Lo stupro

© Sissi

Ci sono principalmente due categorie di stupro: quello dello sconosciuto, o del branco di sconosciuti, che ti blocca in mezzo alla strada, magari una strada isolata, etc. etc. etc., e poi c’è quello del tuo compagno, marito, o a volte ex, che non accetta un no come risposta.

C’è poi una terza categoria, voglio sperare non numerosa: lo stupro inventato.

Per quanto riguarda il primo, le pene sono troppo poco severe, io lo equiparerei all’omicidio: ci sono ragazze che si sono suicidate dopo uno stupro, altre che comunque non si sono mai riprese, e spesso ci sono anche complicazioni per malattie e gravidanze: sì, decisamente, non capisco come le pene comminate possano essere diverse da quelle previste per l’omicidio, milioni di vite sono state rovinate da uno stupro.

Per quanto riguarda la seconda categoria, anche se in molte insorgeranno dicendo che non c’è differenza, direi che la differenza c’è, perché un conto l’agguato dello sconosciuto -o peggio del branco di sconosciuti – un conto è una forzatura della situazione da parte di una persona con cui sei stata volontariamente il giorno prima e volontariamente starai il giorno dopo: ovvio che no significhi no, ovvio che è una prepotenza, un abuso, e sono d’accordo che sia inaccettabile e vada sanzionata, ma se permettete è una cosa diversa. Ovviamente lo stupro da parte di un ex rifiutato lo farei rientrare più nel primo caso che nel secondo.

La cosa terribile però è che ancora oggi la violenza non venga creduta. E’ terribile – e vi assicuro ne so qualcosa – che la violenza venga minimizzata, addirittura banalizzata quasi fosse un’unghia spezzata, e drammaticamente non creduta, il che spesso porta le donne a non denunciarla. E sì, perché per una donna già è fonte di vergogna raccontare uno stupro, e se denuncia seguiranno, nel processo, domande cui è doloroso e imbarazzante rispondere, per poi vedersi liquidare con una motivazione del tipo che aveva i jeans e quindi era consenziente, o altre sconcertanti “spiegazioni” che fanno passare la donna da vittima a complice: è per questo che alla fine preferisce tacere, non denunciare, curarsi le ferite da sola in qualche modo, cercare di metabolizzare sconcerto e vergogna, troppo spesso non riuscendoci mai.

Ma poi può succere che trovi il coraggio. Perché una donna, quando viene stuprata, prima di tutto è smarrita, spaventata, sconcertata. E’ piena di vergogna come se fosse colpevole, piena persino d’incredulità.

Ma poi può succedere che, o perché ha metabolizzato in qualche modo, o perché viene incoraggiata da qualcuno, o perché qualche altra vittima fa il primo passo e lei si accoda, si faccia avanti e denunci.

E lì non viene creduta (v. foto, gira la ruota sul perché non viene creduta).

Bene, ora affrontiamo però un altro problema, anche questo reale: le donne che s’inventano lo stupro, e pure queste, con buona pace di femministe ed affini, ci sono e sono tante. Donne che se l’inventano di sana pianta, facendo passare le pene dell’inferno a un uomo onesto, oppure donne che hanno un “ripensamento”, e davvero, che deve fare un uomo prima di consumare un rapporto consenziente, farsi firmare la liberatoria?

Ecco, sono anche queste donne che rovinano le altre donne, le vittime vere. Sono loro, con le loro accuse false e infamanti, a rendere meno credibili, più ferite e più indifese le donne abusate, e questo è un fatto.

Update:

Mi è ricapitato sotto gli occhi un racconto che scrissi tanto tempo fa su uno stupro. Preciso che il racconto è ispirato a una storia vera: “Un semplice proforma“.

 

61 thoughts on “Lo stupro

    • Non è da me girare intorno alle questioni. C’era un mio amico che mi chiamava “papale papale”, e un altro che mi definiva una donna “senza infingimenti”. Sono nemica giurata del politically correct, appassionata fautrice del pane al pane e vino al vino.

      E sì, il problema è che è difficile distinguere un caso dall’altro, generalmente sono fatti che avvengono tutti rigorosamente senza testimoni.

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  1. Reputo lo stupro (singolo o di gruppo ) come il delitto più infame in una società civile, e mi vergogno di appartenere al genere ,maschile quando qualche avvocato con pochi scrupoli, al fine di alleggerire le responsabilità degli stupratori che difende, cita il famigerato “vis grata puellae” ! 👿

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    • Ricordi quando raccontai del libro che stavo leggendo, “I magnifici 7 capolavori della letteratura erotica“?

      A parte che ancora non capisco dove sia il capolavoro, ma la rabbia leggendo è che veicolavano esattamente il messaggio che porta allo stupro: la donna fa finta di non volere, ma in realtà vuole sempre, chiunque, di chiunque. La donna è un’ipocrita e venale cagna in calore, fa finta di scherrmirsi ma in realtà non vuole altro, non appena vede un membro va in visibilio, sempre, di chiunque esso sia, e se insistesse a fare la virtuosa basta sventolargli davanti agli occhi un braccialetto o qualche monetina ed eccola lì pronta. Poi, il suo unico problema diventa trovare comunque un pollo che creda alla sua virtù dopo che ne ha fatte di cotte e di crude.

      Alla luce di questi messaggi, probabilmente tramandati per secoli di generazione in generazione, lo stupratore non ha neanche la sensazione del crimine infame di cui si sta macchiando, diventa quasi un gioco di ruolo, e questo spiega perché lo stupro sia anche un fenomeno trasversale, non certo appannaggio degli ambienti più degradati, come la bestialità del gesto potrebbe far supporre.

