Sto male

Sto male (sempre sostenuto che le ferie mi fanno male) e mi rendo conto adesso che il lavoro è diventato un alibi, una droga che stordisce e impedisce di pensare ad altro.

Da anni oramai sono un automa, mi sveglio alle cinque, il tempo di fare qualcosa e sono fuori, attraverso la città, lavoro a testa bassa, riattraverso la città al ritorno, ritorno stanca e distrutta, crollo a letto, e l’indomani una giornata esattamente uguale, uguale, ed è questo forse che mi rassicura, al di là del fatto che mi ruba la vita.

La domenica sono chiusa in casa, praticamente mi spettano i lavori forzati, ma quando ci sono le ferie… si riprende il contatto con una vita che non conosci più, con altri tipi di incombenze, e ti rendi conto di essere sola, impreparata, inerme.

Io credo di non avere mai avuto crisi di panico, ma capisco chi le ha. Di panico no, ma d’ansia quante ne volete, mi rendo conto adesso che l’ansia è stata la mia nemica da sempre, che mi ha portato a fare scelte inappropriate, mentre sentivo mancarmi la terra sotto i piedi e tutto il peso della solitudine.

Perché poi continuo a dare l’impressione di una donna forte e indipendente, mentre avrei bisogno solo di abbandonarmi e di affidarmi, di rilassarmi e riposarmi. Io non ispiro protezione, ma forse sono tra quelli che più ne hanno bisogno, perché chi la ispira spesso è anche un furbo, o una furba, che ha imparato molto bene l’arte di arrangiarsi e in qualche modo riesce sempre a cavarsela.

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36 thoughts on “Sto male

  1. E prima di rientrare mi sono seduta su una panchina e ho iniziato a piangere, così, senza un apparente motivo… da quel giorno ho iniziato a guardarmi intorno. A cercare un nuovo lavoro e di lì a breve ho trovato, nuova dimensione, nuovi colleghi un lavoro più appagante… ma capisco dalle tue parole che il problema è più profondo, l’ansia si nutre delle nostre insicurezze… ho capito nella mia piccola esperienza che per essere amati dobbiamo noi per primi amare noi stessi. Prenderci cura di noi… sul come posso solo dire cosa faccio io, ovviamente ognuno deve trovare il suo modo. Ma la prima cosa è star bene con se stessi e anzi a dedicarsi del tempo per fare le cose che piacciono.

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    • Per me il problema non è tanto il lavoro, quanto tutto il tempo che mi porta via, 12 ore al giorno praticamente senza margine di manovra, ergo tutto quanto il resto va a rotoli, completamente abbandonato a se stesso.

      L’unico lusso che mi concedo è mangiare fuori o comprare già pronto, ma questo certe volte non è neanche più un piacere, piuttosto una necessità perché non si ha neanche il tempo di fare la spesa e cucinare: ma è vita questa? O meglio, riformulo la domanda: ma lo spazio per la vita dov’è?

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    • Io cerco di decongestionarmi quando posso, ma anche queste fasi di decongestione le vivo con sensi di colpa, perché ogni volta che mi fermo sto trascurando qualcosa che dovrei fare: insomma, come si suol dire, o riposo di braccia o riposo di testa, entrambe le cose non mi ci scappano!

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    • Idem. Senso di colpa se lavoro perché trascuro il mio compagno. Senso di colpa se non lavoro anche la domenica… verso ritmi folli e pretese assurde.
      Non so che fare…. forse (e ne ho la quasi certezza) sul lavoro ci giocano un po’.

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  2. FUGA PER…QUALE VITTORIA?

