Archivio | Maggio 2011

All’ombra dei cipressi e dentro l’urne

Cipressi con due figure femminili (Vincent  van Gogh, 1889)Oggi sono stata al cimitero ad accompagnare la moglie di P.

Lei desiderava andarci, ma non era in condizioni così io, che non ho alcun culto dei morti, nonostante la grande amicizia e il grande affetto per P., è stato solo per lei, solo in nome del mio culto per i vivi che mi sono offerta di accompagnarla.

Andare al cimitero, per una persona come me che lo ritiene assai poco significativo, è un momento sempre di profonda riflessione.

Una volta andai dalla parte dei bambini e non vi dico che esperienza struggente che fu, date che non si potevano leggere. Credo che tutti noi riteniamo che i bambini non dovrebbero mai morire, e tutti sappiamo che però accade, però vederne decine e decine, l’uno lì accanto all’altro, credetemi, dovrebbe cambiare il nostro rapporto con la vita e con gli altri.

Ma passiamo ad oggi.

Mentre lei curava la tomba io mi sono allontanata, nessuna preghiera, nessuna parola rivolta a chi non c’è più: ero solo pazientemente seduta, quale angelo custude di quella donna, ad aspettare con la massima tranquillità che terminasse.

Nel frattempo (non dico per ammazzare il tempo che pare brutto), ho passeggiato su e giù per le lapidi leggendole tutte, osservando le foto, cercando di cogliere di ognuno quello che poteva essere stata la sua vita.

Frasi spesso appassionate, in cui si sentiva forte il desiderio di farle giungere al proprio caro in un ultimo accorato urlo d’amore, frasi di circostanza, frasi altisonanti e forse vuote, frasi timide ma sincere e poi su una… “Mamma bella”, non c’era scritto altro.

“Mamma bella”, come mi chiama mia figlia, come forse più di una figlia, o di un figlio, chiama la propria madre.

Un moto d’affetto mi è preso per quella persona, sconosciuta, o forse no, era “Mamma bella”, e subito m’è stata familiare.

Ecco, io vorrei una scritta così, perché solo di questo m’importa, essere stata per mia figlia “Mamma bella”, e ancora mi chiedo, tanti e tanti anni dopo che se lo chiedeva il Foscolo nei suoi famosi Sepolcri:

“All’ombra dei cipressi e dentro l’urne, confortate di pianto, è forse il sonno della morte men duro?”

E forse si: chissà com’è, io sul volto di “Mamma bella” c’immagino un sorriso.

Scelti per voi (via Scelti per voi)

Comunicazione di servizio:

da oggi ho un ulteriore blog, creato con lo spirito che potrete leggere nel post di presentazione.

E’ gradito il vostro contributo, saranno valutate tutte le segnalazioni che ci vorrete fare (via e-mail privata, chi ce l’ha, o direttamente nel post di presentazione sul nuovo blog).

Grazie a tutti voi per il lavoro di raccolta e selezione che vorrete aiutarmi a svolgere, conto su di voi!

Qualsiasi commento o suggerimento, da parte di voi tutti è ben accetto, direttamente sul post di presentazione del nuovo blog.

Buon week end a tutti 😉

Diemme

Scelti per voi Cari amici, da molto tempo penso che sarebbe bello avere una raccolta dei post che, in giro per il web, abbiamo più amato, quelli che ci hanno dato qualcosa, che vorremmo far conoscere e condividere. Ora WordPress ci dà la possibilità di cliccare su “I like”, ma rimane un fatto personale e circoscritto. Io spesso mi sono ritrovata a rebloggare post interessanti, ma mi sembrava da una parte sì un tributo al legittimo autore, ma dall’altra di togli … Read More

via Scelti per voi

Insegnanti di sostegno e disabili a scuola: attualità e prospettive

Questo blog è stato sempre attento ai problemi sociali, ma spesso è mancata la voce di chi “ci sta dentro”.

Ho letto questo post di Mizaar, e mi sono venute le lacrime agli occhi.

