Di adozione

Mano bimbo adulto

Parlando di problematiche relative agli omosessuali è venuto più volte fuori il tema dell’adozione che, con l’omosessualità, secondo me non ci azzecca né poco né punto.

Eccellente il nuovo concetto abbracciato dal diritto di famiglia per cui  “adozione” non significa “dare un bambino a una famiglia”, ma “dare una famiglia un bambino“: con l’adozione infatti s’intende colmare il bisogno di un bambino solo e abbandonato, non soddisfare un capriccio (o legittima aspirazione che sia).

Oggi leggevo questa frase molto vera e significativa: “Il bambino deve essere felice, non farci felici”.

Tutto questo credo che metta un punto alla questione dell’adozione da parte di coppie omosessuali (ed eterosessuali): non c’interessano – in questo contesto intendo – i loro sogni, bisogni, desideri, rivendicazioni, etc. etc., c’interessa unicamente che il bambino abbia una famiglia, trovi un suo equilibrio, superi i suoi traumi.

E’ lui al centro dell’universo dell’adozione, non gli adulti.

Ora, tutti voi saprete che adottare è un iter tutt’altro che facile. In territorio nazionale c’è, grazie al cielo, poca offerta, e quello internazionale è un territorio ben affollato, con aspiranti genitori in competizione da tutto il mondo.

Chi decide dell’adozione valuta le relazioni degli assistenti sociali, sulla base delle quali si pronuncia il giudice per stabilire o meno l’idoneità dei genitori all’adozione.

Ora, quali sono i criteri sui quali viene valutata l’adozione? Certo la solidità della famiglia, sia da un punto di vista economico sia psicologico. Premesso che, secondo me, ogni tanto psicologi e assistenti sociali prendono delle cantonate incredibili (ma questo temo sia  fisiologico), è molto importante per l’adottando l’accoglienza.

Il bambino adottabile è un bambino per lo più traumatizzato. Purtroppo, per una serie di pastoie giuridiche, nazionali e internazionali, difficilmente si riesce ad adottare un neonato. Ho assistito a varie conferenze sull’argomento (soprattutto dell’A.I.B.I.), e la situazione è angosciante: su un fronte, una miriade di coppie senza figli, con tutta la possibilità del mondo di accoglierli e amarli, sull’altro una miriade di bambini senza famiglia, bisognosi di essere accolti ed amati, e questi due mondi non s’incontrano, o meglio s’incontrano solo parzialmente tra mille difficoltà e le difficoltà, in questi casi, significano tempo e il tempo, in questi casi, lavora contro.

Una volta che il bambino entra in famiglia, i genitori adottivi (o aspiranti tali, visto che per il primo anno parliamo di affidamento preadottivo) hanno talora comportamenti, sia pure in buona fede, controproducenti: prendere un bambino di cinque, sei, sette anni, e pensare che sia nato in quel momento, è un errore enorme.

Il bambino ha un vissuto spesso traumatico, che va elaborato, per essere accettato e metabolizzato, quindi superato: pretendere che venga accantonato, dimenticato come se non fosse mai esistito, significa creare dei buchi neri nella loro anima, che Dio solo sa cosa potranno inghiottire.

Il bambino che noi adottiamo non è il giocattolino che finalmente Babbo Natale ci ha portato: viene da un altro mondo, spesso parla un’altra lingua e non capisce la nostra, assai presumibilmente ha avuto fame, freddo, paura, forse ha visto morire i suoi genitori, o forse ne è stato picchiato a morte, o forse non li ha mai visti.

Forse ha vissuto la guerra.

Io vi giuro una cosa: quando da piccola mia figlia, la notte, era spaventata da qualcosa, che fossero tuoni, lampi o brutti sogni, e veniva a rifugiarsi tra le mie braccia, non c’è stata una sola volta che, abbracciandola, il mio pensiero non sia andato a quei bambini che quella paura se la dovevano tenere.

A volte gli aspiranti genitori, quando finalmente arriva il bambino, pensano al loro sogno soddisfatto, e non a quello che significa e che comporta: il numero di bambini “restituiti” (che parola terribile!) durante l’anno di affidamento preadottivo è altissimo (a riprova degli abbagli di chi valuta).

