Archivio | agosto 2017

Dracarys!

Mi sono avvicinata alla serie per noia (è così che si cade nel vizio 😛 ) e, francamente, l’avrei subito abbandonata. Scene crude di violenza e sesso, scannamenti e bordelli, personaggi grevi, linguaggio greve.

Ho continuato sempre per noia, poi per curiosità, perché chiaramente ogni puntata ti lasciava una questione in sospeso, quindi vedevi la successiva per vedere come andava a finire, e così mi ci sono trovata dentro con tutte le scarpe.

Sto parlando, ma credo qualcuno avrà già capito da titolo, immagine e tag, della serie televisiva “Game of thrones”, “Il trono di spade” in italiano: chi di voi la segue?

Bene, la settima stagione della serie si è conclusa domenica scorsa, lasciandoci praticamente orfani, in quanto la prossima pare che non verrà rilasciata prima del 2019: ora, non vi pare un miracolo che tutti i miei problemi siano passati in secondo piano e “Quando arriva il 2019?” sia diventata la mia preoccupazione principale?  😳

Scherzi a parte, la droga è droga, e a seguire le serie si diventa dipendenti, cambiano i valori di vita e le proprie priorità: per esempio adesso, se mi chiedessero cosa sceglierei tra un eventuale ritorno di Xavier e l’ottava stagione, sapete cosa sceglierei, vero? E, naturalmente, un bel “Dracarys!” per la Pdf!  😆

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Figli che amano troppo

Mi è tornata in mente da poco la sua mano screpolata, ma curata quanto poteva, con quell’anellino finto, che guardava e riguardava trasudando gioia, e mi ha ricordato quelle bambine a cui compri quei cartoni coi gioielli delle principesse, quei grossolani pezzi di plastica colorati con la coroncina dorata, e loro l’indossano e si specchiano e si vedono così meravigliose e assumono quell’espressione così felice.

Mia madre è così bambina certe volte che ti commuove, così bambina altre volte che ti fa salire una rabbia incontenibile, perché non può una donna adulta essere così stolta, agire così per impulsi elementari, e fare così tanti danni.

Da anni provo questa rabbia che non mi si placa, però poi ripenso ai sacrifici che ha fatto, tanti, quanto lavoro giorno e notte, quanti pasti saltati per far mangiare noi, quanti vestiti rammendati per far vestire noi, e quei sogni di bambina quasi totalmente infranti, anche se mio padre in qualche modo il suo principe azzurro lo è stato.

Complessi? Probabilmente tanti, esternati con la repressione di chiunque minacciasse la sua flebile luce, una figlia poi non se lo sarebbe mai dovuta permettere.

Ricordo le sue mani che tenevano ferme le mie quando mio padre inferociva, ricordo le sue bugie al pronto soccorso per coprire l’accaduto, ricordo le sue assenze quando avrei avuto bisogno di sentire che c’era e poi ricordo le sue lacrime per ciò davanti a cui era impotente, e che non sto qui a raccontare.

Ogni tanto me lo chiedo cosa sognasse, quale fosse la vita che voleva, quanto ha sofferto quella che ha avuto. Forse non voleva poi tanto, mia madre è sempre stata felice con poco, e ancora rivedo quella mano su cui faceva scivolare quell’anellino fasullo (quello vero l’aveva venduto per bisogno), mirandolo e rimirandolo con gli occhi pieni di felicità.

 

E se pregassi?

In effetti non ho mai – o quasi mai, o mai che io ricordi almeno – pregato per chiedere, ma sempre e unicamente per ringraziare di ciò che avevo e che, diciamocelo, non è neanche poco, però il momento è particolare, e quindi forse pregare per chiedere ci può pure stare.

Anche perché, in alternativa, non so proprio più che fare.

Intanto sto fuggendo dalle persone “piene di buona volontà”, quelle che ti vogliono consolare, che ti fanno notare che il sole splende e gli uccellini cinguettano, che ti dicono che devi volerti più bene e ti forniscono in allegato tutta la lista d’istruzioni per l’uso: come ebbi modo di dire a più persone, la teoria la so tutta.

Come disinnescare questo blocco? Che poi, è fisico o mentale? Ieri, per spiegarmi con una mia amica, le dicevo che mi sento come un ballerino sulla sedia a rotelle, che sente la musica, si sente il movimento invadere ogni sua cellula, vorrebbe disperatamente alzarsi e danzare ma, ahimé, non può. Ci sto dando giù d’integratori, magnesio e potassio, complesso multivitaminico, macché, guardo il mare da lontano e non nuoto, né salgo in barca.

Poi, all’improvviso, mi è venuta un’idea: e se pregassi? Visto mai che comparisse qualcosa all’orizzonte che mi dicesse “Diemme, alzati e cammina!”?

