Archivio | dicembre 2017

I miei vivi (by Luciano Marcelli)

Oggi, in una risposta a un commento, mi rifacevo a un bellissimo post dell’amico blogger Luciano Marcelli, “I miei vivi“.

Mi permetto di riportarlo per intero perché il blog è abbandonato e non vorrei che venisse chiuso e che andasse perso questo articolo cui sono particolarmente legata.

I miei vivi (di Luciano Marcelli)

lun 28 Dic 2009

Non credo che dopo morto ritroverò i miei morti e comunque di questi ne ho ancora pochi.

Vorrei invece, prima della fine, almeno nell’ultimo quarto della vita, ritrovare i miei vivi: ritrovare coloro che ho lasciato per strada e non avrei voluto, le decine di persone che ho perso, coloro che a turno, ogni giorno, singoli per lo più o a piccoli drappelli, riporto presenti ma impalpabili qua davanti a me, ogni volta che trasogno, come uso fare, ogni giorno, alcuni sempre, alcuni spesso, altri di rado, presenti e impalpabili.

Li porto ancora con me.

Li vorrei incontrare per davvero. Finché siamo in tempo.

Li vorrei palpare, vorrei ridere e piangere, ascoltare e parlare, fare insieme e trattenersi e vivere vicini, per davvero.

Vorrei riappacificarmi. Con me, con loro.

Buon Natale da Spelacchio, l’ottavo re di Roma!

Spelacchio, contro ogni possibile previsione, è diventato davvero il simbolo del Natale, e giustamente, visto che c’è chi fa notare che Gesù nacque in una grotta e non in una clinica di lusso, che sarà pure il brutto anatroccolo, ma proprio per questo più amato.

Il bello è che i detrattori gli hanno fatto talmente tanta pubblicità per mezzo stampa, senza contare che un buontempone ha creato un profilo Twitter a suo nome, talmente tanto l’ironia ha impazzato e ci ha donato tanti sorrisi e quell’attimo di spensieratezza di cui veramente avevamo bisogno, che Spelacchio è diventato famoso, fama che gli altri alberi di Natale si sognano.

Insomma, Spelacchio è diventato un mito, addirittura meta di pellegrinaggio e attira i turisti che, a Piazza Venezia, pare siano aumentati del 10%.

Grande Spelacchio, sei (purtroppo) tutti noi!

http://www.iltempo.it/multimedia/2017/12/23/gallery/in-processione-a-roma-per-vedere-spelacchio-1042015/

 

Arthur, “U Principi Picciriddu” e l’avventura mai finita

Continuo questo Natale di omaggio ad Arthur. Quando aprì il suo blog, mise come sottotitolo “l’avventura comincia…”; poi, in occasione di un compiblog, lo cambiò in “l’avventura continua…”.

Ora l’avventura, quella blogghica almeno, è finita, ma lui non è qui per rettificare il sottotitolo. Rimane tutto sospeso, incompiuto, come questa sua bellissima traduzione del celeberrimo Piccolo Principe che volle scrivere per questo blog e che, forse proprio per questa sua incompiutezza, diventa più preziosa e ci lascia la speranza nell’attesa che, un giorno, ogni opera sarà compiuta.

Buon Natale a tutti quelli che credono, non necessariamente nel Messia, ma nella bellezza della vita, nel prossimo e in quell’amore che, nonostante tutto, questo prossimo, o gran parte di esso, indubbiamente merita e di cui ha disperato bisogno, e in un significato della nostra vita che va ben al di là di quello che possiamo vedere, toccare, percepire. In fondo, il messaggio del piccolo principe è proprio questo, esistono infinite realtà e “Quello che conta non si può mai vedere”!  A proposito, il consiglio è di andare con il link alla pagina originale e divertirvi coi commenti: che mattacchioni che eravamo!

Buon Natale a tutti! ❤


(libera traduzione in siciliano de “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry)

Capitulu primu

Tantu tempu fa, quannu avia appena sei anni, ‘nto libru chi parrava da furesta, chi si chiamava “I storie da natura”, visti un disegnu veramenti beddu.
C’era un serpente boa mentri s’inghuttiva n’animali.
Cà c’è na copia di ’stu disegnu.

C’era scrittu: i boa, s’inghiuttunu animali, tutt’ interi, senza mancu masticalli.
Poi, siccomi non si rinesciunu a moviri, dommunu p’i sei misi, così rinesciunu a diggeriri megghiu.

Continua a leggere…

Natale, in tua memoria (dedicato ad Arthur, rip)

Non ci sarai, quest’anno, a chiedermi di scrivere il racconto di Natale per la consueta raccolta natalizia: io ti rispondevo che no, ti spiegavo dettagliamente ogni anno il perché, ma tu non demordevi e ogni anno ci riprovavi. Il fatto è che io, semmai dovessi avere una qualche ispirazione, vorrei che il racconto fosse cosa mia, da coccolare nel mio blog, su cui riflettere coi miei amici.

