Invocare un bimbo

famiglia in foresta

Questa meraviglia l’ho appena letta su fb:

C’è una tribù in Africa, dove la data di nascita di un figlio non viene conteggiato da quando nasce, né da quando è concepito, ma dal giorno in cui il bambino era un pensiero nella mente di sua madre. E quando una donna decide che avrà un bambino, va fuori e si siede sotto un albero, da sola , e ascolta fino a quando può sentire il canto del bambino che vuole venire. E dopo aver sentito la canzone di questo bambino, lei torna da colui che sarà il padre del bambino, e la insegna a lui. E poi, quando fanno l’amore per concepire fisicamente il bambino, per un po’ di tempo cantano la canzone del bambino, come un modo per invitarlo.
E poi, quando la madre è incinta, insegna la canzone del bambino alle levatrici e alle vecchie donne del villaggio, in modo che quando il bambino è nato, le donne anziane e le persone intorno a lei cantino la canzone del bambino per accoglierlo. E poi, come il bambino cresce, agli altri abitanti del villaggio viene insegnata la canzone del bambino. Se il bambino cade, o si fa male al ginocchio, qualcuno lo raccoglie e gli canta il suo canto. O se il bambino fa qualcosa di meraviglioso, o partecipa ai riti della pubertà, allora come un modo per onorare questa persona, la gente del villaggio canta la sua canzone.
Nella tribù africana c’è un’altra occasione su cui gli abitanti del villaggio cantano al bambino. Se in qualsiasi momento durante la sua vita, la persona commette un crimine o un atto sociale aberrante, l’individuo è chiamato al centro del paese e le persone della comunità formano un cerchio intorno a lui o lei e poi gli cantano la sua canzone. La tribù riconosce che la correzione per un comportamento antisociale non è la punizione, ma è l’amore e il ricordo della propria identità. Quando si riconosce la propria canzone, sparisce la voglia o il bisogno di fare cose che possano ferire un altro.
E va così la loro vita. Nel matrimonio, le canzoni sono cantate, insieme. E infine, quando questo bambino è sdraiato sul letto, pronto a morire, tutti gli abitanti del villaggio conoscono il suo canto, e cantano, per l’ultima volta, il canto a quella persona.

 

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44 thoughts on “Invocare un bimbo

  1. Quanto siamo lontani dalle nostre provette e dai casini che poi possono derivarne!
    Ciao carissima, approfitto per augurarti sia buon Pesach che buona Pasqua, con sincero affetto!

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    • Sai una cosa che mi ha colpito pure moltissimo di tutto il racconto?

      “La tribù riconosce che la correzione per un comportamento antisociale non è la punizione, ma è l’amore e il ricordo della propria identità”.

      Io lo trovo stupendo, e secondo me è anche un metodo efficiace.

      Buona Pasqua a te, caro Sergio, spero di riuscire anche a sentirti di persona 🙂

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  2. Molto poetico.
    Non vorrei apparire cinica, ma in Africa sarebbe meglio cantare meno e mettere al mondo meno figli dato che sono destinati a morire entro i primi cinque anni di vita.
    So che come pensiero forse non è adatto al periodo pasquale ma io in certi casi non so stare zitta, perché è bene pensare delle cose ma non dirle.

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    • Magari la soluzione non sarebbe fare meno figli, ma migliorare la propria condizione. L’Africa è una terra ricchissima, storicamente sfruttata molto dai bianchi e molto male dai neri.

      La soluzione a tutto ciò non può essere l’estinzione.

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  3. Beh paese che vai usanza che trovi. Una volta in un documentario vidi il rito del matrimonio di una di queste tribù africane. Sai DM che per quanto li consideriamo arretrati rispetto al nostro modus vivendi, li, prima del matrimonio gli uomini festeggiano l’addio al celibato bevendo e fumando????

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  4. Quando per qualsiasi motivo qualcuno mi chiederà perchè sostengo sempre la meravigliosità della vita e della nostra esistenza, racconterò questa storia.. che ora che l’ho letta, credo, non dimenticherò mai…

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  5. L’amore è la cura di tutto, ma basta veramente un nulla per ferire… l’impressione di giocare con bicchieri di cristallo non se ne va.

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  6. Qualsiasi cosa tu possa fare può esser percepita come una “ferita” dagli altri. Un po’ come quando cammini, quanti insetti non ti accorgi di schiacciare?

