Archivio | marzo 2020

Siamo in guerra ma…

Siamo in guerra, una guerra in cui chi ti uccide non è l’SS che ti ferma, ma l’amico o il familiare che ti abbraccia, la maniglia della porta o il pulsante dell’ascensore. Siamo in una guerra in cui, quando torni a casa dopo aver procacciato il cibo a te e alla tua famiglia, non lo sai se sei scampato ai bombardamenti o no. C’è poco da scherzare sì, ma anche durante la guerra la gente ride, scherza e gioca, perché è così che esorcizza la paura, ci si dà il coraggio di andare avanti, si ammazza il tempo e alimenta la speranza. E’ sempre successo e, grazie al cielo, sempre succederà.

 

 

Giornate domestiche

Io resto a casa.

Francamente a me e mia figlia, casalinghe nell’anima, è cambiato poco. Benché la nostra casa sia piccola, e neanche particolarmente organizzata, stare a casa è la nostra normalità, e tutto sommato anche quello che desideriamo.

Io lavoro in smart working, e caliamo un velo pietoso sulla postazione di lavoro, ma mi risparmio quasi quattro ore di autobus al giorno. Mi risparmio il freddo, mi risparmio la pioggia, mi risparmio tutto. C’è risparmio di benzina, di pasti fuori casa.

Una sola cosa mi pesa o, quantomeno, una particolarmente: la paura del contagio.

Le mascherine non si trovano, i guanti non si trovano, e io appartengo alla categoria di quelle che se si beccano il virus ci rimangono. Ieri sono andata a fare la spesa, e all’improvviso mi sono venuti in mente i racconti di mio nonno, quando andava a procurarsi il cibo sotto i bombardamenti; ho provato lo stesso stato d’animo, ma con una differenza: mio nonno quando tornava a casa sapeva di essersela scampata, noi no.

Ma torniamo a parlare della casa. Io lavoro principalmente per telefono, ma il rapporto con gli interlocutori è cambiato quasi con tutti. Cordiale lo è stato sempre, ora è, come dire, familiare. Trovi le persone col boccone in bocca, i bigodini in testa (si fa per dire, e comunque no, niente videochiamate!), i figli che chiamano, qualcuno che citofona, e loro sentono il bisogno come di giustificarsi, di spiegare magari dei compiti del figlio, e tutto assume una dimensione piena di calore umano, di incontri di vite e non solo di competenze e necessità professionali.

Terminato l’orario di lavoro si è già a casa., e mia figlia si gode molto di più la madre, e poi comunque c’è un vantaggio: a sentirmi lavorare capisce quanto mi guadagno il pane!

Pdf, ponti e muri

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Questo post solo gli amici che hanno seguito tutta la storia riusciranno a a seguirlo, chiedo venia agli altri. Veramente chieso scusa anche ai miei amici, che di questa storia non ne potranno più, ma ho pensato che, in questi tempi di quarantena, magari si trova spazio pure per questioni oziose, trite e ritrite.

Dunque, c’è un’unica persona al mondo che difende quella fedifraga deadcat dell’indifendibile pdf: mia figlia.

Ora, a parte che i figli contestano i genitori per principio e spesso fare i bastian contrari dà loro l’ebbrezza della libertà, io ho comunque provato a capire il suo punto di vista, se capissi di avere sbagliato non avrei nessun problema ad ammetterlo.

Dunque, lei mi fa: “Ma che volevi che ti raccontasse tutti i particolari in cronaca della loro intimità?”

Ma che sta scherzando? Ma chi mai ha voluto sapere nulla né di lei né di nessun altri, roba che se me li raccontano spontaneamente prontamente cambio discorso perché sono proprio l’ultima cosa che mi interessa sapere. Il problema è che, dopo per anni ha pianto sulla mia spalla fagocitando circa tre ore al giorno del mio tempo, dopo che avevamo tanto parlato di questa storia che io avevo appassionatamente sponsorizzato (ahimé, non imparerò mai a farmi gli affari miei!), dopo che ho pure speso belle centinaia di euro per andarla a trovare col suo principe azzurro, dico, il momento in cui si concretizza la storia almeno me lo potresti comunicare?