Avevi scritto sulla tua immagine whatsapp queste parole, “Non guardare mai più dal finestrino con gli stessi occhi”, che chissà cosa volessi dire. Non potrai più dirmelo, ma voglio provare a dare un senso a quelle parole col mio racconto di Natale che dedico a te, ovunque tu sia, e alla tua Laura, che hai lasciato al nostro affetto.

Deianira guidava il suo suv carico di regali, un abete e tanti ornamenti, con cui si disponeva a festeggiare il Natale che era prossimo. Quell’anno aveva deciso di reagire alla calma piatta della sua vita dandosi un tono, predisponendosi alla festa e aveva deciso che, convinta o meno, i festeggiamenti ci sarebbero stati.

Oramai era rientrata nell’ordine di idee che la felicità era una scelta, e ce la stava mettendo tutta. Aveva sentito un detto secondo il quale non riusciamo a vedere la felicità perché ci sta troppo schiacciata contro il nostro naso, e lei voleva andare oltre questo proprio naso: che cos’era in fondo il Natale? Di qualunque religione si sia, il Natale è la nascita della speranza, quella Speranza ultima dea a lasciare l’Olimpo, luce di ogni essere umano, sotto qualsiasi forma, fin dall’inizio dell’umanità.

Lui non c’era più, se n’era andato silenziosamente una sera, senza avvisare nessuno, ma aveva lasciato la sua testimonianza di speranza, aveva lasciato il suo far sempre spazio al sorriso e la sua mano sempre pòrta verso il prossimo.

A questo pensava Deianira, e non si era accorta che era incominciato a piovere. Non amava la pioggia, neanche quando se ne stava comodamente a casa sua, figuriamoci mentre guidava! Stava per spingere un po’ di più l’acceleratore, cosa che quando piove non bisognerebbe fare, ma aveva troppo fretta di arrivare a casa, erano già le otto e voleva mettersi al riparo prima che la pioggia aumentasse, quando immediatamente il piede si precipitò sul freno: una figura era apparsa all’improvviso davanti a lei, in mezzo alla strada, sotto la pioggia, e lei a stento soffocò un’imprecazione. Stava ancora mordendosi le labbra quando si ritrovò quella figura appoggiata al suo finestrino, sorridente. Non poteva credere ai suoi occhi, era proprio lui!

Prima che potesse pronunciare una sola parola, lui aprì la portiera e l’invitò a scendere. Lui sembrava incurante della pioggia ma lei, un po’ per lo stupore da cui non si riusciva a riprendere, un po’ perché comunque non era attrezzata per la pioggia, restava ferma. Lui le porse la mano e le disse sorridendo: “Fidati, affidati!”.

Lei scese come un automa e lo seguì, senza ombrello, ma stranamente non si bagnava neanche un po’, nonostante la pioggia scrosciasse. Lui le ricordò che una volta lei aveva espresso il desiderio che lui la guidasse tra le bellezze della città e gliele descrivesse come lui sapeva fare, ma lui non l’aveva mai fatto e dichiarò di sentirsi in debito per questo.

Vagarono per ore, visitarono tutta la città, ogni vicolo, ogni monumento, ogni chiesa, ogni pittura, fu fotografata ogni foglia, tutto sotto una pioggia che non li toccava.

Poi lui la riaccompagnò alla macchina, le aprì galantemente la portiera, la richiuse e la salutò ancora dal finestrino della macchina. “Ti rivedrò?” chiese lei, neanche più stupendosi di quanto stava accadendo. Lui continuò a sorridere e se ne andò. Lei rimise in moto per tornare a casa e, mentre tornava alla realtà, si iniziò a preoccupare per tutto quel tempo trascorso: guardò di nuovo l’ora ansiosa, ma erano ancora esattamente le otto!

Ovvio che aveva sognato, ed ebbe paura ripensando che era successo mentre guidava.

Posò i pacchi e iniziò a preparare la cena, rigovernò la cucina e finalmente cominciò a preparare l’albero. Alla fine era talmente soddisfatta di come era venuto che volle fotografarlo per condividerne la riuscita e vantarsene un po’. Prese il suo cellulare, ma quando andò a fotografare ricevette un messaggio che la memoria era piena. Andò quindi a scaricare le foto sul computer per liberare un po’ di spazio e ci diede un’occhiata veloce, giusto così per rendersi conto, e ad un tratto il sangue le si gelò: le ultime foto, almeno una trentina, erano state scattate quella sera, in tutte le zone della città, chiese, monumenti, vicoli, etc., tutti immortalati sotto una fitta pioggia battente.

Deianira si affacciò alla finestra, con la mente che vagava nel vuoto. La pioggia continuava a battere sui vetri senza sosta, la visibilità sulla strada era ridotta, ma non tanto da impedirle di vederlo allontanarsi, con la testa rivolta all’indietro che, col sorriso di sempre, la salutava.

Non era nuova al soprannaturale, ma stavolta quanto successo aveva una dolcezza speciale, e certo è che non avrebbe mai guardato fuori dal finestrino con gli stessi occhi: da ogni finestra o finestrino l’avrebbe cercato e, col suo cuore e la sua mente, anche trovato!

(nel video “Cercami” di Renato Zero)