Di adozioni etniche

bimba matrioska

In uno dei post precedenti, “Di adozione“, Marisa ci ha proposto un suo articolo di qualche anno fa, sul quale si è scatenata una certa disputa: ha diritto o no un aspirante genitore a decidere l’etnia del bambino da adottare, o addirittura escluderne una o più?

Sorprendentemente, perché mi pare che da me – antirazzista a oltranza, sostenitrice dell’amore universale, operatrice multiculturale specializzata in integrazione multietnica – ci si sarebbe aspettato un secco no, la mia risposta è sì.

Le ragioni sono quelle spiegate da Frz nei suoi commenti (vi consiglio di leggere tutti i commenti a quell’articolo, sono interessantissimi!), che qui tenterò di integrare con mie considerazioni personali.

Ora, giustissimo che in Italia il legislatore abbia stabilito che con l’adozione si vuole dare una famiglia a un bambino e non un bambino a una famiglia, giustissimo che l’interesse del tribunale dei minori sia la tutela del bambino, al centro del processo di adozione, ma è vero pure che in genere chi adotta non è tanto mosso dalla voglia di dare tanto amore a un bambino sperduto nel mondo, quanto dal desiderio di avere un figlio.

In un mondo perfetto l’amore per un figlio dovrebbe essere incondizionato, idem per un figlio adottivo, ma noi viviamo in un mondo fallibile di fallibili esseri umani, che hanno le proprie fragilità, le proprie debolezze, i propri limiti.

Fermo restando che un figlio adottivo viene generalmente amato quanto e più di un figlio naturale, quante famiglie che accedono a quest’istituto lo fanno come ultima spiaggia, e vivono questa situazione come surrogata di quella che non è stata loro destinata? Magari aggiusteranno il tiro strada facendo, ma a quanti del bambino abbandonato nel terzo mondo non sarebbe importato nulla se avessero potuto concepire un figlio in piena autonomia?

E’ vero che l’adozione non deve essere un capriccio, che un figlio non si ordina su Postal Market (oddio, come sono antica, diciamo e-bay? 😉 ), magari su basi eugenetiche, è vero che anche se il figlio te lo fai ti prendi quello che il Padreterno ti manda, ma certo se sono bianca difficilmente me lo manderebbe nero, e se sono nera difficilmente me lo manderebbe bianco.

Secondo me c’è anche un problema di base nell’adozione di un figlio di diversa etnia: non si può scegliere il momento in cui dirglielo, non si può decidere a chi dirlo. E’ lì, nudo davanti al mondo, il fatto che il figlio non sia il proprio: “E che c’è di male?”, direte voi.

Ovviamente non c’è nulla di male nell’aver adottato un figlio, tutt’altro, ma ci nega la possibilità di gestire i nostri tempi, le nostre modalità di approccio a lui e al prossimo, e potrebbe essere qualcosa che non siamo pronti ad affrontare, non siamo tutti uguali.

Leggete, sempre da Marisa, il commento di Luisella: la sua è una storia al contrario, avrebbe potuto avere figli suoi e invece ha adottato, e il figlio adottivo l’ha voluto nero. Il perché di questa scelta? Non saprei, le dinamiche umane sono tanto complesse e tanto varie ma, da un punto di vista di discriminazione, permettete che io consideri anche la sua scelta come discriminatoria? Perché “solo bianco” dovrebbe avere una valenza diversa da “solo nero”?

Scrive sempre Luisella nel suo intervento (il neretto è mio):

Il razzismo c’è: il compagno di scuola che si pulisce quando lei lo sfiora, quello che non vuole giocare con bambini “marroni”, quello che le dice “sei brutta”… crescendo sarà peggio. O forse no. Le daremo tutto il possibile, in termini affettivi ed economici. Lei è nostra figlia. merita il meglio. L’aiuteremo ad affrontare la vita e i deficienti, così come sono costretti ad affrontare cattiverie e stupidità i “diversi” in generale.
E poi farà tesoro del mondo.