C’era un bambino che, oltre a nascondersi ovunque, faceva persino la cacca nei cassetti, tra la biancheria preziosa e profumata degli aspiranti genitori &C.  Lo stesso bambino che però, a volte, vinceva le resistenze, e si faceva fare la sua doccetta docile docile, quasi stupito…

Questa che vi ho appena raccontata non è una storia andata a buon fine: dopo essere stato “restituito” un po’ di volte, pare sia finito in un istituto psichiatrico 😥

Conosco una madre che ha adottato due gemelle e, per quanto ne sia stata felice nel momento in cui le ha prese, il primo anno me la ricordo coi capelli dritti e gli occhi di fuori; questa però di storia ha un lieto fine: per quanto mi risulta, le due figlie sono due splendide ragazze, molto amate, che vivono più o meno spensieratamente la loro vita.

Non parliamo poi di quando il figlio arriva in una famiglia dove già ci sono  figli naturali! L’istinto dei genitori è spesso quello di fiondarsi sul nuovo arrivato riempendolo di attenzioni, suscitando così l’insana gelosia degli altri, e compromettendo ogni equilibrio.

Insomma, andiamoci cauti, l’adozione non è: “Che bello, abbiamo un bambino!”, ma piuttosto “Il destino ha portato nella nostra casa un bambino da accudire, crescere, amare, un bambino che ha enormemente bisogno di noi, anche per superare un passato di cui forse non ci parlerà mai, ma che è ben presente nella sua mente e nel suo cuore”.

Mi fermerei qui, magari un’altra volta torniamo a parlare dei sentimenti del bambino, quelli successivi, quando saprà di essere stato adottato, quando saprà che esistono, in qualche parte del mondo, una madre e un padre che non lo hanno voluto, quando saprà di avere fratelli e fratelli che chissà dove sono, come sono finiti, e che non vedrà mai.

Letture consigliate: “Il cammino dell’adozione“, di Anna Oliverio Ferraris e, se vi volete incazzare (almeno a me ha fatto questo effetto) , “Perché mi hai preso?”, di Simonetta Cavalli.

Annunci

36 thoughts on “Di adozione

  1. Direi che hai fatto una disanima assai esaustiva dell’argomento, sottolineando concetti di fondo che non si può non condividere appieno. Che altro aggiungere, se non pensare ai casi che si conoscono, non sempre riusciti felicemente, anzi, spesso con complicazioni, rispetto alle quali i genitori si sono trovati impreparati e si sono visti terribilmente complicata anche la loro vita.
    Forse non è sempre facile capire, pur volendolo perseguire, quale sia il bene di un figlio e non solo di uno che si adotta. La buona volontà e tutte le migliori intenzioni possono essere insufficienti e forse questo un pò giustifica cautele, che poi si trasformano nelle lungaggini alle quali ti sei riferita.
    Ciao carissima, felice giornata a te.

    Liked by 2 people

    • Mi hanno raccontato di un tizio, persona straordinaria e piena d’amore, che aveva adottato due bambini e si è ritrovato due tossici che gli hanno distrutto la vita, oltre a picchiarlo e derubarlo…

      Una persona che conosco, che si è sempre dichiarata contraria all’adozione, argomenta così la sua posizione: “I figli già li ammazzeresti quando sono i tuoi, figuriamoci quando non lo sono!”: grande spirito materno!

      Mi piace

    • Ci sono casi di genitori separati che hanno già dei figli e che si uniscono in un secondo tempo a persone dello stesso sesso. Questo è un caso abbastanza comune. L’ adozione però deve essere valutata con grande attenzione e rispetto per la psicologia dei bambini di cui spesso nessuno tiene conto. Di fatto tutto ciò avviene già anche se non se ne parla. Personalmente amo la famiglia con papà, mamma e tavolta allargata, piuttosto che altri tipi di convivenza, ma poiché non abitiamo nel paese delle meraviglie è bene riflettere sul modo in cui sta evolvendosi o involvendosi la società. Dipende dai punti di vista e dai valori di ciascuno di noi. Un caro saluto. Marisa

      Liked by 1 persona

    • La società siamo noi, e si evolve e involve anche secondo le nostre scelte. Un genitore che si separa dal coniuge e sceglie un compagno dello stesso sesso, è stato comunque genitore di quel figlio fin dalla nascita, non stiamo parlando di un bambino che si porta dietro traumi d’infanzia, di abbandono, guerra, violenze, orfanotrofi, etc. Il figlio è un figlio che resta con sua madre, o con suo padre: se permetti, è tutt’altra musica.

