Archivio | 8 gennaio 2012

Elogio dell’infelicità

Sto apprezzando moltissimo il libro di Olga Chiaia che sto leggendo, perché non è assolutamente una ricetta della felicità, quanto una capacità di accettare e apprezzare la vita anche nelle sue parti buie, compresa l’infelicità.

Dice lei giustamente che la felicità ad ogni costo è mortifera, è quella che porta poi a bruciare la vita, rompere i freni, ricorrere anche a sostanze artificiali pur di ingannarla questa vita e farle credere che ce la godiamo, che siamo forti e vittoriosi, che noi ce la facciamo.

Non funziona così. La tristezza, l’infelicità, la solitudine, fanno parte della nostra esperienza umana, e vanno accettate. Non coccolate, non nutrite, non alimentate, ma accolte, perché è nostro diritto, oltre che un processo inalienabile, essere nella nostra vita anche infelici.

L’infelicità non è incompatibile con la felicità. Stavo tentando di trovare un esempio per spiegarmi, e mi è venuto in mente questo.

Mettiamo che una persona in buona salute cada e si sbucci un ginocchio.

Probabilmente la ferita sanguinerà, farà male, prenderà tempo per guarire, cionondimeno la persona continuerà ad essere una persona in salute. Può darsi che la caduta sia più grave, che la ferita s’infetti e gli tocchi per un po’ prendere antibiotici, oppure si rompa un osso e vada ingessato.

Questo incidente di percorso non cambierà il suo essere un individuo in buona salute, né sulle sue aspettative di vita. Gli prenderà un po’ di tempo, richiederà un po’ di cura, ma nulla che faccia di lui un infermo.

Oppure potrebbe non curare la ferita, esporla a sporco, forzare l’arto, e rovinarsi per sempre, e questo sì che cambierebbe il suo stato di salute e le sue prospettive di vita!

Dunque, tornando a noi, concediamocelo di essere tristi, ma senza coccolare la tristezza. Concediamoci di mostrare il nostro lato buio agli amici, perché non possono aspettarsi che siamo giullari di corte e non persone in carne e ossa, soggetti alla tristezza, alla malinconia, alla rabbia.

Buttiamo nella spazzatura gli antidepressivi, e concediamoci il contatto umano che, insieme al tempo e la certezza di farcela, sono le cure migliori.

Giusto ieri Bali ha postato qui un video in cui Galimberti parla dei falsi miti, e cita tra questi anche quello della felicità ad ogni costo, grossa, grossissima trappola, in cui pare che molti stiano cadendo. Approfitto di questo post per riproporvelo: