Archivio | 23 luglio 2014

Quei lutti che non contano

The girlfriend of IDF soldier Tal Yifrah

The girlfriend of IDF soldier Tal Yifrah

Ogni giorno foto di ragazzi, soldati israeliani, spesso ventenni, morti nella missione a Gaza. Quelle foto sembrano dei compagni di università di mia figlia, quando la vado a prendere, tutte quelle matricole scanzonate che escono dall’aula, e invece no, è il bollettino dei morti nella missione di terra, in quell’attacco di terra che molta gente dal proprio salotto sponsorizzava, andate, attaccate, fate piazza pulita del terrorismo, delle rampe di lancio, dei depositi, etc.  Ragazzi di vent’anni, e io penso ai nostri, quelli italiani, quegli stessi ragazzi che ogni tanto mi popolano casa, e li immagino soldati, in terra nemica, minata, a introdursi nei tunnel del terrore, spesso carichi di esplosivi, a scoprire, disinnescare… Vent’anni mi sembrano così pochi per fare la guerra!

Dicevano “Andate, non c’è altra scelta!”, e forse avevano pure ragione, ma chi doveva farla la guerra continuava a rispondere che non è un gioco alla playstation, che andare in guerra significa anche non tornare… Una mia amica israeliana a brutto muso rispose a qualcuno di noi italiani: “Sono i nostri figli, i nostri mariti, i nostri fratelli quelli che partono, quelli che forse non rivedremo mai più!”.

Ma i nostri morti non contano, perché sono pochi. Perché Israele ha la grossa colpa di non considerare i suoi figli (e neanche gli altri, checché se ne dica) carne da connone. Perché Israele ha la colpa di avere una legge che obbliga alla costruzione di bunker a ogni tiro di schioppo. La sproporzione del numero di vittime la rende colpevole. Israele ha la colpa di investire centinaia di milioni in sistemi in grado di evitare stragi, gli oramai celeberrimi Iron Dome, le cupole di ferro. Ciononostante, la guerra non si è potuta evitare. Riporto, sempre presa da fb, una testimonianza di quello che è la quotidiana emergenza israeliana:

Condivido la testimonianza diretta dell’attacco di ieri di una ragazza che vive a Tel-Aviv
Sempre piu’ difficile…
oggi, ore 11.45.
Cammino per strada con la piccola in passeggino. Dopo 2 giornate relativamente tranquille ci sorprende la sirena. Per strada con il rumore del traffico e’ piu’ difficile riconoscerla. Ci metto 2/3 secondi. Da quando la riconosco scattano i miei 87 secondi.
Per fortuna la mia bimba e’ ancora piccola, e questa per lei e’ gia’ routine. La sua prima sirena l’ha sentita un anno e mezzo fa, quando era ancora dentro la mia pancia. Questo vuol dire che posso risparmiarmi il sorriso e la frase rassicurante.
Vorrei cominciare a correre ma non so da che parte. Sono immobile. Un signore in macchina mi vede e mentre accosta la macchina per cercare rifugio mi urla “entra in un palazzo!”. Mi guardo intorno, sul marciapiede in cui mi trovo non ci sono palazzi in cui rifugiarsi. Comincio a correre verso l’incrocio, devo attraversare due strade prima di trovare il primo palazzo.
Corro, facendo lo slalom con il passeggino fra le macchine. Finalmente raggiungo un portone, lo spingo forte pregando sia aperto. Si apre. Un ragazzo, uno sconosciuto, che sta scendendo le scale di corsa mi vede, e si ferma per aiutarmi. Si carica il passeggino e mi aiuta a superare il gradino per entrare nel portone. Mi dice “vieni, scendiamo”. Slego mia figlia dalla cintura, prendo lei e la borsa e scendo le scale verso il rifugio. Non so a che punto siamo col conteggio dei secondi, ma sono quasi sicura di essere fuori. Appena entrata nel rifugio sento 2 boati e prego sia Iron Dome.

Mentre aspetto i 10 minuti per poter uscire parte la catena dei messaggi fra parenti e amici. Il primo messaggio lo ricevo dall’asilo di mio figlio: tutto ok, siamo stati fortunati anche questa volta.
Passati i 10 minuti saluto e ringrazio i miei compagni di rifugio per questa volta: il ragazzo scalzo che mi ha aperto il portone, una ragazza incinta, e due mamme con bambini di 8 e 10 mesi.
Esco fuori con la consapevolezza che se fossi stata a Sderot non avrei fatto in tempo neanche ad attraversare la prima strada.

Da quanti anni si vive così? Troppi. Forse hanno ragione gli strateghi da salotto: si doveva reagire prima, e mentre mi scorrono davanti agli occhi le foto di quei giovani sorridenti, pieni di vita, pieni di voglia di viverla questa vita, mentre penso che non la vivranno più, che l’hanno sacrificata perché la propria gente non debba più vivere sotto un cielo da cui piovono missili, mi sale la rabbia e perdo ogni contegno.

Ho gli occhi gonfi, e non mi va di scrivere RIP, non mi va di scrivere “che la terra gli sia lieve”, non m va di scrivere “Eroi!”.

Ho solo voglia di urlare, di abbracciare anch’io quelle bare e urlare a tutti loro “Uscite da lì, tornate con noi, tornate a vivere! Non è possibile che siate morti, non è vero, non è giusto!”.

E poi, proprio per dirla tutta, quelli che dicono che abbiamo “poche vittime” ho proprio voglia di attaccarmeli all’anima. Ecco, l’ho detto.