Un omaggio al trapassato remoto da Roberto Cotroneo

piuma d'oca blu con inchiostro di china e pergamena

Generalmente non riporto su questo mio blog post altrui, per consigliare i quali ho riservato un blog a parte, ma ho trovato questo di una tale poesia che voglio condividerlo qui, in un luogo più mio e decisamente più frequentato.

Ecco il post:

Il trapassato remoto è un tempo verbale che non usa più nessuno. Resta ai letterati, quelli molto colti, e suona anche un po’ strano. In molti mi guarderebbero con aria strana se dicessi: dopo che Giulia ebbe sceso le scale, uscì dal portone trafelata. Eppure questo è un italiano colto e corretto. Da anni sento i lamenti sulla perdita del congiuntivo. Ma non sento mai note dolenti sulla fine del trapassato remoto. Sostituito da tempi verbali al passato che all’incirca rendono l’idea, senza troppe complicazioni.

Ma in realtà il trapassato remoto è un modo di pensare la storia, ed è un modo di capire il tempo. Non è la stessa cosa dire: ebbi cantato piuttosto che cantai. Perché tra i due tempi c’è una linea di separazione. Un qualcosa di avvenuto e di concluso, una sistemazione del disordine della vita. Usare il trapassato remoto è un modo per archiviare davvero, ma non è un modo per dimenticare.

Alcuni di voi ricorderanno i vecchi album fotografici, o i vecchi libri che si tenevano sugli scaffali più alti della libreria. I volumi che non ti servono quasi mai. E ricorderanno il fastidio di prendere una scala e andarli a scovare, quella volta ogni cinque anni che ti potevano servire. I vecchi album fotografici diventavano un evento particolare. In qualche pomeriggio di pioggia, quando si aveva un po’ di tempo, si tornava a prendere quei vecchi volumi, sempre un po’ pretenziosi, e si cominciava a sfogliarli. Ogni cosa attraversata dal tempo mostrava i suoi segni. I vecchi dischi in vinile scoppiettavano, i vecchi nastri magnetici davano un fruscio, i film in super 8 erano pieni di graffi e sbiaditi, le fotografie perdevano l’argento e i pigmenti colorati. I libri avevano tracce di muffa e macchie, e le pagine alle volte si incollavano una all’altra.

Il mondo del trapassato remoto era quello. Era un mondo di memorie, ma anche un mondo di gerarchie spaziali. Tutto quello che un tempo era, e che non andava visitato troppo, stava un po’ altrove, più lontano, e richiedeva qualche scomodità in più per essere preso, guardato, ascoltato. Anche un’espressione molto comune e colloquiale, come: è una cosa archiviata, oggi è diventata altro. Archiviare era mettere nel passato, spostare, destinare a un sonno che poteva anche essere prolungato.

La digitalizzazione della vita ha cancellato molti tempi verbali, lasciando di fatto solo l’indicativo presente, e forse il presente storico. Non si tratta di spostare altrove, e non si tratta di mettere in luoghi più lontani e meno accessibili parti della propria vita che non dobbiamo frequentare di continuo. Le vecchie foto sono solo un po’ più in giù, basta scrollarle con il mouse. I vecchi brani musicali non scoppiettano perché gli mp3 non si rigano e non prendono polvere, i video sono inalterabili e il vederli è sempre possibile senza dover accendere un vecchio proiettore, e i libri non avranno più il problema degli scaffali più in alto. Stanno tutti là, basta digitare le prime lettere del titolo per farceli apparire come d’incanto. Tutto è nel tempo che vogliamo. Anche i film su Sky li fai iniziare quando vuoi tu, schiacciando un pulsante che non riavvolge un vecchio nastro, ma ti regala un inizio in qualsiasi momento.

Sono cose molto belle, ma tolgono al passato il senso del passato, che non è affatto un senso nostalgico, o di rimpianto. Ma è quasi antropologico. L’idea del compimento del tempo, e della rivisitazione del tempo passa anche dal tornare a cercare, dal riaprire un archivio, riscoprire, svelare. L’uomo digitale dominerà sempre più il suo passato con parole chiave, con movimenti semplici. Il vecchio e il nuovo sono divisi da una porzione di monitor. E gli archivi dei ricordi saranno accessibili da tutti i dispositivi. Il vecchio solaio, la stanza delle memorie abbandonate, ormai è un dito che scorre sul touch di uno schermo.

Il trapassato remoto si usa per azioni concluse che non abbiano alcuna rilevanza con il presente e con l’attualità. Oggi tutto ha rilevanza con il presente, e nulla si conclude. Lasciandoci il passato in una terra incerta, che non si distingue più dal presente.

Che ne dite? Io l’ho trovato incantevole!

