Archivio | aprile 2012

Invidia e fallimento

Aveva ragione, secondo me, la Eleanor Roosevelt, a dire che nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso.

Nessuno è fallito finché non si sente tale: il fatto che la vita poi non sia la realizzazione nuda e cruda, né totale né parziale, dei nostri sogni di bambini, credo che rientri nell’ordine delle cose.

Io, per esempio, mi ritengo una persona non realizzata, ma frustrata è un’altra cosa: so che le mie potenzialità spesso e volentieri sono rimaste tali, so che la mia vita non è quella che, nel bene e nel male, mi sarei progettata a tavolino, ma questo non mi dà alcun malessere esistenziale, nessun senso d’inadeguatezza o fallimento e, soprattutto, nessuna invidia.

Il non provare invidia mi permette la bella vita, di essere felice di quello che ho, di essere felice dei successi altrui e di condividerne la gioia, di non mangiarmi il fegato guardando i piatti altrui (ché tanto, a conoscerla tutta la realtà delle persone, verrebbe fuori che conducono spesso vite molto meno invidiabili di quello che sembra).

Mi fa pena chi si logora di rabbia, neanche riesco a giudicarli e condannarli: sono dei poveri disgraziati, il cui reale fallimento è quello come esseri umani e come membri di questa società.

Fare lo sgambetto agli altri, cercare di buttare a terra il prossimo, non possedendo per se stessi la capacità di elevarsi, mi pare un quadro personale ben patetico.

Ripeto, dei miei sogni molti sono rimasti in un cassetto, compresi quelli che ne erano la struttura portante, ma ho stima per me stessa, e mi godo beatamente quello che ho, compresa, per l’appunto, me stessa, mai venduta, mai piegata,sempre caparbiamente “ferita ma non dòma”.

E ferita molto, questo sì, e anche ancora dolorante, ma che fare, c’est la vie!  😀

25 aprile: chi ci libererà

Vi sembrerà che stia saltando di palo in frasca, ma vi assicuro che non è così anzi, ho individuato un collegamento tra la storia, i popoli e le nazioni.

Voi sapete bene che, pur non avendo alcun pregiudizio di tipo razziale, di quelli culturali invece ne ho eccome, perché ovviamente siamo tutti figli di un contesto, per quanto le nostre scelte ce ne possano differenziare: l’essere umano è frutto del suo patrimonio genetico, ma anche dell’ambiente in cui si forma ed agisce, e di come i due abbiano interagito e abbiano influenzato l’individuo stesso.

Quando io tuono contro l’Italia, mi rendo ben conto di essere italiana e di esserci dentro, non dico fino al collo, ma non posso neanche dire, in coscienza, di essere andata al mulino senza infarinarmi.

Poco meno di un mese fa mi sono ritrovata a scrivere da Aquila, con molto imbarazzo:

Mi sono resa conto di essere tra quelle che alimentano questo sistema.

Mi è venuto l’idraulico a cambiare il termosifone, 180 euro, di cui 75 per il materiale e il resto per un’ora di mano d’opera. Il giorno dopo, lo stesso mi chiedeva 120 euro per la pulizia della caldaia, altra ora di lavoro.

Non ho chiesto la ricevuta e me ne vergogno profondamente, ma non ci ho neanche pensato, non mi sono proprio resa conto che l’avrebbe dovuta fare. Mi sono informata sui prezzi, mi dicono che sono assolutamente quelli di mercato.

Siccome sono recidiva, non l’ho chiesta neanche a quello che mi è venuto a riparare la finestra, anche lì 180 euro, 100 di materiale e 80 per un’ora di mano d’opera.

Mi vergogno profondamente, senza contare che, per un lavoratore dipendente come sono io, si tratta pure di autogol. Non è che non l’abbia chiesta per paura che mi chiedesse un prezzo diverso, non ci ho proprio pensato, mi è mancata la presenza di spirito: siamo abituati a questo, non l’ho mai vista fare nessuno, non mi sono resa conto neanche che, in quei casi, esistesse il dovere. Io non faccio discriminazioni razziali, ma culturali sì, e mi rendo conto che, in questa italica cultura ci sto dentro fin sopra ai capelli, vittima volontaria che alimenta il sistema.