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  2. Il problema enorme è il reperimento delle prove, che generalmente non è facile.
    Per quanto riguarda il reato, son certo che uno stupro consumato in branco, abbia la valenza di un tentato omicidio, con parecchie aggravanti. La violenza conseguente al rifiuto di consumare il rapporto col partner, dipende unicamente dal rapporto, chiaramente ha una grossa valenza, qualora il maschio, non abbia ben compreso le motivazioni e voglia soddisfare il desiderio sessuale, a prescindere dalla partecipazione, questo io lo chiamo masturbazione assistita controvoglia e ritengo vada punito, in quanto atto di crudeltà mentale con la certezza della reiterazione , perché sicuramente è un modo distorto di interpretare la vita di coppia.
    Il ripensamento ex post, qualora il rapporto non abbia soddisfatto, richiede molta attenzione, perché se è vero che il maschio non ha nessun diritto di insistere, sarebbe giusto capire il motivo per cui una donna , dopo aver deciso di concedersi ed aver consumato, voglia ripensarci e denunciare lo stupro; questo può essere legittimo, qualora siano state richieste pratiche sessuali considerate aberranti dalla femmina, che è tenuta a dimostrare il misfatto.Tuttavia, è doveroso considerare il principio generale del diritto, che sancisce “l’onere della prova è a carico dell’attore”, cioè, chi denuncia deve fornire le prove.
    Ovvio che dopo una settimana , o si hanno filmati inequivocabili, oppure gli indizi saranno confutati, in quanto non prove certe.
    Non si tratta di passare da vittima a carnefice, come intende la famosa Avv. Giulia Bongiorno, ma di non riuscire ad inquadrare l’aspetto intenzionale della partecipazione o meno, dal punto di vista della giustizia, che, ricordo, se di giustizia parliamo, non deve e non può essere sommaria.
    Certamente , certi atteggiamenti morbosamente disinvolti della difesa, risultano odiosi ed inquinanti , nonché forvianti, in seguito al dibattito.
    Un abbraccio virtuale.
    Giancarlo

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    • D’accordo su tutto, ma vorrei tornare sul ripensamento postumo, fermo restando il fatto addurre prove a carico o discarico in certi casi è veramente difficile: non stiamo parlando di un ripensamento in corso d’opera, che pure quello ci può stare (e molte mi hanno raccontato di essersi tirate indietro di fronte a un’inaspettata scarsa igiene, tra le altre cose), ma di un rapporto consenziente dall’inizio alla fine, che a posteriori si vuole far passare per prepotenza.

      Mi ricorda una vecchia barzelletta di una ragazza che va in banca a cambiare 500 euro. Il cassiere le controlla e comunica alla ragazza che sono false, al che la ragazza grida: “False? Allora aiuto, mi hanno violentato!”.

      A parte che in quel caso avrebbe ragione la ragazza, perché se lei ha accettato per 500 euro, se invece il pagamento non c’è stato il rapporto è stato evidentemente estorto, ma battute a parte, sai quanti uomini sono stati accusati ingiustamente? Sai quante donne la raccontano e se la raccontano, mettendo nei guai persone che non lo meritano? Ha ragione un mio amico che ha chiesto “Se un sì non basta, se la corresponsione non basta, che dobbiamo farci firmare prima la liberatoria con tanto di firma autenticata?”.

      Purtoppo i falsi, bugiardi, calunniatori, manipolatori, creano un clima di sfiducia di sui, alla fine, paga il conto la gente onesta.

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  3. Mia cara Diemme, debbo essere sincero fino in fondo !
    Ebbene, nel 1979 si tenne a Latina un Processo per stupro ( in seguito divenuto famoso …. ) in cui, l’ accusa contro gli stupratori era stata assunta dal celebre Avv. Tina Lagostena Bassi ( che, negli anni ’80 ebbi l’ occasione, nell’ ambito del mio lavoro presso la Comit, di conoscere personalmente ), mentre la difesa degli sciagurati stupratori, era stata accolta da sciatti avvocatacci cialtroni, caproni, volgari e maschilisti !
    In quell’ occasione, in cui i colpevoli furono condannati esemplarmente senza se e senza ma, mi colpì tuttavia l’ atteggiamento delle mamme dei colpevoli, le quali inveirono contro la povera ragazza violentata, dandole della zoccola, poichè la stessa girava in minigonna ancheggiando, e, con ciò, provocando i loro poveri, passionali figlioletti, sedotti, a detta di quelle mammine, nella loro innocenza giovanile e ruspante ! Si guardi attentamente il filmato qui accluso, e si annoti il comportamento amorale, putrido …. e volgare delle mamme dei violentatori, e la cialtroneria becera degli avvocati difensori, a cui si oppongono, risultando alla fine del processo vincenti, la limpidezza, l’ alto senso del diritto e la dignità dell’ Avv. Tina Lagostena Bassi !
    °°°

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    • Grazie Bia, ma credo sia semplicemente una questione di buon senso, questi sono nient’altro che fatti. Mia figlia tra le altre cose ha letto l’articolo e non le è piaciuto, ha detto che è un articolo cerchiobottista, che non mi pare proprio. Diciamo che si fa presto a dire “dagli all’untore” o, nel nostro caso, “dagli allo stupratore”, ma io ho sempre ben chiaro il diritto dell’innocente, quando tale, e non ho mai giudicato per categorie.

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  4. Diè …. all’ epoca, con quella Giuria e quella Corte ( tutta maschilista ) non si poteva ottenere di più !
    Intanto, i violentatori dovettero pagare alla ragazza stuprata svariati milioni a titolo “risarcimento danni fisici e morali” …. e non fu poco ! Ma io, più che l’ aspetto giudiziale …. vi (ti) invitavo ad esaminare i comportamenti delle mamme degli stupratori, le quali, pur donne anche loro, non proferirono alcuna parola di conforto nei confronti della vittima, se non volgari epiteti !