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    • Beh, se schiacci un insetto lo schiacci sul serio, è un fatto obiettivo, diverso è quello che viene “percepito” come una ferita: francamente, se c’è una cosa al mondo che sopporto poco poco, per non dire niente, è la coda di paglia delle persone.

      Mi hanno spiegato che quando una persona è stata a lungo attaccata, oramai percepisce il pericolo pure dove non c’è e reagisce anche un po’ a casaccio, mi hanno detto che per addestrare i cani al combattimento, renderli aggressivi e imbibirli d’odio, li mettono in un sacco chiuso e li bastonano, cosicché non sanno le botte né quando arrivano, né da dove, né da chi, cosi poi, una volta usciti di lì, stanno sempre sul chi vive e aggrediscono tutti indistintamente. Questo però nulla toglie alla gente che si sente “toccata” per propria coscienza sporca, o sentimenti di inadeguatezza, complessi d’inferiorità, che è assolutamente ingiusto attribuire all’altro.

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    • La percezione e la coda di paglia è una cosa, e su quel che dici son d’accordo, ma a mio parere si fa del male anche senza volerlo, e non ci si rende conto. Nessuna coscienza sporca in questo caso. Può capitare e basta. Esempio banale: ci si dimentica un compleanno, una data, e all’altro dispiacerà; e non credo si tratti solamente d’inadeguatezza.

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    • Beh, se io mi dovessi offendere per chi si dimentica il mio compleanno, sarei tutta una ferita! Io ragiono al contrario, tanto per rispondere al tuo esempio, ho piacere per chi mi fa gli auguri, e non dispiacere per chi non me li fa, ho piacere quando m’invitano da qualche parte, non dispiacere quando non m’invitano!

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    • Sono piccole cose che se sommate fanno la differenza. Ci si dimentica una volta, due, tre, poi qualche domanda io me la faccio. Perché per quanto non possa essere perfetta alle persone a cui tengo cerco di dare il mio massimo. Questo è il mio parere. Le ferite si rimarginano, ma le cose si ricordano.

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    • Cara Jessica, tante volte mi dico cosa ho fatto per meritare tanti e tanto cari amici, davvero la mia ricchezza, tante volte invece me lo spiego. Ho visto amicizie rompersi per cose che davvero ai miei occhi sembrano sciocchezze e, casualmente (forse non mi conosci, credo questo sia il primo post su cui commenti da me), sono una che dimentica praticamente TUTTI i compleanni. Sono un’amica sincera, disinteressata, presente nel momento del bisogno, felice delle gioie altrui, e che non abbandona mai. Per contro, non faccio feste, non invito, non vado se m’invitano, e dimentico regolarmente tutte le ricorrenze: ora, siccome tutto non si può avere, tu, potendo scegliere, faresti, come ha fatto una mia ex amica, di scegliere quella che ti fa tante moine, e poi quando hai un tumore ti volta le spalle perché non le va di sentir parlare di malattie? A far festa, e a ricordarci le feste, siamo tutti bravi, ma a metterci del proprio per sostenere una persona nel bisogno, non dimenticarla mai, essere davvero felice delle sue gioie e dei suoi traguardi, credimi, non è per tutti.

      Poi, il fatto che una si “dimentichi” regolarmente il tuo compleanno, indubbiamente può anche – ma non necessariamente – essere un segno che la persona non tiene a te, e allora, perché non limitarsi a prenderne atto? Ama chi t’ama e segui chi ti chiama, non possiamo piacere a tutti e l’amicizia, come l’amore, ha ben bisogno di essere reciproca!

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    • Come io non conosco te (ho incontrato il tuo blog da qualche giorno credo) tu non conosci me. Parli con una persona che sa cosa significa avere problemi che vanno oltre la dimenticanza di un compleanno, e so benissimo quanto possa far male quel voltar le spalle, come dici tu, nel momento in cui il mondo ti crolla addosso; e una nuova verità si affaccia. E dovrai farci i conti ogni giorno. E ti chiedi quanto sia ingiusto, e ci si sforza di alzarsi dal letto ogni giorno; a stento si vedono le motivazioni. Guardi il sole, e vorresti solamente scioglierti in esso. Sì, alcuni mi han voltato le spalle, ma chi è rimasto, c’era anche prima con le sue “moine”. Se sono ipocrite e di circostanza allora ti do pienamente ragione, ma la presenza si fa sentire anche nelle piccole cose; anzi: sempre. Nelle piccole e grandi cose. Questo il mio parere.

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    • Parere più che rispettabile e condivisibile, ma non siamo tutti uguali. C’è chi mostra quello che non prova, chi mostra quello che prova, chi non mostra quello che prova. Ci sono persone attente ai dettagli, altre hanno altre peculiarità, magari non meno importanti. C’è chi apparecchia coi fiocchetti e magari dimentica che non mangi maiale, chi butta là una tovaglia e piatti di carta, ma ti ha fatto il pasto a parte, chi tutte e due, chi nessuna delle due. Io, se le persone mi vogliono sinceramente bene, non faccio caso a nient’altro. E comunque, parlo per me, tornando al fatto che non siamo tutti uguali, ognuno ha le sue “piccole cose” che fa per gli altri. Per me ricordare un compleanno è uno sforzo talmente sovrumano che, davvero, mi è più facile perdere l’amicizia, ma questo non significa affatto che io quella persona non l’abbia nel cuore, non la stimi, ami, rispetti, non abbia piacere di vederla, ascoltarla, parlarle, chiederle consiglio per la grande stima che ho di lei, etc. etc. etc.

      Poi, ognuno ha i suoi nervi scoperti e io ne ho tanti, credimi, ma soprattutto sul fronte genitori, perché su tutto il resto ho imparato la lezione e il “non ragioniam di lor ma guarda e passa” oramai è il mio vangelo.

      Anche davanti ai voltafaccia, fermo restando che oramai sono ben fornita di paracadute, chiunque dovesse fare questo voltafaccia, alzo le spalle e vado avanti. Perduto? Avanti il prossimo. Sei importante perché sei un amico/amica, una persona che mi vuole bene: dal momento che non lo sei più, oramai mi sono fatta una ragione del fatto che non sto perdendo nulla.

      Solo una curiosità: come mai questo discorso su questo post? Ne avevo pubblicato da poco un altro specifico su chi se ne va, ora lo cerco e posto il link.

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    • Eccolo1

      https://donnaemadre.wordpress.com/2014/03/14/quanto-mi-hai-ferito/

      E a proposito di cinismo, acquisito a forza di dolori, ti voglio raccontare questa, e per me che mi conoscevo è significativo di quanto sia cambiata. Giorni fa mi dovevo mettere in tiro per una festa, e volendo un po’ spezzare la tinta unita che indossavo ho preso dal cassetto uno scialle splendido, comprato anni or sono e mai usato. Lo scarto e rimango piacevolmente sorpresa per quanto era bello – non lo ricordavo – e ancora più stupita per il cartellino del prezzo (notevole). Ricordo che ne avevo acquistati due, ugualmente belli ma di colori diversi. Il secondo l’avevo regalato alla persona che, all’epoca, era tra le mie più care amiche.

      Lei non mi manca per niente, ma quanto mi manca lo scialle, e quanto mi gira il chiccherone per averglielo regalato!

      Tu non hai idea quanto io abbia voluto bene a questa persona, e quanto le sia stata vicina nei rovesci della vita (che non le sono mancati). Recentemente ci siamo rincontrate da amici comuni: mi dicono che lei fosse molto imbarazzata. Io, francamente, no.

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  7. Non siamo tutti uguali, questo è vero. E il farsene una ragione deriva comunque da un “percorso”, perlomeno per me; perdo un’amicizia e inizialmente sento rabbia e amaro in bocca, e non c’è nulla di sbagliato. Fa parte del metabolizzare. In breve (devo tornare a lavoro) te ne racconto una io: a luglio ho avuto un intervento e la mia più cara amica, che già da un po’ avevo notato che stava prendendo le distanze, ha colto l’occasione per levare i tacchi. In quei giorni chiusa in casa mi sono avvelenata il sangue, lo ammetto, poi qualche mese dopo l’ho rivista. Mi faceva solamente una gran pena. E non l’ho più cercata, e rimpiango di averci perso tutto quel tempo onestamente.

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    • In passato, perdere un’amica – o un amico – è stato un dolore insuperabile, e non è successo una sola volta. Ora, so che devo andare avanti e basta, so che non posso voltarmi indietro, non posso permettermi di soffrire e chi se n’è andato non lo merita.

      Cancello, casso (cassare=cancellare), quella persona non esiste più, anzi, sai che ti dico? Non è mai esistita.

      Che dirti, funziona!

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    • Diciamo che non cancello, ma lascio perdere chi non mi merita più. Ma se mi garantisci che così si può star meglio allora potrei provarci anch’io 😉

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    • E necessario: vera la massima che loro probabilmente non meritano il perdono, ma noi meritiamo la nostra serenità, e lo stare in santissima pace!

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