Giusto oggi, su un altro blog, rispondevo a una mamma che la Gelmini se ne deve andare, se ne deve andare e basta ma, chissà perché, pure io non penso che se se ne andasse le cose cambierebbero come d’incanto.

Dobbiamo essere noi tutti più attenti ai bisogni altrui, sentirci coinvolti anche in ciò che, buon per noi, non ci tocca da vicino.

Il mondo non cambierà col cambiare dei governi: il mondo cambierà col cambiamento di quelli che lo abitano, che sono loro che fanno la maggioranza.

Ma eccovi l’articolo di Mizaar:

Trentadue non è solo un numero, ma sono i ragazzi disabili che il prossimo anno frequenteranno la mia scuola. Trentadue ragazzi con sessantaquattro genitori. Novantasei persone che nutrono, nei confronti della scuola e dei docenti che sono nella scuola, delle aspettative. Novantasei persone che si fidano di te, insegnante di sostegno, perchè per tre anni, sarai quella o quello che starà con i loro figli per cinque ore al giorno. Ragazzi, non numeri, che hanno bisogno della tua presenza perchè tu possa mediare un rapporto tra la loro fragilità e la ” sicurezza ” dei ” normodotati “. Ragazzi, non numeri, che hanno bisogno della tua pazienza, della tua partecipazione, della tua esperienza, perchè possano sentirsi meno handicappati – parola diventata politicamente scorretta, ma che esprime appieno le difficoltà di queste persone. Persone alle quali sottrarre anche una sola ora di insegnamento significa spesso lasciarli a stazionare in una bolla vuota in una classe piena di gente. Perchè nelle circolari, nei testi di legge c’è scritto tanto, tante parole, per dire che il ragazzo handicappato non è e non deve essere il ” figlio ” dell’insegnante di sostegno, mentre invece la realtà è ben più ordinaria e brutale, i ” curricolari ” non vogliono – in alcuni casi- e non possono – nella quasi totalità – occuparsi sempre di loro, presi come sono da classi piene di persone, nemmeno quelli numeri, ragazzi differenti uno dall’altro, ognuno con la propria storia e le proprie difficoltà. E dunque, se dovesse passare il progetto di Legge 2594,  presentato al Senato da alcuni parlamentari della maggioranza, non ci sarebbero più insegnanti di sostegno a supportare i ragazzi disabili, ma persone estranee alla scuola con contratti a progetto, nominati dai Dirigenti Scolastici. Una sorta di CoCoCo del sostegno, una precarietà di ” insegnamento “(???) che della continuità didattica non sa che farsene. Una disfatta per quei novantasei. Persone, non numeri.

via chi ha paura di virginia woolf?

Bimba dimenticata in macchina

Tante polemiche sulla piccola Elena Petrizzi, ma come si può accanirsi contro quel padre come se fosse un assassino?

Che significa “Non può accadere?” . Se accade è perché può accadere. Qualcuno può dire che non è come dimenticare la macchinetta sul fuoco, e dov’è la differenza? Certo che un figlio non è una macchinetta del caffè, ma la nostra testa è la stessa.

Siamo soli, soli, stressati, stanchi, ci muoviamo per automatismo, senza connettere.

Io “forse” avevo un tumore, e dimenticavo di fare le analisi, di prenotarlo, continuavo a dimenticare che “forse” avevo un tumore: rimozione? Non è così facile, il problema è che non siamo più presenti a noi stessi, che abbiamo staccato la spina, non ce la facciamo più a far quadrare un bilancio che non quadra.

Quando la bimba era piccola avevo il terrore di dimenticarmela, tanto terrore, da avere gli incubi notte e giorno: un pensiero continuo, ossessivo: ero cosciente dello stress cui la vita mi sottoponeva, della stanchezza abnorme che mi faceva perdere qualsiasi concentrazione. Quel padre non è un assassino, è una vittima. La vita che conduciamo ci aliena, e l’unica soluzione è rivedere la scale dei valori e delle priorità, e soprattutto non lasciare nessuno da solo.