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    • Uno o due anni con la condizionale, praticamente liberi, e due milioni di danno, praticamente con 500 mila lire a testa l’hanno fatta franca per uno stupro di gruppo. E l’arringa degli avvocati da voltastomaco, “non c’è nulla di male a essere una prostituta”. Anche la Lagostena, che a mia volta ebbi modo di conoscere all’epoca, non è che proprio mi faccia impazzire.

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  5. E su “quelle” mamme, Diè ….. non ci dici nulla ??? 😳
    Io allora, nell’ ascoltarle, rimasi inorridito …. e, per la prima volta, mi accorsi che anche le donne hanno qualche peccato da scontare, soprattutto le mamme di giovani italiani ‘mammoni e infingardi” ! 😦

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    • Quelle madri sono orrende, esattamente come le madri dei mostri del Circeo: d’altra parte, dal frutto si riconosce l’albero (oppure, se preferisci, “nessun frutto cade lontano dall’albero”).

      Vedi la Lobot e capisci Attila. Vedi Attila e capisci la Lobot.

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  6. Ogni stupro, di qualsiasi categoria e genere deve essere punito con la massima pena prevista dal codice penale e non con sentenze che seguono pene esigue e scarcerazioni facili. Lo stupro è un’abominio che subisce una donna e che lascia segni indelebili nella vittima. C’è anche comunque come dicevi tu, l’auto-stupro o stupro inventato che credo sia più una patologia di quelle donne che vogliono punirsi con atti rivolti alla loro stessa vita, vita rovinata, vita distrutta con le loro stesse mani perchè forse volevano provare qualcosa di diverso della solita monotonia quotidiana.

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  7. Mi trovi d’accordo…a me sembra che i casi siano in aumento (e non voglio entrare nel perchè, il discorso è articolato) e la risposta della giustizia e delle famiglie dei stupratori siano davvero inesistenti…questo mi fa in—–re tante volte di più.

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  8. Ma di cosa vogliamo meravigliarci ??? 😳
    Viviamo in una società in cui, fino a pochi anni fa, lo stupro era considerato, col bene placido della Chiesa, “un atto contro la morale” …. come a dire che, se si violentava una donna, piangeva Gesù Bambino ! 😦 Ed oggi, solo grazie alle battaglie legali di alcuni/alcune volenterosi/volenterose, lo stupro viene considerato “un delitto contro la persona” …. ma, per far prevalere questa giusta visione, occorreranno ancora tantissimi anni, poichè non sono pochi i Giudici bigotti e gli Avvocati cialtroni che continuano a far ricadere sulle donne violentate una parte o tutto del delitto ! 👿

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  9. Cara Diemme …. in cotanto squallore, mi permetti di parlare d’ amore ???
    Lo faccio con le parole poetiche prese in prestito dal tuo Libro di Poesie LADRA DI TENEREZZA, libro che mi facesti avere, gratuitamente, direttamente a casa mia, preceduto da una bella dedica !
    Ecco, chi violenta cancella nelle vittime, irreversibilmente, il lato romantico della vita …. ossia l’ amore condiviso e frutto maturato da una libera scelta ! 😦

    Amore, amore, amore,
    amore, amore,
    sempre con meno sogni,
    e più ferite al cuore.
    Con più rimpianti,
    e sempre più paura.

    Prima eri l’universo
    e mille soli,
    poi eri la terra
    e le stagioni amare.
    E poi tempesta,
    grandine, stupore.

    Quello che provo ora
    è figlio di un dio minore,
    ma stringimi più forte,
    e sarà ancora amore.

    By @Diemme : LADRA DI TENEREZZA

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  10. Perdonami, mi sono permesso di “punteggiare” qua e là, come se la si recitasse ‘a voce’ !
    Ma, le prossime che commenterò, le scriverò esattamente come le hai scritte Tu ! ❤

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    • Non mi riferisco alla punteggiatura, ne avevi proprio saltato un pezzo! Dopo la prima riga eri passato direttamente a
      “Prima eri l’ universo
      e mille soli,”!

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  11. Già …. ma non mi ripeterò più con la mia interpretazione : scriverò, e commenterò, le tue Poesie ( anche quelle scritte ‘in romanesco’ ) così come le scrivesti Tu ! 😀

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    • Se l’omissione era stata volontaria, magari per enfatizzare il resto del testo, magari avresti potuto indicare con un [OMISSIS] i versi saltati. Anche riguardo al romanesco, è una scelta ben precisa avere scritto nel “mio” romanesco, quella è la lingua che “io” parlo, non quella di Trilussa o del Belli (o di quell’altro poeta romanesco, Armando Fefé, cui Fulvialuna dedicò questo post, e che casualmente era anche mio suocero).

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  12. Ma va ??? Er sor Armando Fefè era tuo suocero ??? Er papà de Attila e er marito de la Lobot ???
    Ma guarda che bella combinazione …. è proprio vero : la Poesia è er mejo veicolo pe’ vjaggjà co’ la gente e/o pe’ ritrovalla ! 😀

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    • nonono, ma che Attila, ma che Lobot, Armando Fefé con loro non c’entra niente! Armando Fefé era il marito di Giulietta Picconieri, altra eccellente poetessa – anche più del marito – e discepola del grande Trilussa, tutto un altro mondo rispetto ad Attila, Lobot e compagnia cantante!

      E’ che io ho fatto collezione di suoceri e suocere, ma Armando Fefé e Giulietta Picconieri erano i miei suoceri ufficiali, con timbri, controtimbri e pedigree!

