Archivio | febbraio 2020

L’amore sopravvalutato e la sindrome della prima elementare

Non era questa l’immagine che avevo in mente, ma quella non la ritrovo più. Era una coppia di anziani cui veniva chiesto credo dal nipote come facessero a rimanere insieme da oltre sessant’anni, e la risposta era “Veniamo dall’epoca in cui le cose, quando si rompevano, non si gettavano via ma si riparavano”.

Leggo i commenti alla fiction di cui vi ho già parlato (ma tanto una vale l’altra per quello che ho da dirvi) e sono veramente esterrefatta. Per le lettrici pare che l’amore – e non nel senso di amore profondo, ma di infatuazione, attrazione, batticuore – giustifichi ogni azione, ogni fuga, ogni venir meno a qualsiasi responsabilità e impegno preso.

Mi faceva ridere mio padre quando commentava, con tono sarcastico, le coppie che si separavano dopo magari avere fatto mari e monti per stare insieme: “Ah, questi grandi amori!” esclamava, per dire che, insomma, sotto il vestito niente, tanto fumo e niente arrosto, tanti grandi proclami e impegno zero.

Naturalmente io credo che mio padre avesse ragione: l’amore, quello vero, è un’altra cosa. Il matrimonio, quello vero, è un’altra cosa. L’amore, quello vero, è eterno davvero, e supera gli alti e bassi: l’amore vero non finisce quando passa un tizio più muscoloso (o più ricco), o una più bionda o con più tette, o per un periodo di noia, di routine, o di qualsiasi difficoltà. Non parliamo poi del matrimonio: il matrimonio consiste nel prendersi un impegno per un progetto comune, quella della costruzione di una famiglia, ed è un impegno serio, che richiede tanta energia, responsabilità, e certo anche tanto amore, ma è sbagliatissimo sposarsi perché ci si ama – salvo lasciarsi quando quasta passione viene meno: bisognerebbe sposarsi con amore, non per amore. Il matrimonio, con buona pace della comunità LGBT, non è un gridare al mondo che ci si ama tanto, ma un decidere di impegnare ogni proprio sforzo nel progetto condiviso di costruire una famiglia.

Tornando ai commentatori, pare che per loro sia normale mollare tutto nei momenti di stanca, alla ricerca di nuove “emozioni” (come se poi le emozioni fossero solo quelle che si provano a letto, o comunque relative all’infatuazione).

Questo atteggiamento io lo chiamo da sempre (mi dicono che io abbia una certa inclinazione per le metafore…) la sindrome della prima elementare: cioè si ricomincia sempre daccapo, in una nuova scuola, con nuovi compagni, con una nuova maestra, ma sempre prima elementare è. Magari poi cambieremo pure nazione, e la prima elementare la faremo pure in un’altra lingua, ma non ci laureeremo mai, e neanche diplomeremo, e non prenderemo neanche una spruzzolosa licenza professionale: saremo picciotti anziani, che a sessant’anni sapranno solo a malapena leggere e scrivere, magari in più lingue, ma sempre a livello ultrainfantile.

L’amore è una molla, un’ingrediente, una fonte di energia, ma poi la vita è impegno, che poi l’impegno è pure la vera grande emozione della vita, fonte di enormi gioie, soddisfazioni e gratificazioni.

Buon San Valentino!

Tanto per cominciare, voglio fare gli auguri al nostro Valentino, che anche se latita è sempre uno dei cuori pulsanti della diemmefamiglia, e poi vorrei parlare del San Valentino vero e proprio. Cioè no, non ne voglio parlare, perché mi pare che la ricorrenza nasca da una storia triste, d’amore sì, ma triste, e almeno oggi vorrei un po’ di leggerezza, e allora vi sfido:

qual è il più bel pensiero d’amore che riuscite a concepire oggi? Pensate alla vostra compagna o al vostro compagno, o a un amore passato o ancora da venire, io impossibile, o magari anche a quelli che sono generalmente gli amori più grandi della nostra vita, cioè i figli, qual è il pensiero più bello che vi nasce dal cuore?

Io, pensa e ripensa, così come sono delusa e ripiegata su me stessa per le delusioni subite, pensando a un nuovo amore, a un uomo che dovesse indurmi nella tentazione di farmi vincere tutte le mie resistenze e credere ancora, forse al massimo gli potrei dire:

Se un giorno dovessi tornare a crederci ancora, se un giorno dovessi vincere tutte le mie resistenze e decidere di dare ancora alla vita un’occasione, quell’occasione d’amore, quell’uomo in cui credere e con cui fidarmi ancora di saltare nel buio ad occhi chiusi non potresti essere che tu.

Magari non è il massimo del romanticismo, ma voi non avete idea di quanto io sia ferita e chiusa a riccio, tanto chiusa da provare un moto di paura e una voglia di fuga solo a scriverla qua sul blog quella frase!

E voi? Fatemi questo regalo per San Valentino, celebriamo l’amore, ché poi io ci credo che sia l’unica cosa in grado di salvare il mondo!

Chiudete gli occhi, pensate, sognate, date corpo al vostro sogno e scrivete!

Tanti auguri a tutti, a chi ha amato, a chi ama, a chi amerà  ❤

 

Mamma, intanto puoi…

… morire, tutta sola in riva al mare.

Si concludeva così una struggente canzone che mio marito scrisse per sua madre, una donna che era stata brillante e piena di vita, ora anziana oramai incapace d’intendere e di volere, chiusa in un istituto per lungodegenti sito sul litorale romano.

Io mio suocera l’avevo conosciuta anziana, quindi la sua decadenza non mi faceva lo stesso effetto che al figlio, ma il figlio non si rassegnava a quel simulacro di sua madre, così diverso dalla donna che l’aveva cresciuto, difeso e protetto come una tigre.

Quel simulacro che non somigliava per niente a quell’elegantissima donna dell’alta società che frequentava i salotti bene e altri luoghi di lusso di cui era sempre all’altezza, spesso declamando le sue bellissime poesie, a volte duettando con il marito, inventando versi entrambi in maniera estemporanea e assolutamente brillante.

MI ricordo quando era ricoverata, l’avevano imbottita di Valium ma lei ancora non cedeva, non dormiva oramai da giorni, girava per la clinica come un fantasma, e il figlio alla fine la prese per le spalle e le urlò scuotendola forte: “Ma perché fai così, perché? Ma non lo capisci che se continui così ti ricovereranno, non ti potremo riportare a casa?” e lei tremando, piangendo e poco capendo gli rispose “Perché mi dici questo, perché mi tratti così?”.

I figli non si arrendono all’idea che i genitori stiano male, che non siano più quei genitori che come leoni li difendevano, quei genitori che li accudivano, quei genitori che tutto sapevano e tutto potevano. Non si arrendono all’idea che spariscono, che non sono più loro, che li perdono molto prima che lascino fisicamente questa terra.

Tra le parole della canzone, che probabilmente mai più sarà possibile ascoltare, c’erano queste: “Piangi lacrime di marmo/ che nessuno può asciugare/ né dottori né infermiere”. Io ricordo le lacrime di mio nonno, ferme nei suoi occhi bianchi, ricordo quelle di marmo di Giulietta, e ora vedo quelle di mia madre, un velo represso, cionondimeno costante.

Si cerca di distrarla, torno presto, mamma intanto puoi… intanto puoi… che cosa? Le giornate passano davanti alla tv, in attesa di una visita, che forse stanca pure, di una telefonata alla quale spesso non ce la fa neanche a rispondere, forse passano piene di ricordi, di rimpianti, di bilanci.

Passano, intanto.