La riconciliazione

prisma

Giorni fa ho letto una risposta di una blogger a un suo lettore che parlava di un suo desiderio di riconciliazione con una persona, e le remore a fare il primo passo. Non ricordo come si sviluppò il discorso, ma ricordo la risposta della blogger, che rispecchia tra le altre cose un’opinione piuttosto diffusa: l’inadeguadezza e inconsistenza di minestre riscaldate e vasi rotti rincollati, e che un rapporto ricucito non sarebbe mai potuto essere come prima.

Ho riflettuto molto su questo perché io, invece, non solo credo nelle riconciliazioni, ma credo anzi che, in una riconciliazione che sia non di forma ma di sostanza, la situazione non possa che essere migliore di quella precedente.

Riporto le parole di uno dei miei ultimi commenti:

Due o tre giorni fa ho ricevuto la telefonata di un ex-amico che mi ha ricoperto di minacce e insulti. Non che la cosa mi abbia impressionato, per carità, conosco i miei polli e, mentre lui insultava senza sosta, io mi laccavo le unghie e soffiavo sullo smalto; meditavo però sull’inutilità di quella telefonata, sulla sua inefficacia, ma sul dolore che comunque gli costava tutta quella rabbia e su come, dal mio punto di vista, stesse cercando di far saltare con la dinamite una porta che era aperta. Continuava a ripetere, tra un improperio e l’altro, “Tanto non tornerà mai come prima”, come se uno ne avesse minimamente preso in considerazione la più remota possibilità.

E pensavo che la vita in fondo è facile, e noi ce la facciamo tanto difficile. E pensavo come le liti portate avanti da persone intelligenti possano essere momenti di conoscenza preziosi, che un rapporto lo rafforzano anziché indebolirlo. Oppure da persone sciocche (basta che una delle due lo sia, la riconciliazione non è perdono, e per attuarla bisogna essere in due), e indebolirlo senza motivo, a scapito di entrambi.

Io, anche se sono circondata da tanti amici e da tanto amore, mi sento sempre depauperata da un rapporto che finisce, non me la cavo mai con un’alzata di spalle. Secondo me, a tutto c’è rimedio fuorché alla morte, sempre che la morte esista e non sia un treno che parte dal binario nove e tre quarti per portarci verso un mondo insospettabile; ma, la riconciliazione, non può che farsi in due…

Ricordo una testimonianza nel confessionale, che parla di una riconciliazione madre-figlia, o un recente toccante intervento di Marisa, in cui ci ha raccontato del suo riscoprire, in un momento particolare della vita, la suocera, con cui il rapporto era stato precedentemente tutt’altro che idilliaco; ricordo anche una mia riconciliazione con una collega con cui c’era stato un muro per anni. Anche un mio ex, che aveva sempre avuto un rapporto conflittualissimo con il fratello, a un certo punto della sua vita, il più critico, l’aveva ritrovato e ne era nato un impensabile idillio, ma di quelli a prova di bomba.

Io credo nella riconciliazione. Io credo nella possibilità delle persone di crescere anche attraverso le incomprensioni  finalmente comprese, credo in quella minestra riscaldata infinitamente più buona di quella fresca, e poi non parlo solo di amicizie interrotte, parlo anche di persone nate già come nemiche.

Il momento in cui si incontra l’altro  è un momento bellissimo, la riconciliazione reale è davvero uno stato di illuminazione, un’esperienza trascendente e sì, solo in questo senso posso essere d’accordo sul fatto che non sarà mai come prima.

arrabbiarsi senza smettere di amare vecchini ombrello

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41 thoughts on “La riconciliazione

  1. Anche io sono per la riconciliazione perchè credo che la pace tra le persone sia la prima molla del vivere bene; l’astio o il mal comportamento verso qualcuno lascia solo amarezza e rancore. Come dici tu è un momento d’illuminazione.
    Buon fine settimana.

    Spero che il tuo problema di salute sia momentaneo e passi velocemente. Se ti fa piacere fammi sapere. 😉

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    • @Fulvia: forse non mi sono espressa chiaramente (il mio problema di salute è di ossa, non trovo pace e non ti dico in quale posizione ho scritto il post). Io non intendevo assolutamente farne una questione di malessere nel provare astio o rancore, ma solo di un riuscire a rincontrarsi che, nel caso si attualizzasse, potrebbe dar luogo a un rapporto non rappecettato, non di serie B, ma di serie A++, un nuovo rapporto nutrito di maggiore consapevolezza e profondità.

