Archivio | gennaio 2014

Giorgio Perlasca, un eroe italiano

Il 31 gennaio del 1910 nasceva Giorgio Perlasca, un uomo straordinario che salvò, esponendosi in prima persona, migliaia di ebrei ungheresi.

Nonostante la sua tempra vigorosa e il suo eroismo, alla fine della guerra continuò tranquillamente la sua vita, peraltro in condizioni assai modeste, senza raccontare mai nulla di ciò che era successo.

La sua storia salì agli onori della cronaca casualmente, grazie a delle donne ungheresi che, venute in Italia, lo andarono a cercare per rintracciarlo e, non sapendo da che parte cominciare, si rivolsero a organizzazioni ebraiche, che ne ignoravano totalmente l’esistenza.

Se volete, potete leggere un sommario della sua storia al link indicato. Non ho trovato in rete completo il film realizzato su di lui, ce n’è soltanto una versione spagnola, che qui vi linko:

Se riuscite a trovarne la copia italiana (o se conoscete lo spagnolo…) ve ne consiglio la visione integrale: un uomo che ci renderebbe orgogliosi di essere italiani, se fosse giusto essere orgogliosi conto terzi, ma comunque una vita da prendere ad esempio, un uomo che ha reso il mondo un posto migliore.

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Una zuppa per non dimenticare

Quest’anno, in occasione della giornata della Memoria, voglio proporre questa testimonianza, presa dal blog civuoleunfiore della nostra cara Nives:

Una zuppa per non dimenticare

di  Annalisa Pasqualetto

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“Natale! Anche quest’anno è arrivato. Le strade e le vetrine sono una festa per gli occhi, e tutto è un brillìo. Le sere sono talmente lunghe che mi portano a pensare: ai regali da fare, agli auguri da spedire, e a preparare tante leccornie….ma sopratutto mi ritornano in mente uno alla volta i Natali passati, quelli di una volta, quando ero bambina. Tutti mi hanno donato emozioni e ricordi, ma tra i tanti ha lasciato di più il segno quello che ho passato in casa di un fratello di mio papà: lo zio Bepi. Bepi era il terzo figlio, dopo lo zio Armido e mio papà Piero, lo ricordo come la persona più ingegnosa che abbia conosciuto; sapeva fare di tutto, e sbrogliare qualsiasi situazione o problema. Io gli volevo tanto bene, ma gliene ho voluto ancora di più dopo esser stata con lui un Natale. Quell’anno aveva compiuto 50 anni e così aveva pensato di festeggiare il compleanno e Natale in compagnia di chi gli stava più a cuore; aveva però spiegato che sarebbe stata una cena di vigilia “special”. Non si era in tanti, solo i parenti più stretti, e io mi sono subito seduta in tavola vicino ai miei cugini, come loro piena di allegria e contentezza.

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“Prima di cenare vi voglio raccontare una storia” disse lo zio Bepi, e tutti siamo stati zitti ad ascoltare. “Stasera voglio ricordare il Natale del ’44, un Natale di guerra. Mi trovavo in Campo di Concentramento in Germania.

Mi avevano preso i tedeschi dopo l’8 settembre assieme ad altri soldati, io ero di marina. Senza ordini e sbandati, senza sapere cosa fare o dove andare, ci siamo trovati su un treno merci che ci ha condotti al nostro Calvario. Morsi dalla fame e pieni di spavento, ci si trascinava come fantasmi dove ci comandavano di andare, il lavoro ci massacrava e di sera ci si accasciava su materassi bisunti, sfiniti dentro e fuori. Il Campo non era solo una casermona fatta di pietre e filo spinato, era un altro mondo, fatto di gelo e di desolazione, ci si sentiva privati dell’anima e della voglia di vivere.

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Era così giunta la vigilia di Natale, stavamo tutti zitti, parlavamo solo con le nostre memorie, non c’era bisogno di dirsi alcuna cosa, ci si specchiava negli occhi dei compagni, uniti dallo stesso destino, dalle stesse sopraffazioni. Ci sembrava di essere tornati bambini, piccoli, indifesi; ci veniva in continuazione la voglia di piangere. Quella sera di vigilia era peggiore delle altre, la neve aveva imbiancato tutto, nella mia baracca non c’era Presepio, non c’era albero, non c’era una pentola che borbottava sul camino, solo un freddo cane e avevo tanta, tanta fame.

