Archivio | 28 luglio 2013

Difendiamo Cécile (Kyenge)

kyenge_abito bianco

Lo spunto per questo post me l’ha dato l’articolo di Gad Lerner pubblicato su La Repubblica, ma da tempo ce l’avevo in mente. Peccato, perché vorrei liberamente contestare l’operato politico di Cécile e il suo ius soli, con tutti i danni che ne conseguirebbero, ma in questo momento è più importante la persona Cécile, e il rispetto cui ha diritto e che le dobbiamo.

In questo momento, in cui è attaccata “in nome del popolo italiano”, e non possiamo limitarci a rispettarla, ma dobbiamo promuovere ed essere noi stessi una campagna umana contro ogni forma di discriminazione e di attacco di stampo razziale. L’Italia deve dimostrare di non essere un paese razzista (e non basta che sia stata eletta ministro, quella non è stata una scelta del popolo), e ogni manifestazione va bloccata sul nascere, contrastata e scoraggiata, perché la malerba del razzismo non deve allignare, e tantomeno diventare rappresentativa del nostro popolo.

Non so quanto sia diffusa l’intolleranza razziale ma, temo, più di quanto pensiamo.

Ci riflettevo su giorni fa, quando una donna negra è salita sull’autobus, affannatissima dopo una corsa per prenderlo. La vedo respirare male e le offro il posto (a me è capitato più volte di stare così, e so quanto mi sarebbe servito se mi avessero fatto sedere per riprendere fiato anche solo cinque minuti).

Lei rifiuta, io insisto, lei continua a rifiutare. Sono a disagio, veramente la signora è in affanno, respira a fatica, mi permetto di rinnovare l’invito ancora una volta.

Sarà stata una mia impressione, ma ho letto negli occhi di qualche passeggero un moto di disapprovazione, come a dire: “Come, una bianca che si alza per dare il posto a una nera? E ci insiste pure la stolta? Ah, si è proprio rivoltato il mondo!”.

Bando alle ciance, dobbiamo fare cordone intorno a Cécile, e impedire non solo che venga più attaccata in alcun modo, ma che certe manifestazioni di intolleranza non passino minimamente come rappresentanti il nostro popolo, il nostro Stato, il nostro pensiero.