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  2. Sono assolutamente d’accordo. Anch’io credo nelle riconciliazioni che non sono minestre riscaldate, ma occasioni per capire e approfondire, in se stessi e nella relazione.
    Si può ferire ed essere feriti, e ce lo si può dire. Non sempre è possibile, non sempre si riesce, ma credo valga sempre la pena provarci.
    Ciao!

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    • @sguardiepercorsi: e infatti io ci provo, e non ho nessun complesso riguardo al rischio di “rendermi ridicola” (cit. dagli insulti del tizio). Le persone insicure si fanno di questi problemi, o quelle che non hanno chiaro quanto sia elevato l’obiettivo (che se poi la gente sapesse quanto non m’importa dell’opinione altrui, si risparmierebbe pure di riferirmele certe servate).

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  3. Solo per chiarire: io con mia suocera non ho dovuto “riconciliarmi”, semplicemente è cambiato il rapporto, prima abbastanza formale (non le ho mai dato del Lei) e distaccato. Negli ultimi anni della sua vita, invece, ha messo a nudo se stessa, complice la malattia, e il risultato è stato una dimostrazione di affetto che prima non era mai riuscita a manifestare fino in fondo. Forse per non offendere le figlie. Per me la gioia più grande è stato il momento in cui mi ha detto di riconoscere in me la terza figlia.

    Nell’amicizia, invece, il discorso è un altro. Ho già commentato il post rebloggato e non voglio ripetermi. Riporto, però, una delle mie esperienze (sottolineo che è avvenuta in gioventù, quindi forse ora le cose andrebbero diversamente). Mi scuso in anticipo se ho già riportato in questo blog questo episodio, ricordo di averne parlato ma non so dove, se qui o in altri blog (cosa per altro assai improbabile visto che non ne frequento molti e di rado mi sento libera di esprimermi altrove).
    Avevo una cara amica – erano gli anni del liceo – che di punto in bianco non si è fatta più sentire e quando mi incontrava a scuola (non frequentava la mia stessa classe) faceva finta di non vedermi. Da parte mia ho sempre pensato – sbagliando – che se un’amica non mi cerca più significa che non era interessata a me. In quel caso, però, c’era stato un fatto precedente che io non avevo bene interpretato. In sintesi, durante la festa di Capodanno – festa alla quale non avevo partecipato – si era messa assieme ad un mio ex. Parlando al telefono – l’avevo chiamata per farle gli auguri – le chiesi della festa e di chi fosse presente. Lei mi fece i nomi fra i quali anche quello del mio ex. Al che io chiesi: “E quale put*****lla si è fatto stavolta?” (devo precisare che mi aveva lasciata per un’altra dopo che io per lui avevo lasciato un ragazzo con cui stavo da due anni, quindi avevo leggermente il dente avvelenato!). Lei rispose semplicemente “Una” con un tono un po’ seccato ma sul momento non ebbi sospetti. Furono comuni amici che in seguito mi misero al corrente della relazione fra lei e il mio ex.
    Ora, io onestamente non ho mai capito perché avesse deciso di troncare ogni rapporto con me, senza nemmeno dare spiegazioni. Né io tentai alcun approccio con lei. Cosa dovevo fare? Chiederle scusa per averle dato della put***a? Era evidente che non sapessi che si era messa con lui e quindi non mi sentivo in colpa per averla offesa.
    Passano gli anni e intanto ci si vedeva puntualmente ogni estate al mare. Frequentavamo la stessa compagnia, anzi, era stato proprio lui a presentarmi quegli amici. Ci si vedeva in spiaggia, la sera, ogni giorno e mai nemmeno una parola. Finché un’estate arrivò la laurea di lui. Per chiarire, erano passati cinque anni dalla rottura dell’amicizia. Avevo sentito dell’intenzione di festeggiare la laurea in enoteca con tutti gli amici. Mettevo in conto di non esserci ma lui, dopo anni di silenzio (evidentemente aveva il veto di rivolgermi la parola), mi si avvicinò e mi chiese se avessi piacere di festeggiare con gli altri. Mi affrettai a chiedere se lei fosse d’accordo e lui annuì.
    Da quel giorno la nostra amicizia riprese. E’ evidente che nel primo periodo ci fosse un po’ di ghiaccio da rompere, un po’ di imbarazzo da vincere. Ma tutto riprese come e meglio di prima. Non abbiamo mai parlato di ciò che era avvenuto perché evidentemente non ne abbiamo sentito l’esigenza. Non eravamo più solo io e lei, c’erano anche lui e mio marito (allora fidanzato), però ci sono stati tanti momenti in cui abbiamo recuperato il tempo perso io e lei. Abbiamo festeggiato assieme matrimoni e battesimi (dei miei figli, lei non ne ha avuti), anche se loro per motivi di lavoro di lui hanno vissuto un paio d’anni all’estero. Poi sono ritornati in Italia ma in un’altra città, però la nostra amicizia era sempre rimasta solida. Non così il suo matrimonio; si separarono dopo sei-sette anni, non ricordo. Lui ritornò a Trieste ma non fece in tempo a firmare il divorzio perché lei morì improvvisamente, a soli 33 anni.
    Solo allora mi resi conto che il tempo perduto non ritorna e a volte non ce n’è abbastanza per recuperare.