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Non ce la facevo più a stare là dentro e anche se non si poteva, sono uscito a camminare attorno al campo; sentivo il chiasso dei guardiani che facevano festa nella loro dimora e ho visto là per terra sulla neve un mucchietto di bucce di patate. Le ho raccolte, in mezzo c’erano pure due o tre rape, mezze marce: avremmo festeggiato il Natale anche nella nostra baracca! Con quel tesoro in mano sono tornato dentro, abbiamo pulito quel ben di Dio sulla neve e preparato una zuppa. L’abbiamo mangiata piano, piano, quasi con devozione, domandandoci se quello sarebbe stato l’ultimo nostro Natale. Io ho pensato a mia mamma che aveva tutti e tre i figli in guerra e non sapeva quasi nulla di alcuno, ho pensato alla mia casa, alla mia chiesa, al buon odore dell’incenso che si sperdeva nell’aria durante la Santa Messa di mezzanotte e sentivo un groppo in gola che mi soffocava….

la neve

Sono trascorsi i mesi e nella primavera del ’45, sono arrivati gli americani a liberarci. Ricordo solamente che ci raccomandarono di mangiar poco, perché non eravamo più abituati e avremmo potuto star male. Io pesavo 37 chili, ma non mi interessava nemmeno più di mangiare, sapevo solo che avrei potuto tornare a casa, lasciare quel posto, regno di patimenti, lacrime e disperazione. Volevo dimenticare, dimenticare tutto…ma non ne sono stato capace. Ogni anno mi ritorna in mente quel Natale di prigionia e la zuppa di bucce di patate e rape marce.”

Tutti eravamo zitti e ci era passata la voglia di far festa, intanto arrivò la zia e poggiò sulla tavola una zuppiera con la minestra di tortellini, ma prima di versarla versò sul piatto dello zio una zuppa di bucce di patate e di rape fatta a parte, che lui guardò con occhi lustri e cominciò a mangiare dopo essersi fatto il Segno della Croce. La zia spiegò che ogni anno alla vigilia, era quella la sua cena. Non ricordo a chi venne l’idea, ma abbiamo detto tutti di no alla minestra di tortellini, avremmo fatto compagnia allo zio mangiando tutti la zuppa di bucce di patate e rape, in silenzio. I tortellini sarebbero stati mangiati il giorno dopo, ma non avremmo più dimenticato la “cena speciale” dello zio Bepi.”

La donna ingannata (e quelle che lo vogliono)

Vita - batterio su marte e feto umano

Un altro round del corso di formazione per i volontari del Movimento per la Vita e CAV – Centri di aiuto alla vita.

Un altro week end intenso, per incontri e per contenuti, un modo per far pace col mondo, per recuperare la parte più umana di noi, e restituirle – conservarle – la dignità.

Abbiamo parlato di controllo delle nascite, o meglio, di metodi naturali di controllo della fertilità e di contraccezione in senso più stretto, di fertilità e infertilità maschile, femminile e di coppia, e infine dell’assistenza alle coppie che non riescono a procreare e di fecondazione artificiale.

E già, perché finora abbiamo parlato di quelle che un bambino non lo vogliono ma, accanto a queste donne che ricevono questo dono infinito e lo rifiutano, ci sono quelle che darebbero qualsiasi cosa per avere quel figlio che invece la natura non si decide a concedere.

Avete idea di quanti guadagnano lucrando sulla disperazione della gente? Wanna Marchi ha mille facce…

Ecco, alle donne ingannate da una società che le abbandona con un figlio che vorrebbero, ma non hanno la forza, i mezzi, il coraggio e il sostegno per tenerlo, alle donne che non lo vogliono, e che la società inganna facendo credere che hanno potere di vita o di morte su qualcosa che in fondo non esiste, da prendere o lasciare quando si vuole, come si vuole, ogni volta che si vuole, c’è la donna ingannata da un’industria dei sogni, che gioca col suo dolore per esperimenti che, alla fine, danno gli stessi risultati che la natura darebbe di suo, e inferiori a quelli che si avrebbero con la volontà – e la capacità – di cercare la vera causa dell’infertilità, un dramma assai più grande di un figlio non programmato, figlio che spesso invece diventa uno scopo di vita, una fonte di gratificazione e affetto e, non ultimo, il bastone della nostra vecchiaia.