    di Fausto Corsetti

    Chi non ha mai accarezzato, almeno un attimo nella vita, l’idea di abbandonare tutto, preparare la valigia e lasciarsi il passato alle spalle?
    Forse, non c’è quasi mai una ragione precisa per fuggire: sovente si tratta piuttosto di un insieme di esasperanti, piccole realtà che improvvisamente diventano insostenibili.
    L’affanno che si sopporta quotidianamente per raggiungere la sede di lavoro, per trovare un parcheggio, le corse per arrivare a prendere i figli a scuola, fare la spesa, preparare il pranzo e la cena, pulire la casa, ascoltare i problemi di tutti, della moglie, del marito, dei figli che crescono, dei genitori anziani…
    Finché un giorno non ci si ferma finalmente un istante a riflettere e ci si interroga perché mai si dovrebbe vivere così. E allora la mente vola all’inseguimento di cieli azzurri, mari sconfinati, prati verdissimi, silenzio, pace; fuggono liberi e felici i pensieri in una dimensione senza tempo, si sciolgono nell’incanto di un tramonto, sfiorano cime innevate e accolgono il piacere del sole sulla pelle.
    Poi, il trillo di un telefono ci riagguanta bruscamente alla dura realtà. E’ la fine dei nostri sogni. Eppure, quella sensazione resta dentro di noi. Soltanto un pensiero, una tentazione che non si realizzerà mai, un piccolo segreto con noi stessi che ci consente di sperare.
    Fuggire, fuggire veramente, non risolve i problemi: è soltanto un modo di scansarli e crearne di nuovi e diversi. Il pensiero che sia possibile farlo, però, consente di rendere l’esistenza quotidiana meno opprimente.
    Fuggire dal labirinto dello stress è però possibile, poiché non dipende soltanto dalla realtà in cui siamo immersi, ma soprattutto da noi stessi.
    Accantonando “i tempi previsti”, le rincorse alla vita, è necessario recuperare un equilibrio nel presente.
    Magari iniziando a comportarsi “come se” in qualsiasi momento della giornata si possa abbandonare tutto.
    Non sarà, così, difficile uscire prima dal lavoro per tornare a casa a giocare con i bambini, a conversare con la moglie o con il marito, o in libreria a comperare un bel libro o in un negozio ad acquistare un paio di scarpe, o dal parrucchiere.
    Non sarà altrettanto difficile non preoccuparsi troppo dell’erba ormai alta del giardino o dell’ordine maniacale, perfetto della casa: perché avremo finalmente trascorso un po’ di tempo, piacevolmente, tranquillamente.
    Il nostro carcere ce lo costruiamo noi giorno dopo giorno: le costrizioni nascono dal proprio intimo, da messaggi di cui ci siamo appropriati ma che non ci appartengono. La libertà, infatti, non è fuggire lontano, ma avere la possibilità di scelta.
    La fuga non è l’unica soluzione: piuttosto, lo sono la conquista delle proprie libertà nel presente, nella vita quotidiana, la capacità di considerare che la vita è unica e che si ha il dovere di amarsi per potere amare gli altri.
    Ciascuno di noi può inventare nuove modalità per fare le stesse cose senza subirle. E, allora, proviamo ad utilizzare il verbo “voglio”, anziché “devo”. Abbiamo la libertà di decidere attimo per attimo come vivere la nostra esistenza. E’ l’atteggiamento mentale che deve modificarsi e, conseguentemente, anche il modo di agire.
    Potremmo anche ribaltare il concetto: agire in modo diverso consente di modificare l’atteggiamento mentale. In che modo? Iniziando a riflettere sulla vita: non è una lotta ma un’avventura. Noi siamo i protagonisti, solo noi abbiamo la possibilità di decidere se vivere appassionatamente o come vittime, lamentandoci in continuazione. La nostra vita dobbiamo “cucircela addosso”, adattandola al nostro modo di essere, alla nostra dimensione, alla realtà a cui crediamo. E abbandonando modelli, schemi, stili dai quali vorremmo soltanto fuggire perché non ci appartengono.

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    • Concordo. La fuga non risolve. È un atteggiamento, non solo mentale, che dobbiamo conquistare. Magari un cambio di lavoro (o semplicemente un suo ridimensionamento) sarebbe un primo passo. A me lo sconforto prende perché non vedo più “la luce in fondo al tunnel”. Perché un cambio sembra impossibile. Perché le situazioni si ripresentano. Ma è vero, il primo passo scatta dentro.
      Oggi è sabato e riesco a dirlo.
      Lunedì non sarò in grado di fare nulla se non l’automa.

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    • Io ci sto pensando a chiedere il part-time, ma non potrei chiederlo certo al 50%, dovrei chiederlo al 75% che, considerato la lunghezza del viaggio, sarebbe più il danno che il vantaggio. Ho pensato a quello verticale, per avere magari un giorno a settimana, e forse questa è la soluione migliore, ma ci sto ancora pensando su per altri motivi.

