Se me lo volessi dire

Il tempo passa, la situazione precipita, e tra un po’ non ci sarà più tempo per farle quella domanda che è ferma qui nella strozza.

Ha cambiato atteggiamento, oramai da anni, esattamente poco dopo quel momento in cui, tra le lacrime, mi ero rassegnata al fatto di essere orfana, nei fatti se non nella teoria.

Ha cambiato atteggiamento e mi ha spiazzato, obbligandomi a fare la figlia, nella pratica se non nei sentimenti.

E’ cambiata, dopo aver agito tutta la vita come la mia nemica numero 1, dopo aver preso come una missione di vita il distruggere praticamente tutto quello che costruivo o tentavo di costruire, e dopo avermi costretto, per la vita, a una vita in solitudine e non mia.

Pentita?

Non lo so, non me lo ha mai detto, e la domanda nella mia testa è martellante. Tante volte là, davanti a lei, a tu per tu, avrei avuto voglia di chiederle “Ma ti sei mai pentita di quello che mi hai fatto?” e soprattutto, chiedo a me stessa, se l’avrà mai capito.

Mi sfogo di questo con una mia amica che osserva che forse, a fronte della mia tanta voglia di chiedere, ci potrebbe essere una sua tanta voglia di dirmelo.

Ma non ce la faccio, cioè, finora non ce l’ho fatta, mi sono ricacciata la domanda in gola mille volte, e ora che la sua mente è persa nel nulla probabilmente non sarebbe neanche più in grado di rispondermi, persino di capire di che cosa mai io stia parlando.

Piange, mortificata del suo stato, e io la guardo pensando: “Chissà se ancora potrebbe rispondermi, chissà se in fondo al suo cuore c’è qualche parola per me”.

E poi deglutisco, ancora una volta, e ringoio per l’ennesima volta la domanda, fino a che, un giorno, non potrà che rimanere là per sempre.

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29 thoughts on “Se me lo volessi dire

  1. Ma ce n’è davvero bisogno? Che te lo dica chiaramente intendo….ho sempre pensato, e detto, che personalmente ritengo molto più validi i fatti delle parole, ora il suo atteggiamento perché mai sarebbe cambiato se non perché si fosse resa conto di aver sbagliato? O perlomeno che il suo atteggiamento non fosse giusto……A volte le parole non servono, volerle per forza potrebbero solo ferirla per farle ammettere il proprio errore, lei lo sà….e tu lo sai, e il suo cambiamento lo prova, lo sò che sarebbe una soddisfazione sentirselo dire, ma, a questo punto…..pensi sia davvero necessario?..

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    • Sì, sarebbe necessario, io ne ho bisogno e il suo cambiamento non significa niente, anzi, significa solo che si rende conto che non ha più il coltello dalla parte del manico e che ha bisogno: è questo che l’ha fatta cambiare, il bisogno, non la consapevolezza di avermi massacrato.

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    • Io sono d’accordo con Silvia. Mi sembra di capire che sia la tua rabbia a volere una risposta… Una volta ottenuta, come ribatteresti? O vuoi sentirti soddisfatta solo così?
      Però mi rendo anche conto che devi aver sofferto parecchio e quindi non posso avere un opinione. So solo che siamo noi a decidere come affrontare la vita, a prescindere da quello che ci hanno fatto le persone che amiamo. Per anni ho incolpato mio padre di avermi tarpato le ali e resa la persona più insicura e controversa del mondo. Ora mi rendo conto che è stata tutta una scusa…

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    • Non ho sofferto “parecchio”, ho sofferto “troppo”, quello che mi ha fatto mia madre non solo mi ha reso un fantasma nella mia vita, ma praticamente anaffettiva: un cuore per battere deve essere fatto di tessuto elastico, il tessuto cicatriziale non riesce a espandersi!

      Senza entrare in particolari, non parlo di torti “psicologici”, parlo di fatti concreti, anche danni fisici. Quando sull’autobus la tizia zen (quella del libro) ha attaccato con la solfa che devo recuperare il rapporto con mia madre mi sono chiusa a riccio, e quando l’incontro ora faccio finta finché posso di non vederla: non è un vaso che ce la faccio a scoperchiare, non è un dolore che potrò mai superare. Io posso solo obbligarmi, fisicamente, a comportarmi da figlia, punto.