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    • Tra le altre cose, Giulietta Picconieri è stata una suocera eccellente, donna di grande intelligenza, di grande cultura, di grande generosità, di grande sense of humor… peccato che solo il figlio le fosse uscito piccolo piccolo… ma sempre un genio e un grand’uomo appetto ad Attila! Tra Giulietta e la Lobot… non l’abisso, proprio le galassie!

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  13. 😳
    Beh …. se la sora Picconieri è stata, con te, una suocera eccellente, mi sembra di poter dire, per quanto ti conosco, che anche Tu sarai stata per lei una nuora come si deve, e non già una nuora di quelle che odiano le suocere e non vedono l’ ora di levarsele dalle palle, se non le frenasse il leggendario distico di @Aquilanonvedente : no suocera … NO PARTY ! 😀

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    • Amavo molto mia suocera, sicuramente più del figlio. Quando si ammalò, la curai con una dedizione tale che lei, commossa, un giorno mi disse: “Grazie, grazie di tutto quello che fai per me! Quando poi sarai vecchia tu, mi prenderò io cura di te!”.

      Sorrisi a quelle parole, ora quasi quasi ci spero, perché la vecchiaia mi fa troppo paura. Non la vecchiaia di per sé, ma la mancanza di autosufficienza e lucidità, ne ho viste troppe per non esserne terrorizzata.

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  14. Ti capisco, mia cara amica …. ed aggiungo che, anche a me, la vecchiaia fà paura, e non perchè è l’ anticamera della morte ( che anzi desidero assai, in quanto finalmente potrò raggiungere mia figlia Francesca …. ), ma in quanto, come te, tremo al pensiero di perdere la mia autosufficienza, la potenza, ancora intatta come ai miei vent’ anni, della Memoria ! 😦
    Ma parliamo di cose belle ….. e del tuo LADRA DI TENEREZZA, da cui è difficile, almeno per me, estrapolare versi, poichè trattasi di “OPERA COMPLETA”, di un tutt’ uno armonico ed esaustivo, oltre che altamente poetico !
    Un abbraccio forte …. e
    a bientoit

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  15. Come ti ho già detto, è difficile per me estrapolare una poesia ( ad esempio …. quella che mi piace di più ), poichè il tuo bel libro è un “tutt’ unico” …. e quindi, quando mi leggo una poesia, ho la netta sensazione che essa non sia poi che l’ inizio, o il prosieguo, di un’ altra ! 😀

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    • Tu dici? In effetti sono quasi tutte concentrate in un’epoca. “Single” non ha bisogno di spiegazioni, ma se ci pensi quel “stringi la mano su quello che non accetti” è lo stesso di “Mi stringo tra le braccia ed ho paura” della poesia intitolata, per l’appunto, “Paura”. Sono poesie partorite quasi tutte dalla solitudine, dal “dopo Otello” al “prima di Sissi”. Anche quel “porto il mio fardello lontano dai tuoi lontani giudizi” e a quell’urlo che chiudono le due poesie dedicate a mio padre, battono sullo stesso tasto, la solitudine esistenziale. Come diceva il buon Robin Williams, la solitudine non è quando si è soli, ma quando ci si si sente soli in mezzo alla gente (non ricordo le parole esatte, ma il concetto era questo).

      PS, trovata la citazione: “Pensavo che la cosa peggiore nella vita fosse restare solo. No, non lo è. Ho scoperto invece che la cosa peggiore nella vita è quella di finire con persone che ti fanno sentire veramente solo” (Robin Williams)

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  16. Per questo, l’ ottimo interprete de L’ ATTIMO FUGGENTE si suicidò …. quando ancora la vita gli sorrideva e, come attore, era ai vertici di Hollywood !
    Davvero la solitudine è assai ardua da sopportare …. è come se uno si svegliasse una mattina e si scoprisse essere l’ unico abitante della Terra ! Grazie a Dio, e grazie a voi, io, ancorchè predisposto alla solitudine ed alla malinconia, non mi sento solo, poichè non di rado mi vado a rileggere Aquilanonvedente, o te, o tua Zia **** …. e se ho perduto l’ amatissima Sabby, beh ho trovato Silvia che mi ha aiutato tantissimo sia prima che dopo la perdita di mia figlia !

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  17. Azz … vi somigliate talmente tanto che, nell’ identificarvi, mi sbaglio spesso !
    Tuttavia, la sostanza non cambia, ed anche da tua nipote, la mitica ****, ho ricevuto non poche coccole …. peccato che non scriva più nel suo Blog, ma anche se i suoi post sono antichi, io ci vado lo stesso a rileggerli …. e ciò fà sì ch’ io possa “ritrovare” il tempo perduto ! 🙂

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  18. Lo spero tanto … amica mia !
    Lei, la mitica ****, mi riporta indietro alla ricerca del tempo perduto, e Dio solo sa quanto io ne abbia bisogno …. ora !

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    • La mia mitica bisnipote è in ritiro spirituale. Dovrà decidere se prendere il velo o tornare alla vita secolare, ma le occorrerà un po’ di tempo per valutare e per riuscire a guardare fino in fondo dentro di sé. Lasciamola meditare.