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    • Per un periodo ho avuto il part time verticale con venerdì libero (ci mettevo un’ora e mezza ad andare ed altrettanto a tornare…unica soluzione possibile)
      Non è durata. L’azienda non era affidabile.
      Ma su azienda seria potrebbe funzionare!!

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    • Carissimo Fausto, intanto benvenuto. Ho letto tutti i tuoi interessanti apporti, di cui ti ringrazio. Purtroppo non posso risponderti diffusamente come i tuoi interventi meriterebbero perché per l’appunto (tema del post!), la mancanza cronica di tempo – e di altro sostegno – mi sta uccidendo, ma sappi che ho letto e apprezzato tutto e spero che ci darai l’opportunità a leggerti ancora! 🙂

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  3. Non è che ti fanno male le ferie….è che hai un po’ di tempo per stare con te stessa e pensare…..è questo che ti fa male! Ora Sissi è grande….cerca di pensare un po’ di più a te stessa, sei l’unica che può farlo….e te lo devi!

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    • Non è che mi fa male pensare, quanto affrontare la montagna insormontabile di arretrato che si è creato in mia assenza, particolarmente gravoso in quest’italia in cui la burocrazia ci fagocita, e considerando che andremo in pensione a settant’anni, e che fino ad allora comunque siamo sommersi pure da carte e adempimenti burocratici, ma davvero, ma che campiamo a fare. Parlo per me ovviamente, mi sento divorata.

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    • Letto, riporto qua la risposta già data da te:

      Hai colto il punto, soffro d’eccesso d’assennatezza e senso del dovere cronico e con recidive autolesionistiche (prima il dovere, poi, molto poi, io), una sindrome che mi sta uccidendo.

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  4. Cara Diemme,
    apparentemente ci sono persone costrette dalla loro forza e indipendenza ad essere un po’ destinate alla solitudine nelle difficoltà. Credo di conoscere bene questa sensazione che a tratti fa sentire forti, a tratti suggerisce il formarsi di lacrime quasi inconsolabili.
    Con il tempo credo di aver intuito che queste persone non amano le false consolazioni, né la resa al loro destino.
    Ma se queste persone pensano di essere sole quando stanno male, si sbagliano. Anche se a tratti può non sembrare così scontato, la vicinanza più profonda è quella che mescola rispetto, riservatezza e abbracci.
    E quindi io ti abbraccio.

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    • Riesci sempre a penetrare a fondo i miei sentimenti, e non è un caso, di fronte al tuo di superlavoro e superstanchezza ho avuto spesso la sensazione di stare nella stessa barca. Con “questa sensazione che a tratti fa sentire forti, a tratti suggerisce il formarsi di lacrime quasi inconsolabili” mi hai colpita e affondata e no, non amo le false consolazioni, il “vedrai che andrà tutto bene”, “tu sei una donna forte”, che anzi fungono da sale sulle ferite.

      Il tuo “ti capisco”, reale e sostenuto da osservazioni che colgono il segno, è la vera consolazione e la vera cura. Grazie ❤

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    • Quando con le proprie parole si riesce a portare un po’ di conforto, diamo un senso più vero alla nostra esistenza. Quindi anche da me fluisce un bel Grazie. Speriamo si avvicini una domenica più serena. 🙂 ❤

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  5. Carissima Diemme,
    ti ringrazio dal profondo del cuore.
    Non è facile riconoscere il respiro profondo della speranza che trascende la provvisorietà o l’oscurità del quotidiano. Spesso il futuro intimorisce o quantomeno preoccupa. Eppure, la vita si distende nella ferialità, nel succedersi instancabile di piccoli avvenimenti, di speranze nuove, una successiva all’altra.
    Nella consapevolezza dei giorni, si illuminano gli abissi dell’anima, si alimentano di colori mai visti, di promesse coltivate, di parole gelosamente custodite nel silenzio: chi ha visto sorgere il sole può sperare, anche in piena notte, che l’indomani torni a brillare il giorno.
    Coraggio!
    Ti stringo forte con un abbraccio.