    Scusa per la prolissità ma mi ha fatto piacere ricordare un’amica che in qualche modo sento ancora vicina.

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    • @Marisa: credo tu l’abbia raccontato da me, ma è sempre un piacere rileggerti. E sì, il tempo perduto non ritorna e a volte non ce n’è abbastanza per recuperare.

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  4. Vedo che anche Marisa ha notato quello che ho notato immediatamente anch’io: stai mettendo sullo stesso piano cose che non hanno assolutamente niente in comune: Marisa non si è ri-conciliata con la suocera dopo una rottura, bensì prima non c’era alcun rapporto e poi è nato; fra te e il tuo collega, fra il tuo ex e suo fratello non c’è stato un rapporto di intesa seguito da una rottura seguita da una riconciliazione: semplicemente prima non c’era niente e poi è nato qualcosa. Come fai a paragonare questa situazione col rimettere insieme dei frantumi? Sarebbe come dire che siccome ci sono continuamente bambini che nascono, allora possono anche resuscitare i morti!

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    • @Barbara: tra il mio ex e il fratello c’erano stati attriti fortissimi. Tra me e la mia collega c’era stata una rottura clamorosa, non indifferenza.

      Marisa ha raccontato anche di una sua amica, con cui c’era stata prima amicizia e poi anni di rottura.

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  5. “Io credo nella possibilità delle persone di crescere anche attraverso le incomprensioni finalmente comprese…” queste tue parole sintetizzano l’essenza di quello che dovrebbe essere un rapporto d’amicizia inteso davvero come incontro con l’altro. Bisogna avere il coraggio di metter da parte l’orgoglio e tirar fuori se stessi, quella parte nascosta che non ci piace mostrare perché diffidenti. Allentare le difese ed essere, semplicemente essere quello che siamo e imparare ad ascoltare. Si, se facciamo questo, sarà un momento di crescita per entrambi e l’amicizia non potrà che rafforzarsi. Perché avremo avuto un po’ più fiducia in noi stessi e soprattutto nell’altro.
    Ogni rapporto vale la pena di essere recuperato perché l’impegno che mettiamo in esso, ci insegna a guardarci un po’ più in profondità e facendo così possiamo scoprire cose di noi e dell’altro, preziose, che magari prima ci erano sfuggite.
    Ci vuole umiltà, ascolto e apertura.
    E quando riesci a recuperare un’amicizia, è la cosa più bella che c’è.

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    • @Pandora: per recuperare un rapporto, bisogna mettere in conto che dobbiamo vedere un po’ più in là, capire che dell’altro conosciamo solo una piccola parte, e andare oltre la punta dell’iceberg.

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    • questo è ovvio Diemme, se non c’è la disponibilità di andare oltre la superficialità non ci potrà essere una comprensione reciproca più profonda. Si deve fare uno sforzo per aprirsi e ascoltarsi, La vera conoscenza implica desiderio ma anche volontà e impegno nel farlo.
      Se si è stati feriti o abbiamo ferito, è giusto capire perché, solo così si cresce e si da all’altro la possibilità di farlo. Può essere necessario un momento di silenzio, di raccoglimento in noi stessi, ma dopo, secondo me, si dovrebbe trovare il coraggio di confrontarsi e aprirsi.