      Mi piace

    • Ho espresso un punto di vista parziale e non esaustivo come il tuo articolo avrebbe meritato. Certamente condivido le problematiche delle adozioni e penso con grande ammirazione alle persone che intraprendono il duro viaggio che li porterà ad essere genitori. Per esperienze scolastiche o tra alcuni amici ti assicuro che tutti i bambini in questione subiscono traumi che difficilmente saranno risolti nel corso della vita. Grazie per questo dialogo, mi piacerebbe parlarne in una vera comunicazione per interagire più consapevolmente. Marisa

      Mi piace

  2. l’unica cosa che mi sento di aggiungere ma è unicamente un mio parere personale riguarda il fallimento di chi valuta.. per me è già un fallimento pensare di essere in grado di poterlo fare…

    come si fa a giudicare un evento così significativo e pensare di potersi permettere un giudizio complessivo su un fatto che nemmeno chi è direttamente coinvolto potrà mai sapere quali sviluppi porterà??? sono combattuto tra rivolgere il mio pensiero con stima o con compassione verso queste persone…

    io ci vedo unicamente una questione di chaos, o se vogliamo chiamarla fortuna o sfortuna… un pò come la nascita di ognuno di noi…

    Liked by 1 persona

    • no no, non volevo porre una critica… quanto un’osservazione….

      purtroppo non sono in grado di stabilire un alternativa.. e non so se ce ne sia una possibile…

      volevo solo condividere la tristezza che deriva da quel tipo di consapevolezza e dal fatto appunto che probabilmente non ci sono alternative migliori… di accettare che le persone falliscono… in ogni ambiente e in ogni campo… e quindi di pensare a quanto complicato (anche eticamente) deve essere fare un lavoro simile…

      Mi piace

    • Erik, scelta non ce n’è. Le persone sbagliano, tutte. Bisogna solo cercare di selezionare le persone più competenti e coscienziose possibile, per ridurre le possibilità di errore al lumicino. E poi, comunque, prendere atto della possibilità di errore e concedere a ognuno, quando possibile, un secondo appello.

      Mi piace

    • io in ogni campo faccio fatica ad accettare il concetto che scelta non c’è…preferisco pensare che noi come esseri umani siamo incapaci (al momento) di vederla… ma tutto questo non cambia di una virgola ciò che hai detto…

      Mi piace

    • Tante volte chi ti deve valutare non vale neanche l’unghia del tuo piede sinistro… ma tant’è, quello sta in cattedra, a fare il giudicante, e tu umilmente di fronte, in veste di giudicando: da prendere la sedia e rompergliela in testa, ma non si può…

      “Se sei martello batti, se sei incudine statti!”

      Liked by 1 persona

    • questo è vero, ma le volte che quello che ti deve giudicare vale… li diventa più complicato a mio avviso gestirne il rapporto…

      Mi piace

  3. Il concetto del post qual è? che l’adozione è gesto serio consapevole e attento. (Io aggiungo gesto anche nobile e mi spiace ancora leggere di egoismi e giocattolini) Certo che è così, idem per la procreazione assistita. Entrambe sono scelte e in quanto tali esigono un percorso di interiorizzazione, responsabilità e presa di coscienza. Poi si può fallire come genitori, possono fallire anche i genitori naturali, quelli che il cielo ha baciato a suo tempo.
    Ci sono per l’adozione anche responsabilità iniziali di terzi, di coloro che giudicano (terribile, ma è così) l’idoneità al mestiere di genitore . A questi, quindi, se la legge consente l’adozione alle coppie omosessuali, la parola definitiva.

    Mi piace

    • Non è che l’adozione “è” un gesto consapevole e attento, diciamo piuttosto che dovrebbe esserlo. L’adozione è un istituto, una possibilità, poi dipende da come uno la vive. C’è chi vi accece per accontentare il coniuge, chi la fa di nascosto che poi il figlio lo vuole far passare per suo, etc. etc. etc.

      Dire che è un gesto serio e consapevole mi pare più un’utopia che un dato di fatto: se lo fosse, non ci sarebbero tante “restituzioni”, vero dramma delle procedure di adozione.

