Archivio | giugno 2019

Israele: STORIA DI UN SOGNO (by Josef Jossy Jonas)

ISRAELE: STORIA DI UN SOGNO | di Josef Jossy Jonas

Sir Benjamin James Rotschild riceveva capi di stato e capitani di industria nel suo piccolo studio nel centro città, per quasi 12 ore al giorno. Era un uomo molto impegnato ed iniziava a ricevere alle 7.45.

L’appuntamento di quella mattina di novembre era un appuntamento importantissimo e fu concesso alle 7.00 in punto, ma non si presentarono principi o imprenditori, bensì modesti contadini e qualche contabile; erano i sionisti, i pionieri che stavano bonificando Israele.

Saltarono gli convenevoli e vennero al dunque.
Aaron Zuckerman, il capo della delegazione, aprì la cartina sulla scrivania di James Rotschild e, puntando il dito in una zona tra Tel Aviv e Haifa, disse semplicemente: “è qui”.

Rotschild : “Cosa? Ho già dato tanti soldi per comprare Rishon!” *

Rotschild : “Gli arabi ci vendono le terre a prezzi dieci volte maggiori il loro valore, perché sanno che a noi servono. Sono terre sabbiose, malariche ed incoltivabili, questa zona è assolutamente inutilizzabile; non butto altri soldi in imprese folli”.

Aaron Zuckerman: “Signor Rotschild, le terre che gli Inglesi ci hanno dato sono poche, non bastano. Dobbiamo continuare a comprare dagli Arabi, le bonificheremo, ci pianteremo gli eucalipti e poi piano piano…”

Rotschild: “Piano piano cosa? Gli eucalipti non si mangiano. Ci vorranno decenni; non avete macchinari né sementi né attrezzature né forza lavoro, è un’impresa impossibile. NO, no, la mia risposta è no.”

Aaron Zuckerman rimase in piedi immobile come se non avesse sentito; “no” era una risposta che non poteva semplicemente accettare. Aveva negli occhi quella luce…quella luce che hanno i sognatori che non si arrendono mai, che vedono quello che non c’è ma sanno che ci sarà.

Zuckerman: “La prego Sir Rotschild, gli ebrei sono perseguitati in tutto il mondo e verrano a rifugiarsi in Israele ma dobbiamo far trovare loro terre e campi coltivabili, per ora è solo deserto…non avranno di che nutrirsi…”

Rotschild: “E allora? Ho detto no; vi prego andate in pace ho mille impegni, faccio tanta beneficenza ma questo progetto è folle e assurdo. Andate in pace ora, beatzlachà’’.
( Beatzlachà=che abbiate successo – in ebraico).

Usciti i Pionieri, Rotschild prese la sua tazza di tè – la prima della giornata- e scostò la tenda per guardare la città da dietro la finestra. Vide il fumo delle ciminiere, la pioggia e la nebbia di novembre che sovrastava il tutto…il fango nella strada di una Parigi invernale e triste…

Poggiò la tazza di scatto sul tavolo ed urlò alla segretaria di fermare i sionisti prima che uscissero dall’edificio.

Aaron Zuckerman si ripresentò immediatamente: “Eccoci signor Rotschild, che c’è?”

Rotschild: “Va bene, va bene; avrete i soldi. Comprerò i terreni dagli Arabi ai loro prezzi gonfiati, non importa ma voglio una cosa, anzi due”.

Zuckerman: “Prego”.

Rotschild: “Voglio che costruiate una città, piccola ma bella, bellissima, dovranno esserci giardini, piante, aiuole e tanti fiori… con tante panchine all’ombra che i vecchi possano riposare nei pomeriggi d’estate… dovrà sembrare un giardino…la dedicherete a mia moglie Chana.

