Il colloquio di lavoro

La crisi incalza e più di una persona, avanti con gli anni, si trova oggi con la serissima prospettiva di doversi guardare intorno per trovare un nuovo lavoro, o meglio, una nuova fonte di reddito, e mi chiedo francamente se l’intervistatore di turno differenzi le domande a seconda di chi si trova di fronte o applichi pedissequamente un’intervista standard.

Me lo vedo l’intervistatore a porre la domanda fatidica, quella che lo fa sentire importante, che lo fa sentire grande saggiatore dell’ambizione, determinazione e grinta altrui:

“Lei, dove si vede tra cinque anni?”

Che uno, a una certa età, potrebbe pure essere tentato di rispondere: “Amore della casa, ma dove vuoi che mi veda tra cinque anni, in pensione mi vedo, a giocare coi nipotini possibilmente, oppure mi vedo andare ancora al lavoro con la badante, completamente rimbambito come il vecchio banchiere di Mary Poppins”.

Chiederà le competenze? Probabilmente, ma se ti dico che so guidare l’auto, come farai a distinguere se sono Niki Lauda o il vecchietto col cappello? Io personalmente mi sento Niki Lauda, mi rendo conto di avere una mente che spazia, analizza, valuta e organizza, che imparo in fretta e per tutta la vita sono stata l’allieva che supera il maestro ma, scherzi a parte, poniamo per ipotesi che uno venga da un’azienda che le persone non ha saputo valorizzarle – un po’ come l’azienda Italia, che i cervelli li manda all’estero e quelli *diciamo un po’ meno cervelloni* li mette a fare i ministri – come potrà dimostrarlo in fase di colloquio?

Che poi potrebbero chiedere – a questo ipotetico personaggio: “E lei perché non se n’è andato altrove?”.

Dice un vecchio proverbio:

L’uomo ha il bene, cerca il meglio, trova il male e se lo tiene stretto per paura del peggio

e direi che ci può stare tutta, anche se non fa onore al pavido che non ha osato.

Diciamo poi che è anche una questione di priorità:

io, per esempio, in quest’azienda, la mia oasi felice me la sono creata, perché cambiare? Sono seduta alla mia scrivania, attrezzata tipo base spaziale, a ricevere complimenti dalla mattina alla sera, e mica mi dispiacerebbe continuare così, magari riducendo i tempi, perché la mancanza di tempo è il mio male cronico, dovuto però più alla distanza e all’inefficienza dei trasporti pubblici che all’effettivo orario di lavoro.

Insomma, chi vivrà vedrà…  certo è che la cosa migliore è prenderla con molta filosofia, o rassegnazione, o fatalismo, o momento di trasformazione ed opportunità di crescere:

“Ora e qui”, impariamo dai maestri zen, oggi è l’unico giorno che possiamo vivere, perché ieri è passato e domani ancora non esiste.

Ecco, alla domanda “Dove si vede lei tra cinque anni?” io sarei piuttosto portata a rispondere “Io mi posso vedere solo oggi, e mi vedo qua, davanti a lei” e mi morderei le labbra per non aggiungere “al massimo mi posso ricordare quando sedevo al suo posto”.

Carpe diem.

PS: giuro che quest’articolo l’ho letto dopo aver scritto il post (stavo cercando un’immagine da inserire): https://www.manageritalia.it/it/lavoro/come-gestire-un-colloquio-di-lavoro-difficile-con-un-manager-fare-le-domande-giuste, quindi direi che il problema che ho sollevato è piuttosto sentito…

 

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13 thoughts on “Il colloquio di lavoro

  1. Ciao DM, ti ho scritto un’email l’altra volta, in risposta al tuo commento sul mio ultimo post. Che dire. Il mondo del lavoro spesso va oltre l’idea di persona, di individuo e di essere vivente, tanto che si finisce con lo smaterializzare anche lo stesso colloquio. Alla fine sapere dove ci si vede fra 5 anni poco importa all’azienda. Molti già sanno chi assumere, perché assumere e quanto assumere. Se davvero facesse la differenza a quest’ora in Italia non ci sarebbe la disoccupazione.

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    • Ricevuta l’e-mail, ti ho appena risposto!

      Senti, che devo dirti, non sono completamente d’accordo con quello che dici, nelle aziende private il ricorso ai raccomandati – che magari servono a garantire qualche contratto – credo sia piuttosto limitato, perché ai privati serve chi lavori sul serio e produca, non si possono permettere di essere carrozzoni di lavativi inefficienti. Diciamo però che è difficile trovare persone preparate, spesso si vanno a infilare in posti chiave persone che non sanno valutare il personale, e si circondano di altre persone altrettanto inadeguate che si autoreferenziano. E’ un peccato, perché in Italia i cervelli ci sono, potremmo essere la nazione dell’eccellenza e invece…

      Io mi ricordo Israele, che non a caso è la nazione dei miracoli: lì come “annusano” un cervello non se lo fanno scappare e i risultati si vedono, qui invece cominciamo dalla scuola a scoraggiare capaci e volonterosi e a premiare la mancanza di impegno, il pressappochismo ed ogni sorta di comportamenti “furbi”: a volte mi sembra che siamo una nazione che si sta suicidando, ed è un peccato perché l’Italia è una terra bellissima, ricca dal punto di vista storico e geografico, che disprezza la propria ricchezza umana e ancora non me ne faccio una ragione.

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    • Se poi ci metti le polemiche sui voti negativi a scuola, e sulla necessità di non bocciare, e sulla necessità di non dare punizioni a chi se le merita, e così via…. allora mi trovi d’accordo con te!

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  2. Giro tante aziende e purtroppo il mal costume di avere persone incapaci in ruoli chiave come la selezione del personale è diffusissima.
    Io collaboro da tempo con una grossa multinazionale. Con loro ho due contratti, uno con la filiale italiana ed è una situazione ingestibile, il secondo con la unit del nord Europa, altro mondo. Anche lì ci sono problemi, ma la gestione è meno fantozziana.
    Purtroppo per quello che vedo io ci sono raccomandati anche nel privato. Troppi cv, troppe finte referenze…fanno colloquio solo su raccomandazione
    Che tristezza

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