Archivio | 10 giugno 2011

Un’amica

Mi hai chiesto perché ti avessi chiamato. “Perché avevo nostalgia”, ti ho risposto, e tu sai che è vero. Non so se l’avessi anche tu, forse no, ma mi hai fatto grandi feste, e ne sono stata felice. Non felice delle feste, ma felice di non avere ascoltato orgoglio, timidezza, imbarazzo, non avere ascoltato niente di niente, e di avere avuto ragione. Per una volta ho seguito il cuore, e non mi sono fatta impastoiare da fantasmi né da infondati timori.

E poi me l’hai chiesto ancora, e ti ho detto che una cosa ho imparato nella vita: se devo dire una cosa a una persona, gliela dico e basta. Non me ne devo andare, nessuno se ne deve andare, o deve rimanere, con il peso delle cose non dette.

Troppi malintesi, troppi rapporti sprecati, troppa bellezza e troppo amore in cui ci rifiutiamo di immergerci, che ci rifiutiamo di respirare forse per un malinteso senso di orgoglio, o per una sorta di timidezza che ci fa pensare che l’altro ci rifiuterà, che l’altro non provi lo stesso affetto, la stessa voglia di sentirci, la stessa spesso struggente nostalgia.

Tutto questo ho pensato, e veramente non è stato un “detto fatto”, ci ho pensato giorni, settimane, probabilmente mesi.

Non sembrava esserci nessuna impellenza, e in effetti ritengo che non ci fosse, che non ci sia, camperemo entrambe altri cento anni e oltre, ma so di aver fatto la cosa giusta, come faccio la cosa giusta quando ho voglia di vedere qualcuno, che monto in macchina e vado. L’esperienza mi ha insegnato a non rimandare, perché la vita tanto fa sempre come vuole lei, e l’unica cosa che possiamo fare è capirla, impararne le regole e stare al suo gioco.

Tutto questo, prima di leggere questo post di Dienderre, cui sono approdata solo oggi. Avrei voluto conoscerlo prima, conoscere tutta la storia, e glielo avrei detto: “Ma chi se ne frega di quello che è successo, di ogni e qualsiasi malinteso possa esserci stato! E’ una tua amica, la stimi, le vuoi bene, ti manca, e probabilmente da parte sua sarà altrettanto: alza quella benedetta cornetta e chiamala, che la vita continua a urlarci di non aspettare!”, ma non lo conoscevo.

E non gliel’ho potuto dire.

E una che se ne è andata, ieri.

Ma intendiamoci, non una vita qualunque, anche se non penso mai ci siano mai vite qualunque. Questa però era una di quelle da fregiarsene, come una mostrina sulle divise dei militari, “io ho conosciuto lei”. Una da andarne orgogliosi e fieri. Fieri di averla conosciuta, di averle parlato, di aver fatto parte della sua vita, dei suoi pensieri, delle sue emozioni.

Una passione comune, la nostra, per la montagna, ma c’era tanto di più. Un’amicizia incrollabile, forte, che il tempo, sicuro, non scolorirà, e non sono frasi di circostanza, lo so. E lo sa anche lei.

Ieri, alla cerimonia funebre ero circondato da sensi di colpa, tanti quanti la gente in chiesa, gremita. Sì, perchè, nella nostra stupida vita che corri sempre per inseguire non sai neanche cosa, che dici tanto ho tempo per, o prima o poi la chiamo, ma sì, stasera è tardi e magari domani, e poi, ad un certo punto scopri dolorosamente, rabbiosamente che è tardi, ma tardi sul serio. E non torni indietro, non puoi. E ti senti stupido ed impotente, ma soprattutto inutilmente stupido.

E sempre ieri, che oltretutto è stata una giornata incredibile, una di quelle da segnare sul calendario con mille punti esclamativi, da controllare le congiunzioni astrali, i bioritmi e come mai non ci avevo Saturno contro, anzi Saturno era al bar ad offrirmi da bere e ha lasciato pure una lauta mancia, che è stata tutto e niente e poi ancora tutto e anche mia figlia ha preso dieci in scienze, ieri, dicevo, ho ricevuto in dono un semplice, prezioso e confortante consiglio; mi è stato detto fermati.

Fermati e non avercela con te stesso perchè la vita non si ferma mai e non è colpa tua, non puoi farci niente e basta.

Fermati e perdònati per questa faccenda.

Fermati e fai pace con lei adesso, domani, in chiesa, se credi. Non hai nulla da farti rimproverare, e lei lo sa, ovunque sia, lei lo sa.

Ieri invece mi rimproveravo, e tanto anche. Guardavo la chiesa strapiena colma di gente che non era lì per circostanza, no. Pensavo alle risate insieme, alla forza ed alla semplice determinazione di una donna che ha avuto tanto, nel bene e nel male, e che tutto il male che ha avuto avrebbe steso con meno fatica dieci di quelli come me. E lei no, non si lasciava abbattere, che rideva anche della sua malattia, che andava avanti con il sorriso di chi aspira tutto il succo dolce della vita, e sputa incurante i semi amari. Guardavo suo marito, perso, aggrappato con le unghie al suo devastante dolore. Che il giorno prima mi aveva detto che lei avrebbe voluto cercarmi, ma in ospedale le avevano rubato il cellulare, e aveva perso tutti i miei riferimenti. E io, che non sapevo che, che non credevo che, che non mi ero fermato a sentire nel profondo dell’anima che. O forse lo sentivo ma era una voce lontana, coperta da mille altre cose da fare, che scopro dolorosamente insulse, oggi.

Ma il prezioso consiglio, regalatomi da una preziosa persona, mi è entrato dentro, silenzioso, calmo, rassicurante. Ed ha agito.

E oggi so che non devo darmi colpe. Non ha senso. La sapevo vicina, così come ho sempre saputo che era, come la sento adesso. E mi sapeva vicina anche lei, questo è sicuro. Come adesso.

Ne vado orgoglioso, di aver conosciuto una persona così. Speciale, coraggiosa, sfrontata, determinata, ostinata, amica insostituibile, un sorriso pronto come una pastiglia per la tosse da dispensare a chi ne avesse bisogno, come ha fatto con me.

Ne vado orgoglioso delle nostre sciate, delle nostre montagne, delle lunghe discussioni e delle risate, tante e contagiose, di come cominciava un discorso preparandosi un indice mentale, di tutte le cose nostre, di tutte le cose sue.

In montagna, il saluto che si usa in questi casi è “sei andata avanti”.

Per cui arrivederci, Laura. Arrivederci. Sei solo andata avanti, tranquilla, e le cose che non ho potuto dirti, che avrei voluto dirti e che ho qui, stai sicura, te le dirò, prima o poi.