Archivio | 3 aprile 2017

La sindrome dell’arto fantasma

arto_fantasma

Come quei genitori che continuano ad andare a prendere a scuola i figli che non ci sono più, come la moglie che mette a tavola il piatto di minestra per il marito in guerra, così continua nella mia mente il dialogo solitario con te.

Non che ci siano stati chissà che cambiamenti, né ti farò ora quella domanda che mi è ferma qui nella strozza, ma ecco, pensavo che di alcune cose mi sarebbe piaciuto discutere con te.

Il ritorno di *********, quello inaspettatissimo di *****(***********************), *****, la vicinanza ad **** nei momenti del terremoto e ora… ora **************** che, […OMISSIS…].

Tre di queste persone mi hanno pure chi detto e chi scritto in maniera esplicita, assolutamente a sorpresa: “Sei una persona meravigliosa”. Parlo di persone con cui ci si era lasciati a brutto, bruttissimo muso, tra male parole e persino minacce di denuncia, eppure…

Inutile dirti che questo lascia aperta la porta alla speranza, e alla domanda che mi ero rassegnata ad abbandonare, “Perché se n’è andata?”, ora se ne va sostituendo un’altra, “Perché è tornata? E da dove scaturiscono quelle parole, dopo avermi forse odiato, senz’altro abbandonato, da dove nasce quel “sei meravigliosa”?”. Non che mi dispiaccia, tutt’altro, ma ci sono delle dinamiche che mi sfuggono totalmente.

Ecco, di questo avrei parlato con te.

E il dolore della nostalgia, che da una parte aumenta lo smisurato disprezzo per la pdf, dall’altro addolcisce lo sguardo critico con cui mi guardavo attorno prima, trovando in quello che mi circonda quel positivo che tu chiedevi, e che io non è che non vedessi, ma davo per scontato, senza dunque goderne.

Roma è diversa ora, non so se ti è più capitato di venire. C’è nell’aria un nuovo entusiasmo e una nuova pulizia. Quest’anno non ho vissuto come blu, agognando il letargo, il periodo dell’inverno, rigido ma chiaro.

Ho preso con filosofia persino la bomba d’acqua che mi si è squarciata addosso, in una lontana domenica di novembre, inondandomi come un fiume in piena liberato da una diga che avesse improvvisamente ceduto. Non riuscire a ritrovarci, io e mia figlia, mi ha tolto il respiro, ma poi più forte è stata la gioia di vederci, abbracciarci, e poi il divertimento nel tentare di seminare il suo “salvatore”, che si era lanciato in un serrato corteggiamento vecchio stampo, poi la bellezza della mostra (videomostra di Van Gogh), la dolcezza del tepore del viaggio in auto, col riscaldamento acceso, che pian piano ci asciugava quell’umidità che ci era penetrata nelle ossa.

Non mi è pesato l’inverno.

Quando vedo le immagini della neve e penso al freddo mi ricordo sempre di te, che ti dichiari montanaro e a cui il freddo non fa paura.

La chiamano la sindrome dell’arto fantasma, quando chi ha perso un arto continua a percepirlo sempre presente. Non so se hanno chiaro da che dipenda, se il fatto è fisico o psicologico, ma tant’è.

Tant’è.

Dm,

lì, 10 Gennaio 2017

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