Archivio | 24 gennaio 2012

Ogni cosa è illuminata

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Dopo aver visto questi video di Gianna Jessen (e mi raccomando, guardateli fino in fondo, e ascoltate attentamente questa donna), andando al lavoro parlavo tra me e me a quel bambino che avrebbe subito questo trattamento: gli parlavo un attimo prima, raccontandogli un po’ la vita, i pensieri di sua madre e anche che pensava di lui il resto del mondo.

Mi era venuto bene quel discorso, ma talmente spontaneo, talmente di pancia che, al momento di metterlo nero su bianco, aveva preso il volo.

E allora vi parlerò di altro. Vi parlerò di come cambia la società, di come potrebbero cambiare i barbari costumi di abbandonare una donna in difficoltà da parte dell’uomo, e di risolvere la difficoltà con la rinuncia da parte della donna.

Con buona pace di tutti, partirò da esempi personali.

C’era una volta una donna che viveva da tempo con il suo compagno. Rimasta incinta, lui disse “Non lo voglio”: “Hai poco da volerlo o non volerlo”, rispose lei, “c’è”.

E allora lui ricorse all’arma classica, “O abortisci o me ne vado”, con la differenza che lei non stette lì a piangere, a pregarlo, non stette poi sola col suo dolore, sempre con più paura, andando infine in una clinica o in ospedale, sentendosi con le spalle al muro e di non avere altra scelta.

No, lei davanti all’ “O abortisci o me ne vado” rispose “Quella è la porta”.

Lui se ne andò, ma non è che per lei la situazione fosse facile, se ne ammalò e, mentre il suo compagno tornava a casa pentito, lei il bambino lo perdeva, però per cause naturali. Lui, che oramai aveva elaborato e metabolizzato quella paternità, che aveva avuto modo di pensarci, di riflettere, di interrogare se stesso e la sua coscienza, di discutere col suo io più profondo, insomma, lui che aveva infine deciso di crescere, oramai quel figlio lo voleva: si misero all’opera, lo ebbero, e vissero felici e contenti.

Ecco, mi chiedevo, siamo di fronte alla paura di mettere al mondo un figlio, la paura di non farcela, di un cambiamento che non accettiamo: che differenza c’è tra l’uomo che fugge e la donna che abortisce? Perché lui è un mascalzone e lei una povera vittima?

Sono sulla stessa barca, entrambi hanno paura e non se la sentono, con la differenza che il bambino cresce in pancia a lei,  e se lui può semplicemente sparire, lei questo non se lo può permettere e deve trovare un’altra soluzione, che spesso mette a rischio la sua stessa vita: non è un comportamento diverso, è la natura ad essere diversa. Se incinto ci rimanesse lui, a parità di persone, probabilmente sarebbe lei a fuggire e lui a rivolgersi all’ospedale, o alla mammana (o papano? 😯 ), a seconda di ciò che la legge consentirebbe.

Ora, non credete che invece, il fatto che uno dei due (se non tutti e due, come pure spesso succede) reagisca diversamente e si assuma le proprie responsabilità, possa portare l’altro, dopo un attimo di smarrimento, a rivedere la sua posizione? E’ successo agli amici di cui vi ho raccontato, è successo personalmente a me.

Lo so che altri se ne sono andati per sempre, anche se alcuni fecendosi venire successivamente un tardivo scrupolo di coscienza (magari pure opportunistico, legato per esempio a un momento di bisogno), ma non vale comunque la pena, se vogliamo cambiare le cose, se vogliamo che non sia così facile fuggire, mettere le persone davanti alle proprie responsabilità e, se le fuggono, sia ufficiale la fuga e non coperta da noi in primis, persino a rischio della nostra vita (senza contare quella del nascituro)?

Guardatelo il video, e inorridite da una parte, ma dall’altra accendetevi alla speranza, perché è chiaro che questa donna non è sopravvissuta per caso.

Non sono sopravvissuta per mettere le persone a proprio agio, sono sopravvissuta per agitare un po’ le acque.

Perché ogni cosa è illuminata, al di là della nostra capacità di vederla o meno questa benedetta luce.