Una zuppa per non dimenticare

Quest’anno, in occasione della giornata della Memoria, voglio proporre questa testimonianza, presa dal blog civuoleunfiore della nostra cara Nives:

Una zuppa per non dimenticare

di  Annalisa Pasqualetto

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“Natale! Anche quest’anno è arrivato. Le strade e le vetrine sono una festa per gli occhi, e tutto è un brillìo. Le sere sono talmente lunghe che mi portano a pensare: ai regali da fare, agli auguri da spedire, e a preparare tante leccornie….ma sopratutto mi ritornano in mente uno alla volta i Natali passati, quelli di una volta, quando ero bambina. Tutti mi hanno donato emozioni e ricordi, ma tra i tanti ha lasciato di più il segno quello che ho passato in casa di un fratello di mio papà: lo zio Bepi. Bepi era il terzo figlio, dopo lo zio Armido e mio papà Piero, lo ricordo come la persona più ingegnosa che abbia conosciuto; sapeva fare di tutto, e sbrogliare qualsiasi situazione o problema. Io gli volevo tanto bene, ma gliene ho voluto ancora di più dopo esser stata con lui un Natale. Quell’anno aveva compiuto 50 anni e così aveva pensato di festeggiare il compleanno e Natale in compagnia di chi gli stava più a cuore; aveva però spiegato che sarebbe stata una cena di vigilia “special”. Non si era in tanti, solo i parenti più stretti, e io mi sono subito seduta in tavola vicino ai miei cugini, come loro piena di allegria e contentezza.

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“Prima di cenare vi voglio raccontare una storia” disse lo zio Bepi, e tutti siamo stati zitti ad ascoltare. “Stasera voglio ricordare il Natale del ’44, un Natale di guerra. Mi trovavo in Campo di Concentramento in Germania.

Mi avevano preso i tedeschi dopo l’8 settembre assieme ad altri soldati, io ero di marina. Senza ordini e sbandati, senza sapere cosa fare o dove andare, ci siamo trovati su un treno merci che ci ha condotti al nostro Calvario. Morsi dalla fame e pieni di spavento, ci si trascinava come fantasmi dove ci comandavano di andare, il lavoro ci massacrava e di sera ci si accasciava su materassi bisunti, sfiniti dentro e fuori. Il Campo non era solo una casermona fatta di pietre e filo spinato, era un altro mondo, fatto di gelo e di desolazione, ci si sentiva privati dell’anima e della voglia di vivere.

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Era così giunta la vigilia di Natale, stavamo tutti zitti, parlavamo solo con le nostre memorie, non c’era bisogno di dirsi alcuna cosa, ci si specchiava negli occhi dei compagni, uniti dallo stesso destino, dalle stesse sopraffazioni. Ci sembrava di essere tornati bambini, piccoli, indifesi; ci veniva in continuazione la voglia di piangere. Quella sera di vigilia era peggiore delle altre, la neve aveva imbiancato tutto, nella mia baracca non c’era Presepio, non c’era albero, non c’era una pentola che borbottava sul camino, solo un freddo cane e avevo tanta, tanta fame.

Zupperba

Non ce la facevo più a stare là dentro e anche se non si poteva, sono uscito a camminare attorno al campo; sentivo il chiasso dei guardiani che facevano festa nella loro dimora e ho visto là per terra sulla neve un mucchietto di bucce di patate. Le ho raccolte, in mezzo c’erano pure due o tre rape, mezze marce: avremmo festeggiato il Natale anche nella nostra baracca! Con quel tesoro in mano sono tornato dentro, abbiamo pulito quel ben di Dio sulla neve e preparato una zuppa. L’abbiamo mangiata piano, piano, quasi con devozione, domandandoci se quello sarebbe stato l’ultimo nostro Natale. Io ho pensato a mia mamma che aveva tutti e tre i figli in guerra e non sapeva quasi nulla di alcuno, ho pensato alla mia casa, alla mia chiesa, al buon odore dell’incenso che si sperdeva nell’aria durante la Santa Messa di mezzanotte e sentivo un groppo in gola che mi soffocava….

la neve

Sono trascorsi i mesi e nella primavera del ’45, sono arrivati gli americani a liberarci. Ricordo solamente che ci raccomandarono di mangiar poco, perché non eravamo più abituati e avremmo potuto star male. Io pesavo 37 chili, ma non mi interessava nemmeno più di mangiare, sapevo solo che avrei potuto tornare a casa, lasciare quel posto, regno di patimenti, lacrime e disperazione. Volevo dimenticare, dimenticare tutto…ma non ne sono stato capace. Ogni anno mi ritorna in mente quel Natale di prigionia e la zuppa di bucce di patate e rape marce.”

Tutti eravamo zitti e ci era passata la voglia di far festa, intanto arrivò la zia e poggiò sulla tavola una zuppiera con la minestra di tortellini, ma prima di versarla versò sul piatto dello zio una zuppa di bucce di patate e di rape fatta a parte, che lui guardò con occhi lustri e cominciò a mangiare dopo essersi fatto il Segno della Croce. La zia spiegò che ogni anno alla vigilia, era quella la sua cena. Non ricordo a chi venne l’idea, ma abbiamo detto tutti di no alla minestra di tortellini, avremmo fatto compagnia allo zio mangiando tutti la zuppa di bucce di patate e rape, in silenzio. I tortellini sarebbero stati mangiati il giorno dopo, ma non avremmo più dimenticato la “cena speciale” dello zio Bepi.”

