Dirlo o non dirlo?

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Sul blog di Aquilanonvedente si sta scatenando la discussione su un problema molto delicato: quando uno sta male, o semplicemente teme di star male, è giusto tenere all’oscuro la famiglia per non destare preoccupazioni, o è questo un modo per escludere i familiari che hanno diritto a sapere? Il condividere gioie e dolori non è forse l’essenza della famiglia, chiamata a dare supporto e ad esserci nel bene e nel male? Escludere la famiglia, non dico magari i figli piccoli ma ad esempio il consorte, non è forse un campanello d’allarme di una mancata voglia di condivisione? L’ “eroico” tenersi tutto dentro non celerà un pizzico di egoismo, o quantomeno di misantropia, o fosse solo voglia di solitudine?

Questi due degli interventi a favore della condivisione, il primo di lettricetecnologica, il secondo mio (potete leggere tutta la discussione da Aquila)

Sì, la discussione si è fatta interessante. Io concordo con Diemme in tutto e per tutto.
Io, da figlia e non da moglie (ma penso che il concetto non sia molto diverso) sono sempre stata in prima linea quando si è trattato di problemi di salute e non avrei voluto, né tanto meno avrei gradito,sentirmi esclusa dalle preoccupazioni dei miei.
Con mio padre ho pure dovuto prendere qualche decisione estrema in prima persona e non ho rimpianti, nemmeno di aver voluto interrompere le inutili cure.

***

Sono contenta che lettricetecnologica la pensi come me, e il punto è proprio quello: chi ha detto che i familiari vogliono risparmiarsi le preoccupazioni per i propri cari? Star vicino a un mio familiare in difficoltà non è solo un mio dovere, è anche un mio diritto, ho diritto di stare vicino a chi amo, ho diritto ad assisterlo, ho diritto a condividere le sue preoccupazioni, perché siamo famiglia, perché siamo pezzi di un unico organismo, e la cosa più brutta non è certo condividere le sofferenze, piuttosto esserne esclusi.

Io mi ricordo quando con mio padre vestii un mio amatissimo zio, oramai deceduto. Mia madre mi avrebbe “risparmiato” questo “dolore”, questa “triste incombenza”, mentre per me è stato un modo per stargli ancora accanto, per fare un’ultima cosa per lui, per sentirlo ancora più vicino. Siamo adulti, sappiamo cos’è la vita, la malattia, grazie al cielo anche la guarigione, le preoccupazioni, le attese e le speranze. Volercene tenere fuori significa amputare una parte di noi, costringerci a una vita a metà, decidere cosa dobbiamo sapere e cosa no significa solo manipolazione, significa anche presumere cosa l’altro proverà e come lo gestirà, magari non azzeccandoci minimamente.

Sarebbe più onesto dire: “Mi voglio cuccare la mia strizza da solo, senza rotture di coglioni”. Questo sì, sarei disposta a riconoscerlo come sacrosanto diritto.

Infine ho trovato questo articolo “La malattia in famiglia“, che vi invito a leggere e di cui voglio sottolineare queste parole:

[…] E poi quella di Carlo che, al contrario, ha fatto della malattia un segreto impenetrabile, mettendo in scena la commedia della famiglia felice, a scapito della possibilità, per sé e per la moglie, di esprimere i loro veri sentimenti. Pubblichiamo infine l’intervista allo psicologo Fabio Sbattella, che, in estrema sintesi, consiglia di parlare sempre, di dire tutto ai figli, di non eludere le loro domande e paure. Perché, dice, «di fronte al male e alla malattia si può sempre costruire qualcosa di buono».

E voi, come la pensate in proposito?

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30 thoughts on “Dirlo o non dirlo?

  1. Ho già espresso il mio pensiero da Aquila, sicuramente è giusto dirlo, ma quando si sa come stanno le cose, fino a quando c’è solo un dubbio da parte nostra o dei medici e ancora non si sa la natura e la consistenza del problema trovo inutile far preoccupare anche i familiari per qualcosa che si può rivelare solo una stupidaggine e solo una nostra paura. Questo perchè, personalmente, reagisco come Aquila, primo devo metabolizzare la cosa io (se il problema davvero sussiste) e poi posso parlarne in famiglia parlando già di quello che si farà in seguito. Buona giornata 🙂

    Date: Tue, 13 Sep 2016 07:59:38 +0000 To: silvia-1959@live.it

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  2. Personalmente ne parlerei con chi so che sarebbe capace di sopportare “il tutto” con calma e serenità, sarei un pochino più cauta con i familiari che conosco “ansiosi ” cercherei di prepararli prima di rivelare la verità.

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    • La penso esattamente come te. Io sono rimasta in ottimi rapporti con il mio ex marito, nonostante me ne avesse fatte di gravi, per oltre vent’anni dopo la separazione, ma quando ho saputo che aveva avuto un infarto e non mi aveva detto niente ho avuto un senso di esclusione terribile, mi sono sentita lontana più che con il divorzio, e di fatto mi sono dileguata per anni.

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    • Diciamo che parlarne con familiari ansiosi ti aumenta il carico e a volte uno, già impegnato nella propria lotta, non ce la fa a sorbettarsi pure il parente ansioso, le energie gli servono per la sua lotta, ed è giusto così.

