Di riappacificazioni e il troppo tempo

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Vi ho raccontato tanto di grandi abbandoni, ma ho mancato forse di raccontarvi che questo è stato anche un anno di grandi ritorni e grandi riappacificazioni: proprio vero, come diceva il buon Lavoisier, che “Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”!

Grandi ritorni, una persona addirittura dopo sette anni, un’altra dopo venti, battendo praticamente ogni record (con me almeno).

E ricordo Isabella…

“E chi è Isabella?”, diranno i miei piccoli lettori.

Isa era una mia amica del ginnasio, una ragazza dolce e cara che aveva quale dote la franchezza, non solo nel senso di sincerità nei rapporti con gli altri, ma nei confronti della vita, era una di quelle persone che non si nascondeva dietro a un dito e che chiamava le cose col proprio nome. Aveva una grossa capacità di esaminare i sentimenti suoi e degli altri e insomma, era un continuo candidamente declamare “Il re è nudo”, senza nessun problema nemmeno quando il re era lei.

Bando alle ciance, mi ritorna spesso in mente per una cosa anche piuttosto banale a ripensarci, ma che lì per lì mi stupì, perché avevo sempre pensato che un desiderio esaudito fosse un piacere, e che l’aver desiderato una certa cosa a lungo tutt’al più potesse accrescere questo piacere, e invece no: esiste un desiderare “troppo”, troppo a lungo, esiste la speranza di veder realizzare il proprio sogno troppo a lunga disattesa, e anche il desiderio ha un momento di fioritura, magari lungo, ma poi il fiore avvizzisce e non è più un fiore da cogliere a mettere in un bel vaso.

La delusione è gramigna.

Considerate, se un bambino desidera andare a Disneyland, sente tutti i suoi amici che ci sono andati, i compagni di classe che tornano dopo le vacanze e raccontano meraviglie, i cuginetti che tornano e raccontano tutti eccitati di quell’attrazione e quell’altra, e il bambino, che si deve ringoiare ogni volta quel desiderio, ci viene portato da grande, magari come regalo di diploma, non sarà probabilmente per lui un piacere: il momento è passato.

Certo, meglio quello che un calcio nel sedere, ma in nessun modo potrà essere la stessa cosa.

Isa, quando me ne parlò, si riferiva a una chitarra.

Io, invece, mi riferisco alle persone.

Vent’anni lontano, e la mia vita è passata, sono diventata un’altra, e tu un’estranea, e tutto quello che si doveva vivere insieme non lo abbiamo vissuto, e non ritornerà mai più.

Vent’anni e te ne fai una ragione, ricacci indietro l’affetto, la nostalgia, e le seppellisci per non soffrire troppo.

E il ritorno è quello di un estraneo.

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9 thoughts on “Di riappacificazioni e il troppo tempo

    • E’ quello che temo anch’io, ma non è solo questo. Secondo me una volta che si è creata la frattura diventa difficile fare il primo passo, o anche accettare se lo fa l’altro, anche se lo si vorrebbe. Ci si sente tanto nel giusto a tenere il punto, e invece io ritengo lo stare in guerra un comportamento talmente idiota, che rovina la vita stupidamente, tanto stupidamente!

      Con questo non intendo dire che si debba “abbozzare per quieto vivere”, questo mai, ma avere un po’ più d’intelligenza e un po’ meno coda di paglia aiuterebbe tanto!

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    • Scrivendo il post ho omesso di dire che ho assistito ad altre due riappacificazioni. Ho visto tanto affetto tra due persone tra cui c’era stato un fraintendimento, non so quando e come hanno deciso di metterci una pietra sopra, ma mi pare proprio che sia tornato tutto come prima.

      Ho visto invece altre due persone, di una delle quali ho raccolto fiumi di lacrime, reincontrarsi in un modo strano e insomma, credo che che un malato in coma possa pure risvegliarsi, ma i morti non risorgono. Non bisognerebbe mai essere così sciocchi da perdere l’occasione di avere accanto chi ci vuole bene anche perché il bene, per quanto grande e sincero possa essere, ha bisogno di essere alimentato almeno un po’. Se bistrattato e disatteso per anni, anni, anni e anni, potrebbe pure dissolversi nel nulla…….. “come sarcofaghi aperti al sole” 😉

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  1. Io credo che se da un lato i nostri tempi non coincidano spesso con quelli degli altri dall’altro lato i nostri comportamenti non sono sempre molto coerenti…
    😊
    Così le nostre vite diventano un complicato anagramma un abbraccio ❤

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    • Ti rimando alla risposta appena data a I Carotini: si parla di tutt’altro, ma secondo me ci può stare anche qui. Molte persone mi hanno detto che poi, col tempo, avevano capito di aver sbagliato ma non avevano avuto il coraggio di riavvicinarsi e dirmelo, non ho chiesto loro il perché. Forse perché dire “ho sbagliato”per molti è più imbarazzante di quanto possano sopportare, forse perché a esprimere affetto e desiderio di riavvicinamento si sentivano ridicoli, o forse per paura che io li sbranassi, cosa che, lo ammetto, sono piuttosto solita fare.

      Buona domenica!

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    • Sono d’accordo. è una teoria molto verosimile, perché raramente si ammette di aver sbagliato, a maggior ragione se si temono le conseguenze….
      Per questo è difficile incontrare chi dice “scusa”…..
      un saluto! 🙂

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