Ma la mia vita, dov’è?

Orsacchione pieghe

By Sissi

 

Sono stanca. Tanto, ma questo lo sapete.

Il mio problema principale, ma forse l’ho individuato male, è il tempo, ma il tempo io lo spreco anche, causa stanchezza, causa stanchezza anche mentale, che si traduce in una sorta di immobilismo.

La mattina mi sveglio prestissimo, alle cinque, per uscire alle sette circa. Arrivo in ufficio tra le otto e mezzo e le nove, e generalmente esco solo a metà giornata per comprare il pranzo: pranzare fuori? In mezz’ora? Giusto se avessimo la mensa e dovessimo solo scendere, ma così… o ti ingurgiti un po’ di pizza in piedi, o compri qualcosa che mangi con calma al lavoro.

Quando esco, ammesso che riesca ad uscire puntuale, è ora di punta, altre due ore circa per arrivare a casa. La casa è nel caos, una pila di piatti da lavare infinita, nonostante a casa io non ci mangi mai, e se vuoi mangiare a tavola devi liberare la tavola, se vuoi sederti devi liberare la sedia, se vuoi dormire devi liberare il letto, se vuoi fare un bucato devi liberare la lavatrice.

Se vuoi stirare devi liberare l’asse.

A casa mia soffrono di horror vacui, ve lo dico io. Più di una totale mancanza di rispetto per il prossimo (che, nella fattispecie, sarei io).

E’ così che la mattina, quando mi alzo, non vedo l’ora di uscire, e la sera, quando rientro, non vedo l’ora di andare a dormire.

E il sabato e la domenica, quando non lavoro, mi rimbocco le maniche e comincio ad affrontare questa valanga che mi travolge.

Se ci aggiungo qualcosa di mio, come il corso per il Movimento per la Vita che mi occupa qualche fine settimana, è il tracollo.

Il tempo per chiacchierare con gli amici me lo ritaglio sui mezzi pubblici, con buona pace della mia privacy e, probabilmente, pure dell’educazione. Qualche film riesco a vedermelo al pc, a rate di dieci minuti, la mattina alle cinque.

Ecco, c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella mia vita, e non sono sicura che sia solo la “creatività” di mia figlia.

Anche l’idea di lavorare sette anni in più del previsto non è che sia stata una botta da poco.

Mi pare di ricordare che non sia sempre stato così…

Lettera aperta di Bualem Sansal all’Unesco: “Neutralità non vuol dire nulla”

Significativa presa di posizione, ancora più encomiabile perché, in teoria, presa dalla controparte.

Federazione Sionistica Italiana

L’Unesco aveva annunciato, per questa settimana, una mostra che avrebbe dovuto tracciare la storia dei 3500 anni di presenza del popolo ebraico in Eretz Israel.

La mostra “Le Genti, il Libro, la Terra: la relazione di 3500 anni del popolo ebraico con la Terra Santa”  avrebbe dovuto tenersi tra il 21 e il 30 gennaio, alla sede parigina dell’Unesco ed era stata organizzata in collaborazione con il Centro Simon Wiesenthal.

Ma in un comunicato, i 22 membri del gruppo Arabo dell’Unesco, hanno fatto presente la loro “preoccupazione per il possibile impatto negativo della mostra sul processo di pace in corso” e l’Unesco l’ha annullata. Ed è più che comprensibile tale preoccupazione! Come avrebbe potuto reggersi in piedi ancora la menzogna degli Ebrei che, senza alcun legame con Eretz Israel, arrivarono dopo la Shoah e colonizzarono? Come avrebbe potuto continuare Nabil Shaath, ex ministro palestinese, a dichiarare – come ha fatto in ottobre…

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