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14 thoughts on “Un omaggio al trapassato remoto da Roberto Cotroneo

  1. Da ragazza nata nell’era dei computer sono un pò contraria al senso del testo da te riportato. Sono dell’idea che il passato è lì, pronto a farci ricordare quello che eravamo prendendo a riferimento quello che siamo. Erano belli allora i vinili e le foto ingiallite, i libri che profumavano di vecchio e di polvere o le videocassette che dovevi fare rew prima di rivedere il filmino. Non nego l’emozione di riaprire un album con foto vecchissime e sfiorarlo con l’idea che ha trascorso mezzo secolo, ma…. bisogna andare avanti. guardare avanti e al progresso. senza progresso non possiamo chiamarci uomini. o fare storia.
    Ti riporto un esempio. In relazione al caso del trapassato remoto caduto in disuso.
    Quale lingua al mondo supera per bellezza, storicità, fascino e musicalità il latino? nessuna. Fu la prima lingua ufficiale di quell’impero che, paragonato oggi, potrebbe essere alla pari dell’unione europea. Una lingua di poesia, di guerra, di cultura, di religione. Un pò come il trapassato remoto che indica un archivio che è stato ma puoi riaprire con un ricordo. Ma per necessità, evoluzione degli usi e dei costumi, facilitazione della letteratura, siamo passati dal volgare all’italiano manzoniano, dall’italiano colloquiale al dialetto, tra i quali, il più imitato, è il napoletano. Per giungere all’inglese e al globish, ossia ad un inglese maccheronico utile per esprimersi anche in assenza di una cultura inglese di fondo.
    E questo inglese imposto a scuola, a lavoro, nelle aule universitarie, per quanto odiato, è il mezzo con cui possiamo parlare di progresso degli usi e dei costumi odierni.
    Una sola cosa. Si al progresso, ma sempre conoscendo le nostre origini. Si ad un italiano semplice e colloquiale, ma imparando sempre tutti i modi e i temi grammaticali.

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  2. Roberto Cotroneo è uno dei miei blogger preferiti.
    Tutto quello che scrive ha una saggezza innata, un buon senso d’altri tempi.
    E una capacità letteraria superiore alla media.
    Ottima idea la tua condivisione

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  3. Pingback: Il congiuntivo è morto, ma il trapassato remoto… | Ilcomizietto

  4. Il tempo passa così veloce che si perde la cognizione . La puntualità grammaticale della nostra lingua ha perso smalto per le varie contaminazioni . Che vuoi?
    Ogni tanto uso il trapassato remoto ( anche il trapassato prossimo) , ma è un vezzo.
    Un abbraccio
    Giancarlo

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  5. Molto bello. Ma a me non piace fare il vecchietto che considera giusto tutto ciò che ha visto e vissuto nei suoi primi 40 anni e poi sbagliato tutto il resto.
    E’ errato pensare che solo noi stiamo vivendo l’unica grande trasformazione, come fanno i vecchi che la sera prima guardano lucignolo e poi sull’autobus tirano fuori le loro tipiche frasi: “si stava meglio quando si stava peggio”, “i giovani d’oggi non capiscono niente”, “dove si finirà?!”, ecc.
    In realtà il mondo è in continua trasformazione da millenni e quasi sempre a causa non di un tiranno, bensì di una “scelta” collettiva che lentamente cambia le “mode”.
    Siamo passati dal latino all’italiano. Finiremo anche col non usare più il trapassato remoto.
    Dove si finirà? Semplicemente sotto terra, come i miliardi di persone che c’hanno preceduto. E chi verrà dopo vivrà perfettamente anche senza il passato/trapassato remoto. Anzi parleranno tutti inglese (o cinese). E magari rideranno del nostro antico modo di parlare. Per poi iniziare ,dopo i 40 anni, a lamentarsi delle nuove usanze dei giovani.

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  6. Sarà che mi piace parecchio leggere ma non trovo che il trapassato remoto suoni strano. A me suona strano (e grezzo) il modo di parlare attuale di molta gente, in particolare in TV o come scrive sui giornali. Soprattutto con la mania di infarcire qualsiasi discorso con termini inglesi (magari declinati all’italiana)

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  7. Il post è incantevole davvero. Quanto ai tempi verbali, qui al nord, ahimè, è scomparso anche il passato remoto non solo il trapassato! Usiamo sempre e costantemente il passato prossimo, non solo nel linguaggio colloquiale ma anche nello scritto. Trovo particolarmente difficile esigere che i miei studenti, quando traducono dal Latino, usino il passato remoto, ma nei testi narrativi è obbligatorio. Il fatto è che il passato remoto proprio non lo conoscono. 😦

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