      Mi piace

  4. D.M. hai toccato un tasto importantissimo. Già ieri vedendo il film “L’angelo di Sarajevo” in cui il giornalista, separato, adotta una bimba senza famiglia, mi ha fatto riflettere. L’adozione è forse l’istituto più delicato che ci possa essere sulla terra. Comporta il presente e il futuro di una persona. L’idoneità, valutata secondo molteplici criteri, dovrebbe assicurare una vita felice all’adottato. Io dico una cosa. Meglio adottare un bambino, magari lo fa un single, o (anche se io non sono poi così d’accordo) un omosessuale, è meglio di chi uccide i bambini per espiantare gli organi, o li fa prostituire. Diciamocela tutta.
    Ovviamente dovrebbe evolversi la società, in tema di concezione di famiglia (un tempo era patriarcale, oggi è d’uopo quella allargata), e allo stesso tempo dovranno cambiare gli stereotipi adottati per l’idoneità all’adozione. O introdurre istituti affini che consentano di salvare orfani ma allo stesso tempo di trovar loro qualcuno che se ne possa prendere cura. QUALCUNO.
    Con ciò escludendo il mero capriccio di genitori etero o omosessuali.

    Liked by 1 persona

    • Beh, meglio adottare un bambino che squartarlo mi sa molto di “catalanese”: meglio ricchi e sani che poveri e malati.

      Per il resto tornerò a parlarne, l’argomento m’intriga.

      Liked by 1 persona

  5. Ho affrontato questo argomento (dell’adozione in particolare dei bambini “colorati”) nell’aprile 2010 e non credo che all’epoca tu fossi un’assidua lettrice del mio blog. Purtroppo ricordo quel post (https://marisamoles.wordpress.com/2010/04/28/adozioni-l%E2%80%99amore-non-ha-colore/), e la discussione che ne è seguita, con un po’ di amarezza in quanto è diventato una sorta di casus belli tra me e frz. Nella discussione era intervenuto un padre adottivo che ha fatto riferimento ai risultati di una ricerca. Ne riporto il commento (il grassetto è mio):

    Realizzata dall’Istituto degli Innocenti di Firenze su richiesta della Commissione adozioni internazionali. Dal 1998 al 2001 hanno svolto un´indagine della restituzione, poi raccolta e commentata in un libro, «Percorsi problematici dell´adozione internazionale».

    In quattro anni sono stati restituiti 164 bimbi stranieri e 167 bimbi italiani: poiché il numero di adozioni nazionali è di gran lunga inferiore, la percentuale di fallimento coi bimbi italiani è più alta (nota: adozioni nazionali circa 1.800 l’anno, internazionali circa 3.900 l’anno). Lente d’ingrandimento sui casi di adozione internazionale fallita: sono più femmine che maschi, la loro età d´ingresso in Italia è 12-14 anni. Il loro paese di provenienza è, in ordine decrescente, Brasile, Russia, Colombia, Romania.
    Dice Melita Cavallo, magistrato, all´epoca dell´indagine presidente della Cai oggi responsabile della Giustizia minorile. «Ci sono bambini oggettivamente molto provati che al loro inserimento nel nucleo familiare scatenano dinamiche prima latenti». «E´ decisivo in questi casi il ruolo dei servizi territoriali che devono farsi vivere e stimare come luogo di accompagnamento alla coppia soprattutto dopo l´ingresso in famiglia del bambino: il sostegno dovrebbe poter prevenire la frattura e non essere richiesto dai genitori quando è troppo tardi». Aggiunge: «I casi di fallimento pongono sempre ai giudici, agli enti, ai genitori la questione cruciale: dove abbiamo sbagliato? L’errore, o se si vuole la colpa, non è mai dei bambini. Sono gli adulti a dover calibrare le loro aspettative e le loro capacità. Fa molto riflettere il dato che riguarda l´istruzione delle madri: più è alta e più è frequente il fallimento adottivo. Le madri colte pretendono di più da se stesse e dai figli. Nelle famiglie semplici, quello che una volta si chiamava il proletariato, le adozioni riescono sempre».
    Le aspettative dei genitori, certo, ma poi anche la capacità dei giudici o degli operatori degli enti di valutare le compatibilità: ce la può fare, quella famiglia, ad affrontare questo compito?

    Mi pare che non ci sia molto da aggiungere e alla domanda finale, che si riferisce al caso specifico di una famiglia che aveva posto dei limiti nell’adozione (no ai bambini di colore), non saprei come rispondere. Credo che in tutti i casi di adozione sia difficile affrontare il compito richiesto, così come accade quando nasce un figlio naturale. Dicono che i genitori adottivi siano più determinati e responsabili perché cercano la genitorialità e non l’accolgono quando arriva, voluta o meno. Nutro molti dubbi in proposito.

