Archivio | novembre 2018

Invecchiare fa schifo

Deprimere il prossimo è l’ultima cosa che avrei voluto e vorrei questo blog facesse, ma se un blog diario on-line deve essere, diario online sia!

Sono qua, come sapete più o meno immobile, da oltre un mese. Rotta stupidamente, e affrontata la cosa ancora più stupidamente.

Un tempo probabilmente neanche mi sarei rotta, non è la prima distorsione della mia vita, e comunque un tempo, forse, non l’avrei affrontata in maniera così idiota (ma anche sì).

Il problema è che non mi riconosco più. Da tanto tempo, troppo, ho messo il pilota automatico, la mattina mi alzo, un minimo di faccende a vado in ufficio, la sera torno a casa e crollo, senza uscire MAI. Il sabato c’è mia madre, e la domenica arresti domiciliari per pulire, pulire, pulire. Il lunedì si ricomincia, e qualunque cosa accada fuori da questa routine mi destabilizza e fa di me un essere smarrito.

In tutto questo è quasi scomparsa ogni forma di vita sociale, di svago, di sogno, di progetto, di cura per me stessa. La crisi in cui versa l’Italia non mi ha risparmiato, e al pensiero di guardarmi intorno mi viene spontaneo ricontare le frecce nel mio arco, le carte del mazzo per vedere quante ne sono rimaste e, pure senza disperazione, anzi, oserei dire persino con un minimo di ottimismo, mi accorgo che i mezzi che avevo un tempo non ci sono più, e quelli rimasti sono al lumicino.

Sento di avere tutto sommato tanta strada ancora da percorrere, ma che questa la dovrò fare con scarse forze e passo lentissimo.

Non sono mai stata d’accordo con mia madre, ma se ripenso al fatto che ha sempre detto che invecchiare non è brutto sono ancora più arrabbiata con lei: non che le abbia creduto, per carità, ma un minimo ci avevo sperato.

Batto inoltre su uno stesso tasto, per me sempre più importante: la famiglia. Quando si è inseriti in una famiglia, di quelle numerose in cui nello stesso spazio convivono giovani e anziani, adulti e bambini, piano piano uno magari cambia ruolo, ma la roccaforte della famiglia c’è sempre, il sostegno c’è sempre, chi può fare questo e quello quando tu non puoi, quando non è più il tuo tempo, c’è sempre.

Fossi poi stata una che ha sacrificato la famiglia per altre cose, ora starei pagando il fio delle mie scelte: macché, la famiglia io l’ho sempre sostenuta, e per la famiglia ho sempre lottato ma, come dice un vecchio adagio, “contro la forza la ragion non vale”.

Ecco, beccatevi ‘sto sfogo, così v’imparate a leggermi.

Poi, se volete, posso pure aggiungere zen-amente che gli uccellini cinguettano, il cielo è azzurro e il sole sorge ogni mattina.

Fanculo.

Rita Levi Montalcini diceva giustamente che bisogna aggiungere vita ai giorni, non giorni alla vita, ma non ha lasciato la ricetta della pillolina aggiungivitaaigiorni, che peccato!

Lettera aperta alla Pdf (visto che chiusa non è stato possibile)

Cara Pdf,

sono passati quattro anni, quattro anni che non so assolutamente come siano stati per voi, ma per me sono stati di enorme dolore. Dolore che non mi aspettavo, per l’amicizia, l’affetto e la dedizione che ho avuto per entrambi (per te fino al patatrack, s’intende).

Con l’allontanamento di Xavier mi è venuto meno un arto, sono andata avanti come una reduce, uno strazio inconsolabile: se pensi che ho sempre percepito che mia figlia fosse l’unica persona cui volevo più bene che a lui puoi immaginare quali corde stiamo toccando.

Ieri, riordinando le mie carte, ho ritrovato la ricevuta dell’albergo accanto a te, e poi quelle dell’aereo, e ho ripensato a quanto mi ti ero presa a cuore, quanto mi sono messa nei tuoi panni e quanto ho cercato di alleviare, sia pure per lo più solo telefonicamente, la tua situazione difficile.

Ma come sarà ora la tua situazione? Tua madre, tuo padre, ci sono ancora? E tu dove sei? E Xavier?

Ripenso alle nostre chiacchiere, a sogni e congetture, battute, prese in giro, complicità, e no, non ce la faccio a superarla, non ce la faccio a metabolizzare il tuo cambio di rotta, e il tuo avere permesso pure che questo costasse l’amicizia tra me e Xavier: un prezzo troppo grande da pagare e perché poi? Per esserti stata amica? Per esserti stata vicina? Per averti sponsorizzato?