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    • Anni fa mio zio la rimproverò di quello che mi aveva fatto (ero già abbondantemente adulta e persino già con figlia grandicella), e lei scoppiò a piangere dicendo che non avrebbe potuto fare altrimenti, non poteva, proprio non poteva. Credimi, non ha capito un piffero, se l’è sempre raccontata e, se oggi fosse in grado, se la racconterebbe ancora. In aggiunta, io ho fatto sempre la parte della brutta persona per i miei sentimenti negativi nei suoi confronti, e le metto a carico pure questo.

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    • Non avrebbe potuto fare altrimenti? Che risposta strana… Come se avesse in mente un progetto ben preciso. Ma anche lei ha subìto qualcosa di brutto nella sua infanzia? Mah…

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    • Lei ha avuto la sua brutta storia, peggiorata anche dalla guerra e dalle persecuzioni razziali, ma è stata una figlia (di fatto adottiva) molto amata. Devo dire che si è sempre sentita un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro, ma non mi pare un buon motivo per massacrare una figlia.

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    • Se sei certa di questo allora chiediglielo, almeno ti togli il pensiero…..mi sembrava di ricordare che fosse cambiata ancora prima di star male, e che stravedesse per Sissi….per questo ho parlato così…..

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    • E’ cambiata quando ha iniziato ad aver bisogno. E’ tornata come prima e peggio di prima quando lo stato di bisogno sembrava esssere stato un falso allarme. E’ ricambiata quando ha ricominciato, per malattia, a riavere bisogno.

      Sì, adora Sissi, e l’unica cosa buona che ha fatto nella mia vita è stato occuparsi della nipote ed essere per lei, come Sissi la definisce, un angolo di fiaba, una nonna da cui ha avuto la serenità che noi genitori, tra una lite e l’altra, non le riuscivamo a dare. E infatti non dico che sia una cattiva persona, tutt’altro, la sua era una guerra personale con me.

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    • Davvero strano come comportamento, quando si adora una bambina o una ragazza è anche il voler riconoscere il buon lavoro fatto dalla madre (nel tuo caso)….quindi è una contraddizione.. e poi quella frase detta al fratello non è per niente chiara, capisco la tua rabbia, data anche dal non riuscire a comprendere le motivazioni, se poi ce ne sono. Tu stai facendo la figlia (dici per dovere….ma in tanti momenti la tua preoccupazione tradisce che in realtà non si tratta solo di questo), lei ha fatto la nonna, ma non ha mai voluto essere una madre con te, ha sbagliato in questo e credo che lo sappia bene nonostante tutto, perché tu comunque hai sempre fatto la figlia….

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    • Non era il fratello, ma il marito della cognata, là presente, che a sua volta rincarò la dose facendo presente che sua madre si era trovata in una condizione ben peggiore, oltretutto vedova, e si era comportata in maniera ben differente. Entrambi le tuonarono addosso che non è che non aveva potuto, ma non aveva voluto!

      Lei scoppiò a piangere, e sostanzialmente smise di frequentarli, anche se i motivi ufficiali furono altri: a questo punto, a che serve chiederle qualcosa? Non ha mai capito niente, e non ha voluto, infierire contro di me è stato il divertimento della sua vita, lo sfogo di tutte le sue frustrazioni.

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    • Fatto da chi avrebbe dovuto proteggerti e sostenerti è davvero ingiustificabile…. e questo tuo essere comunque figlia in tutto cio di cui ha bisogno ti fa onore 🙂

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  2. Sono d’accordo con Silvia. Aggiungo che non sentirai più la necessità di domandarle se “è pentita ” solo quando nel profondo del tuo cuore l’avrai perdonata veramente per tutto quello che ti ha fatto.
    Perdonare veramente significa volere solo ed unicamente che lei stia bene….e tu mi sembra che stai facendo il tuo dovere di figlia anche se in te non c’è trasporto di sentimenti . Mi colpisce la frase detta a tuo zio…..forse non conosceva un modo migliore per educare ed amare una figlia. Io da adulta ho capito che l’educazione repressiva di mio padre dipendeva dal modo con cui era stato educato a sua volta. Non sapeva e non riusciva a fare diversamente.