    Liked by 1 persona

    • Cara Marisa, ho letto l’articolo che mi hai linkato e tutti i commenti e, ti dirò, stavolta mi trovo perfettamente d’accordo con Frz, e per i motivi da lui espressi. Conto di tornare a parlarne, comunque il concetto è questo: il mondo perfetto è una cosa, l’isola di Utopia splendida, ma la realtà con cui si combatte, le dinamiche umane, sono un’altra cosa, spesso imprevedibile, più spesso ancora incoerente. Però davvero, conto di tornare a scriverne.

      Mi piace

    • Prego. Fare il bene non è mica esclusiva di chi un certo gruppo…. Chi ha orecchie per intendere intenda, gli altri in roulotte…. ☺se se n’era reso conto pure un certo Cefa che ammetteva di essere poco iNparato chi sono io per non adeguarmicisi?

      Mi piace

    • Hihihi…. questo buzzurrone incolto nonostante tutto se ne era uscito dicendo: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto.”
      E l’articolo che hai scritto tu oh cavolo se è praticare la giustizia! Fossero tutti così aggraziati (“dotati di Grazia”) ed intelligenti, il mondo sarebbe un posto migliore

      Mi piace

    • Comincio a montarmi la testa 😉

      Ti aspetto prossimamente allora sul post che ho intenzione di scrivere, sull’adozione dei bambini di diversa etnia.

      Mi piace

  6. Problematica complessa, ben affrontata. Mi dà uno spunto di riflessione nuovo il dato statistico che le madri colte falliscono più spesso di quelle più semplici. Se è vero, temo lo sia anche per la filiazione naturale… Eppure in passato, diciamo dall’inizio del Novecento in poi, si è ritenuto (giustamente, credo) che l’evoluzione della donna anche in senso culturale potesse farne una madre migliore; evidentemente c’è una soglia oltre la quale la qualificazione personale peggiora e non migliora il rapporto umano.
    Ma mi interessa anche la generale impostazione del problema dell’adozione, in rapporto alla questione dell’adozione per le coppie gay; perché, sebbene la questione sia delicata, e un’affettuosa coppia omo sia comunque preferibile all’abbandono (pensare ai terribili orfanotrofi mi pare rumeni che sono venuti alla ribalta anni fa), alla violenza, ecc., tuttavia la formazione equilibrata di un essere umano, e tanto più il difficile recupero dell’equilibrio psicologico di un bambino abbandonato, richiedono secondo me l’apprendimento dell’abbandono affettivo e della confidenza istintiva sia con l’uguale a sé che con il diverso da sé. Questo tipo di riferimento, che è fondamentale per imparare ad amare e a capire (…va bè, se mai è possibile!) un partner di sesso diverso dal proprio, non viene offerto dai genitori gay (ovviamente parlo dell’adozione, non dei figli naturali di uno dei due), così come dai single, che appunto nel nostro sistema non possono adottare; e credo che non si possa perdere di vista questo aspetto.
    Non sono convinta degli studi che dicono che non ci sono evidenze negative nei figli delle coppie gay, perché il fenomeno è nuovo, quei figli non sono ancora cresciuti (almeno non c’è una “massa” di soggetti adulti con questo vissuto), e quegli studi sono spesso fatti conoscere tramite le associazioni gay, che inevitabilmente ma forse fuori luogo li usano al fine di rivendicare propri diritti, e dunque li interpretano, con una certa frettolosità; comunque, se gli esiti di questi studi sono esatti, si tratta della stessa “normalità” di tutti quei figli di madri nubili, di vedovi e vedove,di separati o divorziati per cui uno dei genitori è assente…una condizione, insomma, molto diffusa e in certo senso tale da non risultare di per sé abnorme; il che, tuttavia, non ha indotto il legislatore a concedere l’adozione ai molti single, che pure la vorrebbero, avendo magari adeguate risorse psicologiche, affettive, economiche, ed offrendo al bambino una condizione non dissimile da quella dei genitori adottivi che dopo anche poco si separano (magari proprio per lo sconvolgimento portato dalla stessa adozione).
    Inoltre, per i genitori single e i separati credo resti comunque un riferimento almeno potenziale, magari idealizzato, alla figura dell’altro genitore “complementare”, nel senso che se ne conoscono le caratteristiche almeno teoriche, se ne avverte la mancanza o si cerca di colmarla (quante madri singole dicono di fare “da madre e da padre”?); i genitori gay invece presentano un diniego della necessità della figura sessualmente “altra”, e spesso l’affermazione più o meno esplicita che gli uomini o le donne “non servono”. Naturalmente, c’è comunque l’insegnamento del rapporto con l’ “altro” come “persona diversa da te”, che può essere rispettoso, affettuoso ecc.; ma ho l’impressione che non basti.
    La legge è andata coi piedi di piombo con l’adozione, per muoversi sempre nell’ambito del massimo interesse del minore, anche a costo di sacrificare situazioni, quali quella dei single, che prima del 1967 erano riconosciute come idonee all’adozione, sicché possono essere vissute dagli interessati come diritti ingiustamente sottratti in modo discriminatorio: la previgente adozione dei single dava luogo, in effetti, a situazioni che tradizionalmente appartenevano all’ordinario vissuto di moltissimi bambini non adottati (si pensi a madri che morivano di parto e padri che morivano in guerra), e che non escludevano cura, affetto e mezzi economici idonei; tuttavia, si è risposto appunto che un bambino non è oggetto di un diritto del genitore (forse anche un po’ troppo drasticamente, ma giustamente a fini di tutela), bensì è soggetto di diritti, tra cui quello di avere un padre e una madre. Mi pare che questo principio abbia un valore generale, e che non ci si possa “sforzare” di limitarne la portata per non pregiudicare un “diritto alla genitorialità” la cui esistenza finora in sostanza è stata negata (adozione single) o fortemente circoscritta (inseminazione artificiale) per il suo potenziale conflitto con l’interesse del minore, e il cui carattere “paritario” – parlo sempre dei figli adottivi, non di quelli già propri – mi pare tutto da discutere, visto che una cosa è la giusta esigenza di rivendicare riconoscimento e tutela legale della PROPRIA specifica condizione, un’altra è la pretesa di assicurarsi comunque ANCHE i benefici e le tutele di UNA DIVERSA condizione, che non si vuole e dalla quale ci si distingue.
    Sproloquio infinito, pranzo saltato. Presto, a me un panino! Scusate, Cyt.

