Archivio | dicembre 2016

Addio 2016, benvenuto 2017!

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Cari amici, questo strano 2016 sta finendo e meno male, ha portato tanti di quei lutti che pure una come me, che ritiene la superstizione un peccato mortale, comincia ad avere dei dubbi e a preferire tutto sommato che finisca presto, temendo persino i colpi di coda, per quanto per me questo non sia stato un brutto anno, tutt’altro.

Intanto, io che vi ho nauseato coi mille racconti di amicizie perdute, devo dire che questo è stato l’anno di grandi ritorni, ritorni importanti, storici, quasi epocali (non vi’illudete, Xavier manca all’appello!).

Ritorni in silenzio, in punta di piedi, senza scuse palesi, senza spiegazioni, ma indubbiamente palese e innegabile è stata la gioia del ritrovarsi.

E’ stato l’anno in cui è stato rinnovato il contratto per il progetto per cui lavoro, e un altro po’ di respiro ce l’abbiamo (mia madre commentava queste situazioni con un detto molto colorito: “Ogni calcio in culo tiri avanti un passo”, che direi rende l’idea).

In zona cesarini mia figlia è diventatala la figlia più attiva e collaborativa che esista: non so spiegarmi il miracolo del cambiamento, ma tant’è, tanto sorprendente quanto commovente! ❤

Le immagini che vedete sono relative a due iniziative della nostra sindaca per la notte di San Silvestro e il primo gennaio: molto apprezzate dai suoi sostenitori, disprezzate dai suoi detrattori, definite una “poracciata”: artisti sconosciuti, siamo al livello di Mario Rossi al posto di Renato Zero o Claudio Baglioni, ma a me piace quest’idea, che si faccia il passo secondo la gamba, che per divertirsi non ci sia bisogno di lussi, che gli artisti non famosi abbiano una loro occasione, e che si stia tutti insieme in sobrietà ed allgria. D’altra parte, con tutti i debiti che abbiamo ereditato, trovo che sia un comportamento estremamente responsabile tirare la cinghia e rivedere le priorità.

Ciò detto, auguro a tutti i miei lettori una gioiosa conclusione dell’anno in corso e un felice 2017, che sia animato da una nuova consapevolezza, che ci porti la voglia di rimboccarci le maniche e prendere in mano la nostra vita in maniera assertiva e costruttiva, e soprattutto con tanta gioia di vivere e tanto apprezzamento per tutto quello che abbiamo.

Auguri, buon 2017!

 

Innamorata di Virginia Raggi

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Lei ha proibito, giustamente, i “botti”, e le imprese pirotecniche hanno presentato ricorso, chiedendo una sospensiva prontamente accolta.

Certo, c’era il rischio che poi queste imprese presentassero al Comune una richiesta di risarcimento danni per mancato guadagno, ma è un po’ come dire che dovremmo essere a favore della guerra perché, se dovessero cessare le guerre, produttori e trafficanti d’armi, poverini, come potrebbero vivere?

Botti, ordinanze e decreti a parte, torniamo a bomba, alla mitica e bistrattata Virginia.

Non sono del Movimento 5 Stelle. Non sono iscritta, non sono attivista e non sono neanche simpatizzante. Anzi, se proprio devo dirla tutta, sono addirittura un’ “antipatizzante” dei pentastellati.

Quando ci furono le elezioni per il sindaco, non sapevo davvero per chi votare, ritenevo che non avessimo, vergognosamente, nessuno valido da poter eleggere. Scartato ovviamente Adinolfi, a momenti ho fatto la conta per votare, col naso tappato, cercando con difficoltà chi sembrava (e sottolineo il “sembrava”), meno peggio.

Ma al ballottaggio ci andai proprio per votare contro la Raggi, datevi una regolata. Mi pareva moscia, di una mosceria insostenibile, davvero una “bambolina imbambolata”, come qualcuno l’aveva definita, e davvero c’era il timore che fosse una marionetta di cui altri, dall’alto, avrebbero mosso i fili.

Ancora oggi, per la verità, sono in osservazione, ma devo dire che quest’avventura con Virginia Raggi non mi dispiace affatto. Aggiungiamo che i suoi boicottatori hanno espresso il peggio di sé, portandomi ancora di più dalla sua parte.