Ecco, questi genitori sono un passo avanti: loro se la sono sentita di portare un bambino in un mondo in cui qualcuno ce l’avrà con lui a prescindere, si sentono abbastanza forti per sostenerlo in questo cammino. Sanno che sono azioni come le loro quelle che cambieranno il mondo, che contribuiranno all’abbattimento delle barriere, che aiuteranno a disegnare nuovi orizzonti per un mondo più libero e aperto ma…

… su una parete della mia scuola troneggiava la scritta “Da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni”: gli aspiranti genitori non sono persone perfette, ma questo non significa che non saranno genitori sufficientemente validi per il figlio che adotteranno. Nella vita ognuno porta il contributo che può, chi è in grado di trasportare un chilo trasporterà un chilo, chi è in grado di trasportarne dieci ne trasporterà dieci, e alla fine tutti avranno contribuito a costruire qualcosa.

Vi ho parlato, in una delle risposte all’articolo “Di adozioni”, di una signora che aveva adottato due gemelle e che per il primo anno era stata coi capelli diritti: probabilmente il compito si è rivelato superiore alle sue aspettative, anche se poi decisamente ce l’ha fatta.

Vogliamo aggiungere alle difficoltà, che comunque s’incontreranno, quella delle resistenze personali, delle paure inconsce, quali che siano? Uno un figlio lo deve un po’ sentire suo, e i criteri secondo i quali uno un figlio lo sente suo sono così complessi!

Ho conosciuto anche una donna che aveva tre figli, la prima adottiva, e gli altri due, un maschio e una femmina, figli naturali. Questi figli erano gelosi della sorella maggiore, conclamatamente più amata di loro: lei era la figlia desiderata, cercata, per cui aveva lottato, quella che l’aveva resa madre. Gli altri erano venuti dopo, inaspettati, a quanto ho capito anche in un periodo in cui era in crisi col proprio marito, forse a complicare la situazione. O forse era semplicemente un fatto caratteriale, con la prima c’era una grossa complicità, con gli altri no, e questo a prescindere dal DNA.

Insomma, lasciamo che ognuno faccia quello che può, dia quello che può, purché questo sia sufficiente e utile alla causa: e la causa è togliere un bambino da un istituto o da una strada, e dargli una famiglia. Se il bambino che riusciamo a dare in adozione, a cui riusciamo a procurare una famiglia è bianco, giallo, rosso o nero, cosa importa?

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30 thoughts on “Di adozioni etniche

  1. Una materia molto delicata quella dell’adozione, so che anni fa riuscire ad adottare un bambino italiano, ad esempio, era praticamente impossibile, occorreva aspettare anni ed anni inutilmente, per questo la maggior parte si rivolgeva all’estero….
    Comunque la cosa più importante penso sia dare calore e amore ad un bambino che è solo, il resto diventa secondario.
    Buon fine settimana 🙂

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    • Silvia, io credo che una coppia che vuole un figlio, che chiede un adozione, non voglia propriamente fare un atto di carità, quanto procurarsi quel bambino tanto desiderato: che poi lo amerà, lo curerà, farà di tutto per lui, questo non lo metto in dubbio, ma continuo a pensare che chi adotta lo fa per sé, non perché improvvisamente gli sgorga dal cuore il desiderio di risolvere il problema di un bambino abbandonato.

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  2. Una cosa che mi sento di condividere della tua riflessione è il punto in cui sostieni che adottare un bambino di colore comporta l’onere aggiuntivo di dovergli spiegare le sue origini, essendo evidente che da due genitori bianchi non possa nascere un figlio nero. Ma al di là di questo, credo che nella società odierna, multietnica com’è, ci siano ben poche differenze tra i figli adottivi e quelli naturali di coppie africane. Il razzismo è sempre esistito e sempre esisterà (spero almeno che si attenui con l’andar del tempo ma non credo che sia destinato a scomparire). Leggi qui: http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2015/01/22/news/sono-italiano-e-non-merito-insulti-1.10717016

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    • Io penso che le sue origini tu gliele debba spiegare comunque, un rapporto di qualsiasi tipo va improntato sulla verità, figuriamoci quello tra genitori e figli, solo che con un adozione di questo tipo rischi che qualcun altro arrivi a dirglielo prima di te, per esempio.