Ok, lui dice che altro è parlar di morte e altro è morire, il momento in cui è nata la storia lei si è trovata in imbarazzo, e mi sta pure bene, posso capire l’imbarazzo, posso capire la timidezza, posso capire che quando nasce un amore ti senti su una nuvoletta e tutto il mondo cessa di esistere, capisco tutto, ma quello che non riesco ad accettare che, quando alla domanda se me la fossi presa – domanda che poteva pure risparmiarsi di fare – ho risposto affermativamente, lei invece di spiegarsi ha fatto pure l’offesa (che poi è pure poco furba, poteva lasciar cadere la cosa e basta, almeno prendeva un po’ di tempo e lasciava che le acque si calmassero).

Ok, dico a mia figlia, a parte che, quando ho saputo della storia, alla domanda “Ne avete parlato?” invece di rispondere “no” e sul “no” insistere avrebbe pure potuto semplicemente dire “Sì, ne abbiamo parlato, certo la situazione è difficile ma vogliamo darci una possibilità”, il che non significa certo averle chiesto o preteso particolari piccanti, lasciamo pure stare tutto quello che è successo a caldo, ma a freddo? A bocce ferme? Sono passati cinque anni, ha provocato la frattura di un rapporto forte come quello di me e Xavier (e vabbè, tanto si sa che da quando è stato creato l’uomo  perde il paradiso per una donna, e io ero solo una sorella), ma dopo che mi hai mentito, accoltellato, ricambiato anni di MIA dedizione con la provocazione di un dolore che ancora non smette di lacerarmi l’anima, dico, dopo cinque anni, avrai ragionato, avrai uno stato d’animo più tranquillo per riprendere il discorso, per cercare di riparare al male che hai fatto, diciamo involontariamente, in realtà opportunisticamente e utilitaristicamente per curarsi solo e unicamente i fatti propri ? Se fossi veramente in buona fede e dispiaciuta per il male commesso l’avresti pure potuta trovare una via per comunicare, avresti pure potuto provarlo un istinto a riparare.

“Gliene hai data la possibilità?” rincalza mia figlia. “Non hai fatto altro che alzare muri”.

Anche qui contesto. Intanto, se tu ti comporti in quel modo è pure normale che io alzi i muri, e a quel punto, dopo che hai fatto la frittata, sta a te trovare la strada, trovare il modo di abbattere il muro, scavalcarlo, trovare un spiraglio, il fatto è che è la voglia che manca!

Mettetela come vi pare, per me la pdf è e rimane un’ingiustificabile infame.

Ciao papà

Auguri papà.

Cioè no, nella nostra religione non si festeggiano i santi, e san Giuseppe ci dice poco, però tu sei papà, e sono sicura che essere festeggiato, essere celebrato come padre ti avrebbe fatto un piacere enorme perché tu sei stato soprattutto padre.

 O anche no, tu sei stato tutto, cos’è che non sei stato? Sei stato figlio, sei stato un lavoratore stakanovista, sei stato un eroe, sei stato… sei stato.

Sei stato uno che si è trascurato sempre in nome di tutto, sempre mettendo tutti al primo posto, sempre battendoti a petto nudo per difendere non solo la tua famiglia, ma chiunque avesse bisogno, qualsiasi estraneo, e così facendo ne hai allevate di serpi in seno, ah quante ne hai allevate, e ogni volta ti stupivi, ogni volta ero lacerato dall’amara sorpresa e dal dolore, ogni volta ti chiedevi perché: “amico beneficato nemico dichiarato”, se c’è un proverbio che lo afferma deve essere qualcosa che succede di frequente, e ci sarà un perché.

Comunque non volevo tornare sulla tua vita, che per tante, troppe cose, vedo essere anche la mia (serpi comprese), volevo dirti che mi dispiace tanto avere litigato con te, mi dispiace tanto non averti parlato per tanto tempo, mi dispiace tanto non averti dimostrato tutto l’amore e la gratitudine che ti spettavano, e che indubbiamente e incondizionatamente provavo.

Volevo dirti che, se tornassi indietro, farei senza indugio il primo passo, e il secondo, e il terzo, e il quarto, e non smetterei mai di camminare verso di te.

Ecco, questo volevo dirti papà, e tanti auguri, buona festa del Papà  ❤

 

*** Questo post lo dedico non ai padri, ma ai figli, affinché, almeno loro, facciano quel passo che io non ho fatto e che oramai non potrò mai più fare ***