Archivio | gennaio 2018

27 gennaio: tenetevi la vostra lagrimuccia, tanto siamo soli

Bambina sfregiata in Francia all’uscita della scuola perché ebrea. Liberté, égalité, fraternité, limortaccivostré

Quando a scuola studiavo la seconda guerra mondiale, quando i miei familiari mi raccontavano delle leggi razziali, delle persecuzioni e delle deportazioni, io vivevo tutto questo come un qualcosa appartenente al passato remoto, qualcosa che nel mondo civile in cui vivevamo non si sarebbe potuto ripetere.

Purtroppo mi sono ben presto dovuta accorgere che così non era, che esistevano ancora rigurgiti razzisti, bieche manifestazioni d’intolleranza, ma pure quelle, abbenché inaccettabili, le attribuivo a frange estremiste, a teste calde che non rappresentavano in alcun modo lo Stato e la popolazione.

Anche su questo mi sono dovuta ricredere.

Dalla vicina di casa che attribuisce gli attentati – di conclamata matrice islamica – agli ebrei di tutto il mondo “Perché Rothschild ha i soldi” (mai spiegato il nesso!) alla compagna di scuola delle elementari di mia figlia, che esortava gli altri bambini a non frequentarla e a non fare amicizia con lei in quanto ebrea, il fenomeno dell’antisemitismo appare da sempre tanto inspiegabile e assurdo quanto gramigna inestirpabile.

Per rivestire poi di razionalità questo atteggiamento di menti annebbiate dalla stupidità più ancora che dall’odio, oggi è di moda parlare di “antisionismo”, che vuole passare per posizione politica e ripulirsi la coscienza, ma che posizione politica non è per vari semplicissimi fatti:

1) essere “antisionisti” non significa essere “contro l’attuale politica israeliana”: se l’italiano non è un’opionione, essere antisionista significa essere contro il sionismo, e il sionismo non è altro che l’enunciazione del diritto degli ebrei a una loro terra, anzi, alla propria terra, dove sia loro possibile la propria autodeterminazione come popolo, praticamente ciò che non si nega a nessuna delle altre popolazioni sulla terra.

2) il popolo ebraico è esposto da sempre, e dicasi da sempre, a discriminazioni e persecuzioni, che esplodono all’improvviso dopo periodi più o meno lunghi di pace, remissione e pacifica convivenza. Questo significa che, purtroppo, un ebreo non è mai al sicuro in nessun luogo del mondo, in nessuna epoca, e negare loro la propria terra significa condannarli a quello che abbiamo già vissuto e che, ve ne accorgiate o meno, continuiamo a vivere continuamente. Essere “antisionisti” dunque significa condannare bambine come quella della foto ad essere aggredite all’uscita dalla scuola, e a rimanere sfigurate per sempre: la chiamate questa una posizione politica?

3) forse non ricordate Stefano Gaj Tachè, due anni, ucciso da un attentato terroristico a Roma nel 1982. Non nel 1945, ma nel 1982. Non in un paese in guerra del Medio Oriente, ma a Roma. In sinagoga, dove si era recato con la famiglia. E vogliamo parlare di quanti attentati ci sono stati nelle sinagoghe di tutto il mondo? Vogliamo ricordare (oppure non avete mai visto?), il sangue a terra di religiosi colti di sorpresa durante la preghiera? Voi, col vostro “antisionismo”, volete che questo popolo viva per sempre così, bersaglio della follia e dell’odio, continuamente e senza un perché.

A chi non è addetto ai lavori, a chi non è coinvolto in questa problematica, forse sfuggono le centinaia di risoluzioni dell’ONU contro Israele, contro quelle praticamente nulle nei confronti di nazioni, magari sotto dittatura e nelle quali davvero si compiono crimini di ogni genere.

A chi non è addetto ai lavori, forse sfugge che Israele è tra i pochissimi luoghi al mondo in cui gli arabi vivono in pace e prosperità.

A chi non è addetto ai lavori, forse sfugge l’aiuto che dà Israele a tutto il mondo, sia per quanto riguarda scoperte all’avanguardia, soprattutto in campo medico e tecnologico, sia con i tempestivi ed efficienti interventi umanitari ovunque ci sia bisogno.

A chi non è addetto ai lavori, forse sfugge che l'”antisionismo” è il pollice verso nella scelta della nostra condanna o salvezza.

L’italia celebra il 27 gennaio.

Poi all’ONU vota contro il riconoscimento di ogni legame tra gli ebrei e la propria terra, e vota contro Gerusalemme capitale d’Israele, e vota contro, e vota contro, e mentre Gentiloni vota contro, Renzi al governo si scusa, ma il voto rimane,  e poi al governo ci va Gentiloni, e quindi possiamo immaginare la musica che suona.

Il 27 gennaio sta arrivando, e le più alte cariche dello stato si preparano a far atto di presenza e a versare la loro lacrimuccia fasulla, mentre dietro le quinte predispongono azioni che di lacrime vere ce ne faranno versare tante.

Se la tengano la loro presenza e la loro lacrimuccia, non ne abbiamo bisogno. Anzi sì, ne avremmo bisogno, se fossero un minimo sincere!

Vi risparmio tutti gli altri commenti che il popolo del web vomita sui social in queste circostanze, quelli che mi fanno parteggiare per i sani razzisti che almeno non fanno finta di essere qualcos’altro e non si nascondono dietro un dito, dietro la maschera fasulla di lotta per non si sa quale distorta idea di democrazia e libertà.