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    • Se mi preoccupasse il futuro probabilmente significherebbe che sono giovane e invece no, ti assicuro che non mi preoccupa affatto, probabilmente semplicemente perché non ho neanche più la forza di preoccuparmene: il futuro è nelle mani di Dio, sarà quel che sarà.

      Viviamo in una nazione della quale dicono ci abbia rubato il futuro, ma la realtà è che ci ha rubato anche il presente, e quello ci preoccupa di più, tanto che il futuro, al momento, ce lo fa accantonare come problema secondario.

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  6. Cara Diemmuccia mi piange il cuore a sentirti così. Ho già fatto, e me ne sono pentita e non lo voglio rifare, l’errore crudele di non vedere il momento o il lato debole di un’amica di solito “forte”, e ho capito quanto è doloroso essere quella che non ha mai diritto di appoggiarsi. Non ti preoccupare, lo puoi fare, sarai capita.
    Mi viene da pensare che il tuo problema sia non tanto quello di un part-time, che diminuirebbe le tue entrate: il che non è bene con una figlia che studia e la vita che costa sempre di più, ma soprattutto ti segnerebbe addosso la croce di quelli che, se c’è da licenziare qualcuno, vengono considerati per primi… No, secondo me dovresti cercare di cambiare casa, spostandoti se possibile più vicino al lavoro, ma se no almeno vicino a una metropolitana, il che ridurrebbe drasticamente i tuoi tempi di percorrenza, ti consentirebbe di arrivare alla metro a piedi e faciliterebbe le cose pure a Sissi.
    Credimi, ci sono zone ottimamente collegate anche se non centrali, che non sono particolarmente costose (v.le Ionio, Appio-Tuscolano, e simili).
    E poi dài, vienici alla mia festa, anche se fai un po’ tardi non importa!
    Cytind

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    • Guarda, la diminuzione delle entrate oggi sarebbe l’ultimo dei miei problemi, visto che sono una persona assolutamente sobria e minimale, idem mia figlia. Il problema sarebbe semmai un domani con la pensione, perché se davvero arriveranno a darci il 50%, con il 50% di un part-time non riuscirei a vivere neanche in maniera parca e moderata. La soluzione invece del cambio casa è assolutamente impraticabile, in quanto io cambio sede di lavoro in continuazione, e per la maggior parte di esse la metro non risolverebbe: insomma, ho da mori’.

      Per quanto riguarda la tua festa, non solo, potendo, verrei con il massimo piacere (e non voglio neanche che tu pensi che io non abbia in tutti i modi tentato e cercato di organizzarmi in proposito), ma ne sento pure il bisogno: uno svago, una festa scicchettosissima, tanta bella gente da conoscere o da rivedere, un contesto delizioso, etc. etc. etc., sarebbero per me un’iniezione di salute ma, purtroppo, contro la forza la ragion non vale, godermi un po’ la vita in questo momento è un’attività al momento proibita, impraticabile, off-limit (però il regalo te l’ho fatto, perché non c’incontriamo stasera così alla festa già lo potrai sfoggiare? 😉 )

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  7. Mi spiace per questo tuo malessere che, direi, in tanti abbiamo provato in vari frangenti della vita. Quando ci avvitiamo tra lavoro e doveri familiari, anche a largo raggio,rinunciando a questo è quello, rischiamo di restarne schiacciati.

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    • E’ esattamente quello che sta succedendo, e non riesco a uscirne… non posso aspettare di avere settant’anni, sempre ammesso che ci arrivi, per avere un po’ di tempo per me!

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    • Non sono sicura sia quella la soluzione, spesso e volentieri il problema siamo noi, e ovunque andiamo finiamo per ricostrire la medesima situazione mettendo in atto identiche dinamiche (hai letto “Il fu Mattia Pascal”? Se non l’hai letto te lo consiglio, ne vale la pena!).

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    • Sul fatto che il problema possa risiedere in noi stessi e si tenda a ripetere ovunque le stesse dinamiche, sono pienamente d’accordo. Cambiare aria però può dare l’occasione per indagare meglio questo aspetto e imparare a lavorarci su. Oltre a lasciarsi alle spalle per sempre qualche “simpatico elemento”!

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