      Per quanto riguarda invece l’articolo che mi hai linkato, non mi pare tanto un episodio di razzismo quanto una cafonata perpetrata da una signora viziata e capricciosa che ha battuto i piedini per non avere ottenuto quello che voleva. Se il medico non fosse stato straniero, avrebbe trovato un altro motivo per insultarlo (che poi, nell’articolo, non viene neanche specificato il tipo di insulti che avrebbe ricevuto).

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  3. Adozione: una decisione d’ amore e allo stesso tempo un gesto di grande civiltà e condivisione, regolato giustamente da leggi severe; un gesto carico di motivazioni e valori ma anche esposto a tante difficoltà sociali, affettive e di integrazione. Del resto il rapporto genitori-figli è comunque tutto da inventare ogni giorno sulla base di una grande disponibilità all’ accoglienza e all’ ascolto…qualsiasi sia l’ etnia o il retroterra socio-culturale degli attori dell’ adozione.
    Il tuo articolo pone moltissimi spunti di riflessione. Un caro saluto. Marisa

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  4. Argomento delicatissimo, come sempre quando si parla di bambini…Personalmente non avrei alcuna preferenza, un bambino è un bambino….sò di una coppia che ha rifiutato, dopo ben 14 anni d’attesa, un bambino perchè sieropositivo, motivazione? “E come lo gestisci?” Mi sono sentita morire…..

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    • Beh, ora ti sentirai morire di nuovo, perché neanche io l’avrei preso. Una cosa del genere è una missione, non è semplicemente un adottare un bambino. Contagioso, destinato a morire… come lo gestisci, fisicamente ed emotivamente? Se si sbuccia un ginocchio, devi pure stare attenta a disinfettargli la ferita, prendere i guanti… insomma, se uno non ci è portato penso si perda ogni spontaneità. Se poi uno lo fa, è un eroe, tanto di cappello e tutta la mia ammirazione (Mino Damato docet), ma io non me la sentirei. La bambina adottata da Damato morì l’anno dopo, non è un trauma che puoi chiedere alle persone di scegliersi a tavolino, e comunque è cosa diversa dall’adozione. Un figlio rappresenta anche un futuro da sognare (poi possiamo anche parlare della differenza tra l’essere sieropositivi e l’AIDS conclamato, ma non è questa la sede e spero di avere comunque espresso il mio pensiero), e insomma, non è così scontata l’accettazione che tu chiedi.

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    • Infatti non deve essere scontata, sarebbe un guaio, ma io mi sento morire lo stesso.
      Un collega di mio marito, con una bambina già adottata, decidono di prenderene un’altro/a, in ospedale la primogenita allunga il dito e dice “è lui mio fratello”, il medico li guarda e li mette al corrente:nato prematuro a causa di un provocato aborto perchè la madre non lo voleva più, ancora non sanno quali problemi potrebbe avere, deve stare in incubatrice altre due settimane…perfetto!!! Anzi catastrofico, ma lo vogliono lo stesso: Marco ha oggi 14 anni è alto un metro e 70, ha due meravigliosi occhi azzurri, biondo, intelligentissimo (è un anno avanti) e non sente, solo con gli apparecchietti e se ti guarda; grandi sacrifici, grandi sofferenze, ma loro mai hanno pensato che non poteva essere loro, era comunque un bambino, oggi un figlio amatissimo.
      Non è mai facile un’adozione, ci vuole forza ma è come quando ti nasce un figlio, non sai mai….

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    • Fulvialuna, quella di cui parli tu è una cosa diversa: qui parliamo di una menomazione fisica, non di una malattia contagiosa e mortale.

      E a proposito dei danni fatti dai provocati aborti… povere creature! Però consideriamo pure, e il caso che tu ci porti è un’ulteriore prova, che ogni cosa è illuminata…

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  5. Il fatto che già si dica che la possibiità di scelta dell’adottando sia o meno un diritto, mi fa rabbrividire: come possiamo prescindere dall’esistenza di una simpatia, di una “vicinanza” fra aspirante genitore adottivo e bambino adottabile, che scatta dalla sola visione di un volto, di un atteggiamento, di un sorriso, che si accende nell’incontro fra occhi… come possiamo!
    Ora io non vorrei andarmi a leggere le norme sull’adozione per verificare se, per legge, essa corrisponde a una specie di sorteggio casuale, una roulette, una tombola, nella quale ti capita quello che ti capita, ma se così è, allora la materia meglio sarebbe se fosse sottratta alla mano appiattente, spersonalizzante ed “egualizzante” dello Stato:
    Un bimbo che non abbiamo, ma che vogliamo in questo modo avere, deve evocare qualcosa di noi, del nostro mondo, di ciò che è stato, di ciò che vorremmo si perpetuasse: non può essere lasciato al caso.

