Archivio | 18 giugno 2011

Com’ero alla tua età

Molti di noi “anni sessanta” si sono commossi su fb vedendo un filmato su come eravamo (che non sono riuscita a trovare su youtube e non ho potuto riproporvi). Cambiamenti lenti, di cui non ci siamo accorti, e ora siamo costretti a realizzare che i nostri figli vivono in un mondo totalmente diverso dal nostro.

Quando mia figlia mi chiede come ero alla sua età mi devo fermare un momento a pensare, e fare mente locale.

Noi, tanto per cominciare, avevamo fratelli. Oggi, quasi nessuno li ha. I figli dei nostri figli saranno una generazione senza cugini e senza zii, e già questo mi dà una sensazione di angoscia.

Poi, io coi miei cugini ci ho giocato, mia figlia no. Prima era facile abitare vicini, ora si abita dove si può.

Prima c’erano i cortili, quando non direttamente la strada in cui giocare, ora non ci sono, o se ci sono non sono fruibili, perché tutti sono disturbati dagli schiamazzi dei bambini: non dal traffico, non dai clacson che suonano all’impazzata, ma dai bambini che giocano: che poi, se prima non disturbavano, e le donne stavano in casa e li sentivano ben bene, perché dovrebbero urtarsi ora che le case sono vuote, e le madri tutte al lavoro?

Ai miei tempi se entravi in un negozio parlavano italiano e ti capivano, se per strada chiedevi un’informazione, parlavano italiano e ti capivano, le chiacchiere delle vicine in finestra si capivano bene, mentre ora le domestiche extracomunitarie che parlano da un balcone all’altro parlano una lingua incomprensibile, e allora rimane solo il rumore, le voci che non ti lasciano dormire, perso l’aspetto più goliardicamente umano di farti un pacchettino di fatti altrui (si dice “partecipare”).

Spero non ci sia bisogno di specificare che questa mia è una semplice constatazione, non mi piace che si gridi al pregiudizio e alla discriminazione a ogni piè sospinto.

Tornando a bomba, i pedofili ai miei tempi c’erano, urca se c’erano, ma non si sapeva, le madri erano ingenue, e la cultura maschilista e chiusa al punto che, se il mostro era in famiglia, si colpevolizzava il ragazzo o la ragazza insidiati per non “creare scandalo”: eh sì, la nostra era l’epoca dell’ “occhio sociale”, di “quello che dice la gente”, e del “rovinarsi la sorte” se si cadeva vittime di lingue malevole e taglienti, perché era l’epoca che dei ragazzi e delle ragazze, al momenti di fidanzarsi, si chiedevano informazioni.

Non so gli altri, ma in casa mia – e in molte altre – era pure l’epoca del maschio più importante della femmina, il maschio privilegiato, il maschio che doveva studiare anche se asino patentato e la femmina che invece veniva tenuta indietro, anche se più portata: il maschio infatti doveva trovare lavoro, la femmina doveva trovare marito e “sistemarsi”.

Oggi credo vengano i brividi in parecchi a pensare al matrimonio come “sistemazione”, ma all’epoca così era.

E poi, era pure l’epoca in cui i vicini si conoscevano, e la vicina veniva su a chiacchierare dalla nostra mamma, o viceversa, l’una cuciva e l’altra cucinava, una preparava la verdura e l’altra rigovernava, mentre noi figli, coi figli della vicina quasi come fratelli, giocavamo in un’altra stanza.

Era l’epoca dei nonni conviventi, non si pensava nemmeno alle case di riposo: gli anziani venivano accuditi in casa, da figli e nipoti, e in casa morivano, assistiti dalla propria famiglia. Ammetto che in questo caso l’onere per una famiglia fosse grande, e possibile solo in virtù del fatto che le donne per lo più non lavorassero.

Un ricordo personale voglio ancora aggiungerci: la mia era l’epoca in cui le lettere degli amici arrivavano nella cassetta delle lettere, erano una busta colorata e spesso disegnata, sulla quale, prima ancora di leggere il mittente, riconoscevamo lo stile di chi ci aveva scritto.

Io le ho ancora conservate tutte le lettere dei miei amici, ed è un’emozione tenerle tra le mani, e non vorrei che mia figlia commentasse mai “Ma non facevate prima a mandare un’e-mail?”.

Era l’epoca in cui sul panino la mamma spalmava uno strato di nutella trasparente, la sera si aspettava il papà per mettersi a tavola, e i bambini non si si mandavano dallo psicologo, ma dalla nonna o da una zia più in sintonia con loro.

Era l’epoca in cui cominciavano ad affacciarsi le canzoni di protesta, la voglia di cambiare, l’idea che il mondo potesse essere diverso, e infatti ora è diverso e, per carità, non voglio essere anacronistica a rimpiangere un’epoca che aveva i suoi bei bachi, ma credo che non ci siamo limitati a cambiare quello che non andava, abbiamo stravolto pure quello che andava benissimo, e non sono sicura che ai nostri figli stiamo lasciando un mondo migliore.

Forse con più coscienza, con più voglia di avere coscienza, quando il nostro, invece, aveva forse più voglia di valori.