Se io vedo un bambino in macchina, mi fermo e piantono la macchina. Finora, le volte che l’ho fatto, è sempre arrivato il genitore (Avrà pensato male di me? Mi avrà preso per una malintenzionata che voleva ghermire il piccolo?), ma se non fosse arrivato nessuno non avrei schiodato, e se avessi dovuto per forza schiodare per impegni miei avrei chiamato il 113 e l’avrei avvisato.

Mi ricordo, non molto tempo fa, un caso analogo: stavolta fu la madre, un’insegnante, a lasciare la piccola in macchina, e durante la ricreazione gli studenti videro la bimba in macchina e la salutarono, ci giocarono e… se ne andarono: quello mi sconvolge!

Non potevano sapere, ma secondo me è su quel fronte che va fatta opera di sensibilizzazione: se vedete un bimbo piccolo da solo, allertatevi!

“Ci vuole un intero popolo per crescere un bambino”, ma i genitori di oggi questo popolo a disposizione non ce l’hanno, sono soli, fanno i salti mortali, stringono i denti, e poi da qualche parte il nostro organismo fa sabotaggio, stacca la spina, e ci presenta un conto atroce.

Probabilmente anche io, come la moglie, avrei difeso quell’uomo: a patto che il dolore m’avesse lasciato la forza di vivere e di parlare.

Il mio conforto ai due genitori e la mia partecipazione al loro incommensurabile dolore.

Sposati e sii sottomessa: riflessioni

 Con buona pace dei detrattori, finalmente ho finito di leggerlo, ed è stata una lettura avvincente.

Il titolo, confermo, non c’entra poi molto col contenuto, almeno dal mio punto di vista. Mi sembrano semplicemente riflessioni sulla propria famiglia, la società in cui è inserita, e riflessioni sulla vita di amiche e amici, che hanno fatto o esitano a fare una scelta definitiva come dovrebbe essere il matrimonio, o avere figli.

E’ un diario di vita quotidiana di una moglie e madre di quattro figli, che vive la sua famiglia, si confronta con gli altri, vive le penalizzazioni lavorative sulla sua pelle.

Il tutto supportato dai suoi principi di fede, che non sono i miei, ma coi quali concordo oserei dire per un buon 80%.

Cose in cui credo, potrei dire “cose che so”, ma mi ha fatto piacere leggerle, perché nel mondo moderno una persona che la pensi come me rischia di passare per visionaria.

Io sono “all’antica”, prendo tutto maledettamente sul serio, antepongo la mia famiglia (che al momento è composta da me e mia figlia) a ogni e qualsiasi altra cosa, non m’interessa il mio piacere personale e il mio “diritto a vivere”, perché non esiste altro piacere che stare con mia figlia e occuparmi di lei, non esiste altro diritto alla vita di quello che mi è stato permesso di portare avanti a dispetto di tutto e tutti.

Per tutto questo vengo giudicata, tutti a ricordarmi “i miei diritti”, e meno male che i doveri me li ricordo da sola.

Che poi, paradossalmente, a volte penso che sono felice proprio per questo, perché il piacere non l’ho mai inseguito e non mi sono mai tirata indietro davanti alle mie responsabilità: perché prendersi le proprie responsabilità è appagante, fa sentire bene, è il non prendersele quello che crea quei vuoti interiori coi quali diventa impossibile convivere.

Io non sono mai stata disperata. Triste, infelice, distrutta dalla stanchezza, ma mai disperata. E’ il vantaggio di chi ha la fede, o semplicemente fiducia nella vita.

“Fa’ quello in cui credi, e lascia il resto nelle mani di Dio”.

“Fa’ quello che ritieni giusto, e non avere paura”: tutti un giorno moriremo, ma chi ha coraggio muore una volta sola, mentre il vile muore ogni giorno, tante volte al giorno, ed è uno stillicidio.

Grazie Costanza!