In questa storia posso pure ammettere che abbiamo sbagliato tutti, e che tutti dovremmo fare un passo indietro, per amore di giustizia se non altro, ma qui mi pare che i passi – avanti e indietro – li abbia fatti solo e unicamente io.

Hanno detto di te “lei è una che si insinua, mamma come si insinua!”, e purtroppo ho visto anche altrove che è così, e non credevo, maledetta la mia ingenuità che continua sempre a perdere contro “contadino, scarpe grosse e cervello fino”.

Ho molto rivalutato Arthur (che, come saprai, è morto ormai da oltre un anno), che con tutto il suo caratteraccio una mano tesa non la lasciava mai sospesa nel vuoto. Sono stata contenta di essermi riappacificata con lui, nel momento in cui è venuto meno è stata di grosso conforto quell’ultima chiacchierata spensierata, e tutte quelle precedenti, sempre a cuore aperto, con la ritrovata fiducia dopo i periodi tu sai quanto burrascosi.

Dopo la sua morte è nata l’amicizia bella e stretta con la sua compagna di vita, una persona eccezionale, con cui ho decisamente un grosso feeling: sempre così, l’uomo chiude una porta, Dio apre un portone, ma non per questo le porte chiuse non pesano, non per questo i muri costruiti non angosciano.

Si parla tanto della “banalità del male” e sì, c’è sempre una sorta di grande stupidità nel male, una sorta di inutilità, una lotta assurda contro una situazione che potrebbe essere di benessere per tutti, e invece ci si picchia, alla fine dimenticandosi pure il perché, e spesso ci si dimentica che potremmo essere felici persino senza pagare un prezzo troppo alto.

La mia vita sta attraversano cambiamenti, di quelli in cui, se ricordi quel famoso pezzo “Messaggio di tenerezza“, sulla sabbia si vedono le orme di una sola persona. Non sto a dirti di più, non è il massimo condividere con un interlocutore muto e assente, soprattutto se ha scelto di restare tale.

Perché ti ho scritto? Beh, perché la vita mi ha insegnato a non lasciare nulla in sospeso, per esempio, perché ho ritrovato quelle ricevute e quelle e-mail relative a ben altro periodo, con ben altri toni, da cui sprizzava la gioia di vederci finalmente. E poi perché sono letteralmente accorata per Xavier, di cui ovviamente non ho alcuna notizia.

E’ tutto tanto crudele, troppo, troppo ingiustamente crudele.

Ti saluto, non ce la faccio a scrivere oltre. Spero siate felici.

Di famiglia e di errori

Non so neanche io quello che voglio dirvi, solo che sto a casa e ho un sacco di tempo per pensare, il che non va bene.

Parlavo dell’apprezzamento della salute proprio poco tempo prima, quando una persona mi chiedeva come stavo e rispondevo che oramai sono diventata zen, che quando mi alzo la mattina e cammino con le mie gambe, vedo coi miei occhi e parlo con la mia bocca già so di essere fortunata. Parlavo – genericamente – della perdita della salute con una persona che mi diceva come, davanti alla malattia, una riveda le proprie priorità, e gli rispondevo che io la salute l’ho sempre apprezzata, e non avevo bisogno di prove per capirne l’importanza.

Poi un attimo, parcheggio la macchina, vado a prendere l’autobus per andare al lavoro, inciampo e finisco a terra, e per un po’ camminare con le proprie gambe non è stato più possibile..

Il problema non è stata neanche tanto la caduta in cui sì, mi ero rotta senza rendermene conto un osso, il problema è stato non chiamare soccorso. Qualsiasi essere con un minimo di rispetto per se stesso avrebbe chiamato l’ambulanza, ma io no, solitudine e dovere, tra il pensare a chi potesse soccorrermi e non venirmi in niente nessuno e la pressione del dovere, dei tempi che scadevano, della cosa che stavo per fare che sarebbe dovuta concludersi entro l’indomani mi sono rimessa in piedi, rischiano la catastrofe, la menomazione permanente.

Fare tutto da soli, non essere abituati a chiedere aiuto, può essere un’arma a doppio taglio.

Vi risparmio tutto lo strazio successivo, e il confronto con un’amica che, per motivi diversi, è anch’ella temporaneamente inabile.

Il discorso è subito andato a finire sulla famiglia, la necessità di averne una, grande supporto per ogni membro e spina dorsale della società.

Secondo me nessuno dovrebbe vivere solo, mi è sempre piaciuta quell’immagine delle grandi famiglie, quelle in cui gli anziani vivevano con figli e nipoti, e i figli a casa non erano mai soli, e seppure la mamma lavorava c’erano sempre fratelli, nonni e a volte pure i bisnonni. Il posto a tavola, aggiunge mia madre, non si vuotava ma, c’era sempre il nuovo arrivato a prendere il posto di chi aveva concluso il suo viaggio.