 

L’ossessione del fare

Ieri mi sono ritrovata ad ascoltare questa musica. Era circa mezzanotte, e avevo un’aria beata, tanto che mia figlia si è stupita di quell’aria felice, ebete e trasognata con cui mi ha ritrovato.

Va beh, devo dire che è un brano anche legato a dei momenti felici della mia vita, ma non è questo il punto. Il punto è che ho fatto una settimana a casa sotto Natale, che unita alle feste ha fatto un totale di dodici giorni, e questa settimana sto in ferie di nuovo.

Due periodi di ferie a distanza così ravvicinata, uniti a un’altra filosofia di vita che ho dovuto adottare per sopravvivere, stanno dando i loro frutti: il riposo mi ha rimesso al mondo.

***

Post abbandonato e ripreso oggi, quando gli effetti del riposo sono già finiti…  😦

Ierlaltro ho incontrato una mia amica, che per un problema di salute era stata un mese immobile: sembrava la dea della bellezza!

Inutile che ci stiamo a girare intorno, il lavoro nobiliterà pure, ma la fatica abbrutisce, ciononostante l’ossessione del fare ha ripreso il sopravvento, se non altro per spirito di sopravvienza.

Intanto ne ho approfittato per risentire il brano, che nel frattempo era cambiato ed è sì stupendo, ma non quello legato ai momenti magici. Quello cui mi riferivo è questo:

Ode a Spelacchio

 

Io vorrei dedicatte ‘na poesia,

ma tu Spelacchio mio sei già poesia

puro se c’è chi dice n’antra cosa.

T’hanno tajato, spostato e messo in posa

senza attenzione e senza accorgimenti,

e così te, che hai visto antri momenti,

da abete sano, rigojoso e roscio

te sei trovato spelacchiato e moscio,

esposto ‘n piazza a faje da zimbello:

te proprio ch’eri stato così bello!

 

Che te lo dico a fa’ che li nemichi

der sindaco de’ Roma, pòra stella,

‘n gn’è parso vero de fa’ la canzonella

e d’appioppatte ‘n nome migragnoso.

Che invece poi pe’ noi è stato affettuoso:

era Natale, te pare che la sorte

nun cambiava la storia a ‘sto porello,

e trasformava ‘sto gracile arberello

e lo sarvava da la condanna a morte?

 

Fu così che iniziò  ‘n pellegrinaggio

de gente che veniva pe ‘vedello

magari pronta pure a disprezzallo,

ma dopo a constata’ quant’era bello.

In tanti t’hanno messo là ‘n bijetto

a testimone che c’era tanto affetto,

e datte quer coraggio e quer conforto,

pe consolatte da chi diceva: “morto!”.

 

Poi ieri sera t’avemo detto addio

ma nulla mòre e tutto se trasforma,

e invece d’esala’ l’anima a Dio

t’aripresenti sotto ‘n’antra forma:

col legno tuo faranno ‘na casetta,

‘na “Baby little home” pe’ quelle madri

che voranno allatta’ li regazzini

dentro a un riparo e senza avecce fretta.

 

Addio Spelacchio, ritorni ‘n Val de Fiemme,

ma resti dentro ar còre dei romani

che se stanno a riprènne lemme lemme

dai danni de ‘na manica de ’nfami.

 

(Patrizia Vivanti, 12/01/2018)

Finisce qui l’avventura di Spelacchio

http://video.corriere.it/spelacchio-si-spengono-luci-ma-albero-ha-vinto/6c33668a-f702-11e7-b0f9-ae3913959e9e

 

***

Vorrei scrivere qualche rima su Spelacchio, ma che dirvi, non mi viene, e la poesia vuole pure la sua ispirazione; Spelacchio però, seppure non m’ha ispirato versi, m’ha ispirato tanti sentimenti positivi ed è stato veramente una gioia.

Tanto per cominciare Spelacchio è uno di noi: non è maestoso, non è solenne, non è sfarzoso e barocco, anche se è alto e tutto d’oro. E’ malconcio come noi quale che sia la nostra altezza, e come noi è spolpato dal sistema, o forse dal sabotaggio o dalle intemperie (i famosi rovesci della vita!), ma ha un cuore d’oro, che comunque ha continuato a brillare e continuerà a scaldare, poiché sarà trasformato in una casa per bambini e ne rimarrà anche legna per i camini.

Spelacchio è l’emblema di un flop trasformato in successo, è l’apollo 13 de noantri, è la testimonianza che si può, che davvero si possono trasformare gli ostacoli in opportunità.

Spelacchio è diventato famoso per la sua decadenza precoce, lui è il nostro figlio gracile, che amiamo più degli altri, è quello che ci ha fatto ridere e scherzare, che ha preso vita e voce in un account twitter personale, e ha parlato, riso, e scherzato.

Spelacchio ha suscitato la nostra ironia (ho apprezzato anche quella dei detrattori, che spesso e volentieri mi hanno fatto ridere di cuore), e anche adesso che sta andando via rimarrà nella storia di Roma, diciamo al posto delle Olimpiadi.

Domani è un altro giorno, per il prossimo Natale aspettiamo un altro albero, che chissà se sentiremo ancora vicino e familiare come questo: dicono che l’albero di San Pietro fosse più bello, ma a parte questa affermazione non ne ho sentito altre, e le processioni per vedere l’albero è a Piazza Venezia che sono state!

Caro Spelacchio, grazie per la tua compagnia e per questa ventata d’allegria, grazie di esserci stato!