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    • Concordo totalmente e, che io sappia, generalmente è così. Il bambino viene fatto conoscere ai genitori, e in base a quel qualcosa che scatta o non scatta si va avanti o meno.

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    • E allora, scusate, avrò lavorato troppo, ma non ci arrivo. Dovete spiegarmela. Se leggo di sorteggio casuale, di roulette dove ti capita quello che ti capita, di mano appiattente e spersonalizzante dello stato, e mi sembra di capire che siano pratiche nei confronti del quale c’è per lo meno un po’ di scetticismo, poi nell’inadeguatezza del caso, che non va ugualmente bene, e infine di qualcosa che dovrebbe scattare tra genitori e figli come requisito primo per portare a termine l’adozione, a me suona come scelta del figlio che più mi si addice.

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    • Non è che il figlio “proposto” te lo facciano conoscere prima per caso: sì, che debba scattare la molla è stato detto, ma credo che chi l’ha detto detto si riferisca a quando incontri il bambino, non che te lo porti a casa, fai la cosiddetta “prova”, e poi lo riporti indietro, anche se poi, al momento, è esattamente quello che, assai tristemente, succede.

      D’altra parte, la questione del rifiuto, magari inconscio, esiste, e allora io ritengo meno traumatizzante che un bambino un giorno abbia intravisto una coppia a cui magari ha detto buonasera, piuttosto che andare a vivere con due persone che, in fondo al cuore, non lo vogliono davvero.

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    • Non funziona così. Il bambino vede LA coppia, che normalmente non è la eventuale coppia affidataria con la quale ha vissuto, se non vive in casa famiglia, e bambini non sono scemi. Hanno una perfetta coscienza della loro condizione e del loro vivere e/o vissuto, e lo elaborano a modo loro a seconda dell’età. . Le cose non dette, sono comunque percepite. C’ero anche io tra quei bambini, e ricordo bene il viavai di gente, come dici tu, che venivano a curiosare, a prendere confidenza con questi “bambini difficili” e poi se ne andavano. E noi sempre li, come bestie al circo.
      Ovvio che l’incontro deve essere soft, ma questo era sottinteso. CI mancherebbe altro… Però mi sembra ci sia un po’ di superficialità in questa visione dell’incontro. La scelta deve essere fatta prima, non su quel tal bambino in particolare. A me non sembra normale pretendere di poter “provare” un figlio, per questo ho parlato di non centralità del bambino. Mi sembra un po’ ipocrita, come dire che si, non andrebbe fatto, però visto che hai già una vita da schifo e ne hai passate tante, non è il caso di fare storia per una in più, non ti farà poi così male. Che poi è lo stesso che quando ti nasce un figlio, mica lo sai come sarà. I genitori dovrebbero essere coloro che ti accolgono per quello che sei.E’ importante per i figli biologici, figuriamoci per quelli adottivi. Però se non c’e accettazione da subito, non ci sarà mai, e l’accettazione parte da molto prima dell’incontro.

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    • Ecco perché sei entrato a gamba tesa! E’ proprio vero, se conoscessimo il vissuto di ogni persona, non potremmo fare a meno di amarla.

      Comunque sì, hai ragione su tutto, ma poi ripeto, altro e parlar di morte altro è morire. Io mi auguro che tutto il lavoro possibile venga fatto prima, poi però è la coppia adottante quella che ha l’ultima parola e, se ci sono delle riserve, quell’occhiata, come dici tu, come se si fosse al circo, quando sai che stanno lì per “sceglierti” e non ti scelgono, so cosa può voler dire: ma non sarebbe peggio che poi la coppia si prendesse quel bambino, nonostante le sue più intime resistenze? Tu mi parli dei figli biologici, ma anche in quel caso non è mica vero che uno accetta quello che viene! Te ne potrei portare tanti di esempi di figli biologici – e non necessariamente non voluti! – che non erano nelle corde del genitori, e sa dio quello che hanno passato tutta la vita. E se tu eri di “quelli”, ti posso assicurare che io un po’ sono di “questi”, e non è facile.