Oggi io vedo, onestamente, una sindaca che lotta – magari ancora maldestramente – per i suoi cittadini, che lavora senza sosta per questa città, e vedo una città che vuole risollevarsi, e che forse può sperare di farcela.

Vedo una città finalmente pulita (nonostante i boicottaggi e gli incidenti di percorso), e vedo finalmente gli autobus passare, e più puliti. Considerate che prima impiegavo circa un’ora e mezzo o due per arrivare al lavoro, idem al ritorno, mentre ora ci impiego mediamente un’ora e dieci, il che significa, ogni giorno, recuperare almeno un’ora di tempo, e scusate che è poco.

Vedo una sindaca sobria e infaticabile, che gestisce la città col rigore del “buon padre di famiglia”. Vedo la malafede di chi le punta il dito contro, a partire dal bilancio (forse il primo a essere presentato in tempo utile e bocciato da un organo un cui membro è indagato per bancarotta, mentre si è sempre taciuto su altri bilanci non presentati, presentati in ritardo o bocciati, pare addirittura quello di Firenze presentato da Matteo Renzi).

Vedo le buche tappate (anche qui, almeno dalle mie parti, sono stati abbastanza maldestri, con infelice scelta di giorni, modalità e orari, ma l’hanno fatto).

Esiste una pagina su fb che si chiama “Innamorati di Virginia Raggi”: io non ho aderito, mi ritengo ancora in osservazione, ma certo è che, se le elezioni ci fossero oggi, voterei Virginia Raggi.

Due paure ho: che la stronchino prima, attaccata com’è su tutti i fronti, o che cambi e s’adegui, che sarebbe ancora peggio.

Oggi la chiamano “regina di Roma”: io, per amore non suo ma della mia città, spero possa diventarlo sul serio, nel senso più positivo del termine: i romani hanno bisogno di una città vivibile, pulita, con un trasporto pubblico efficiente, e con i soldi versati al Comune utilizzati per migliorare le condizioni della città: basta magnamagna, basta ruberie!

Abbiamo bisogno di diminuire il debito di Roma possibilmente fino ad azzerarlo.

Abbiamo bisogno di chi ami Roma e romani.

(Patrizia Vivanti, 29/12/2016)

Art. 8: libertà di religione

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Art. 8
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Direi che su questo ci siamo, è un articolo che, finora, è stato abbastanza rispettato. Mi pare ci sia stata qua e là qualche piccolissima questione per eventi importanti fissati in coincidenza di festività ebraiche (francamente non ricordo quali ma, solo a titolo esemplificativo, se tu mi metti le elezioni in un giorno in cui io, per la mia religione, non posso partecipare ad attività politiche, di fatto infici il mio diritto di voto, e da qui la necessità di un dialogo più fluido con le rappresentanze delle varie confessioni religiose), ma insomma, direi che rispetto e collaborazioni ci sono stati a livello consistente e più che sufficiente.

Una piccola nota: odio la formula “tolleranza religiosa”, non c’è nulla da tollerare, trattasi di semplice, normalissimo e dovuto rispetto!

Non avendo ulteriori obiezioni, cedo il passo all’approfondimento dell’esperto, la nostra Aida Millecento:

L’art. 8 della Costituzione va preso in considerazione con altri due articoli: il n. 19 e il n. 20.
La differenza fra questi tre articoli è di tipo letterale, poichè tutti e tre sanciscono il diritto di professare liberamente una religione. Ma nello specifico l’art. 8 è un PRINCIPIO GENERALE, il 19 definisce una LIBERTA’ DELL’INDIVIDUO, il 20 un DIRITTO INVIOLABILE. I tre concetti sono simili fra loro, a livello giuridico esistono numerose interpretazioni letterali circa il significato di PRINCIPIO, LIBERTA’ e DIRITTO e nella maggioranza dei casi le scuole di pensiero sono puramente filosofiche. In termini pratici ognuno di noi può  essere libero di professare qualsiasi religione, purché questa non contrasti con le norme del nostro ordinamento. A fini esplicativi serve soltanto dire che una persona ha il DIRITTO di professare LIBERAMENTE una religione, e tale diritto è un PRINCIPIO FONDAMENTALE riconosciuto dalla costituzione.
L’art. 19 recita: “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”. Soffermiamoci sulla forma associata. C’è un implicito richiamo all’art. 2 della Costituzione, quello che sanciva “i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità“. La libertà religiosa (e il principio correlativo) sono strettamente legati alla sfera personale dell’uomo che viene considerata come quel qualcosa che consente alla PERSONA in quanto tale di crescere, formarsi, acculturarsi, essere se stesso sia come singolo (l’ordinamento parla spesso di PERSONA, non di individuo, al fine di sottolinearne la sfera spirituale, psicologica, sociale e non egoistica) sia nelle formazioni sociali (una moschea, un’assemblea di evangelisti, una riunione di testimoni di Geova, e così via). Professare liberamente una religione significa esistere come persona, avere l’opportunità di credere in un’entità astratta che prescinde dall’effettiva esistenza, con l’accortezza che i riti professati non siano contrari al buon costume (art. 19).
Continuando l’art. 20 della Costituzione, che definisce un diritto inviolabile, recita: “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività“. Ho parlato di diritto perché lì dove c’è un diritto esiste in contrapposizione un dovere da parte di un soggetto o di una comunità legato al rispetto di quel diritto. In termini più semplici io ho il diritto di essere cristiana, di andare in Chiesa e di fare i sacramenti in piena libertà. Tu Stato non puoi discriminarmi per tale motivo e tu, mio vicino di casa musulmano, ebreo, testimone di Geova, ortodosso non puoi impedirmi di professare liberamente la mia religione. Allo stesso modo io, cristiano, non posso discriminare te che sei musulmano,  ebreo, testimone di Geova, ortodosso, nè tanto meno posso impedirti di professare liberamente la tua religione. L’art. 20 fa un chiaro riferimento alla legge e non al privato cittadino, obbligando lo Stato ad eliminare qualsiasi impedimento legato alla religione che sminuisce la posizione sociale di una persona.
Bisogna fare un appunto. Un conto è la religione. L’appartenere ad un culto non deve essere causa di discriminazione. Un conto è l’avere o meno la cittadinanza italiana. Spesso si confonde il musulmano con l’extracomunitario unendo due sfere che in realtà sono diverse fra loro.
L’ultimo periodo dell’art. 8 della Costituzione recita: “I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze“. In questo caso sono da sottolineare le numerose intese stipulate fra Stato e organizzazioni religiose per ciò che concerne il riconoscimento a tutti gli effetti legali dei matrimoni contratti secondo rituali differenti rispetto al culto cattolico o al matrimonio civile. In altre parole in base all’intesa stipulata fra organizzazione religiosa e Stato italiano, il matrimonio celebrato in Italia secondo un rituale diverso ha gli stessi effetti legali rispetto al matrimonio “tradizionale”. Quindi i diritti e i doveri dei due sposi sono regolati, per quanto riguarda i rapporti civili, dalle norme del codice civile e qualsiasi questione verrà sollevata dinanzi ai giudici nazionali, sia civili che penali.

Il rimedio è la povertà

Avrei voluto evitare di riportare tutto il testo, ma ammetto che la voce del video è soporifera, quindi chi preferisce può leggere qui (fonte: http://www.globalist.it/culture/articolo/77560/il-rimedio–la-povert.html):

Troviamo utile pubblicare di tanto in tanto dei gioielli del pensiero. Questo è un articolo di Goffredo Parise tratto dalla rubrica che lo scrittore tenne sul “Corriere della sera” dal 1974 al 1975. Si trova nell’antologia “Dobbiamo disobbedire”, a cura di Silvio Perrella, edita da Adelphi. Questo articolo apparve il 30 giugno 1974, ed è straordinario. Una meraviglia di stile e di pensiero di questo autore sicuramente libero e lontano da ogni appartenenza politica e salottiera. Rappresenta per noi oggi – media compresi che non ospitano più pezzi così controcorrente – uno schiaffo contro la nostra inerzia.