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  19. Ci mancherebbe ….
    Ma la tua mitica **** nipotina ( o nipotona ??? 😳 ) ritornerà, poichè anche lei ama scrivere, leggere …. e respirare tra amici/amiche ! 😀

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  20. Sono d’accordo con tutto ciò che hai scritto, esistono varie forme di abusi che si rifanno a una medesima radice e convergono verso un unico grande problema. Che a propria volta nasce da una cultura tanto deviata quanto radicata da cui non solo molti uomini ma pure molte donne faticano a liberarsi, fino al punto di farsene esse stesse interpreti. Anche su questo tema negli ultimi giorni mi è capitato di leggere su Il Post un articolo assai pertinente, che ti giro: https://www.ilpost.it/2021/04/20/cultura-dello-stupro-rape-culture/
    Mi sento però di fare un’osservazione in merito al racconto che hai riproposto. Non dubito che si tratti di una storia vera, e il pensiero e l’agire dell’uomo sono innegabilmente da condannare. Nella fattispecie però emerge a mio avviso qualcosa di deviato anche da parte della ragazza. Che ha e aveva tutto il diritto di pretendere il rispetto di una propria convinzione e desiderio, su questo non ci piove. Però, ecco, questo voler arrivare illibata al matrimonio, questa idea di purezza fisica che viene confusa con quella morale, e in sostanza determina una mancata accettazione di sé e della propria sessualità, che finisce per venire mortificata e non esplorata né vissuta appieno nel momento stesso in cui la si desidera conservare come sotto campana di vetro sublimandola come dono di sé sul talamo nuziale visto quasi come un altare (queste figure retoriche sono una mia interpretazione personale, sia ben chiaro), e pazienza se poi si scopre di essersi legata per sempre a qualcuno che non si rivela congeniale come proprio partner sessuale, con cui non c’è e non si riesce a sviluppare la giusta sintonia nell’intimità, l’amore coniugale sarà sufficiente a colmare questa lacuna in fondo trascurabile, non è forse vero? Quale autoinganno, che gran peccato e quanta inutile sofferenza, mi verrebbe da dire. Qui, il problema del voler avere il controllo sulla sessualità femminile e di obbedire in fondo a una convenzione sociale come a temere chissà quale stigma di disapprovazione, mi pare sia di entrambi, pur se con modalità e responsabilità non paragonabili nel prevaricare l’uno la volontà dell’altro. E, sottolineo ancora una volta: rispetto e difendo il diritto di lei a veder rispettato ciò che desidera o non desidera, però al tempo stesso mi fa pena; perché prima ancora di essere vittima di un uomo immaturo insensibile e brutale, più preoccupato del proprio ruolo di maschio consorte che non prodigo di amore e attenzione per la propria futura sposa, lei mi appare come vittima di una visione della propria sessualità che è essa stessa frutto di una cultura deviata, patriarcale e misogina.

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    • Indubbiamente le convinzioni della ragazza nascevano da un condizionamento iniziato presumibilmente dalla nascita. La storia è molto datata, e certe mentalità in passato esistevano eccome, tanto da portare le ragazze – o donne – a sentirsi prive di valore se non più illibate e le donne anziane nubili ad adirarsi se venivano chiamate “signora” anziché “signorina”, in quanto l’epiteto “signora” rappresentava un oltraggio alla loro purezza. In un film, mi pare “Il colore viola”, alla ragazza protagonista violentata dal patrigno viene detto che oramai è una “ciabatta vecchia” che nessuno vorrà più. La “rape culture” ha avuto anche in questa mentalità un formidabile alleato: la vergogna della ragazza per essere non più illibata, il dolore per essere diventata “una vecchia ciabatta” che nessuno avrebbe più voluto.

      Ce ne sono volute di lotte per superare questa mentalità, lotte, pillola anticoncezionale e, ahimé, 194.

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    • Lotte che non sono certo finite, purtroppo, ma rimangono necessarie e di stretta attualità. Un paio di mesi fa sono schizzato via al termine di una messa (io non vado in chiesa se non da turista, non sono credente, ma era l’anniversario della scomparsa di mia madre) nel momento in cui, fra i soliti annunci alla comunità, il diacono ha iniziato a parlare della “giornata della vita istituita fin da quanto è stata promulgata la legge sull’aborto ecc. ecc.” Una volta fuori, sul sagrato, amici che mi hanno visto guadagnare l’uscita a passo di carica prima dell’ite missa est (e meno male che avevo la mascherina così non si capiva che stavo smoccolando) mi hanno chiesto che cosa mi fosse preso, e io gliel’ho spiegato a voce alta, mentre uscivano tutti, che certe cose non si possono sentire e sarebbe ora di uscire dal MedioEvo che è finito da un pezzo. Non si rendono conto, certe anime che si ritengono pie, della violenza coercitiva che difendono e promuovono con queste loro parole che vorrebbero essere di difesa della vita ma solo di una delle parti in causa, quanto alla volontà e al benessere delle madri checcefrega. In quell’occasione ero anche bello carico sull’argomento, avendo appena letto delle proteste di piazza in Polonia contro la nuova stretta antiabortista del governo spalleggiata come ti sbagli dalla potentissima chiesa cattolica locale, e avevo scoperto fra le altre cose che in Ecuador nell’anno di grazia 2021 dev’essere proprio bellissimo essere una donna, dal momento che il diritto all’aborto è negato in toto e rischi fino a 30 anni di carcere perfino per un aborto spontaneo (ovviamente anche lì paese ultracattolico con governo di destra dura e pura – e sì che io sono di destra, ma non mi riconosco certo in simili deviazioni fasciste – e clero sugli scudi a dettare l’agenda politica e importi come vivere e come morire). Nelle ultime settimane per fortuna anche in Ecuador una minima apertura c’è stata, ma proprio minima. Certe frange reazionarie e oscurantiste e la cultura deviata e disumana che si portano dietro non si estingueranno mai abbastanza presto.

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    • Il discorso è alquanto lungo, in quanto io sono una convintissima antiabortista, aderisco – in linea di massima – al movimento per la vita, e su questo stesso blog troverai moltissimi miei articoli e commenti a sostegno della vita e contro l’interruzione di gravidanza.