Nel frattempo vi lascio con questa spledida poesia, “Messaggio di tenerezza”, di autore incerto, che ho sempre sentito molto mia (anche se il testo lo ricordavo leggermente diverso da quello trovato in rete e che ho rimaneggiato un po’):

Questa notte ho fatto un sogno:
ho sognato che camminavo
sulla sabbia accompagnato
dal Signore e sullo schermo della
notte erano proiettati tutti
i giorni della mia vita.
Ho guardato indietro e ho visto che
a ogni giorno della mia vita proiettato
nel film apparivano due orme sulla sabbia:
una mia e una del Signore.
Così sono andato avanti, finché
tutti i miei giorni si erano esauriti.
Allora mi sono fermato a guardare indietro,
e ho notato che in certi punti
c’era solo un’orma…
Quei punti coincidevano con
i giorni più difficili della mia vita:
i giorni di maggior angustia, di maggiore
paura e di maggior dolore…
Ho chiesto allora:
“Signore, Tu che avevi detto che
saresti stato con me in tutti i giorni
della mia vita, e io ho accettato
di vivere con te, ma perché
mi hai lasciato solo proprio nei
momenti peggiori della mia vita?”.
E il Signore rispose:
“Figlio mio, Io ti amo e ti ho detto
che sarei stato con te durante tutto
il cammino e che non ti avrei lasciato
solo neanche un attimo,
e infatti non ti ho lasciato:
i giorni in cui tu hai visto solo
un’orma sulla sabbia,
sono stati quelli in cui
ti ho portato in braccio”.

Ecco sì, forse pregare è la soluzione, abbandonarsi un attimo, con la fiducia di essere, per un po’, sostenuti da due braccia solide ❤

: ‘(

 

Cari amici,

purtroppo qualche giorno fa è morta una mia cara amica e, mentre sono riuscita a elaborare altri lutti anche di persone più vicine, per lei non riesco a darmi pace, quindi credo che per un po’ latiterò.

Migranti, migranti!

Sono stata in ferie all’estero, ma con a disposizione la tv italiana, che Attila teneva sempre accesa sintonizzata soprattutto sui vari notiziari e ho dovuto prendere atto che, che si trattasse di notiziari o altre rubriche, il tema era praticamente sempre uno: i migranti. Un martellamento continuo, dalla mattina alla sera, come se al mondo non esistesse altro, e come se davvero fosse un’emergenza una situazione che è invece strutturale oramai da anni.

Se ne parla, se ne parla, ma non si conclude niente, pare sia un argomento nato per alimentare i talk show, i forum di discussione e le campagne elettorali, e della drammaticità della situazione importi poi a pochi.

Ora, qual è la mia posizione nei confronti dei migranti? Prima di parlarne vorrei raccontarvi questa storia tratta dai racconti dei Chassidim.

Un vecchio rabbino chiese una volta ai suoi allievi come avrebbero potuto sapere quando la notte era finita e il giorno era iniziato.
“Potrebbe essere,” chiese uno degli studenti, “quando puoi vedere un animale in lontananza e distinguere se è una pecora o un cane?”
“No” rispose il rabbino.
Un altro chiese: “È quando si può guardare un albero in lontananza e dire se è un albero di fico o un albero di pesca?”
“No” rispose il rabbino.

“Allora quando è?” chiesero gli allievi.

“È quando si può guardare sul volto di qualsiasi uomo o donna e vedere che è tua sorella o tuo fratello. Perché finché non riesci a distinguere questo, sarà sempre ancora notte “.

(Racconti di Hasidim)

Ora pare che, finalmente, nella lotta tanto inutile quanto stolta tra forcaioli e buonisti si vada diffondendo lentamente una posizione di maggiore umanità e buon senso: bisogna riuscire a coniugare solidarietà umana, regole e senso della realtà, l’accoglienza non deve essere a carico della sicurezza e bisogna sì, prima di tutto, ragionare in termini di “persone” e non di “stranieri”, ma è pur vero che l’Italia non può accogliere tutta l’Africa (e il sud est asiatico, e l’Europa orientale, etc. etc. etc.).

Che significa poi “Aiutiamoli a casa loro”? Che i nostri leader devono andare da un qualche dittatore e fargli tottò, dirgli “brutto e cattivo, non ti permettere più di ledere i diritti di queste persone altrimenti m’indigno!”?

A me l’unica cosa che è chiara è che il problema non può essere affrontato su un solo fronte né da un solo Stato, ma molta parte d’Europa, limitandosi a chiudere le frontiere, non sembra molto collaborativa sulla questione: e allora, che fare? Come sensibilizzare e coinvolgere il mondo intero? Come gestire il fenomeno? E soprattutto, come rendere più strutturale l’intervento “a casa loro”, certamente possibile nel caso dei migranti economici, per esempio con la costruzione di pozzi, ponti, ospedali e scuole, fino alle adozioni a distanza?