Confermo, non è che io non abbia chiesto la ricevuta per timore che mi maggiorassero il prezzo, non ci ho pensato per niente e sono sicura che non l’avrebbero fatto.

Il primo problema è che non ho pensato proprio all’esistenza della ricevuta: vieni da me, mi fai un lavoro, ti chiedo “Quant’è?”, ti do i soldi, fine del palo.

Il secondo problema è stato che, quando ci ho pensato, li ho immaginati a spalancare gli occhioni belli pensando “Perché mi fai questo? Io ti sono venuto di corsa, ti ho fatto un lavoro coi fiocchi, e tu per tutta ricompensa mi fai un dispetto?”.

Ho immaginato questo pensiero, e poi l’irrigidimento e l’arroccamento di chi si sente tradito, di chi si sente di aver di fronte a sé un infame ingrato.

D’altra parte, quando io penso a tasse versate, non penso a scuole, a ospedali, attrezzature, servizi, ma penso a un nuovo vestitino Prada per qualche escort, a un prezioso collier per qualche “figlioccia”, a una laurea comprata a un somarone analfabeta, a un’auto blu con autista a disposizione per lo shopping di una più o meno annoiata consorte di politico.

A queste cose cose penso, e  ad altre non penso, troppo lontane dalla mia mentalità, ma anche dalla mia quotidianità: sappiamo per sommi capi di essere in un porcaio, di essere gestiti per lo più con disonestà e incompetenza (nel migliore dei casi  solo l’una o l’altra delle due, ma più frequentemente entrambe), ma non ne conosciamo tutti i risvolti, e ogni volta che “si fa l’onda”, l’olezzo del putridume smosso ci stupisce (ma non scuote più di tanto).

E qui torniamo al Pesach. Si parlava dei quarant’anni trascorsi nel deserto, che non furono una punizione divina, non un castigo, ma il tempo necessario a ritrovarsi, come popolo e come identità, a liberarsi di tutti i condizionamenti e le pastoie della vita precedente, portandosi dietro le quali non sarebbero stati mai uomini liberi.

Ecco, ora mi chiedo quali potrebbero essere i quarant’anni di deserto dell’Italia, quelli che la porterebbero a essere una nazione dura e pura, che si fosse scrollata di dosso il peso della prepotenza da una parte e della soccombenza dall’altra, della superficialità e del lassismo, della rassegnazione a non chiedere e non pretendere, dell’attitudine ad abusare del popolo e a farne scempio, fino a ridurlo, senz’ombra di rimorso, persino al suicidio.

Povero Massimo d’Azeglio, col suo “L’Italia è fatta, bisogna fare gli Italiani”! Neanche lui forse si sarebbe mai aspettato che, a distanza di decenni (tanti decenni!) i suoi italiani, lungi dall’assumere una nuova fisionomia, sarebbero diventati più grigi, succubi e informi, quasi schiavi di un nuovo padrone, cittadini B di un’Europa che li considera un mal tollerato fanalino di coda.

Oggi, 25 aprile, vorrei un’Italia di cui essere fiera.

(Per completare il quadro, vi rimando a un bell’articolo di Gabry )

Un altro articolo sulla nostra “Italietta” che vi invito a leggere è: “L’operazione è andata bene ma il paziente è morto“, di Quarchedundepegi.

Ancora: come e da chi vengono educati i nostri figli, di Marisa Moles.

Uso, abuso e disuso del cell

Mi ha fatto sorridere il post di Marisa, perché io sono una che vive al cellulare.

Credo di passarci non meno di tre ore al giorno (diciamo dalle due alle quattro) e, regolarmente munita di auricolare blue tooth, sono di quelle che girano tranquillamente per la strada dando l’impressione di parlare da sole.