      Ovviamente il discorso è lungo e articolato e non bisogna cadere nel fanatismo. Diciamo che, se io stessi al governo e avessi un qualche potere in merito, manterrei la 194 come male minore, perché se una donna decide comunque di abortire meglio che lo faccia nella sicurezza che offre un ospedale piuttosto che su un tavolaccio di una mammana – nel qual caso le vittime sarebbero due anziché una. Contemporaneamente però promuoverei ogni mezzo di prevenzione prima, di assistenza poi, e di cultura della vita durante.

      Se si riuscisse almeno a non fare abortire le donne che il figlio lo vorrebbero ma hanno paura di non farcela da sole, già sarebbe una conquista. Se poi si riuscisse anche alle altre a far amare questa nuova vita, allora avremmo fatto bingo.

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    • Non sapevo di questa tua posizione, mi sono perso mesi e anni di post e questo aspetto in particolare non l’avevo colto. Mi fa piacere che comunque tu sia disponibile a confrontarti senza preconcetti ma guardando in faccia la realtà. Sono d’accordo con te sul fatto di proteggere le donne che vorrebbero un figlio ma temono di non farcela, su questo ci mancherebbe. Sul discorso generale, che è certamente complesso e articolato, io ritengo che la sola persona che abbia il diritto di decidere della vita di un essere che porta in grembo, almeno fino a che la scienza e la legge glielo consentano (in termini di settimane di gestazione, voglio dire) sia la madre, e in subordine ma solo di complemento il padre, dopodiché nessun altro. Nessuna autorità né giuridica né tanto meno confessionale, a cui io personalmente non riconosco autorità alcuna. Una libera scelta puramente individuale, che immagino una donna che decida di abortire già non prenda a cuor leggero e le sia causa di pena e sofferenza su cui nessuno a parer mio può sentirsi il diritto di mettere becco. Questo il mio pensiero in termini di principio. Nella realtà poi ci sono casi e casi, ognuno fa storia a sé e si può discutere di tutto, purché non sia un’imposizione arbitraria da inquisizione o da stato totalitario.

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    • Dalla realtà non si può prescindere, è inutile seguire idealismi non applicabili alla vita reale, e inutile pensare di poter cucire un abito che vada bene per tutti, ovviamente ci sono situazioni e situazioni ma siccome di questo argomento ho parlato tanto (e anche qua fino allo sfinimento) magari se ti interessa puoi rileggere i miei vecchi articoli.

      Il principio comunque è che il bimbo che una donna porta in grembo è una vita a tutti gli effetti ed è un’altra vita rispetto alla madre che quindi non ha alcun diritto di sopprimerla. Spesso i sostenitori dell’aborto portano a sostegno delle loro tesi il rischio della vita della madre, la grave malformazione del figlio, lo stupro, tutti casi che rappresentano una minima parte delle casistica delle donne che scelgono di abortire, e stanno in un altro calderone. Quando parliamo di diritto all’aborto, di scelta, stiamo generalmente parlando di una donna sana che aspetta un figlio sano avuto da un rapporto consenziente, più o meno disattento.

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    • Io penso che una donna che non vuole essere madre, anche se ha commesso una leggerezza, abbia il diritto di non esserlo, e che la scelta su cosa fare del proprio corpo debba essere solo sua. Forse lo penso perché non mi sono mai trovato a misurarmi con una situazione del genere nella vita reale e la mia è di fatto una posizione di principio, ma ci sono molte altre considerazioni che potrei fare e le rimando a quando mi sarò meglio aggiornato su quelle che hai già espresso nei tuoi post precedenti. Buona serata 🙂

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    • Hai detto bene, del proprio corpo, peccato che quello del bambino sia il corpo di un’altra persona. Una donna che non vuole essere madre ha tutto il diritto di non esserlo, ma quando incinta è già madre, la decisione va presa prima, e comunque la legge permette di abbandonare il bambino in ospedale in totale anonimato, e sta’ tranquillo che il bambino verrà immediatamente adottato da genitori che lo vogliono e che lo ameranno incondizionatamente. Comunque sì, meglio leggersi i post passati, altrimenti giriamo in tondo ripetendo gli stessi concetti e inoltre andiamo fuori tema su questo post (per quanto una gravidanza indesiderata è troppo spesso una delle tante conseguenze di uno stupro).

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    • Ecco, dal mio punto di vista, per una donna decidere se proseguire o meno una gestazione è già una scelta che riguarda in primis il proprio corpo e la propria vita. Ho l’impressione (in generale, non riferita e te nello specifico) che su termini come “madre” e “vita” si tenda a proiettare un’aurea sacrale ed emotiva che è un costrutto puramente sentimentale e non ha nulla a che vedere con la realtà biologica, che si tratti di vita animale nella sua accezione più ampia o di vita umana per elezione di specie. La natura è meravigliosa quanto crudele, la vita ne segue il corso, trovo sia naturale ed entro certi limiti insindacabile che si compiano scelte per preservare la propria (e non intendo solo in termini di salute, ma proprio di preservare la propria vita così com’è), per quanto egoiste ed ed emotivamente forti tali scelte possano sembrare.
      Sul fatto che un embrione o un feto di poche settimane si possano considerare una persona esprimo un enorme dubbio, ma come suggerisci tu, andrò a rileggermi i tuoi post sull’argomento.

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    • Non ti risponderò con la mia opinione personale perché, come d’accordo, potrai ritrovarla in molteplici miei vecchi post sull’argomento, ma volevo riportarti quella di una mia amica, biologa atea: lei era contro l’aborto perché per lei, proprio da un punto di vista oggettivo e meramente scientifico, la vita iniziava con la suddivisione delle cellule, senza nessun carico sentimentale, emotivo, sacrale.

