Sull’immigrazione

Vi riporto un mio commento postato nel 2009, quando ero ancora una tosta  😉

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E che vuoi fare, a me cadono le braccia davanti a certi discorsi, e a una mentalità così diffusa, propria di menti troppo manipolabili e “semplici”: solo il sentire “noi” e “loro” mi manda il sangue alla testa.

Anche i cosiddetti buonisti comprensivi progressisti sono razzisti allo stesso modo, anzi di più: dire che “quando noi siamo andati in America abbiamo fatto questo e quello”, per esempio, che significa? Io non ci sono andata in America, e non sono colpevole di quello che hanno fatto degli altri italiani nel corso della storia, del tempo e dello spazio, come nessun rumeno è colpevole (o viceversa) di quello che fanno altri rumeni, e nessun polacco di quello che fanno altri polacchi e via discorrendo.

Chi vuole dimostrare che i negri sono eroici perché uno si è tuffato in mare per salvare una persona, è razzista nello stesso modo di quello che dice che sono tutti criminali perché uno ha ucciso/stuprato/rubato: in entrambi i casi si fa di ogni erba un fascio, si accomunano persone, nel bene e nel male, su un principio razziale.

Il razzismo verrà meno solo quando considereremo ogni essere umano semplicemente una persona, frutto pure della sua cultura e di quella che si respira nella sua eventuale nazione di provenienza, ma da giudicare e valutare personalmente, come entità a sé stante e diversa da tutte le altre.

Verrà meno quando riconosceremo a ogni essere umano il diritto alla vita, a una casa, a un lavoro, alla salute, a vivere in un paese in pace, e a lottare per tutto ciò. Quando il colore della pelle sarà un attributo come quello degli occhi o dei capelli, e la religioni come i gusti alimentari, o la scelta degli studi, ovvero fatti personali in cui nessuno si deve permettere di entrare.

Una signora americana, peraltro felicissimamente sposata a un negro che raccontava essere uomo marito e padre straordinario, mi ha invitato a non usare il termine “negro”, ma “afroamericano”.

Ecco, dire “afroamericano” mi indigna, e mi indigna per due motivi: primo, perché abolire il termine “negro” in base a un pensiero politically correct significa affermare “negro è una parola brutta e offensiva”, e quindi è già discriminazione, e poi perché ritengo “afroamericano” un termine idiota. Ma perché una persona di pelle scura, nata a Roma, magari da genitori già residenti da anni in Italia, che parla romanesco, che ha compiuto i suoi studi a Roma, che magari conosce solo la cucina italiana, che non è mai stato e forse mai andrà né in Africa né in America dovrebbe essere definito “afroamericano”? Ipocriti!

Ribatte la signora: “Se tu in America usi la parola negro viene considerata un’offesa gravissima”.

Oggi. Perché mi pare che in film che sono pilastri della propaganda antirazzista e a favore del valore personale di ogni essere umano, come per esempio “Indovina chi viene a cena?” la parola “negro” venga usata regolarmente, senza nessuna valenza né positiva né negativa, solo per indicare una persona di pelle scura.

Si cerca di combattere il razzismo con l’edulcorazione dei termini, invece che col libero pensiero, critico, aperto e scevro di pregiudizi. Non è cambiando i termini per indicare qualcosa che si elimina il pre-giudizio sul qualcosa in oggetto.

Il razzismo sta nella categorizzazione, non nel termine che si usa per definirla. Il razzismo sta nell’egoismo, nel non volere riconoscere agli altri dei privilegi che per noi sono acquisiti, come quello del vivere in pace e del diritto alla tutela della salute, etc., perché “pancia piena non pensa a quella vuota”.

Il razzismo sta nell’arrogante pretesa di sapere degli altri ciò che invece si ignora totalmente.

Che significa, cara V., fare rete? Esprimere la nostra opinione contro il razzismo? Magari servisse, ma temo proprio sia fiato (tempo) buttato.

Scusa lo sfogo, ma non ne posso più dei discorsi del “popolino” che sento ogni giorno in autobus, andata e ritorno, al mercato, e non solo, addirittura da politici, aspiranti “onorevoli” (ma de che?) durante la campagna elettorale.

