, la sedano, le inducono o già hanno indotto il travaglio, non le permettono di tornare indietro, figuriamoci se rinunciano alla somma pattuita.

Primo caso. lo stress provoca contrazione al sesto mese, la donna viene ricoverata in un reparto neonatale. Lì ha modo di vedere i bambini prematuri, e i danni subiti. Vede questi piccoli corpicini intubati e pensa “E io a questo rischio sto esponendo mia figlia? Io stacco la spina da tutti i problemi, e di tutto il resto mi preoccuperò dopo il parto”, e così fa.

Secondo caso: dopo non so quanto travaglio il feto viene espulso, la ragazza si ritrova tra le gambe questo esserino, è scioccata, avrà modo di commentare “sembrava un bambolotto”, inizia a piangere e a urlare “sono un’assassina!”. Successivamente passerà un periodo lunghissimo in stato catatonico, piangendo ogni volta che vede una donna incinta – le sembrano tutte incinte! – o un negozio di abbigliamento per neonati. Una mia amica avrà a commentare “L’hanno rovinata”.

Primo caso. Alla donna non si apre il parto, il ginecologo diagnosticherà una questione psicologica, la paura di come farà ad affrontare il mondo quando quell’esserino sarà fuori di lei. Partorisce con taglio cesareo. Inizia un periodo di corse forsennate, di sacrifici inauditi, di lavori e doppi lavori, pensando sempre di non farcela ma poi, in qualche modo, a volte pure rocambolesco, a volte pure miracoloso, ce la fa.

Ventisette anni dopo:

Primo caso: la prima donna ha finalmente un lavoro stabile, da tanto ha finito di pagare il mutuo, la figlia, un fiore di figlia affettuosa e responsabile, oggi è medico. Ogni tanto ripensa a quel brutto pensiero dovuto al panico di “soluzione spontanea”, se ne vergogna tanto, e corre ad abbracciare stretta stretta sua figlia.

Secondo caso. Le ultime notizie dicono che la ex ragazza ormai donna è stata vista in un magazzino, come lavoro metteva a posto gli scaffali, ingrassata a dismisura, e prova vivente che, anche “con le mani libere”, non ha trovato né l’uomo né il lavoro della sua vita. Ha rimpianto il suo gesto da subito, da prima di compierlo, m’immagino ora.

Conclusioni.

A parte che a questo punto avrete riconosciuto il cosiddetto “primo caso”, quello che voglio dire è che, al di là di qualsiasi motivazione possono portare gli abortisti sulla libertà di autodeterminazione della donne, che libertà ha una donna di scegliere se la società le fa vivere un figlio come un impegno insostenibile con le proprie forze e come un danno a livello sentimentale e lavorativo/professionale?

Per un momento, tanto per cercare di mediare le posizioni, lasciamo stare chi il figlio non lo vuole e pensiamo a chi invece lo vorrebbe: ma la vogliamo smettere con questa propaganda terroristica per la quale il figlio sarebbe una pastoia, un impedimento, una fonte insormontabile di problemi? Al contrario, i problemi ci sono sempre lo stesso, ma un figlio da la forza e la motivazione per risolverli!

Perché invece di lottare per 194 e RU486 non lottiamo per una società che tuteli mamma e bambino, asili, sostegni economici, tutele sul lavoro e, perché no, anche forme di affidamento temporaneo affinché la mamma non sia costretta a decidere al momento del parto se tenere il bambino o lasciarlo andare per sempre, ma possa rimanere in contatto con lui, mentre qualcun altro se ne occupa, per poi riprenderlo quando sarà riuscita a mettere a posto i tasselli della sua condizione, magari con aiuti statali, diciamo entro un anno o due? Perché non lottiamo per dare coraggio a queste donne, perché non siano sole, e affinché crescere un figlio non sembri una fatica di Sisifo ma la meravigliosa avventura che è?