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    • Dunque, se non ho capito male, secondo la tua amica, dal momento in cui inizia la suddivisione cellulare dell’embrione, una donna non avrebbe più alcun diritto di anteporre la propria, di vita, così com’era fino a un attimo prima, a un grumo di cellule che le si sta moltiplicando in grembo e sul quale lei non avrebbe altra potestà se non portare a termine una gravidanza di nove mesi con tutto quel che ne consegue sul piano fisico e pratico ed eventualmente non riconoscere il figlio/a e lasciare che venga dato in adozione. Correggimi se sbaglio.

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    • La mia amica non c’è più e quindi non può risponderti, ma credo tu non abbia idea quanto – proprio dal punto di vista scientifico – quel “gruno di cellule”, come lo chiami tu, contiene già tutto quello che sarà il nascituro e comunque, quando parliamo del “grumo di cellule”, ho l’impressione che dimentichiamo sempre che, nel momento in cui avverrà l’aborto, questo grumo avrà già assunto sembianze umane – ammesso che sia questo quello che conta.

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    • Mi dispiace per la tua amica, che non è più fra noi. Assumendo per vero ciò che avevo ipotizzato, e parlandone come da viva, una tale posizione dal mio punto di vista è puramente ideologica e “talebana”, e ammesso che alla controparte interessi, io mi troverei in difficoltà anche solo a pensare di mettermi a discutere con lei dato l’assunto da cui parte. Che la vita di qualunque organismo vivente inizi con la suddivisione cellulare è un dato di fatto scientifico e incontrovertibile, anzi è già perfino riduttivo, perché una singola cellula è già “vita”. Era vivo l’ovulo della donna e lo spermatozoo (uno fra migliaia di milioni, gli altri sono tutti morti) dell’uomo che l’ha fecondata senza volerlo, entrambi, l’ovulo e lo spermatozoo che ce l’ha fatta, portatori del materiale genetico costituente il potenziale progetto di una nuova vita. Ciò che per me è inaccettabile (ed è proprio a posizioni come questa a cui mi riferivo quando parlavo di sacralità o, come potrei meglio dire ora, di eccesso di sacralizzazione, che siano frutto di pensiero fideistico o laico all’atto pratico non fa molta differenza) è che se nel momento X un normalissimo processo biologico viene innescato senza consapevolezza o premeditazione, per errore o per sufficienza, dal momento X + un nanosecondo la donna che ne è portatrice non possa più decidere di resettare il tutto per qualunque motivo lei desideri, entro termini accettabili e regolamentati dalla legge e dalla scienza, senza doverne rendere conto a nessuno se non a se stessa, come se da quel fatidico momento lei diventasse niente più che una gestante passiva a cui sia negato il diritto di non esserlo, come se fosse vestale di chissà quale miracolo, portatrice di un patrimonio della comunità da difendere a qualunque costo. Attribuire così tanto valore a ciò che rimane un grumo di cellule, sia pure in fase di accrescimento e con sembianze umane, e così poco alla volontà e alla vita della donna che lo porta in grembo, tanto da volerla obbligare a “subire” una gravidanza indesiderata (e non credo di dover spiegare a te cosa comporti una gravidanza per una donna sotto ogni aspetto, biologico fisico lavorativo sociale), dal mio punto di vista è solo una posizione sentimentale che ha poco di razionale e molto di retaggio ideologico di stampo totalitario.

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    • E’ proprio la falsa coscienza che tutto possa essere reversibile quello che ci ha reso immaturi, incoscienti e incapaci di prendere un impegno e sì, la donna che ha in grembo un figlio è una vestale del più grande miracolo, portatrice di un patrimonio della comunità da difendere a qualunque costo. Peccato che spesso non se ne renda conto e quel miracolo venga considerato alla stregua di una carie a un dente.

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    • Mi dispiace ma sono totalmente in disaccordo. La vita è un miracolo di per sé, ovunque, in qualunque forma, che sia animale, e in particolare umana, o vegetale. Ed è un miracolo spontaneo. Caricare un concepimento involontario e indesiderato di una tale sovrastruttura mistica è una cosa che può solo (continuare a) fare del male a milioni di donne in tutto il mondo, e lede il diritto di una persona alla propria autodeterminazione e all’avere prima di tutto cura di se stessa. Oltre al fatto di perpetuare la condanna di una donna per la propria sessualità e il costringerla a generare dei figli anche contro la propria volontà. Un concepimento indesiderato può essere frutto di superficialità come di violenza subita, di inesperienza come di margini di fallimento di prodotti e strumenti anticoncezionali. Ma soprattutto, dal mio punto di vista, una circostanza solo ed esclusivamente individuale. Considerare un embrione umano come un patrimonio della comunità da difendere a qualunque costo (frase che ho scritto io a titolo esemplificativo ma che mi spiazza che tu accolga nella sua interezza letterale con tanto fervore) è un’imposizione che mi fa orrore. Può avere un significato nelle residuali tribù di cacciatori-raccoglitori che ancora esistono in alcune zone del mondo e vivono come i nostri antenati di 10mila anni fa, gruppi nei quali, fra le altre cose, si pratica una libera e serena promiscuità sessuale e non ci si preoccupa di chi sia o meno il padre di questo o quel bambino, e in cui tutti i figli vengono accuditi e cresciuti dall’intera comunità. E ha un significato perché in quei contesti antropologici il tasso di mortalità infantile è elevato tanto quanto lo poteva essere nei paesi civilizzati durante i secoli scorsi. Ma anche in questi remoti e sperduti casi, è una predisposizione culturale e motivata dal contesto, che può evolversi e cambiare al cambiare del contesto e del grado di consapevolezza di sé.
      Meno male che un paio di giorni fa mi premettevi che il punto di vista della tua amica, in quanto atea, era scevro da motivazioni religiose e pretese di sacralità. Avoja. Perdonami, ma questo per me è un palese esempio di fanatismo pseudo-religioso. E sinceramente mi spaventa che una donna italiana nel 2021, e qui mi rivolgo a te direttamente, possa farsi portatrice di un pensiero del genere.