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29 thoughts on “Una zuppa per non dimenticare

    • Nives, mi avevi messo un link di una pagina di amministrazione del blog, cui chiaramente non si poteva accedere. Siccome però avevi anticipato di cosa si trattasse, mi sono permessa di andare io a ricercare l’articolo sul tuo blog; spero di averci azzeccato e che questo sia il post che intendevi proporci.

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  1. Uomini e Donne, e Bambini … non Ebrei, ma Uomini, Donne e Bambini come te, come me, @Diemme …. furono massacrati o ridotti a larve umane, in quella carneficina orrenda che, altri “uomini”, non bestie immonde, ma “uomini”, esseri pensanti e raziocinanti (?!?), attuarono, con ciò rinunciando per sempre, “in quelle distese dove amore e pianto marcirono e pietà”, alla qualifica ed alla qualità di “persone” .
    La Memoria, amica mia …. guai a perderla, guai a ritenere che, ormai, son trascorsi decenni e decenni da quegli orridi avvenimenti e bisogna voltare pagina : occorre ricordare invece, ricordare e ricordare ancora, poichè non muore mai la parte peggiore e più infame che si nasconde in noi !
    Mentre mi strazia pensare alle vicende di quegli innumerevoli giusti … ti sono vicino !

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    • Eppure troppe cose mi dicono che nulla è cambiato, e che la Memoria è potrimonio esclusivo degli unici che di ricordare non hanno nessun bisogno perché niente e nessuno potrà cancellare dalla loro mente, 365 giorni l’anno, quello che è stato.

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    • Caro Warp, le lagrime non si mettono quasi mai in preventivo, se non quelle di gioia.

      Peccato che non si trovi più quel film documentario su Wiesental, che parla proprio del giorno in cui gli americani entrarono nei lager e inorridirono increduli di fronte allo spettacolo che si presentò davanti ai loro occhi.

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    • Conosci la serie TV “Band of Brothers” ?
      E’ una miniserie di 10 puntate che racconta le avventure vissute da una compagnia di paracadutisti americani, dal D-Day all’entrata nel nido delle aquile,
      E’ tratta dai racconti dei soldati che facevano parte di quella compagnia.
      Se riesci trova la puntata numero 9 – La tragica scoperta.

      Questo è un pezzo della puntata

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    • Magari fossero stati trovati in quelle condizioni ma, d’altra parte, quali attori avrebbero mai potuto interpretare il ruolo in maniera realistica? Hanno ragione i sopravvissuti, i film realizzati sulla Shoah sono favolette rispetto alla realtà.

      Io consiglierei piuttosto “Gli ultimi giorni”, di Spielberg, testimonianze di sopravvissuti – mi sembra cinque – che raccontano per l’appunto gli ultimi giorni quando, a guerra ormai persa, i tedeschi cercano di uccidere il maggior numero di persone possibile prima di fuggire.

      E’ un documentario in cui mi pare neanche si veda alcuna scena cruente, solo persone ai giorni nostri, pulite, nutrite e ben vestite, sedute, che raccontano all’intervistatore la loro vita nei lager: ecco, credo che quello sia stato il filmato più crudo e inaccettabile che io abbia mai visto, che racconta situazioni non riproducibili nel mondo della cartapesta e della celluloide.

      Ecco, ho trovato il documentario completo:

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    • I giovani di oggi dovrebbero capire che vivere non è facile, e dovrebbero capirlo per non trovarsi completamente impreparati di fronte a quelle difficoltà cui, inevitabilmente, si troveranno di fronte.

      Oggi, di fronte alla crisi, assistiamo al suicidio “facile” di imprenditori che hanno fallito: ora senza nulla togliere alla tragedia di chi si trova, con la famiglia, in mezzo a una strada, dobbiamo ricordare che da quande esiste l’uomo ha affrontato e spesso superato ben altre tragedie.

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  2. Ho apprezzato tantissimo la storia raccontata da Nives. Avevano fatto festa con gli scarti buttati da altri, per loro cibo prezioso. E bello pure mantenere la tradizione di quel cibo così povero nel dì di festa, a perenne memora delle sofferenze subite da lui e da milioni d’altri. Non ci si può pensare a tutto quel dolore… Oggi ho visto qualche filmato dell’epoca, tra tanti sguardi, quello di una donna che sembrava chiedersi “perché ci fanno questo?” C’era pure la testimonianza di due sorelle ormai anziane, una non riusciva a liberarsi del senso di colpa per essere sopravvissuta. L’altra diceva che era stato il destino, nulla più. Ma che pena portare nel cuore anche quella sofferenza…

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    • Non deve essere facile essere sopravvissuti, sia perché è difficile sopravvivere dopo aver conosciuto l’orrore, sia perché ci si sente addirittura in colpa per gli altri che non ci sono più.

