Il genio dell’imprenditoria funebre

E vabbè, fate pure gli scongiuri, ma questi sono geni. Quando verrà la mia ora, che mia figlia sappia che voglio solo Taffo!

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37 thoughts on “Il genio dell’imprenditoria funebre

  1. Non per andare controcorrente …. ma TAFFO è nulla rispetto al CARO ESTINTO, che già a metà degli anni sessanta dello scorso secolo, proponeva casse mortuarie, abiti, trucchi della salma … e quant’ altro fosse necessario per il benessere dell’ estinto … così :

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    • Quanto si specula sulla morte! Per dirla tutta, la speculazione sul dolore è tra le più diffuse e redditizie, che si tratti di morte, malattie, ma anche preoccupazioni, paure, angosce… Qui ci stiamo ridendo, ma è veramente un comportamento tanto vergognoso quanto diffuso.

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  2. Uh, la Madonna!
    Non entravo su wp da settimane causa faldoni di lavoro e stamattina che riesco a farlo che mi ritrovo tra le prime notifiche? due post di Marghian che comunica la morte del fratello (mi spiace), il tuo post su Arthur (mi commuove pensare a lui) e ora Taffo!
    Meglio spengo il pc, ….magari proseguo domani con le letture dei post: mi sa che oggi tira un’aria un pochetto così…
    🙂

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  3. Ma che geniacci davvero! Oltretutto mica hanno torto, a volte la gente non vive proprio, e arriva alla sua ora già morta da anni… Mi piacciono anche le altre campagne che vedo nei commenti, anch’io non ci trovo alcun cattivo gusto, ce n’era molto di più a volte nelle campagne di Oliviero Toscani

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    • Tu ci scherzi, ma per chi ha fede la questione è questa: la nostra esperienza terrena è solo una parentesi, breve, di una superiore esistenza spirituale. Nasciamo con un incarico da svolgere, e quando lo abbiamo svolto, che ciò sia avvenuto in un anno o in cento non importa, ritorniamo all’esistenza superiore cui apparteniamo. Il “morire giovani” è un concetto umano (ciò nulla toglie al dolore inconsolabile di un lutto, visto che siamo umani e umani sono i nostri sentimenti!), ma di fronte all’eternità la nostra vita terrena, lunga o breve secondo i nostri parametri, è sempre un attimo.

      Io mi auguro un giorno di rivedere i miei cari (anche se, lo ammetto, vivere mi piace e spero che quel giorno sia il più lontano possibile), e lo stesso augurio rivolgo a te: vi riabbraccerete, e il tempo passato ad aspettare questo abbraccio da lassù vi sembrerà un battito di ciglia. Da lassù, certo, capisco che noi siamo quaggiù e il tempo sembra non passare mai. Goditi i nipotini, cresceteli nel ricordo della meravigliosa mamma che hanno avuto!

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  4. Fuori dallo scherzo …. se anche avessi la fede ( autentica) di mia moglie e quindi fossi certo che un giorno io potrò riabbracciare mia figlia, ebbene quelle spoglie racchiuse nella bara, quel viso bellissimo che, presto ahimè, si decomporrà, mi sono assai care …. e, nel mio cuore sanguinante, preziose ed uniche ! Quanto ai miei due nipotini … farò di tutto affinchè essi crescano colti, liberi e felici, come avrebbe fatto, se non fosse salita anzi tempo in paradiso, la loro sfortunata mamma !

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  5. Forse non mi sono spiegato bene, mia sensibile Diemme : io, se avessi la stessa fede di mia moglie, sarei certo che il Paradiso esiste, ma, anche in questo caso, sarebbero per me unici e preziosi quei poveri resti di mia figlia che si stanno consumando dentro la bara … quel suo viso, quel suo perenne sorriso, quella sua dolcezza di donna, io li ho perduti per sempre ormai, e non c’ è Paradiso che me li possa restituire !

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    • Beh, io questo l’ho premesso, dicendo che persino con la Fede non c’è consolazione per chi qui, sulla terra, rimane senza la persona amata un tempo che è comunque sempre troppo lungo e troppo doloroso.