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  6. Anche io ci credo nella riconciliazione ma effetivamente la mano devo tenderla entrambe, ho un kollega ( con la k dato che è tedesco) che più di una volta ha cerato di sottrar i un’idea o un brevetto…. Sono stato incupito per una o due settimane ma poi quando mi è stato possibile l’ho aiutato a iscrivere il figlio al corso di nuoto o gli ho detto qualche parola di conforto per suo padre che non sta molto bene. Lui invece è sempre rimasto sul freddo (tedesco dell’est, ateo al 100%). Mi sembra di leggere nei suoi occhi riconoscenza ma penso che non si possa sbottonare con un italiano credulone com me, penso che sia anche questione di orgoglio.

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    • @Michele: sì, la mano va tesa da entrambe le parti, l’ascia va sotterrata da entrambe le parti, lo sforzo di comprensione va fatto su entrambi i fronti.

      Mi ha fatto ridere il “credulone”, perché anch’io una volta fui appellata così: con affetto, con tenerezza, ma una volta un collega, ateo doc, mi disse “Tu non sei credente, sei credulona!”.

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    • Ti consiglia comunque di tendere per prima la mano, magari l’altra mette da parte l’orgoglio, tratta la come una regina, senza accenno al litigio, qualcosa cambierà di sicuro.

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    • @Michele: secondo me il “senza accenno al litigio” significa mettere la polvere sotto il tappeto. Porgere la mano non basta, se non si è capito quello che è successo, ricapiterà ancora, inevitabilmente. Chiarirsi significa crescere, imparare qualcosa, portare un punto a casa sulla via della maturità. Far finta di niente, allargare le braccia, può far finire con l’allevare la famosa serpe in seno: far finta di niente può essere sì una giusta strategia, in alcuni casi, per non enfatizzare qualcosa che non va, per non classificarla, catalogarla, cristallizzarla. Far finta di niente è un ottimo modo per lasciare che qualcosa scorra via senza lasciare traccia, ma se se questo qualcosa la traccia l’ha lasciata, ha generato una rottura, il “volemese bene” senza chiarimento, senza comprensione, continuo a pensare che non porti a nulla di positivo, vero e duraturo.

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    • Scusa, ma a che ti riferisci? Io non sto parlando di una persona in particolare, sto parlando del concetto di riconciliazione in generale: o forse ti riferisci alla persona di cui al post “Cara amica ti scrivo…”?

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    • Ti pare che non ci abbia pensato? Forse, in qualche caso, potevo prendere la questione meno di punta, ma più ci penso più capisco di non aver litigato con le persone per qualche fatto specifico, ma per quello che erano, e alla resa dei conti erano persone incapaci di rispettare il prossimo e, tutto sommato, dei poveracci.

      Venerdì sono andata con una mia amica a trovare un amico fuori Roma: a lei è piaciuto (in senso umano) lui infinitamente, e viceversa. A entrambi ho potuto dire: “Visto che amici che ho?”. Io non sono selettiva sulla base di un qualche pedigree, però alla fine una selezione naturale si fa da sola, e i miei amici hanno una marcia in più, per apertura mentale, spessore morale, altruismo, capacità di accettare e rispettare il prossimo, di qualunque razza, credo, ceto, cespite. I miei amici hanno un cuore e un cervello grandi tanto, e a tutti gli altri, piccini, meschini, complessati, scorretti, rosiconi, francamente, non ho molto da dire.

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    • @MIchele: beh, intanto poveretto quello che ha bisogno di essere perdonato per quello che è, è un concetto un po’ grave, non ti pare? Secondo, siamo miliardi e miliardi, perché dovrei sforzarmi di riacchiappare la persona che non è nelle mie corde? Io per la mia strada, lei per la sua, risparmiamo entrambe tempo ed energia.

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  7. Ci sono riconciliazioni possibili e altre no. Secondo me ci sono limiti da non oltrepassare. “Le cose non potranno mai tornare come prima”, sciocco anche solo pensare ad una simile evenienza. Indietro non si torna e basta e poi con certe persone, scusami, vengono i bubboni al solo pensarlo!!! Quando le hai già sperimentate nel bene e nel male e sai quanto siano infide e cattive nel male, sai che è meglio avere vicino un serpente a sonagli. Altre riconciliazioni forse sono favorite da spinte così forti che veramente non si può pensare ad altre soluzioni. Non dimentichi, però quello che c’è stato può passare in secondo piano. Se queste spinte non si sentono, stare li a ragionare a tavolino è solo una perdita di tempo. Quando è possibile, ognuno per la sua strada e amen.

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    • Luisa, immaginavo che il mio scritto potesse essere frainteso e colgo l’occasione del tuo intervento per chiarire. Per riconciliazione, io non intendo un dovere di riconciliazione sempre, comunque, con tutti, a tutti i costi, non sto portando avanti un “porgi l’altra guancia” (e tu ben sai che non sarebbe da me farlo).

