Archivio | 21 aprile 2021

Lo stupro

© Sissi

Ci sono principalmente due categorie di stupro: quello dello sconosciuto, o del branco di sconosciuti, che ti blocca in mezzo alla strada, magari una strada isolata, etc. etc. etc., e poi c’è quello del tuo compagno, marito, o a volte ex, che non accetta un no come risposta.

C’è poi una terza categoria, voglio sperare non numerosa: lo stupro inventato.

Per quanto riguarda il primo, le pene sono troppo poco severe, io lo equiparerei all’omicidio: ci sono ragazze che si sono suicidate dopo uno stupro, altre che comunque non si sono mai riprese, e spesso ci sono anche complicazioni per malattie e gravidanze: sì, decisamente, non capisco come le pene comminate possano essere diverse da quelle previste per l’omicidio, milioni di vite sono state rovinate da uno stupro.

Per quanto riguarda la seconda categoria, anche se in molte insorgeranno dicendo che non c’è differenza, direi che la differenza c’è, perché un conto l’agguato dello sconosciuto -o peggio del branco di sconosciuti – un conto è una forzatura della situazione da parte di una persona con cui sei stata volontariamente il giorno prima e volontariamente starai il giorno dopo: ovvio che no significhi no, ovvio che è una prepotenza, un abuso, e sono d’accordo che sia inaccettabile e vada sanzionata, ma se permettete è una cosa diversa. Ovviamente lo stupro da parte di un ex rifiutato lo farei rientrare più nel primo caso che nel secondo.

La cosa terribile però è che ancora oggi la violenza non venga creduta. E’ terribile – e vi assicuro ne so qualcosa – che la violenza venga minimizzata, addirittura banalizzata quasi fosse un’unghia spezzata, e drammaticamente non creduta, il che spesso porta le donne a non denunciarla. E sì, perché per una donna già è fonte di vergogna raccontare uno stupro, e se denuncia seguiranno, nel processo, domande cui è doloroso e imbarazzante rispondere, per poi vedersi liquidare con una motivazione del tipo che aveva i jeans e quindi era consenziente, o altre sconcertanti “spiegazioni” che fanno passare la donna da vittima a complice: è per questo che alla fine preferisce tacere, non denunciare, curarsi le ferite da sola in qualche modo, cercare di metabolizzare sconcerto e vergogna, troppo spesso non riuscendoci mai.

Ma poi può succere che trovi il coraggio. Perché una donna, quando viene stuprata, prima di tutto è smarrita, spaventata, sconcertata. E’ piena di vergogna come se fosse colpevole, piena persino d’incredulità.

Ma poi può succedere che, o perché ha metabolizzato in qualche modo, o perché viene incoraggiata da qualcuno, o perché qualche altra vittima fa il primo passo e lei si accoda, si faccia avanti e denunci.

E lì non viene creduta (v. foto, gira la ruota sul perché non viene creduta).

Bene, ora affrontiamo però un altro problema, anche questo reale: le donne che s’inventano lo stupro, e pure queste, con buona pace di femministe ed affini, ci sono e sono tante. Donne che se l’inventano di sana pianta, facendo passare le pene dell’inferno a un uomo onesto, oppure donne che hanno un “ripensamento”, e davvero, che deve fare un uomo prima di consumare un rapporto consenziente, farsi firmare la liberatoria?

Ecco, sono anche queste donne che rovinano le altre donne, le vittime vere. Sono loro, con le loro accuse false e infamanti, a rendere meno credibili, più ferite e più indifese le donne abusate, e questo è un fatto.

Update:

Mi è ricapitato sotto gli occhi un racconto che scrissi tanto tempo fa su uno stupro. Preciso che il racconto è ispirato a una storia vera: “Un semplice proforma“.