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  6. Buon giorno, Diemme … posso continuare a “scherzare” ???
    Sine ???
    Bene … allora mi permetto di dire a FulviaLuna che, una cosa è affrontare il sonno eterno macerandoci nell’ umile terra di un anonimo cimitero, altra cosa è portare la nostra salma a riposare nei Sentieri Melodiosi ( cfr. il cennato film Il Caro Estinto ), illuminati da una lampada ardente caricata a butano ( così si avrà in perpetuo una “luce azzurra” davvero celestiale ), ristorati da cori angelici ( e chi se ne frega se, detti cori, provengono da un disco … ), confortati da nugoli di turisti che, muniti di macchine fotografiche con autoscatto, si immortalano sorridenti accanto alla nostra tomba realizzata in puro alabastro di Volterra !
    Si dice : Ma quando uno è morto … è morto” !
    “D’ accordo, rispondo io, ma vuoi mettere” ?

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    • All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
      confortate di pianto è forse il sonno
      della morte men duro? Ove piú il Sole
      per me alla terra non fecondi questa
      bella d’erbe famiglia e d’animali,
      e quando vaghe di lusinghe innanzi
      a me non danzeran l’ore future,
      né da te, dolce amico, udrò piú il verso
      e la mesta armonia che lo governa,
      né piú nel cor mi parlerà lo spirto
      delle vergini Muse e dell’amore,
      unico spirto a mia vita raminga,
      qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso
      che distingua le mie dalle infinite
      ossa che in terra e in mar semina morte?
      Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
      ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
      tutte cose l’obblío nella sua notte;
      e una forza operosa le affatica
      di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
      e l’estreme sembianze e le reliquie
      della terra e del ciel traveste il tempo.
      Ma perché pria del tempo a sé il mortale
      invidierà l’illusïon che spento
      pur lo sofferma al limitar di Dite?
      Non vive ei forse anche sotterra, quando
      gli sarà muta l’armonia del giorno,
      se può destarla con soavi cure
      nella mente de’ suoi? Celeste è questa
      corrispondenza d’amorosi sensi,
      celeste dote è negli umani; e spesso
      per lei si vive con l’amico estinto
      e l’estinto con noi, se pia la terra
      che lo raccolse infante e lo nutriva,
      nel suo grembo materno ultimo asilo
      porgendo, sacre le reliquie renda
      dall’insultar de’ nembi e dal profano
      piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
      e di fiori odorata arbore amica
      le ceneri di molli ombre consoli.
      Sol chi non lascia eredità d’affetti
      poca gioia ha dell’urna; e se pur mira
      dopo l’esequie, errar vede il suo spirto
      fra ‘l compianto de’ templi acherontei,
      o ricovrarsi sotto le grandi ale
      del perdono d’lddio: ma la sua polve
      lascia alle ortiche di deserta gleba
      ove né donna innamorata preghi,
      né passeggier solingo oda il sospiro
      che dal tumulo a noi manda Natura.
      Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
      fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti
      contende. E senza tomba giace il tuo
      sacerdote, o Talia, che a te cantando
      nel suo povero tetto educò un lauro
      con lungo amore, e t’appendea corone;
      e tu gli ornavi del tuo riso i canti
      che il lombardo pungean Sardanapalo,
      cui solo è dolce il muggito de’ buoi
      che dagli antri abdüani e dal Ticino
      lo fan d’ozi beato e di vivande.
      O bella Musa, ove sei tu? Non sento
      spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
      fra queste piante ov’io siedo e sospiro
      il mio tetto materno. E tu venivi
      e sorridevi a lui sotto quel tiglio
      ch’or con dimesse frondi va fremendo
      perché non copre, o Dea, l’urna del vecchio
      cui già di calma era cortese e d’ombre.
      Forse tu fra plebei tumuli guardi
      vagolando, ove dorma il sacro capo
      del tuo Parini? A lui non ombre pose
      tra le sue mura la città, lasciva
      d’evirati cantori allettatrice,
      non pietra, non parola; e forse l’ossa
      col mozzo capo gl’insanguina il ladro
      che lasciò sul patibolo i delitti.
      Senti raspar fra le macerie e i bronchi
      la derelitta cagna ramingando
      su le fosse e famelica ululando;
      e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
      l’úpupa, e svolazzar su per le croci
      sparse per la funerëa campagna
      e l’immonda accusar col luttüoso
      singulto i rai di che son pie le stelle
      alle obblïate sepolture. Indarno
      sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
      dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
