Ma che ci state a fare nei gruppi?

Ce l’ho sempre con fb, cioè no, ce l’ho con l’uso che ne fa certa gente.

Cioè no, non ce l’ho con l’uso di fb, ce l’ho con certa gente che urla al mondo un suo problema o una sua decisione magari drastica ma ammette come replica solo “Bene, bravo, 7+!”: ma se non accettate il contraddittorio, e parlo di un contraddittorio educato, magari pure motivato da premura nei vostri confronti, che li scrivete a fare i post pubblici? Magari la prossima volta, se avete di questi problemi, invece di scrivere il post su fb, in un gruppo magari di 8000 persone che leggono, scrivetelo su un foglio di carta e mettetevelo in un cassetto, così nessuno vi critica, non vi pare?   👿

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16 thoughts on “Ma che ci state a fare nei gruppi?

  1. Continuo a chiedermi perché urlare ai 4 venti le proprie vicissitudini. E perché scegliere di farlo e poi non accettare le opinioni, pro o contro che siano! Me lo chiedo, ma lascio cadere nel vuoto la domanda. Anche perché l’essere umano è troppo complesso per me, e non ho abbastanza energie per capire me, figuriamoci gli altri 😁😁😁😁

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    • Per carità, io non ho nulla contro il gridare le cose ai quattro venti, in fondo sono una blogger e, mettiamola così, una socievolona, estroversa ed espansiva, quindi figurati se ho qualcosa da ridire su chi comunica, è solo che chi urla le proprie vicissitudine ai quattro venti non può pretendere che gli altri si tappino bocca e orecchie (che poi, se lo facciamo, siamo dei cinici che abbandonano al suo destino un poveraccio che urla al mondo il suo dolore e il suo bisogno di aiuto).

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    • Sono d’accordo, anche se vedo Facebook in modo diverso dal mondo dei blog. Se pubblico un mio pensiero su Facebook, sono consapevole che nel giro di una frazione di secondo quel pensiero verrà da tutti i miei numerosi amici, e magari, qualcuno di questi, lo condivide pure sulla sua bacheca a disposizione sei suoi amici. Insomma, nel giro di mezzo minuto il mio pensiero è stato letto da minimo 2000 persone, di cui 1800 a me sconosciute…

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    • Beh, col blog è pure peggio, qui non si può scegliere la platea!

      Cioè, io la persona che mi ha ispirato il post la capisco pure, ma penso che non dovesse esprimere il pensiero nel modo giudicante e condannante in cui l’ha espresso. Mi spiego meglio: una persona decide, per motivi che possono sembrare meramente estetici, di sottoporsi ha un intervento che ha notevoli controindicazioni. Interviene una persona del gruppo ed esprime la sua perplessità in quanto, guardando la foto pubblicata, la persona non sembra assolutamente averne bisogno e insomma, prima di procurarsi un danno con le proprie, mani uno ci pensa dieci volte, non vi pare?

      Interviene questa terza persona, sostenendo che se uno decide di fare un passo ha le sue buone ragioni, e basta con questo dovere sempre dare spiegazioni a tutti ed essere giudicato, e che la gente di qua e di là e blablablà e blablablà, non la finiva più! Ma insomma, se voi vedete, che so io, una persona con una bella capigliatura che scrive su un social che si vuole fare un trapianto di capelli per risolvere il suo problema, e che quel trapianto, che so io, magari comporta pure trasfusioni e le trasfusioni lo sappiamo che presentano dei rischi, ma voi non le chiedereste come mai ha deciso per l’intervento visto che non sembra averne bisogno? Oppure dobbiamo leggere supinamente quella con la quarta di reggiseno che si vuole fare la mastoplastica adduttiva, quella che vive da sola in una casa di 200 mq e si vuole coprire di debiti e vendere un rene per passare a una di 300, e non commentare niente, non chiedere, non esprimere stupore o perplessità di alcun tipo? Ma allora che ci sto a fare in un gruppo e, soprattutto, che ci sta a fare lei? Scriva i suoi pensieri su dei post-it e se li attacchi sul frigorifero coi magneti! Nella fattispecie l’autrice del post è innocente, è stata una commentatrice ad aggredirne un’altra che aveva osato esprimere i suoi più che legittimi dubbi. Che poi è vero, uno alla fine è pure stufo di sentire sempre le stesse osservazioni, ma si deve fare una ragione che fa parte del gioco.

      Io, quando mi lamento del disordine di mia figlia, so che sentirò sempre la stessa sfilarata di consigli e giudizi, che vanno dal “tu la stanza sua non la fare”, “non la fai uscire finché non ha messo a posto”, “le togli la paghetta”, “spegni il router”, e tu rispondi punto per punto fino a che, rassegnàti, non t’invitano a portarla dallo psicologo e infine concludono che è colpa tua che glielo permetti. Se poi parliamo del padre si ricomincia col “tu non farlo entrare” e si recita tutto il rosario (che pure questo finisce con “è colpa tua che glielo permetti”): a volte penso che l’unica per non mangiarsi il fegato sarebbe frequentare sempre lo stesso gruppo di persone che già sanno tutta la storia così eviti lo stesso eterno botta e risposta, ma su un social, in un gruppo di migliaia di persone cui se ne aggiungono continuamente di nuove, questo è pressoché impossibile.