      Un abbraccio, Simone, e benvenuto qui!

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  6. Ma per carità… Facciamo le prove? Ma sì, tanto se non va, poi, ognuno per la sua strada? Avete presente che parliamo di bambini, non di due tre adulti che vagliano le proprie competenze per stringere un contratto lavorativo? E sì, piccino. Questi potrebbero essere il tuo papà e la tua mamma, però aspetta, prima bisogna vedere se gli stai simpatico, altrimenti te ne torni di là, nel gruppo dei figli di nessuno.
    Esiste il periodo di affidamento post-adottivo prima della sentenza definitiva, ma sono rari i casi in cui non si procede, e per gravi e comprovati motivi. Non stiamo parlando di un periodo di prova per un bene acquistato: un bambino non è una macchina, e non credevo che mi sarei mai trovato nella situazione di dover specificare questa ovvietà. Mi sa che non vi è proprio chiaro che nell’adozione il centro è il bambino, non i genitori. Un bambino non deve evocare un bel niente, a parte il tuo desiderio di essere padre, e il suo bisogno di essere figlio. Un bambino può evocare il tuo mondo, ciò che è stato e ciò che vorresti si perpetuasse, a patto che tu, padre, lo accetti come parte di questo tuo mondo. Altrimenti ciccia. Esistono altre strade per diventare genitori. L’adozione non è per tutti.

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    • Scusa, ma con chi ce l’hai? Mi pare che qui ci stiamo proprio pronunciando contro le prove e gli esperimenti, che abbiamo messo l’interesse del bambino al centro di tutti i ragionamenti, che abbiamo espressamente dichiarato che la “restituzione” del bambino è un abominio, e allora ripeto la domanda: con chi ce l’hai?

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    • Quindi restituzione=abominio, e provare un bambino come se fosse un oggetto non lo è ? Ce l’ho con le idee espresse sopra, che mi sembra abbiano proprio poco a che vedere con l’adozione. Tra l’altro, se ho compreso bene i post, non si parlava di “restituzione”; io cmq non mi riferivo a quello.

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    • Sì, ma certo che sarebbe meglio. Tutti sappiano che l’idea e l’immaginazione sono una cosa, e la realtà un’altra. Per questo trovo assurdo tanto il voler imporre alla coppia il “quello che viene”, col rischio che si trovino di fronte una situazione che non sanno a gestire, quanto però anche il vivere l’incontro come un “ma sì, dai, vediamo come va”: Non so se riesco a spiegarmi… In un mondo ideale ogni bambino troverebbe dei genitori perfetti per lui, e sarebbero tutti seguiti dai servizi sociali anche dopo l’adozione. Nel mondo reale invece spesso “consegnato il pacco” non si vede più nessuno. Sapendo ciò, è ancora più importante per chi adotta, meditare prima su quali limiti si hanno. Ecco, non so se riesco a farmi capire, ma per me “la possibilità di “scegliere” non è un diritto della coppia, ma una sua responsabilità. Perché sì, il riconoscersi ” a pelle”, la scintilla che scatta, sono sicuramente di ottimo auspicio, però è anche vero che l’incontro dura anni, una vita, non un attimo, e si vive nel quotidiano. Io non sono contro la “scelta”, anzi a me piace pensare di essere stato scelto molto prima di quando sono venuti a prendermi, e in fondo se ci pensi forse è così. Mi hanno scelto quando hanno detto di sì alla possibilità di essere abbinati a un bambino grande, quando gli hanno detto che non ero sano, e hanno detto ok, che ero “difficile” e hanno detto va bene. Se avessero dovuto decidere in base all’incontro sarei ancora li, perché e stato pessimo e quasi non li ho guardati in faccia.