      Sto semplicemente sostenendo che, qualora due persone, per qualsiasi motivo, presupposti, volontà, occasione, si riconciliassero (e, ripeto, si riconciliassero davvero, non un proforma che nasconda la polvere sotto il tappeto), non è assolutamente vero che sarà un rapporto sbilenco, irreversibilmente incrinato, ma potrebbe essere addirittura più forte e più vero del precedente, esattamente come quando ci si riprende da una malattia, e il fisico si ritrova con un sistema immunitario più forte.

      Il mio discorso era di tipo generico e prescindeva dalla considerazione del valore dell’altro che, se ci disprezza o è da noi disprezzato, è chiaro che i presupposti per una riconciliazione semplicemente non ci sono.

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  8. Ho letto i commenti e mi ritrovo di più in quello di Pandora… infatti anch’io credo che la riconciliazione possa venire da comprensione, ascolto, abbandono delle paure e umile apertura verso l’altro, quand’anche questo possa significare ricevere nuove ferite.
    Ma è difficile per chi si sente leso dall’evento che ha causato la precedente rottura, fare un passo in questa direzione… dare ancora fiducia, concedersi un ulteriore rischio.
    Molto molto difficilmente (io non ho riscontri) quel che è rotto si riaggiusta, se non in modo formale, anche se il danno iniziale fosse in realtà non enorme e le distanze fra le parti non siderali.
    Siamo (o molti sono) dei “tagliatori di teste”, preferiamo cancellare chi ci ha ferito, anche perché la nostra pelle è diventata molto sottile, e basta poco per farci del male. 😉

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    • @Enrico: con il “quand’anche questo possa significare ricevere nuove ferite” non sono troppo d’accordo, sono contraria ai comportamenti autolesionistici e cerco, per quanto mi è possibile, di non “mettere il culo sui calci”.

      Al di là della difficoltà di fare il primo passo, a maggior ragione se a farlo è la parte lesa – che buon senso vorrebbe che fosse l’altro a fare il passo di riconciliazione – io parlavo del rapporto a riconciliazione già avvenuta, quali che ne fossero state le modalità. Il riaggiustamento formale è una cosa che aborro, è come un dentista che chiuda un dente senza aver ripulito la carie: per quanto l’aspetto estetico possa non far sospettare la permanenza del danno, questo si farà ancora strada e provocherà danni ancora peggiori.

      Per me, e questo lo sai, è importantissimo capirsi, mettersi nei panni dell’altro (sempre che l’altro ce lo permetta, perché se non si spiega sarà difficile, con tutta la più buona volontà, riuscire a capirlo).

      E’ come quando si rifà pace perché “ci si ama”: è sbagliato, non basta, il problema prima o poi risalterà fuori, perché noi continueremo a essere quelli di prima, il nostro comportamento continuerà a ferire l’altro o il comportamento dell’altro continuerà a ferire noi. Insisto, bisogna capirsi. E, per farsi capire, bisogna spiegarsi, e che l’altro sia disposto ad ascolto e comprensione.

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  9. Leggo il post in un momento strano.
    Per caso chiaccherando con una vecchia amica scopro che un mio ex storico, ndr la nostra storia è durata 7 anni ed è finita 8 anni fa, parla male ancora di me con conoscenti e non conoscenti.
    Al di là del perché la storia finì con tutto il dolore che ci si può immaginare, tentai di mantenere i buoni rapporti: dopotutto anche se l’ho beccato con un’altra, ha fatto parte della mia vita per tanto tempo, siamo cresciuti insieme. Realizzai però che per lui era solo un vanto con gli amici “lei non può fare a meno di me. Ce l’ho in pugno”
    Troncai anche il rapporto d’amicizia.
    Mi diedi della stupida x un po’ poi ringraziai il Cielo di aver capito tutto in tempo, prima di essermelo sposato.
    Ora, a distanza di anni, scopro che ancora sono argomento di insulti.
    Un po’ mi fa tristezza (non pensavo a lui da anni), un po’ rabbia… ma mi chiedo:
    È possibile sempre la riconciliazione di cui parli?

