Archivio | 21 febbraio 2014

Ma quale motivazione?

Ogni giorno è più difficile andare al lavoro. L’atmosfera da me è avvelenata e, a mio parere, tanti certificati che arrivano, tante defezioni, sono di gente che la mattina si alza e capisce che proprio non ce la fa, non ce la farà ad aggiungere alla propria vita un’altra giornata così.

Ricordate la persona con cui discussi? Mi sono sempre rifiutata un “chiarimento”, un “accomodamento”, che forse secondo qualcuno sarebbe opportuno, ma uno arriva pure a un certo punto della propria vita a capire che il proprio tempo è prezioso, e non lo vuole sprecare con chi non lo merita.

La mia soglia di sopportazione è generalmente alta, io sono quella che capisce i momenti, le situazioni, si mette nei panni degli altri, contestualizza… io sono quella che non se ne va mai (ma mai dire mai!), che non si sognerebbe mai un bel giorno di sparire dalla vita di chicchessia così, senza rispondere neanche più al telefono, taglio netto, senza una parola e senza un perché. Lo fanno, lo fanno, in tanti, in troppi, ma io no, io questo non lo faccio.

Tutto però ha un limite. Qui non si tratta di quello che una persona ha fatto, ma di quello che è: una volta che io ho un’opinione di una persona, precisa, circostanziata, inossidabile, e questa opinione non è certo esaltante, di che cosa dobbiamo parlare? Che cosa dobbiamo chiarire, quello che da vent’anni vedo coi miei occhi e sento con le mie orecchie? Grazie, non ne ho bisogno.

E poi, la persona in questione è stata giustamente definita “Il dottor Jekill e Mr. Hide”: io posso pure chiarirmi con Jekill, che tra le altre cose è una persona amabile, ma poi all’improvviso esce Hide, e ti massacra: non è possibile tenere lontano mr Hide, sono inscindibili, come si suol dire “un pacchetto”, prendere o lasciare. E io ho lasciato.

Mi alzo ogni mattina, chiedendomi come cambiare vita (in meglio, s’intende), e come un automa mi alzo, mi vesto, esco, e vado. D’altra parte, i soldi a casa li devo pur portare.

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