      non sorge fiore, ove non sia d’umane
      lodi onorato e d’amoroso pianto.
      Dal dí che nozze e tribunali ed are
      diero alle umane belve esser pietose
      di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi
      all’etere maligno ed alle fere
      i miserandi avanzi che Natura
      con veci eterne a sensi altri destina.
      Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
      ed are a’ figli; e uscían quindi i responsi
      de’ domestici Lari, e fu temuto
      su la polve degli avi il giuramento:
      religïon che con diversi riti
      le virtú patrie e la pietà congiunta
      tradussero per lungo ordine d’anni.
      Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi
      fean pavimento; né agl’incensi avvolto
      de’ cadaveri il lezzo i supplicanti
      contaminò; né le città fur meste
      d’effigïati scheletri: le madri
      balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
      nude le braccia su l’amato capo
      del lor caro lattante onde nol desti
      il gemer lungo di persona morta
      chiedente la venal prece agli eredi
      dal santuario. Ma cipressi e cedri
      di puri effluvi i zefiri impregnando
      perenne verde protendean su l’urne
      per memoria perenne, e prezïosi
      vasi accogliean le lagrime votive.
      Rapían gli amici una favilla al Sole
      a illuminar la sotterranea notte,
      perché gli occhi dell’uom cercan morendo
      il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
      mandano i petti alla fuggente luce.
      Le fontane versando acque lustrali
      amaranti educavano e vïole
      su la funebre zolla; e chi sedea
      a libar latte o a raccontar sue pene
      ai cari estinti, una fragranza intorno
      sentía qual d’aura de’ beati Elisi.
      Pietosa insania che fa cari gli orti
      de’ suburbani avelli alle britanne
      vergini, dove le conduce amore
      della perduta madre, ove clementi
      pregaro i Geni del ritorno al prode
      cne tronca fe’ la trïonfata nave
      del maggior pino, e si scavò la bara.
      Ma ove dorme il furor d’inclite gesta
      e sien ministri al vivere civile
      l’opulenza e il tremore, inutil pompa
      e inaugurate immagini dell’Orco
      sorgon cippi e marmorei monumenti.
      Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
      decoro e mente al bello italo regno,
      nelle adulate reggie ha sepoltura
      già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
      morte apparecchi riposato albergo,
      ove una volta la fortuna cessi
      dalle vendette, e l’amistà raccolga
      non di tesori eredità, ma caldi
      sensi e di liberal carme l’esempio.
      A egregie cose il forte animo accendono
      l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
      e santa fanno al peregrin la terra
      che le ricetta. Io quando il monumento
      vidi ove posa il corpo di quel grande
      che temprando lo scettro a’ regnatori
      gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
      di che lagrime grondi e di che sangue;
      e l’arca di colui che nuovo Olimpo
      alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide
      sotto l’etereo padiglion rotarsi
      piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,
      onde all’Anglo che tanta ala vi stese
      sgombrò primo le vie del firmamento:
      – Te beata, gridai, per le felici
      aure pregne di vita, e pe’ lavacri
      che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
      Lieta dell’aer tuo veste la Luna
      di luce limpidissima i tuoi colli
      per vendemmia festanti, e le convalli
      popolate di case e d’oliveti
      mille di fiori al ciel mandano incensi:
      e tu prima, Firenze, udivi il carme
      che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco,
      e tu i cari parenti e l’idïoma
      désti a quel dolce di Calliope labbro
      che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
      d’un velo candidissimo adornando,
      rendea nel grembo a Venere Celeste;
      ma piú beata che in un tempio accolte
      serbi l’itale glorie, uniche forse
      da che le mal vietate Alpi e l’alterna
      onnipotenza delle umane sorti
      armi e sostanze t’ invadeano ed are
      e patria e, tranne la memoria, tutto.
      Che ove speme di gloria agli animosi
      intelletti rifulga ed all’Italia,
      quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
      venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
      Irato a’ patrii Numi, errava muto
      ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
      desïoso mirando; e poi che nullo
      vivente aspetto gli molcea la cura,
      qui posava l’austero; e avea sul volto
      il pallor della morte e la speranza.
      Con questi grandi abita eterno: e l’ossa
      fremono amor di patria. Ah sí! da quella
      religïosa pace un Nume parla:
      e nutria contro a’ Persi in Maratona
      ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
      la virtú greca e l’ira. Il navigante
      che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
      vedea per l’ampia oscurità scintille
      balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
      fumar le pire igneo vapor, corrusche
      d’armi ferree vedea larve guerriere
      cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
      silenzi si spandea lungo ne’ campi
      di falangi un tumulto e un suon di tube
      e un incalzar di cavalli accorrenti
      scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
      e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.
      Felice te che il regno ampio de’ venti,
      Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
      E se il piloto ti drizzò l’antenna
      oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
      certo udisti suonar dell’Ellesponto
      i liti, e la marea mugghiar portando
      alle prode retèe l’armi d’Achille
      sovra l’ossa d’Ajace: a’ generosi
      giusta di glorie dispensiera è morte;
      né senno astuto né favor di regi
      all’Itaco le spoglie ardue serbava,
      ché alla poppa raminga le ritolse
      l’onda incitata dagl’inferni Dei.
      E me che i tempi ed il desio d’onore
      fan per diversa gente ir fuggitivo,
      me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
      del mortale pensiero animatrici.
      Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
      il tempo con sue fredde ale vi spazza
      fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
      di lor canto i deserti, e l’armonia
      vince di mille secoli il silenzio.
      Ed oggi nella Troade inseminata
      eterno splende a’ peregrini un loco,
      eterno per la Ninfa a cui fu sposo
      Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
      onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
      talami e il regno della giulia gente.
      Però che quando Elettra udí la Parca
      che lei dalle vitali aure del giorno
      chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
      mandò il voto supremo: – E se, diceva,
      a te fur care le mie chiome e il viso
      e le dolci vigilie, e non mi assente
      premio miglior la volontà de’ fati,
      la morta amica almen guarda dal cielo
      onde d’Elettra tua resti la fama. –
      Cosí orando moriva. E ne gemea
      l’Olimpio: e l’immortal capo accennando
      piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
      e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
      Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
      cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne
      sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
      da’ lor mariti l’imminente fato;
      ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
      le fea parlar di Troia il dí mortale,
      venne; e all’ombre cantò carme amoroso,
      e guidava i nepoti, e l’amoroso
      apprendeva lamento a’ giovinetti.
      E dicea sospirando: – Oh se mai d’Argo,
      ove al Tidíde e di Läerte al figlio
      pascerete i cavalli, a voi permetta
      ritorno il cielo, invan la patria vostra
      cercherete! Le mura, opra di Febo,
      sotto le lor reliquie fumeranno.
      Ma i Penati di Troia avranno stanza
      in queste tombe; ché de’ Numi è dono
      servar nelle miserie altero nome.
      E voi, palme e cipressi che le nuore
      piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
      di vedovili lagrime innaffiati,
      proteggete i miei padri: e chi la scure
      asterrà pio dalle devote frondi
      men si dorrà di consanguinei lutti,
      e santamente toccherà l’altare.
      Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
      mendico un cieco errar sotto le vostre
      antichissime ombre, e brancolando
      penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
      e interrogarle. Gemeranno gli antri
      secreti, e tutta narrerà la tomba
      Ilio raso due volte e due risorto
      splendidamente su le mute vie
      per far piú bello l’ultimo trofeo
      ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
      placando quelle afflitte alme col canto,
      i prenci argivi eternerà per quante
      abbraccia terre il gran padre Oceàno.
      E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
      ove fia santo e lagrimato il sangue
      per la patria versato, e finché il Sole
      risplenderà su le sciagure umane.

      (Ugo Foscolo)

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  7. Chapeau … Diemme !!!
    Quante volte abbiamo letto, a partire dalle aule del liceo e fino ai giorni d’ oggi, questo splendido carme ??? Eppure ogni volta ci emoziona … e ci scuote fino alle midolla !

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