Oggi siamo soli, di una solitudine straziante. Siamo soli perché abbiamo un concetto distorto di rapporto usa e getta, in cui non si costruisce nulla se non un effimero piacere temporaneo. Non facciamo figli, se lo facciamo è figlio unico, e se la crisi economica non farà emigrare noi farà comunque emigrare lui.

Si abita dove capita, spesso lontano da dove si è nati e cresciuti, lontano dalla famiglia d’origine, che si assottiglia e sparpaglia sempre più.

Io, pur essendo una persona “assennata”, mi rendo conto che di errori nella vita ne ho fatti davvero tanti, e forse proprio l’assennatezza mi ha reso più impreparata alla vita.

Il primo errore (si fa per dire) è stato il matrimonio. Io non credo ai matrimoni d’amore, semmai credo ai matrimoni “con” amore, ma il matrimonio consiste nel legare la nostra vita a quella di un’altra persona, che si presuppone possa essere adeguato compagno di viaggio, e quindi condividere con noi ideali e progetti: non ci si sposa perché “ci si ama”, ci si sposa perché s’intende realizzare un progetto famiglia.

Con mio marito non condividevo né ideali né progetti, o forse gli ideali sì, ma evidentemente non erano sufficienti. Dicono di lui che sia stata la persona più vicina a me e quella che mi abbia più capita e amata, ma la verità è che, per il solo fatto che io avrei voluto una marea di figli e lui neanche uno, sarei dovuta scappare mille miglia lontana prima di subito. La verità è che per me il matrimonio era condivisione, per lui era continuare a fare la vita di prima, senza porsi il problema di rendere felice la persona che aveva accanto e costruire con lei qualcosa.

L’espressione “famiglia mononucleare”, che oramai è una triste e oggettiva realtà sociale, è per me un pugno allo stomaco, ma andiamo avanti.

Il secondo grande errore della mia vita è stato non mettermi mai al primo posto: in Israele c’è un detto che recita “Se non ho me stesso, chi ho?”. Io per prima dissi a una mia amica, a proposito del suo comportamento nei confronti degli uomini, “se tu ti proponi come zerbino, mi dici un motivo per cui non dovrebbero pulircisi i piedi?”.

Lei mi disse che questa mia osservazione fu per lei illuminante, e che cambiò registro riuscendo effettivamente a costruire una relazione felice e appagante, ma perché non adotto per me stessa i consigli che do agli altri?

“Ce la faccio da sola” è stato sempre il mio modus vivendi: quando il figlio di una mia amica, per me praticamente uno sconosciuto, si ruppe entrambe le braccia, io passai le giornate in ospedale ad accudirlo (la madre era anziana e comunque non guidava), ma ora che è servito a me, chi ho avuto?

Quando si fece male mia madre io abitavo in un’altra città, e prendevo una corriera e due autobus ogni volta per andarla ad aiutare, ma ora che seve a me, chi ho?

E’ perché mi mostro indipendente e la gente – a cominciare dalla pargola – non si rende conto che anch’io ho bisogno?

D’altra parte non sono il tipo di donna che cade in deliquio chiedendo “Svengo, aiutatemi, me misera me tapina, come farò?”: si può cambiare alla mia età? Voglio cambiare? E’ quella l’unica direzione in cui si può cambiare?

E continuo a sognarmi in una casa grande, con un compagno e tanti figli, genitori, etc. etc. etc., con una mia stanza in cui poter godere di un po’ di tranquillità, ma dove basti aprire la porta della stanza per ritrovare tutto il calore e il supporto della famiglia.

Quando facevo servizio in una casa famiglia, in cui ogni mamma con il proprio figlio stava in una stanzetta anche piuttosto piccola e aveva il bagno all’esterno condiviso con un altro nucleo, vedevo questi bambini uscire dalla propria stanza e ritrovarsi immediatamente nel salone insieme agli altri bimbi, e ho subito riflettuto su come questi bambini, pur nella loro condizione difficile, non fossero mai soli, mentre mia figlia ha sofferto una solitudine indicibile.

Ecco, mi fermo qui, vi lascio questi miei pensieri in libertà.

Le radici dell’antisemitismo

C’è stata in questi giorni a Bruxelles la Conferenza sull’antisemitismo in Europa. Uno dei partecipanti mi ha preventivamente chiesto delle testimonianze su episodi di antisemitismo che posso aver subito o cui ho assistito, ma io per prima cosa ho risposto che sì, sicuramente posso testimoniare qualche episodio, ma che mi è sembrato più di stupidità che di antisemitismo.