      Un mio zio è sopravvissuto. E’ un parente alla lontana (di quelli vicini non è tornato nessuno), e non ho mai avuto possibilità di grandi dialoghi con lui, ma in famiglia si racconta che ancora non riesce mai a dormire completamente, e che nel sonno urla di paura.

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  3. Non fatico a crederlo. Di giorno puoi riempire la giornata con mille impegni che non ti facciano pensare. La notte i pensieri sono liberi di andare dove vogliono, e spesso vanno a scavare dove fa più male.

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    • Ogni volta che abbassi la guardia il dolore e la paura tornano a galla. Quello che hanno passato quelle persone, nessuno puà capirlo, nessuno, per quanto possano spiegare, ricordare e raccontare…

      Letta la risposta di Nives, successiva alla tua?

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  4. Mio papà piangeva spesso mentre dormiva! Mi ricordo bambina, nel lettone fra mamma e papà…che asciugavo piano, copiose lacrime che bagnavano il cuscino.
    Cara Diemme ho trovato Libri di Testimonianze di sopravvissuti, che raccontano Realtà inimmaginabili. Questi sono i titoli:
    – Umanità nei Lager nazisti. (Luigi Francesco Ruffato e Patrizio Zanella)
    – I militari italiani internati nei lager nazisti (A cura di Paride Piasenti)
    – IL SANGUE DI TUTTI ( Edoardo Pittalis)
    – LA RESISTENZA ITALIANA – Dall’opposizione al fascismo alla lotta popolare – (Edizioni Mondadori)
    Sono LIBRI preziosi che, secondo me, dovrebbero girare per le Scuole.
    Ti ringrazio per la correzione del link che ho condiviso. Scusa l’errore!

    Un abbraccio

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    • Non ne leggerò neanche uno. Quello che c’è in quei libri io l’ho respirato nell’aria di tutte le case mie e dei miei familiari, anche se nessuno parlava.

      A noi quei ricordi sono stati trasmessi per dna, tant’è vero che anch’io qualche notte ho avuto incubi e sognato le persecuzioni, persino a mia figlia è accaduto, e credo che, se andassi a chiedere, tutti i figli, e i figli dei figli di chi ha vissuto quell’orrore, testimonierebbero la stessa esperienza.

      I sopravvissuti hanno trovato la forza di testimoniare l’inferno vissuto solo dopo tanti anni, e solo per dovere verso l’umanità, non credo che avessero nessuna voglia di ricordare, raccontarsi e raccontare.

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    • I LIBRI che ho citato mi hanno aiutato a comprendere e dare un senso alla sofferenza manifestata dai famigliari superstiti…
      A casa mia, la mamma aveva “eliminato”… quanto poteva ricordare tanto MALE vissuto. In questo modo, secondo me, non ha aiutato papà ad elaborare tanto orrore e…non ha aiutato noi bimbi a dare un senso alle lacrime o alle strane zuppe dello zio Bepi!
      Cara Diemme…Tu sai bene che…solo se il male è curato e amato…può diventare forza, sostanza, risorsa…per un bene più grande!
      Un abbraccio

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    • No, non è il male che va curato e amato, semmai il nostro dolore, quello provato a fronte di quel male.

      Non so, sicuramente sarebbe stato come dici tu se qualcuno negasse/avesse negato a queste persone la possibilità di parlarne, liquidando quel dolore con un “Dai, devi dimenticare”.

      Per quanto mi riguarda, per ora non ho nessuna voglia di approfondire l’orrore.

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    • La zuppa di bucce di patate e rape marce…per lo zio Bepi, è sempre stato “oro, oro” (come diceva Lui)…anche quando, grazie al benessere, faceva schifo!
      La guerra, i patimenti, le umiliaziani…sono orride realtà che lo zio ha contrastato a prezzo della vita, e le sofferenze che ha dovuto subire, le ha curate e amate, per se stesso, per gli altri, per amore della Vita!
      Lo zio ha avuto la fortuna di essere rispettato, nel raccontare quegli orrori. Mentre per mio padre, era solo col suo dolore a causa dell’insofferenza di mia madre. Noi bimbi siamo cresciuti nell’ignoranza e non sapevamo dare un senso….alle lacrime di papà!
      Ciao Diemme, felice giornata!
      Nives

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  5. Si, ho letto le risposte. Che pena per quelle lacrime silenziose. Per quanto uno possa amarli, stringerli forte, baciare ogni lacrima, partecipare emotivamente a quella sofferenza fino a vomitare l’anima, ahimè non arriverà mai a “consolare” veramente. Quella parte della loro vita resterà sempre inarrivabile. Non ci sarà amore successivo abbastanza grande.

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    • Inarrivabile e inconsolabile. Francamente poi, credo che in quelle circostanze si arrivi a una forma di follia per sopravvivere, per legittima difesa, perché quello che si subisce è davvero troppo e allora il nostro io si rifugia in un angolo della nostra mente che nessuno può raggiungere: ecco, queste persone avranno sempre una parte di sé in questo altro mondo irraggiungibile che solo loro conoscono, capiscono e concepiscono.

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