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    • Io voglio unicamente che lei stia bene, ma non è perdono, e non è un sentimento da figlia a madre, solo da essere umano nei confronti di un altro essere umano. La frase detta a mio zio? Lei è una donna vecchio stampo, di quelle miti e sottomesse, sempre convinta che non ci sia altra strada, se l’altra strada comporta un prendere una decisione, avere un minimo d’iniziativa. La stessa risposta la diede all’epoca dei fatti, quando persino il prete (intendo proprio prete, il mio insegnante di religione nella scuola statale) intervenne per farla desistere.

      Non si tratta di educazione repressiva, quella potrei capirla, si tratta anche di un rifiuto mostrato fin dalla nascita (arrivò a minacciare mio padre “o me o lei!”).

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  3. Mi spiace per questa situazione e ancor di più mi spiace doverti dire che no, non capiscono. Forse anche sì, ma fanno finta di non capire, magari sperando che noi figlie certe cose le dimentichiamo. Ma come si fa a dimenticare? Onestamente io ho perdonato tante volte (e sono stata anche perdonata perché se arrivi all’esasperazione, finisci col dire cose che pensi ma che non vorresti dire), ormai non chiedo più nulla.

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    • Anch’io non chiederò più nulla, e anch’io sono convinta che no, non capiscono.
      Ieri comunque a tavola è capitato il discorso, c’era mia figlia, gioiosa più che mai, e a vederla così euforica ho osservato che il vederla felice lenisce, sia pure in minima parte, il mio dolore. Minimo, perché con tutta la gioia che mi dà crescere una figlia felice, la mia di ferita rimane aperta, e non ha mai smesso di sanguinare.

      Ha voltato la testa dall’altra parte, forse imbarazzata, forse pensando “Ancora? Che palle, ma quando finisce?”. O forse voleva dire che tornando indietro non si comporterebbe più in quel modo, ma ora che fare?

      Sì, chiedere è inutile, anche perché è sempre stata una persona sostanzialmente incapace di chiamare le cose col proprio nome, figuriamoci ora!

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  4. Le strade seguono un percorso che non è facile da indirizzare perché sono fatte di tanti piccoli tratti apparentemente disgiunti, ma la loro somma porta in un luogo molto distante da tutti gli altri. Anche le svolte dalla strada maestra ci possono essere, ma, se posizionate alla fine del percorso, non possono veramente cambiare il luogo dove siamo finiti.
    Per cui l’unica cosa che possiamo fare è esserti vicino con affetto.
    In fondo, credo sia la legge fondamentale dell’esistenza umana, il nostro operato come persone si misurerà sempre molto di più per l’efficacia del nostro ruolo come genitori, rispetto a quello più facile e difficilmente influenzabile di figli

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    • Non basterebbe un sì, dovrebbe dirmi “ho capito che…” seguito da tutto quello che avrebbe capito. Un semplice sì potrebbe essere fasullo, una specie di tributo al “quieto vivere” o, in questo caso, piuttosto al quieto spegnersi.

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  5. Dopo la morte di mia madre, ho dato io stessa delle risposte a domande che non le ho mai fatto. L’essere libera dal legame, dai meccanismi inceppati che regolavano il nostro rapporto, mi ha aiutato ad aprire gli occhi su tantissime cose. Ma se trovi il coraggio di chiedere, è sicuramente meglio!

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    • Il coraggio non lo trovo, o forse semplicemente la voglia, ma diciamo che il discorso è stato sollevato mille volte in passato e no, non c’è verso che capisca. Mia madre è di fatto una che se la racconta, potremmo dire una manipolatrice ma verrebbe interpretato male, non è certo una grande stratega che manovra le folle, piuttosto una piccola donna debole che si aggiusta la realtà alterandola ed edulcorandola per poterci convivere e poterle sopravvivere: ecco, è una photoshoppatrice della vita.

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