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    • Quello che vorrei aggiungere è che anche da adulti non siamo niente più che un’ammucchiata di cellule, quantomeno per un non credente: e allora, ne stiamo facendo una quantità di numero di cellule? Pensa alla vita animale, alla perfezione della vita di una formica o di un’ape – la cui estinzione, tra le altre cose, pare possa provocare quella del genere umano: davvero ne stiamo facendo una questione di grandezza del corpo e numero delle cellule coinvolte?

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    • No, non mi interessa il numero di cellule, io ne faccio una questione di priorità. Cancellare totalmente il diritto di una donna a decidere prima di tutto per se stessa al solo scopo di difendere un piccolissimo “work in progress” di quello che potrà essere una futura persona (in quanto tale, fra le altre cose, potenzialmente un pernicioso parassita di questo pianeta) dal mio punto di vista è aberrante. Mi fa piacere che tu abbia allargato il discorso alla vita animale in generale, cosa che ero stato tentato di fare nel corso di questo confronto ma mi ero trattenuto per non rischiare di andare fuori tema. Io lo allargherei ancor di più, anche alla vita vegetale. Il tutto per fare una considerazione: mi pare che quest’attenzione spasmodica e radicale nel voler difendere e preservare semplici abbozzi di vita umana contrasti in maniera pesantemente squilibrata non solo nei confronti di chi (la futura madre-che-non-vuole-esserlo) una vita pienamente formata già ce l’abbia e di colpo si ritrovi ingabbiata nel non poterne più decidere liberamente, ma anche con una visione olistica del mondo.
      Mi spiego meglio: credo, e non da oggi, che noi si dia un’eccesiva ed esagerata importanza a noi stessi in quanto esseri umani. Ci siamo perfino inventati di essere fatti a immagine e somiglianza di una divinità la cui idea prima ed esistenza poi abbiamo concepito noi stessi (questo dal mio punto di vista di agnostico, ovviamente). Noi non siamo nulla di speciale, anzi, questo pianeta starebbe meglio senza di noi a consumarne le risorse a dismisura e a inquinarne terre cieli e mari. Siamo solo degli animali un po’ più evoluti, che l’evoluzione ha dotato di un pensiero superiore che ci consente di immaginare e dovrebbe indurci a essere le creature più pacifiche e contemplative della Terra, e che spesso e volentieri invece utilizziamo solo per illuderci che tutto ciò che ci circonda ci appartenga e ne si possa disporre a nostro piacimento, per fare del male ad altre creature non meno nobili di noi per il solo fatto di esistere, per opprimere nostri simili approfittandone e sfruttandoli, o (non meno colpevolmente) negando loro compassione e solidarietà e a cui pretendiamo di imporre le nostre convinzioni personali motivandole con frasi come “patrimonio della comunità”. Un esempio di patrimonio della comunità in cui mi riconosco è il rispetto reciproco delle proprie libertà, consapevolezza, autodeterminazione e coscienza individuale. Se una cosa per me è sbagliata e inaccettabile non posso pretendere che lo sia anche per te o per qualcun altro. Per fortuna esistono dei riferimenti legislativi che nascono al preciso scopo di regolare la convivenza civile e consentono di dirimere questioni di questo genere.
      Quando nel post da cui è partito questo confronto avevi fatto riferimento alla pillola (suppongo quella detta “del giorno dopo”) e alla legge 194 non avevo inteso che ne scrivessi in termini negativi. Io invece dico: meno male che ci sono, per me sono delle importanti conquiste di civiltà. E di recente, con mia grande sorpresa, ho avuto modo di appurare che una mia amica, fervente cattolica come il marito e attivamente impegnata nella comunità pastorale, su questo punto la pensa esattamente come me. E’ solo un caso individuale, per carità, così come lo era quello della tua amica biologa. Ma è per dire che il riconoscersi o meno in un credo religioso può non essere a priori connotante quando si tocchi un argomento così sensibile per qualunque donna.

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    • Guarda, io non amo discutere su questo argomento perché non credo che ci sia mai stato nessuno che abbia cambiato idea su un fronte o sull’altro. Volevo solo chiarire che avevi capito bene che sono d’accordo con la 194, ma non come diritto della donna, bensì come presa d’atto del male minore. Sappiamo benissimo che una donna che ha deciso di abortire e non può farlo in ospedale finisce col rivolgersi a una mammana e e col morire su un tavolaccio infilzata dai ferri da calza, o per setticemia, o altri orrori del genere, e certamente nessuno vuole questo: vogliamo proteggere la vita del nascituro, non condannare a morte una donna. Quella che io auspico è un’educazione alla vita, e soprattutto a non avere paura o, quantomeno, riuscire a dominare questa paura e avere fiducia nella vita. Ecco, se c’è un messaggio che darei alle donne che aspettano un bambino è proprio “Non abbiate paura”.

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    • E’ una bella frase, la citava spesso anche Giovanni Paolo II, e di certo può offrire un certo di grado di conforto (al lordo delle reti sociali di supporto, che magari in qualche luogo o situazione funzionano bene e in molti invece latitano o non esistono, ma questo è un altro discorso). Sul fatto che certe idee siano immutabili mi piace pensare, o meglio sperare, che non sia così, altrimenti saremmo condannati a vivere per sempre su opposte barricate anziché cercare un confronto e un punto di intesa. Buona serata 🙂

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