I Sionisti si guardarono in faccia scettici: “Vede Signor Rotschild non è così facile né sicuro che riusciremo a…”

Rotschild li interruppe: “Poi voglio un’altra cittadina, piccola ma con attorno boschi con animali selvatici liberi e anche dei vigneti per farne il nostro buon vino ebreo e ci metterete i cavi della elettricità, il telefono e tutte le cose moderne possibili. Sarà dedicata alla memoria di mio padre “Yaaqov” .

Aaron Zuckerman guardò il barone Rotschild senza riuscire a fermarlo…perché poi fermarlo?
In fondo, ora, vedeva negli occhi del barone quella stessa luce; quella luce che avevano i Sionisti, i sognatori folli. Far crescere frutta e fiori nel deserto? Un sogno, una follia niente di più.

Rotschild: “Allora Signor Zuckerman, se non credete nemmeno voi ai vostri sogni come potrò mai fidarmi di lei? Qual è la vostra risposta dunque?”

Zuckerman avrebbe voluto dire che sarebbero stati fortunati a coltivare qualcosa di commestibile ma senza grosse aspettative; che le richieste del suo interlocutore erano esagerate ed impossibili ma si trattenne dal farlo, sorrise e disse semplicemente:

“Signor Rotschild, avrete le vostre due città, ve lo giuro sulla testa dei miei cinque figli”.

Che poi in fondo promettere non costa niente e tanto ci sarebbero voluti tanti di quegli anni, chissà se mai…chissà.

Pomodori e fiori nel deserto? Giardini? Ma su andiamo, siamo seri.

Però…però…

Però , se venite in Israele – e veniteci perché è un paese bellissimo – da Tel Aviv prendete la strada per Haifa in direzione nord. La numero 4.

Dopo un’ora e mezzo circa Incontrerete una città giardino – Pardes Chana (Il giardino di Chana come la moglie del Barone Rotschild) – con tanti fiori e case basse ad un piano, immerse nel verde e le panchine nelle piazze all’ombra per dare refrigerio ai vecchi d’estate.

Andando avanti sulla stessa autostrada troverete una cittadina adagiata su due colline con un bel boschetto e delle vigne e con tanti bei viali alberati; ristorantini e boutique nelle stesse case utilizzate 100 anni fa per bonificare la zona…E i vigneti che ancora oggi producono il vino ebraico.

Zichron Yaqov si chiama la citta’ ( Zichron= Ricordo-memoria di Yaqov il padre di Sir Rotschild).

Ma aspettate, non è finita. In mezzo alle due cittadine ve ne è una terza: BENJAMINA, piccolina ma deliziosa. Non era prevista e fu dedicata a Sir Benjamin James Rotschild che rese possibile tutto questo. Perché in fondo quando ci vuole, ci vuole.

Giardini laddove c’era il deserto. Questo fu il Sionismo; il sogno impossibile di chi non ha mai smesso di sognare.

Buon compleanno Israele e che tutti sappiano come sei nata.

*( Rishon Le Zion, rishon=primo, il primo appezzamento di terra comprata dai Sionisti in Israele )

Tel Aviv 23 aprile 2015

Questa emozionante storia è tratta dal romanzo esordio che l’autore Josef Jonas sta ultimando.

Fonte: Progetto Dreyfus

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L’uomo scodinzolante

Mi ha fatto un po’ effetto, lo ammetto. Lo conosco come un inappuntabile manager, poi incrocia una bella donna e lo vedo, sorprendentemente, cambiare aspetto, respiro affannoso, quasi suda, decisamente scodinzola correndo a destra e a manca per accontentare la bella.

Ho sbagliato a scrivere “mi ha fatto un po’ effetto”, la verità è che sono rimasta strabiliata dalla sua repentina trasformazione da uomo tutto di un pezzo a cagnolino scodinzolante, ma non è la prima volta che assisto a una simile trasformazione da parte di un uomo.

