Di routine

passaggio dimensione - ascensione

Domani torno al lavoro.

Non è che mi dispiaccia, io amo il mio lavoro ma… nella valutazione di un posto di lavoro intervengono tanti elementi, ubicazione, collegamento, contesto…

Tra i colleghi, che in linea di massima sono stupendi, un paio di pecore nere ci sono: fisiologico, direte con ragione voi, ma non per questo meno fastidioso.

Con una mi sono intuzzata malamente giusto prima di partire per le ferie, una che in posti di lavoro come il nostro, a stretto contatto con persone autorevoli, di grande prestigio e cultura, secondo me non ci dovrebbe proprio stare, ma tant’è. Non vi dico la definizione che do di lei perché non voglio svenderla prima di avergliela sbattuta in faccia, ma non è che il pensiero dello scontro, che cercherò comunque di evitare, mi alletti.

Resta il fatto della routine, del lungo orario – causa trasporti – che non ti permette una vita, con l’effetto di trascurare anche la salute, e quindi rendere quel pochissimo tempo a disposizione pure di qualità inferiore.

Resta il fatto che, causa stanchezza, non ce la fai a condurre una vita sociale, salti eventi anche importanti e cui terresti e che, chi lo sa, magari potrebbero dare un indirizzo diverso alla tua vita.

Si ricomincia con l’uscire di casa presto e tornare tardi, crollando sul letto senza neanche la voglia di guardarsi attorno, poi il sabato la mamma e la domenica il tentativo di gestione dell’ingestibile casa, abbandonata come sapete il resto dei giorni in mano ai lanzichenecchi.

Ho un figlioccio, che nella vita ha fatto scelte molto diverse dalla mia, si è sempre gettato arditamente nelle cose, ha rischiato, spesso ha perso, si è rotto le ossa più volte metaforicamente e ahimé, anche materialmente, ma ora è una persona felice e realizzata. Della sua vita dice “Ho trovato la mia dimensione, anzi, è la mia dimensione che ha trovato me”.

Ecco, fermo restando che non credo che troverò la mia dimensione se non tento almeno di cercarla, mi chiedo se la mia dimensione invece stia cercando me, e se mi troverà prima o poi.

E con questo ho concluso, vi auguro buona domenica!

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24 thoughts on “Di routine

  1. Buon rientro, Diemme!
    Magari la tua dimensione sarà lì da qualche parte lungo il tragitto o al lavoro o in qualche angolo di questa terra ed è pronta per dirti a sorpresa: “Buuuuhhh!”
    La cosa difficile della nostra dimensione è non farci spaventare da lei.

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  2. Per ragioni diverse (tu lavori, io studio) proviamo quasi le stesse emozioni. Credo che l’unica soluzione sia trovare un proprio (anche piccolo) spazio. Io non ho bisogno di impegnarmi… a un certo punto corpo e cervello staccano da soli.
    Un abbraccio!

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  3. Buon ritorno in ufficio! È sempre avvilente il pensiero di dover ricominciare e sopratutto il pensiero che, in generale, dedichiamo più tempo a lavorare che a fare altro. La vita è nel complesso votata al lavoro, ma di questi tempi forse non bisogna nemmeno troppo lamentarsene…
    Ti sono solidale perché rientrare di lunedì è tosto: hai mai provato a tornare in ufficio per esempio di mercoledì? Secondo me attutisce molto il colpo del rientro.
    Un abbraccio

    Scrutatrice

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    • Sì, figurati, a volte sono tornata anche di venerdì. Il problema non è il lavoro, ripeto, io al mio posto di lavoro ci sto come un topo nel formaggio, è la mancanza cronica di tempo quella che mi pesa, il non poter far altro, il diventare un problema pure portare le scarpe a rifare un tacco.

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    • In realtà presuppongo sia questa la tua dimensione e che il lavoro sia la copertina esterna di un film che è la tua stessa esistenza. E’ facile dire “non faccio nulla e ho trovato la mia dimensione” ma leggendoti da un paio di anni credo di provare ammirazione (ed una puntina microscopica di invidia) per la vita piena che hai. Insomma, basta sentirsi realizzate!

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    • Beh, io non è che mi senta realizzata, tutt’al più mi sento me stessa, nel senso che sono riuscita a mantenermi, attraverso le varie traversìe, libera, coerente, economicamente indipendente, non ho mai venduto nessuno né mi sono venduta, e questo direi che non è poco. Per il resto, grazie soprattutto a mia madre che a passato la sua vita a sabotare la mia, direi che non ho fatto quasi niente di quello che avrei voluto: diciamo che mi faccio star bene quello che ho, che in fondo è una forma di saggezza e di felicità, e non è poco.

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  4. Che dirti carissima amica, innanzitutto buona ripresa del tuo trantran, che per esser stato anch’io pendolare, posso ben immaginare quanti aspetti e momenti pesanti ti costringa a sopportare.
    Meno male che sei una persona impostata positivamente, che riesce quindi a far sempre prevalere gli aspetti positivi, come i tanti colleghi coi quali ti trovi bene, rispetto ai pochi che eviteresti.
    Ti dico solo che è da pochi aver il tuo atteggiamento rispetto al ritorno al lavoro dopo le ferie, pensando che ne conoscevo di persone che le ferie nemmeno le avrebbero fatte, solo per non dover superare il trauma del rientro.
    Ma è difficile dire qualcosa di nuovo ed utile ad una persona straordinaria come te, che ha piena e direi lucida consapevolezza di così tanti aspetti, molti dei quali c’è chi nemmeno cerca di immaginare del proprio presente e futuro.
    Io posso dirti solo che, oltre all’ordinario e pianificabile, comunque controllabile e gestibile della propria vita, non c’è nulla da rincorrere, piuttosto mantenere sempre un’apertura mentale che ti possa consentire di scorgere e accogliere ogni elemento positivo delle imprevedibilità che ti possono accadere in ogni giorno che avrai davanti e questo vale per fatti, situazioni e persone nelle quali ci si potrà imbattere! Un abbraccio e tanti auguri a te!

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    • Caro Sergio, ti ringrazio delle tue belle parole, che so essere sincere e motivate. Mi ha colpito soprattutto quel tuo sottolineare quella “piena e direi lucida consapevolezza di così tanti aspetti”, che secondo me è indispensabile per una vita appagante e appagata: raccontarsela, nascondersi dietro un dito, adottare la politica dello struzzo, sono tutti atteggiamenti inutili e controproducenti. La vita va guardata in faccia, che poi i problemi, quando si conoscono, si affrontano e più spesso di quanto possiamo sperare si risolvono. Negarli significa solo allontanare il momento della soluzione e, di conseguenza, della felicità.

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