“Sempre così comincia”, mi risponde, e ha maledettamente ragione.

Le racconto un episodio di una persona che ho amato come una madre, cui sono stata vicino fino all’ultimo dei suoi giorni, così come lei a me (ve ne ho parlato qui).

Lei all’epoca era una semplice conoscente, una persona molto semplice, cardiopatica e timorosa del suo cardiologo che le incuteva molta soggezione, al punto di avere paura ad andarci da sola. Mi offrii di accompagnarla, tenni testa al medico, e lei si sentì molto protetta e sostenuta. Nacque di lì una bella amicizia, che continuò per anni, lei c’era sempre per me e io c’ero sempre per lei.

Un giorno, mentre chiacchieravamo amenamente, il discorso cade sul nipote per cui lei aveva fatto tanto e che invece nei suoi confronti si comportava malissimo, oltretutto con totale ingratitudine. “Sangue di cimice” si usa dire dalle mie parti, ma lei usò un’altra espressione, “Peggio degli ebrei!”.

Mi si gelò il sangue. Mi rivolsi a lei e le chiesì: “Come hai detto scusa? Ma tu lo sai che io sono ebrea?”.

Mi guarda stupita, quasi non capisce e chiede: “In che senso?”.

“Come sarebbe a dire in che senso? Secondo te in che senso uno è ebreo?”.

Mi guarda sempre più stupefatta e chiede: “Da parte di padre?”.

Credo che la domanda fosse dovuta al fatto che mia madre l’aveva conosciuta e constatato che si trattava di una persona assolutamente normale, ma con mio padre le sarebbe andata anche peggio, visto che era biondo con gli occhi azzurri.

Aggiungo, non per rinfacciare per carità, ma solo per mettere i puntini sulle i, che chi l’aveva tradita e abbandonata era sangue del suo sangue e piume delle sue piume, nonché figlio di Santa Romana Chiesa, mentre chi le era stata sempre vicina e non l’aveva abbandonata un attimo era una sporca ebrea.

Abbassa gli occhi, mortificata e balbetta: “Ma io che ne so, a me hanno sempre detto così, che sono un popolo senza un nome da difendere”.

“Come vedi ti hanno detto male” replico, e per me la cosa è finita là e il rapporto non ne è stato minimamente intaccato.

Devo dire che queste frasi raggelanti però capitano di frequente, quando meno te l’aspetti e spesso da chi meno te l’aspetti, ti vedono “normale” e non ci pensano che tu sia… o mio dio, ebrea!, e pure tu pensi di essere normale e non ti aspetti di appartenere a una categoria che davanti ai loro occhi rappresenta una differenza.

Una volta una persona, saputa la mia origine, mi chiede: “E che dovresti fare se volessi diventare normale?”: le rispondo con una risata: “Per quello non c’è speranza!”, ma è in quei momenti che ti rendi conto con terrore della gente che gira, tra ignoranza, idiozia e infondatissimo pregiudizio.

Lasciamo stare poi la questione Israele, i commenti sulla quale mi ricordano tanto la bionda del film “Nata ieri”, cui insegnano un po’ di frasi fatte per far bella figura in società e mostrare di sapere di che si sta parlando.

Mi fermo qui e chiedo a voi, non correligionari, perché questo immaginario fasullo che non si riesce a sradicare in nessun modo? Aveva ragione Einstein, è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio, ma qui raggiungiamo dei livelli veramente inconcepibili.

Ogni tanto poi c’è qualcosa che dà la stura a questi pensieri latenti, che oggigiorno la rete amplifica.

L’ultima è stata la notizia che il governo ha diminuito i fondi per le pensioni di guerra delle vittime delle leggi razziali. E’ stato poi rettificato che i fondi sono diminuiti semplicemente perché, per ovvi motivi anagrafici, le persone che ne beneficiano vanno scomparendo: beh, non avete idea che tipo di commenti sono stati fatti e che letame è uscito da certe bocche (i.e. tastiere).

Non manca mai l’accusa di deicidio, che al di là delle verità o bugie storica, al di là dei contesti (si era in Israele, tutti erano ebrei, amici e nemici, a parte gli occupanti romani che erano pagani), ma si può bramare la distruzione di una persona perché il padre del padre del padre del padre del padre del padre del padre – e via scorrendo all’indietro per oltre 2000 anni – ha fatto qualcosa? Che se pure fosse accettabile un criterio tanto assurdo scava scava magari esce fuori che i suoi di antenati hanno la coscienza più sporca dei miei, ma stiamo parlando comunque di follia!

E allora ditemi, le origini dell’antisemitismo, secondo voi, quali sono?