Pure un mio ex una volta – lo ammetto, eravamo alle battute finali: un uomo duro, tagliato con l’accetta, eppure… eravamo giù al portone non ricordo neanche di chi, avevamo già citofonato e ci era stato aperto quando arriva una bella donna, molto appariscente, che suona allo stesso citofono. Lui cambia voce, attacca bottone dicendo che conosce la persona cui ha citofonato e chiede se può esserle d’aiuto: di che aiuto vuoi che abbia bisogno, imbecille, la vuoi portare in braccio fino a destinazione? Lei declina con tono asettico, ma lui rimane lì, al portone, imbambolato, sull’attenti, col sorriso ebete stampato in faccia, un accenno di cresta di gallo cedrone sventolante sulla testa.

Mi rivolgo a lui algida: “Non dobbiamo salire?”. E lui, come risvegliandosi di soprassalto, perde il sorriso ebete che aveva stampato in faccia e torna alla realtà: “Ah, sì sì, certo!”.

Potrei descriverne altri: c’è del patetico nella trasformazione di certi uomini quando vedono una bella donna, perlopiù appariscente, diventano immediatamente servili, scodinzolanti per l’appunto, respiro affannoso, bava alla bocca. Cambia persino il loro modo di camminare, pure quello affannoso, affrettato il più possibile nonostante, il più delle volte, la pancia da commenda, pare di sentire un “ARF, ARF!” mentre si muovono agitandosi scompostamente.

Ieri ho letto una vignetta, che mi dispiace non aver salvato perché oggi mi sarebbe venuta comoda per questo post, di una gnoccona che chiede al suo uomo “Ma che cosa ti piace di me?”. “Tutto,” risponde lui, “dalla A alla Z”. “Ma più di tutto?” insiste lei. E lui, con l’immancabile bava alla bocca: “La F!!!!’ (insomma, una lettera a caso!).

Ragazzate e revenge porn (chiedo venia per l’ennesimo post poco allegro).

Ieri mattina eravamo al Policlinico per donare il sangue, rispondevamo a un messaggio di urgenza che ha girato per il web, così veloce e sommario che pensavamo alla solita fake new, e abbiamo verificato prima di andare.

Arrivate al Policlinico ci hanno consigliato di tornare indietro e riprovare un altro giorno, perché in centinaia avevano risposto all’appello e stavano donando: è per questo che la notizia della morte del ragazzo ci ha colte di sorpresa, agghiacciandoci.

Prima della morte, quando avevo letto che la ferita se l’era fatta scavalcando un cancello, avevo quasi adottato il mio “se l’è andata cercando”: insomma, i cancelli non sono fatti per essere scavalcati, e un cancello con punte acuminate sta chiaramente difendendo una proprietà: un ladruncolo? Gli sta bene!

E invece no, era uno studente, o ex studente, che tentava di scavalcare, come forse avevano fatto anche gli altri, un cancello dell’università, per partecipare a un party abusivo che si svolgeva all’interno. Per carità, la ragazzata c’è stata, ma è stata una cosa che forse anche i nostri figli avrebbero potuto fare, scavalcare un cancello dell’università (dai ragazzi spesso considerata “casa”) per partecipare a una festa con altri studenti, un peccato veniale che più veniale non si può, forse persino il Rettore cogliendoli sul fatto avrebbe sì fatto loro il liscebusso e li avrebbe rispediti a casa, ma ridendo sotto i baffi per la goliardata e per l’incontenibile energia dei giovani.

E invece Francesco è morto, e io ho sentito come un pugno nello stomaco che non mi abbandona, e mi chiedo perché, un incidente avvenuto praticamente alle porte di un ospedale, e quindi suppongo che il soccorso sia stato immediato, con un’offerta di sangue pronta e sovrabbondante, abbia avuto questo esito letale: perché Francesco e morto, perché?