Ora, vorrei dire ai detrattori di questo uso e costume, vi danno fastidio le persone che chiacchierano per la strada? Quelle sono almeno in due, e allora perché dovreste risentirvi con me, dal momento che, perlomeno, udite una voce sola? Forse perché non sentire la conversazione per intero, non poterla seguire, frustra le vostre morbose curiosità?

Le chiacchierate con gli amici mi aiutano, soprattutto a casa, a svolgere i compiti più gravosi: c’è qualcosa di particolarmente pesante da fare in casa? Una bella chiacchierata con un amico (o un’amica) e, grazie all’auricolare blue tooth che permette di avere le mani libere, piano piano le cose si fanno, e alla fine sembrano essersi fatte da sole.

Diverso è il cellulare che squilla in pubblico, davvero una grossa forma di maleducazione: è vero, ci sono casi in cui si deve essere raggiungibili, ma il tutto va mediato dal buon senso! E poi, esiste la modalità “silenzioso”, la vibrazione… un modo per essere reperibili senza essere maleducati e importunare il prossimo si può e si deve trovare.

Marisa parlava di regolamentazione, ma in realtà il buon senso non si può imporre per legge, dovrebbe essere spontaneo.

Far squillare un telefono a una conferenza, al cinema, durante uno spettacolo teatrale o a un concerto – addirittura a Messa! – è indice di grossa maleducazione. Può capitare, anche in questi casi, di lasciarlo acceso per dimenticanza, ma sono i casi in cui, se per caso squilla, uno si precipita imbarazzato a rifiutare la chiamata e spegnere il cell, e invece certa gente pare non si renda conto né di dove si trova, né della presenza degli altri.

Grande il caso riportato da PennelliRibelli nei commenti al post di Marisa, di un cartello messo da un parroco con su scritto:

“Dio ti chiama, ma non al telefono. Quindi spegnilo!”

Che poi, forse, neanche ti chiama!

Minoranze discriminate

E proprio vero, chi poco sa, presto parla.

Oggi non ce l’ho qualcuno, ce l’ho con me stessa.

Da un po’ di tempo (da sempre, ndr) ho il dente avvelenato con certi atteggiamenti delle minoranze discriminate, compresa quella cui appartengo, causa l’insopportabile coda di paglia, la continua accusa di discriminarli anche se non ci pensi per niente e non ne hai la minima intenzione, ce l’ho con loro per il fatto insopportabile di trovare nelle tue parole, pure se parli del prezzo delle zucchine, qualcosa contro di loro, qualcosa di pesantemente allusivo e offensivo. 👿

Sul blog di Marisa, parlando di gay, uno cominciò ad attaccare una solfa che non la finiva più. Io non ho alcun pregiudizio, suppongo neanche Marisa, ma vi giuro che alla fine ti levava dalla bocca il dirgli “Ma vaff… brutto frocio, levati dalle balle che non ti reggo più!”, il che probabilmente avrebbe avuto su di lui un effetto liberatorio, avrebbe potuto dire finalmente “Ah, vedi che avevo ragione che pure tu hai pregiudizi e discrimini, sotto una finta facciata liberale come tutti blablablablà?”

Famosa nel mio blog l’interpretazione del mio post sulle domestiche  di Valentino (scusa Vale se la ritiro fuori, ma ci rimasi davvero molto male!). Valentino espresse rammarico per avermi sentito tuonare contro dei comportamenti di certe domestiche, interpretandolo come una manifestazione di discriminazione razziale in quanto al momento le domestiche sono solitamente straniere.

Sono stata accusata anche di essere antisemita (“Tu?” commenterete voi: ebbene sì). Ero sull’autobus – tanti anni fa – e parlavo della necessità di ristrutturare la sinagoga. Parlavo con una mia amica della difficoltà a reperire fondi, che magari le persone di condizioni economiche più modeste facevano donazioni, mentre quelle più ricche non avevano la stessa generosità (e semmai discriminavo tra la generosità delle persone più modeste rispetto al braccino corto di quelle un po’ più in grana). A un certo punto una signora – dalla cui reazione deduco fosse ebrea – scattò contro di me inveendo “NOI non abbiamo i soldi del Vaticano, perché noi di qua e noi di là, non come VOI DEL VATICANO che blablablablablablà”.