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    • Quanti anni avevi? Com’è andata? Mi farebbe molto piacere se tu te la sentissi di raccontarci qualcosa. Secondo me le coppie che adottano un bambino più grande sono encomiabili, è più forte in loro il desiderio di dare amore a un bambino, piuttosto che avere un cucciolotto da crescere. Una mia amica, che non ha avuto l’idoneità all’adozione, o per un errore di chi l’ha valutata (è un’ottima persona, idem suo marito) o perché il suo essere rigidina precisina è stato considerato un ostacolo alla riuscita dell’adozione (una boiata, secondo me), ha rifiutato l’idea di un bambino più grande. Vero è che, se il bambino è troppo grande, si tratta solo di dare una casa e una famiglia a un bambino in difficoltà, non più di avere un figlio, non tanto almeno, insomma, avere un figlio sì, ma non un bimbo da crescere. Poi, ogni storia e a sé, ci sono anche ragazzi adottati da grandi con la cui famiglia c’è stato subito un gran feeling. Come abbiamo detto, ogni caso è a sé.

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  7. Sì, forse, almeno in parte, ce l’aveva con me… ma poco importa.. poco importa che abbia inteso o meno correttamente quello che scrivevo, che lo approvi o che lo contesti.. intanto non cambierò certo idea, non farò precisazioni o rettifiche.
    Io, scrivendo, testimonio la mia posizione (e di chi la pensa in modo analogo), altro non mi interessa… oltre, ovviamente, la benevolenza e la pazienza di chi mi ospita. 😉

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    • Grazie caro, troppo buono. Probabilmente Simone, essendo nuovo, non sa che qui siamo pacifici. Destra, sinistra, laici, credenti, etc. etc., qui vengono a esprimere la propria posizione, e gli altri possono dissentire dalla posizione, ma non si devono permettere di aggredire chi la esprime.

      Anche perché, pur se generalmente si rimane sempre della propria idea, confrontandosi si possono allargare le proprie vedute e limare i contorni delle proprie posizioni, mentre l’irrigidimento e lo scontro frontale non ha mai portato a nulla di buono.

      Buongiorno! 🙂

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    • Grazie Diemme, ora mi è più chiaro. NOn era mia intenzione aggredire nessuno. SOno entrato a gamba tesa, sì, chiedo scusa, ma su certi argomenti mi scaldo assai. La questione del rifiuto esiste, lo so bene, ma se la coppia ha accanto delle figure professionali serie, che li sappiano accompagnare e orientare nel percorso, e l’onestà intellettuale e la coscienza di sapere riconoscere i propri limiti, lo si può, nella maggior parte dei casi, evitare. E si deve fare tutti quello che serve per evitarlo, ma prima non dopo. E’ prima che si deve lavorare sulla coppia per stabilire quale è il suo spazio di accoglienza, qualunque esso sia per poi abbinarli a un bambino per cui quello spazio sia abbastanza. Il caso non c’entra, altrimenti il percorso adottivo durerebbe 3 giorni, e basterebbe mettere i nomi in una boccia ed estrarre a sorte!
      In questo per me sta la scelta ed è giusto che sia così per il bene del bambino.
      Siamo d’accordo che intravedere una coppia che forse potrebbero diventare i tuoi genitori, è meno traumatizzante di vivere con chi in fondo non ti accetta, ma perché fargli vivere l’ennesimo rifiuto se si può evitare?

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    • Guarda, che in genere è quello che si fa, ci si mette tutta la cura possibile per cercare un abbinamento compatibile. E poi il bambino magari non vede una coppia “che può diventare di genitori”, vede una coppia e basta, e nelle case famiglie a volte c’è un via vai che non penso che sia così traumatico. Quando sono più grandicelli e cominciano a capire, è più traumatico per loro vedere qualcuno che se ne va perché viene adottato, e spesso è un doppio dolore: perdono un compagno e in più loro sono quelli che rimangono, che ancora nessuno ha adottato.

      Va da sé che l’incontro aspiranti genitori-adottando si cerca di farlo sempre il più soft possibile.

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  8. sono genitore di figlia naturale e successivamente di figlia adottata NON per mia soddisfazione sed etiam per evitare l’orfanatrofio ad una creatura innocente…. sulla domanda iniziale direi che…chi dovrebbe decidere se non la coppia adottante? La commissione edilizia ? Il presunto assistente sociale ? 🙂

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