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  3. Credo che dipendi dal carattere delle persone e dalla situazione che si vive. Ho sentito storie in cui la malattia di un coniuge ha allontanato il partner “per paura di non farcela nel sopportare le sofferenze del(la) compagn@”, e quindi forse sarebbe stato meglio tacere (o parlare ha rivelato la vera natura dell’individuo che sta a fianco). Non saprei, ma su una cosa ti do ragione. Bisogna parlare con i propri figli, anche se piccoli e incapaci di intendere e di volere. Magari in modo delicato e non crudele, con un barlume di speranza negli occhi e non con tristezza. Parlare perchè loro sono più intelligenti e più puri di un adulto e riuscirebbero a donare forza lì dove una persona grande non sarebbe capace di farlo….

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    • Ah sì, ci sono pure quei tipi di partner, ma quelli non solo è meglio perderli che trovarli ma, visto che comunque li perderai perché la malattia non è che possa essere nascosta per sempre, tanto vale ricevere la botta quando si ha ancora un’oncia di forza.

      Per i figli non mi ero espressa veramente in quel modo anzi, avevo detto che con loro forse è il caso di andarci con le molle, ma vale comunque il discorso di cui sopra, che ti vuoi nascondere, è impossibile! Mentire servirebbe solo a farli vivere in un ambiente di mistificazione, tristezza e imbarazzo senza che siano coscienti del perché.

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  4. non penso si possa dare una risposta precisa, presumo si stia parlando di malattie serie non passeggere e già questo è un pesante fardello per chi ne viene colpito, fatto salvo il fatto che malattie come il cancro si possono nascondere solo nella fase iniziale. Sinceramente mi sfuggono i mali gravi occultabili ai famigliari.

    comunque la reazione è soggettiva e dipende dal contesto in cui si vive, non sempre i malati hanno bisogno di conforto, esistono individui che non gradiscono lo status di vittima da accudire

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    • Che gradiscano o non gradiscano se uno sta male sta male, e in effetti credo che siano molto pochi quelli a cui piace farsi accudire per manifesta mancanza di autonomia.

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    • E dove sarebbe la mazzata? Tu hai detto che ci sono persone a cui non piace fare le vittime e farsi accudire, e io ho risposto che farsi accudire per inabilità credo non faccia piacere praticamente a nessuno. Manifesta significa manifesta, chi sta parlando di nascondere?

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  5. famo a capisse…

    1) il post che hai riportato fa acqua da tutte le parti, non riesco a capire quali siano le malattie gravi occultabili ai famigliari (repetita iuvant), si può nascondere solo la fase iniziale, di certo non le palesi conseguenze delle terapie o gli sviluppi

    2) un brutto male è occultabile solo nel caso in cui si è single e non si hanno rapporti frequenti con eventuali parenti

    3) qualora il male non dovesse manifestarsi esteticamente… è umanamente quasi impossibile che non si manifesti a livello emotivo/comportamentale

    4) è possibile gestirlo anche psicologicamente solo nel caso in cui si ha una forte idiosincrasia nei confronti dell’ovvio pietismo

    buona giornata

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  6. Credo che sia una decisione molto personale, anche egoistica a volte (visto che già sono preoccupato non ho voglia di vedermi intorno musi lunghi o sentire pareri a riguardo).
    Io sono un tipo che non riesce a nascondere le proprie preoccupazioni, quindi anche volendo mi sgamerebbero subito.
    Alla fine penso che sarebbe saggio parlarne quando si ha più di un semplice dubbio, perché è anche un po’ sadico far preoccupare tutti per quello che potrebbe rivelarsi una bolla di sapone.

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    • Piucchealtro potrebbe diventare una tecnica modello “Al lupo al lupo!”, per cui nessuno darebbe più credito ai gridi di allarme quando questi dovessero essere più fondati.

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  7. Assolutamente delicato è difficile, specie perché non esiste un modello standard di famiglia. Ogni famiglia e ogni persona, meno male, ha le sue particolarità è peculiarità… E una cosa molto difficile sia da viversi che da spiegarsi e non facile da affrontare…. In questi casi credo non ci debba essere vergogna alcuna di chiedere aiuto e farsi guidare nel percorso e verso la soluzione migliore analizzando caso per caso….

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    • Io credo che dipenda molto dal rapporto che c’è tra le persone… e secondo me non è mai buon segno quando non si parla a una moglie, che viene vissuta più come fringuellino da proteggere che come compagna di vita.

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    • Diciamo che qui non stiamo giudicando, perché è chiaro che ogni caso è a se. Diciamo che parliamo dei massimi sistemi, di una linea di principio, che poi va di volta in volta adattata a ogni singola realtà.

      Per esempio, io ho sempre detestato che mia madre non mi dicesse le cose “per non farmi preoccupare”, ancora non la perdono per questo, né mai la perdonerò: distante mi ha fatto sentire e distante mi sento. Accadde però che a mio padre fu diagnosticata una malattia terminale quando ero in gravidanza, e mia madre tacque per timore che un dispiacere, una qualsiasi mia reazione eccessiva potessero nuocere al feto. Ecco, lì ritengo che abbia fatto bene, ma doveva essere un’eccezione alla regola, non la regola. Mi raccontarono che a una donna di 99 anni, che si trovava in un istituto, nascosero che il figlio era morto per un infarto, ma si dà il caso che a un certo punto fu chiaro che la donna avrebbe sofferto più per le mancate visite del figlio, segno che l’aveva abbandonata, che non per la sua morte, accettata con un certo fatalismo e rassegnazione: non è mai facile, non ho mai detto che lo sia.

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