Stanotte il terremoto (che come intermezzo tra la notizia di un incidente mortale e un suicidio ci va a pennello), e stamattina leggo di un artigiano cinquantenne di cui pare siano state messi in rete – o minacciavano di essere messi in rete – due fermimmagine hard rubati da una videochiamata e che in seguito a ciò ha deciso di togliersi la vita.

Oramai la diffusione di immagini rubate all’intimità delle persone è una piaga, ma fermare questa catena di letame che spesso porta al suicidio si può, dipende da tutti noi ed è una formula semplicissima: IGNORARE QUESTO MATERIALE! Chi ha bisogno di video porno si procuri quelli di attori consenzienti, l’offerta sul mercato non manca davvero, ed evitiamo di rovinare la gente che non può pagare con la vita una debolezza umana, o anche più semplicemente una umana e normale intimità.

Notte dopo (quella) degli esami

Poesia di Raymond Carver

***

Avevo compiuto 18 anni da poco, ero in anticipo sui tempi. Al quarto anno di liceo decisi di fare il “salto”, e presentarmi direttamente all’esame di maturità. I miei non spesero un soldo né di libri né di ripetizioni, feci tutto da sola, sull’enciclopedia o su libri dei compagni del quinto.

Mia madre, con cui già allora c’era un pessimo rapporto, venne a prendermi, emozionata.

A me non fece piacere.

Quello sforzo enorme, pagato non poco a tutti i livelli, mi sarebbe servito – pensavo io – ad avvantaggiarmi un anno di università, perché i miei non volevano che la facessi, dichiaravano di non poterselo permettere, e io speravo di poter dire loro “Fate finta che stia ancora al liceo, in fondo quest’anno avrei frequentato il quinto”.

Non avevo bisogno dei loro soldi, avevo risparmi (avevo iniziato a lavorare fin dall’età di 13 anni per pagarmi gli studi universitari), e in più avevo degli sgravi per merito.

Ma lei non volle, non volle, non volle.

Passai l’estate dopo la maturità, superata brillantemente, a singhiozzare perché volevo studiare, ma non c’era verso che me lo permettessere, a nessun costo. Incontravo i miei compagni che non avevano nessuna voglia di proseguire, e i genitori lì a promettere loro mari e monti perché almeno tentassero. Arrivai a cambiare strada quando lì incontravo.

Me le ricordo quelle lacrime, e quel cambiare strada a testa bassa.

Mia madre arrivò a buttare i libri che avevo comprato (e pagato non poco!) pur d’impedirmi di studiare.

Fu così che seguii il primo imbecille che mi si portò all’estero, promettendomi che avrei potuto studiare lì (cosa che feci, ma non certo grazie a lui).

Non ho mai perdonato mia madre, mai.

Sono passati 41 anni e ancora non riesco a fare pace con questa cosa (né lei cambiò mai atteggiamento, né su questo né su tutto il resto).

Scusate se non risponderò a vostri eventuali commenti, ma mi fa troppo male.

Telefonare è maleducazione?

Parlavamo con una persona relativamente al telefonare, e lei mi diceva che preferisce mandare messaggi perché telefonare è maleducazione. Ma come? Una volta telefonare era un modo per dimostrare attenzione, affetto, e proprio educazione! I genitori – ma non solo loro – rimproveravano “Non fai mai una telefonata!” e persino Baglioni cantava “E questi figli che non chiamano mai”. E dagli amici, non siete forse mai stati rimproverati perché non vi facevate sentire? Una mia conoscente mi diceva “Sei l’unica che chiama disinteressatamente, semplicemente per sapere come sto”.

Certo, prima non esistevano Messenger, Whatsapp e altre diavolerie, ma insomma, addirittura passare da segno di affetto e cortesia a forma di maleducazione ce ne corre!