«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.
Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.
Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.

Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.

Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.

Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.

I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.

La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.

Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».

Ho trovato questo pezzo citato su fb, sto andando a ricercare da dove nasce lo spunto per questa citazione. Mi pare di aver capito che sia partita da Grillo, prontamente bastonato perché lui è decisamente un ricco che vive da ricco (a partire dallo yacht che non so bene quale bandiera batta).

Questo articolo mi ha colpito molto perché lo trovo decisamente nelle mie corde. Io sono una persona generalmente molto sobria: indipendentemente dalla condizione economica (nella mia vita ho avuto vari diritti e rovesci, potrei dire di essere stata, parafrasando Manzoni, “due volte nella polvere due volte sull’altar”), non ho mai avuto grosse necessità.

Vengo da una famiglia che ha attraversato serie difficoltà economiche: qualche membro ne ha sofferto di più, altri di meno: io sono tra questi ultimi. Mia figlia sostiene che farmi un regalo è pressoché impossibile, non tanto perché io abbia già tutto, ma proprio perché non mi serve niente. Oggi poi ho un nuovo alibi per questo mio modus vivendi: l’ecologia, il bisogno e il dovere di rispettare l’ambiente, e io in questa nuova consapevolezza ci sguazzo come un topo nel formaggio.

Un mio contatto su fb ha riportato questo pezzo, e ne è nata un’accesa e interessantissima discussione: mi farebbe piacere accadesse anche qui, la vostra opinione è preziosa!

I limiti dell’opinione e della libera interpretazione

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E’ una faccenda che si discuteva addirittura con Xavier, figuratevi; questo per dirvi che, nonostante la causa scatenante di questo post sia nata oggi per uno screzio con una lettrice di nascostatralerighe, l’argomento era già stato affrontato, con me ma non partendo da me, visto che a sfogarsi con me di questo problema era stato lui: probabilmente aveva avuto modo di notare una cosa che invece io ho messo a fuoco solo  oggi.

Il fatto è questo: ci sono fatti e ci sono opinioni, e le due cose non vanno confuse. Uno non può sostenere una boiata qualsiasi dicendo che “è la mia opinione, pertanto va rispettata”: insomma, se tu dici che la Terra è piatta, non è un’opinione, è una stronzata.

Analogo il discorso per quanto riguarda la millantata libera interpretazione: se io scrivo “Mi piace il gelato”, tu non puoi dire che ho scritto che mi fa schifo la carne, e quando ti dico che hai capito male e t’invito a rileggere le mie parole non puoi insistere con la tua tesi sostenendo che “questo è come io l’ho intepretato”, perché quella al massimo può essere una pippa mentale, con o senza uso di allucinogeni, non un’intepretazione.

Ora, sulla “libera interpretazione” su fb mi ci scanno – praticamente sempre in difesa di terzi -, perché veramente, oltre certi livelli diventa una questione o di poca intelligenza o di malafede. Alcune persone sono state attaccate per aver detto cose che secondo me era impossibile interpretare diversamente, eppure non solo così è stato, ma non hanno voluto sentire ragioni (ovviamente erano in tante le persone che avevano capito correttamente e che cercavano di far ragionare il “malintenditore”, ma niente da fare, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire).

Mia madre raccontava sempre una storiella che a me sembrava solo idiota, ma adesso comincio a pensare che abbia un suo perché. La storiella suonava così:

Persona A: “Ciao!”.:

Persona B: “Mi hai detto ciao? Ma ciao fa rima con miao, miao è il verso del gatto, il gatto beve il latte, il latte lo fa la mucca, la mucca è la femmina del toro, il toro è cornuto, e allora tu brutto infame m’hai detto cornuto!”.

Ecco, ovviamente io ho esasperato storie ed argomenti al solo fine di rendere il concetto, ma certo che se io dico “Ciao” e tu capisci “Cornuto” (*) qui l’interpretazione non c’entra proprio niente e devi andarti as soon as possible a farti vedere da uno bravo!

(*) a meno che il “ciao” non sia accompagnato da qualche gesto, tipo questo, che darebbe all’interpretazione una sua ragion d’essere 😆

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