La mia amica mi guardava stupendosi del fatto che non reagissi: “Ma perché non le hai detto che sei ebrea?”. E perché mai glielo avrei dovuto dire? Devo forse rendere conto a lei di quello che penso e che sono? Devo farmi un problema io dei suoi processi alle intenzioni altrui?

Ancora, un’altra signora, parlando di tutt’altro argomento, mi ripeteva ogni due per tre di essere medico. Non capivo il motivo di questo suo dover sottolineare in continuazione il suo titolo, avevo una gran voglia di dirle che stavo benissimo, grazie, ma nel caso avessi avuto problemi di salute l’avrei senz’altro tenuta in considerazione.

A un certo punto – parlava perfettamente italiano, e fino a quel momento avrei pensato che fosse italiana – una piccola sfumatura linguistica mi fa sorgere il dubbio che non sia di lingua madre italiana. Mi si accende una curiosità linguistica e le chiedo se è straniera: l’avreste dovuta sentire come ha ringhiato! “Perché lo vuole sapere?”

“Così, rispondo io, ho sentito un accento particolare e mi è venuta la curiosità di sapere se fosse madrelingua italiana, tutto qui”.

“Vabbè, se è per quello allora glielo dico: no, non sono italiana”.

Punto.

A me, al suo posto, sarebbe venuto spontaneo dire di dov’ero. No, sono inglese, no sono americana, svizzera, cinese… e invece no, un’incredibile fretta di chiudere il discorso e non specificare. Dico a una mia amica: “Quella è o albanese, o rumena, o ucraina, o comunque di una minoranza che si considera malvista in Italia”.

“Perché dici così?”.

“Perché è complessata. Se non lo fosse stata, non avrebbe sottolineato ogni due per tre di essere medico. Se fosse stata americana, alla mia domanda avrebbe risposto semplicemente No, sono americana, non mi avrebbe aggredito come per difendersi, non avrebbe tagliato corto con un no secco, chiaramente manifestando di non avere intenzione di aggiungere altro”.

E’ venuto fuori che era albanese e, come volevasi dimostrare, l’unica differenza tra lei e una di una nazione non discriminata era il fatto di essere sulla difensiva, null’altro.

Ho sempre ritenuto questo comportamento davvero fastidioso, è pesantissimo gestire le accuse ingiustificate, i continui processi alle intenzioni da parte di chi si sente discriminato e ti azzanna ritenendosi attaccato a prescindere ma poi ieri, all’improvviso, una persona mi ha detto:

“Siamo come cani ridotti all’angolo, punzecchiati e feriti da tutte le parti! Finiamo col ringhiare a chiunque si avvicini!”

e finalmente ho capito.

Ancora sulle imprese balneari: consegnarle alla Germania o alla mafia?

Ieri sono stata a un ennesimo incontro sulla situazione delle imprese balneari, che vedono in pericolo la loro esistenza in seguito alla direttiva europea cosiddetta Bolkestein.

Stavolta forse piacerò meno agli amici balneari perché ho intenzione, ancora una volta, di dire la mia fuori di ogni logica di casta/partito/categoria.

Io non ho un’impresa balneare, non ho un’impresa di nessun tipo per dirla tutta, ed ero là per solidarietà, ma soprattutto per capire, e di capire avevo bisogno per essere davvero solidale.

Ora, qualcuno ha centrato davvero l’argomento, ma bisognava avere le antenne rizzate per capirlo.

Si sono incontrati, convenuti da tutta Italia, hanno coinvolto personaggi politici in un evento che credo pure sia costato bei soldi, e che cosa sento? Declamare quanto le spiagge italiane sono belle? Grazie al piffero, che a volere fare l’avvocato del diavolo potrei pure dire “E gli stabilimenti balneari le deturpano”.

Ci dicono “Ci abbiamo lavorato una vita”, e sempre da avvocato del diavolo direi “Bene, avete avuto un privilegio, ora fate lavorare anche gli altri”.