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    • Mah… che dirti… non perdere il tuo tempo prezioso dietro a queste ca@@ate, è il mio piccolo e insignificante consiglio. Anche perché è un tira e molla che non sembra porti a niente di costruttivo.
      😘

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    • Ma io sono un animale sociale, io della gente mi beo! In certi gruppi poi ci sono tante testimonianze di vita, io le trovo coinvolgenti e anche, come dire, istruttive da un punto di vista esistenziale.

      Io credo che davvero se conoscessimo a fondo ogni persona non potremmo far altro che amarla (per questo certe conoscenze le rifiuto a priori 😉 )

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    • Ok, capito tutto. E in effetti è la stessa cosa che accade anche qui coi blog. A me piace interagire con le persone più qua che su fb.
      Buon fine settimana Diemme!

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    • Anche a me piace più il blog che fb, lo ritengo uno strumento a più ampio respiro, e poi dà l’opportunità di interagire con più persone, ed eventualmente in modo anonimo (non perché uno abbia scheletri nell’armadio, ma per questione di privacy propria e indirettamente altrui).

      Buona domenica a te, cara Mapy 🙂

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  2. TASTOMATTO

    di Fausto Corsetti

    Carta profumata, bigliettini con disegni, frasi che davano spazio ai sentimenti. Oggi, invece, le emozioni passano attraverso i tasti, poco cambia se del cellulare, smartphone o del computer.
    Dalle lettere che coprivano lunghe distanze impiegando giorni e giorni per giungere a destinazione, alle e-mail che ci arrivano qualche attimo dopo l’invio, alle chat o agli sms tramite i quali ci si può scrivere avendo una risposta nel tempo necessario per scriverla.
    Anno dopo anno si son fatti meno auguri a voce e per telefono e anche per e-mail; e tantissimi via social network, magari “urbi et orbi”. Ci sono stati meno incontri anche brevi per salutarsi. In compenso, nei momenti in cui si riusciva a tirare il fiato, si andava online. Per scambiare due chiacchiere con qualcuno che non fosse un cognato; per fare battute sugli ultimi strani eventi italiani; per rincuorare tutti, a metà pomeriggio del 25 dicembre, con dei “forza e coraggio” a sindrome influenzale galoppante. Poi magari ci si è visti con gli amici. I soliti. Non quelli, magari centinaia, che abbiamo su Facebook. E che stanno portando la parte “più evoluta” del pianeta, insomma i milioni e milioni di Facebook, quelli di Twitter e gli altri, a ridefinire il concetto di amicizia. Non più legame affettivo e leale tra affini che fa condividere la vita e (nella letteratura classica) la morte. Assai più spesso, un contatto collettivo. Non più una frequentazione continua fatte di serate, discussioni, reciproche consolazioni. Casomai, un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che quando va bene hanno incrociato i propri sguardi due volte…
    Tempi di “social networking”: l’amicizia si sta evolvendo, da relazione a sensazione. Da qualcosa che le persone condividono a qualcosa che ognuno di noi abbraccia per conto proprio. E non è poi raro che, dopo certi pomeriggi domenicali passati a chattare, ci si senta non appagati, guarda caso, lievemente angosciati e col mal di testa.
    In tanta pantagruelica abbuffata di parole la comunicazione e il modo di scrivere sono lentamente e inesorabilmente cambiati.
    Ci siamo tutti impoveriti nel linguaggio. Un buon discorso fatto fra due o più persone, nel passare da vocale a scritto, ha perso tutto il fascino di una tranquilla chiacchierata tra amici: non ci si guarda più in faccia per dirsi qualcosa ma si rimane incollati a schermi e schermucci a “pestare” o “lisciare” una tastiera, aspettando una risposta dall’altro.
    Guardarsi negli occhi mentre ci si parla è importante perché lo sguardo rispetto alle parole esprime meglio i concetti, i sentimenti, gli stati d’animo. E’ troppo comodo mascherarsi dietro uno schermo ed esprimere ciò che si pensa piuttosto che affrontare la conversazione a viso aperto.
    E’ innegabile d’altro canto che questo sia uno strumento comodo e veloce per comunicare e trasmettersi informazioni o materiale, ma – come tutte le cose – anche questo deve essere adoperato nel giusto modo perché risulti veramente utile e non diventi un alibi, un paravento dietro cui nascondersi per paura di affrontare l’interlocutore faccia a faccia.
    Da tutta la tecnologia che ci “avvolge” e continuerà ad avvolgerci non trarre beneficio sarebbe forse poco intelligente, l’importante è usarla con raziocinio e quando realmente serve, e non per pigrizia o altro; ci deve aiutare a semplificare le cose non a renderci più pigri; avari persino nella possibilità di scambiarsi uno sguardo.
    Anche una mano che accarezza, se non è accompagnata da uno sguardo che sostiene e che avvolge, non è efficace e convincente. Sono infinite le parole che possiamo scrivere o pronunciare , ma solo poche quelle che restano, che riescono ad abitare le stanze interiori del cuore.
    Dimenticavo… tasto: “invia”!

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    • Io credo che dovremmo riprendere a scendere in piazza, stavolta non per protestare, ma semplicemente per ritrovarsi e stare insieme.

      Simpaticissima e arguta lo chiosa finale 😉

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