Mia madre è sempre stata controcorrente, lei il telefono lo odia da sempre, lo ritiene “una persona maleducata che abita in casa con te e ti disturba nei momenti più inopportuni” (oddio, forse ora che è anziana e sola un po’ idea l’ha cambiata…), e bisogna pure dire che i call center (e a me pure Attila) ce l’hanno fatto odiare, perché un conto è interrompere quello che stai facendo (ammesso e non concesso che tu stia facendo qualcosa) per sentire una persona amica con cui fare due chiacchiere piacevoli – o comunque ricevere una qualche comunicazione d’interesse, un conto è essere bombardati da numeri sconosciuti, potenzialmente anche truffatori: che poi, quelli di questi call center, prima erano soprattutto insistenti, ora stanno via via diventando sempre più maleducati e sbattono il telefono in faccia non appena cominci a far presente che non sei interessato.

Tornando a bomba, questa persona – giovane – mi diceva che preferiva mandare un messaggio ma, come diceva giustamente il mio capo, i messaggi non valgono come comunicazioni, perché non puoi mai sapere se sono arrivati e se sono stati letti, e infatti io mi regolo che per messaggio mando solo le comunicazioni poco urgenti, per esempio gli auguri, e certo non farei come una mia amica che mi scrisse un sms chiedendomi di far scorrere l’acqua che arrivava assetata, sms letto circa due giorni dopo se non di più.

Ultimamente un amico, che mi avrebbe fatto molto piacere sentire, ha avuto la pessima idea (pessima per me, perché si dice che sia invece indice di buona educazione) di far precedere la telefonata da un sms, sms visto da me solo alcune ore dopo, quando oramai il momento magico per poter telefonare era passato.

Ancora, una vecchia blogamica mi inviò un messaggio per avvisarmi che sarebbe venuta a Roma, e lo mandò a un telefono dismesso che consulto ogni morte di Papa, per cui quando lo lessi lei era già venuta e andata senza aver ricevuti cenni di vita da parte mia: insomma, pensatela come volete, per me il messaggio è inaffidabile, e se avete urgenza di comunicare qualcosa, per quanto mi riguarda chiamatemi, e fatelo pure squillare tanto ‘sto telefono!

In politica, ovvero l’Italia che vorrei #2

Per fare un governo non servono dei tecnici, basterebbero dei contadini. I contadini infatti ben sanno che, per far crescere bene la pianta, per prima cosa bisogna eliminare i parassiti!

***

Mia figlia continua a sostenere che mi vedrebbe bene in politica (di cui non mi sono mai occupata), ma anche altri sostengono che io le capacità le avrei eccome, e potrei fare del bene alla nazione. Ripropongo dunque il mio manifesto elettorale (vabbè, le elezioni ci sono appena state, sarà per le prossime 😉 ). Quali altri problemi vivete e vorreste fossero affrontati e come? Indicatemeli, e discutiamone insieme.

Ci tengo comunque a chiarire varie cose: quello che vorrei è una cosa, quello che poi sarebbe oggettivamente possibile fare con i vincoli esistenti probabilmente si discosterebbe, ma credo sia comunque bene stabilire dei principi quantomeno a cui tendere.

Quello di cui non ho parlato nel post precedente e che invece è un argomento che ho molto a cuore, è l’ambiente: un ambiente sano, in cui la salute delle persone non sia minacciata, è sicuramente ciò cui mi dedicherei in maniera prioritaria. Pure al numero uno della mia agenda sarebbe la Sanità Pubblica: tutto il resto è meno importante perché, qualunque sia la vita che vogliamo vivere, essere vivi è decisamente la conditio sine qua non.

L’attenzione all’ambiente e alla salute dei cittadini, comporterebbe pure un controllo ulteriore e prioritario dei prodotti importati (traduzioni: basta pomodori cinesi sulle nostre tavole, laddove i nostri bei pomodori maturati al sole finiscono nelle discariche).

Mens sana in corpore sano, questo aspettatevi sia il mio impegno al governo: salute, istruzione, e poi il lavoro verrà da sè (vabbè, proprio da sé no, ma ci siamo capiti).