Poi ci sono state azioni di disturbo, che hanno impedito di ascoltare chi era sul palco a parlare: mi fate capire per favore quello che dice? Mi dicono dietro le quinte che si trattava di un parolaio che non ha mai mantenuto quanto ha promesso, e che per questo è stato così fischiato, ma allora, perché l’avete invitato? E perché invece di fare azioni di disturbo non l’avete smascherato, affinché un astante “vergine” (nel senso di non addentro a problema e retroscena) potesse capire quello che succedeva?

La parte positiva invece è che i partecipanti, centinaia, erano in genere piuttosto vigorosi e combattivi, a rappresentare secondo me la parte sana dell’Italia, quella che lotta, decisamente meno passiva di quella che oramai occupa il nostro immaginario.

Passiamo ora invece ai pro, e al perché continuo ad essere al fianco dei balneari, anzi, ad esserlo più di prima. Sto continuando a scoprire un sacco di cose del loro mondo e di quello che la loro attività comporta, tipo gli investimenti che sono costretti a fare, anche per quello che non competerebbe loro: rifacimento di strade, passeggiate e altre opere che richiedono investimenti che occorrono tempi lunghi ad ammortizzare, più un’opera sociale come quella di salvataggio ovviamente estesa anche alle spiagge libere (e ci credo, se uno sta affogando, chi può lo salva, ci mancherebbe, e loro non si tirano certo indietro, a rischio della loro stessa vita: quanti episodi mi hanno raccontato!).

Sono state dette anche altre cose sull’opera di tutela paesaggistica, ma su questo voglio informarmi meglio, perché sono parole che si scontrano con una realtà che il paesaggio non l’aiuta: o quelli sono gli abusivi, che i balneari stessi caccerebbero via a calci nel sedere?

E’ stato contestato nell’altro post che quello che hanno costruito l’hanno fatto su un terreno non loro: e dove avrebbero dovuto costruirlo, per aria? Un’impresa balneare non può che insistere su un terreno demaniale, mi pare chiaro, sperando poi che i nostri governi non si vendano pure quelli!

Dunque, se un’impresa ogni sei anni deve essere ceduta, chi ci investirà più? Nessuno vorra e potrà costruirci, e allora saranno i disperati del “prendi i soldi e scappa”  – e m’immagino il livello dei (dis)servizi, oppure quelli a cui non serve guadagnare nulla, ma occorre solo una grande lavatrice in cui fare entrare denaro sporco e farlo riuscire candido?

E poi, questa storia che siamo in Europa, e le direttive dell’Europa, vogliono depauperarci, oltre che dell’identità nazionale, anche delle nostre fonti di guadagno, di cui le nostre coste, il nostro clima, il nostro turismo, sono sicuramente una delle prime voci? Hanno detto ieri che le coste italiane sono il doppio di tutte quelle del resto dell’Europa messe insieme: io non le ho misurate, ma anche se così non fosse, gli stranieri concorrono qui, e gli italiani per che concorrerebbero, per le coste dei Paesi Bassi e della Scandinavia?

Hanno ragione, qui non si stanno colpendo i balneari, si sta colpendo l’Italia intera. Poi, sulle modalità di concessione e su mille altri aspetti possiamo parlare, ma per ora l’Italia agli Italiani, e se dobbiamo stare in Europa ci dobbiamo stare a testa alta, non come obbedienti schiavi, non solo per prenderne la parte di doveri, ma come pari grado, e per essere uguali anche nei diritti.

Io mi auguro di tutto cuore che i balneari salvino le loro imprese, vale a dire salvino quest’imprenditoria tutta italiana, la loro professionalità, ma raccomanderei loro, per raggiungere questo, di restare uniti, di sedare i contrasti interni, di abbandonare le logiche da primadonna.

“La stagione” mi ha detto uno di loro “non può capirla chi non la vive: non è un lavoro, è un massacro”: lunga vita a chi si massacra per alimentare il turismo in Italia, per rendere le nostre spiagge appetibili, per essere voce attiva in un bilancio perennemente passivo.

Non lo fanno per beneficenza? E perché mai dovrebbero?