    Liked by 1 persona

    • Cytind, sei eccezionale!

      L’affermazione finale la stampo e la incornicio:

      “Una cosa è la giusta esigenza di rivendicare riconoscimento e tutela legale della PROPRIA specifica condizione, un’altra è la pretesa di assicurarsi comunque ANCHE i benefici e le tutele di UNA DIVERSA condizione, che non si vuole e dalla quale ci si distingue”.

      Mi piace

  7. Pingback: Di adozioni etniche | Diemme

  8. In questa zona ci sono state tante adozioni, ma tutte coppie senza figli, mi viene da pensare che non volevano dare una famiglia d un bambino, ma volessero loro il bambino, anzi non lo penso, lo affermo. Alcuni sono italiani, uno Bieòlorussia, due fratelli colombiani, uno greco…..uno somalo, l’unico a essere stato “rispedito” e ora è in casa-famiglia.
    “Il destino ha portato nella nostra casa un bambino da accudire, crescere, amare, un bambino che ha enormemente bisogno di noi, anche per superare un passato di cui forse non ci parlerà mai, ma che è ben presente nella sua mente e nel suo cuore”, questa dovrebbe essere davvero l’unica filosofia, ma non mi sembra….

    Mi piace

    • E infatti, non lo è, è inutile che stiamo a filosofeggiare di Utopia. Il fatto che il bambino somalo sia stato l’unico a essere rimandato indietro (povero, essere “restituito” dev’essere peggio del rimanere orfano, o dell’essere stato abbandonato magari da una prostituta sul ciglio di una strada!) potrebbe essere casuale, o forse no. Con l’obbligo di accettazione del bambino neo potrebbe crearsi un altro costume: come giocassi la lotteria, chiedo il bambino in adozione, poi se esce nero lo rispedisco al mittente…

      Che poi invece, anche il contrario, non potrebbe essere un “lo voglio strano”? Non potrebbe essere un gioco volere il figlio esotico? Insomma, entrare nelle teste degli aspiranti genitori non è facile, psicologi e assistenti sociali ci provano ma, l’abbiamo già detto, non sono infallibili. Ora va di moda che non avere preclusioni verso un bambino nero sia segno di grande apertura, ma non è così.

      Ovviamente, la stessa cosa vale per genitori neri e bambino bianco anzi, se ci fosse qualche nero tra i miei lettori, mi farebbe piacere avere la sua opinione in merito.

      Liked by 1 persona

Dimmi la tua!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...