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    • @magicamente: se lui continua a parlare di te è perché gli brucia, e per il perché gli brucia le spiegazioni potrebbero essere tante. Orgoglio, per esempio, per non ammettere che ha sbagliato, che ha distrutto qualcosa d’importante, e quindi deve demonizzare te, per accollarti tutta la responsabilità della rottura. Oppure perché ti ama ancora, e allora deve convincere se stesso che tu sia quella sbagliata, con la quale la storia non poteva proprio andare: che fosse lui quello che non poteva fare a meno di te? Oppure davvero tu hai sbagliato e l’hai ferito talmente tanto, a fronte di un amore puro e incondizionato (che non mi pare fosse il suo caso, dato il suo libertinaggio), che non riesce davvero a mandarla giù, passino pure cento anni.

      Alla domanda che mi fai in chiusura del tuo commento, per me la risposta è no, non è sempre possibile però, se da entrambe le parti c’è la sincera volontà di riconciliazione, se si compie il sincero sforzo di mettersi in discussione e capire l’altro e le dinamiche che hanno portato alla rottura, ricostruire è possibile, e quello che si ricostruisce non è per niente un rappecettato rapporto di serie B.

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  10. Anch’io ci credo alla riconciliazione oltre che all’intelligenza del farlo in due. Il problema è che a volte è come parlare nel vuoto 😦

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    • Esattamente (e qui potrebbe anche entrare in gioco il “chi non ti vuole non ti vale”). Ha ragione Enrico (tanto per cambiare) riguardo i tagliatori di teste, la gente crede che sia un atteggiamento chissà quanto intelligente chiudere e andare avanti, e così passa la vita a ricominciare e a ripetere le stesse situazioni.

      Io, che tagliatrice di teste non sono (ma dei rami secchi sì, e pure delle mele marce, altroché se me ne libero), mi ritrovo tantissimi amici di vecchissima data: credi che non sia mai successo niente con loro in questi anni? Che siamo andati sempre d’amore e d’accordo su tutto? Abbiamo avuto le nostre crisi, e le abbiamo superate, sempre ed esclusivamente parlandone, e poi lasciando fare al tempo (eh sì, perché può capitare pure che litighiamo, tu mi dici le tue ragioni, io ti dico le mie, ma siamo ancora troppo arrabbiati per accettarle: però poi, col tempo, quando la rabbia si placa, si hanno gli strumenti per capire l’altro…).

      Il fatto è che i miei amici sono persone intelligenti: quelli che non lo sono si autoeliminano già nei primissimi tempi, non c’è neanche bisogno che intervenga io. Non ricordo, francamente, di avere mai allontanato nessuno o di essermi allontanata io, come fanno alcuni, “piano piano”.

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  11. Ho aggiunto questa foto in calce al post:

    arrabbiarsi senza smettere di amare vecchini ombrello

    Il prisma, che ho scelto dimenticando di avere già optato per questa, rappresenta i mille aspetti – colori – di una persona, che dovremmo imparare a vedere il più possibile, ma questa d’immagine vuole significare che litigare, arrabbiarsi, rimanere arrabbiati, non significa aver smesso di volersi bene.

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  12. Io non sono per la riconciliazione a tutti i costi. Dipende dal livello di dolore che mi hai inflitto. Se ci siamo amati profondamente (da amici o amanti, non importa) pretendo rispetto anche nell’abbandono o nella scivolata. Certo non sto con il fucile spianato, ma pretendo educazione nei rapporti e anche nelle scuse. E forse ne possiamo riparlare.

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    • @rossodipersia: “a tutti i costi” neanche io, non sono una fautrice del “dobbiamo andare d’accordo con tutti” e “dobbiamo volerci tutti bene” solo che credo che, se due persone si vogliono davvero bene, dopo la lite continuino a volersene: sai come si dice? “Una porta sbattuta è una porta che si riapre, sempre. E’ quando qualcuno va via in silenzio, in punta di piedi che non tornerà più”.

      Tu dici “pretendo rispetto anche nell’abbandono”: ecco, abbandonare è già di per sé mancanza di rispetto, un’enorme, ingiustificata mancanza di rispetto. Per il pretendere educazione, tu hai pure ragione, ma considera che la rabbia acceca (poi, dipende da contesto, rapporto, causa scatenante etc.). Le scuse, certo, se uno capisce di aver sbagliato, ma se invece ritiene, al pari dell’altro, di essere dalla parte della ragione, come se ne esce? Ci si perde?

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    • @dallacollinaguardosotto: se c’è la volontà e a buona fede da entrambe le parti, la riconciliazione è la cosa più facile di questo mondo e quindi, perché no?

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