Non possiamo accogliere tutti, e siamo d’accordo, il fenomeno dell’immigrazione è ingestibile, e forse è pure vero (per ora, ritengo che neanche ci si sforzi molto di gestirlo), i disperati (stranieri o nostrani) sono più facilmente preda della delinquenza, e questo è ovvio, ma mai, mai, mai, dobbiamo dimenticare che stiamo parlando di essere umani, potenzialmente di pari valore di “noi” osservatori giudicanti: che poi, alla prova sul campo, possono rivelarsi anche di meno o di più, ma dove sarebbe la stranezza?

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8 thoughts on “Sull’immigrazione

  1. A tal proposito in questi giorni sto leggendo un libro (appena ne trovo il tempo, perchè è da studiare piuttosto che da leggere).
    In un discorso di Malcom X ci sta scritto:
    “Un altro termine, negro, è ugualmente usato in modo erroneo e suona insulto alle orecchie di qualunque persona informata e rispettosa della sua dignità, di origine africana. Esso sottolinea caratteristiche stereotipe e infamanti e classifica un intero settore dell’umanità in base a delle false conoscenze. […]
    Il termine negro deriva da un’altra parola spagnola che in realtà è un aggettivo che vuol dire <>, riferendosi solo al colore. In inglese, se qualcuno dicesse o fosse chiamato <> o <> (trdz black), […] verrebbe a domandarsi: <> Infatti gli aggettivi descrivono e non definiscono. Osservate che, per servirsi di questo meccanismo, si prese una parola da un’altra lingua e se ne cambiò la funzione, per cui di un aggettivo si fece un sostantivo. Tale applicazione in questo senso fu fatta a bella posta per definire persone che in realtà si trovavano nella condizione di cose. […]
    Per designare persone di origine africana, noi accettiamo i termini <>, <> e <> (black, black man). Tale dovuto rispetto è tributato a qualsiasi altro settore dell’umanità: noi non ne vogliamo di più, ma non siamo neanche disposti ad accettarne di meno.”

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  2. Sono parti del discorso che ho tralasciato perchè non importanti. Di un pezzetto ti ho riportato quello che a mio parere dovrebbe essere l’origine della parola negro… e del perchè siamo soliti definirla come parola razzista…

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    • Negro deriva dal latino niger, che significa nero, quindi non capisco proprio perché dovrebbe avere una valenza più negativa del corrispettivo italiano. Semmai, se proprio vogliamo essere pignoli, dovrebbe essere voce più dotta.

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  3. Si, certo, non finirò mai di ripetere che non è razzista la parola in se, ma il significato che in essa vogliamo dare.
    Conta però che il testo che ti ho riportato si riferiva a quel periodo dell’Apartheid in cui si cercava di risollevarsi dallo schiavismo del nero da parte del bianco.

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  4. Un tempo quando eri un po’ tosta … questo è un tema interessante. Io ho personalmente dei dubbi che un tempo qualcuno di noi poteva essere tosto e ora non più …

    Io magari vado un po’ fuori tema, ma racconto una cosa che non so (spero proprio di no) se possa essere considerata un “atteggiamento razzista”. Ultimamente mi capita spesso di perdermi ad osservare le fisionomie degli stranieri che abitano le nostre città. Non è una questione di attrazione, non faccio distinzioni di generi, mi trovo talora, quasi involontariamente, ad osservare attentamente l’aspetto e i volti in particolare di persone che chiaramente non sono oriundi italiani. Spessissimo incrocio persone affascinanti, che nella peculiarità dei loro tratti, nascondono un’originalità che mi sembra quasi un riflesso del loro animo.
    E sono combattuto, perché mi sembra che la mia attenzione possa essere scambiata per dichiarazione di diversità, ma lo spirito che mi muove sarebbe più legato al desiderio di comprensione, … e sono combattuto … e sono uscito fuori tema 🙂

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    • A me invece è capitato di osservare delle donne presumibilmente africane perché notavo delle somiglianza con me che in donne caucasiche ho riscontrato raramente: che ti devo dire, avrò anche geni “afroamericani”! 😉

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