Ben altre gioie

Cari amici, con grande piacere rebloggo un altro post, stavolta di Costanza Miriano, una giornalista che sto scoprendo ora.

Voglio dedicare questo suo articolo a tutte le persone che traggono la propria straordinaria ragione di vita dal donarla alla propria famiglia e ai propri cari, sacrificando quelle che sembrerebbero grandi cose, ma che infine alla resa dei conti sono piccole, in cambio di quelle piccole cose che, alla stessa resa dei conti, sono invece più valide e più grandi.

Mi era venuta in mente una foto da allegare all’articolo, ma ora non riesco a riacchiappare quell’idea (ma perché non mi vengono mai quando sono a tiro di pc?!?). Ma eccovi l’articolo.

Quando comincio col mambo (via Sposati e sii sottomessa)

Quando comincio col mambo Fedele alla linea del maiale – non si butta niente – ho deciso di rispondere con un post alle osservazioni che mi ha mandato per e-mail una persona. La persona mi è molto cara e la ritengo intelligente, per cui vale la pena un piccolo sforzo di spiegazione. Le critiche sono più o meno di questo tenore:

alla base del mio libro ci sarebbe una grossa rinuncia all’ambizione… “una vita chiusa, terribilmente limitata al momento (eterno) della famiglia nido… escrementi di casa, piatti, lenzuola, tanfo caldo di casa… le bollette da pagare, il telefono, i computer, i servizi da fare tra una poppata e l’altra, una vita insomma di merda… col pancione o senza…col trucco o senza, colle ciabatte, col saccoccio sul fuoco, coi gatti degli altri… la claustrofobia da biscotti Mellin secrezioni familiari e guerricciole da ufficio sempre le solite…”

A parte che le ciabatte no, quelle non le metto, per il resto non mi offendo certo a queste osservazioni, conosco bene la sensazione di soffocamento nel pensare a una vita come questa descritta così bene. L’ho provata tante volte pensando a cosa avrei fatto da grande, quando giuravo a me stessa che mai e poi mai mi sarei accontentata di un destino così misero, chiuso tra quattro pareti, con obiettivi risibili e gioie stantie e mediocri.

Poi mi si è spalancato un altro mondo, quello della vita spirituale, che ha il respiro dell’universo, perché tutto quello che un figlio di Dio fa dura in eterno. (E no, bambini, non sto citando il Gladiatore, per quanto so che voi apprezzereste) E’ la certezza che i capelli del nostro capo sono contati, le parole tutte ascoltate da Dio, i gesti tutti guardati e conservati per l’eternità.

Io penso che la vita di un cattolico, cioè di chi ha un rapporto vivo e personale con Dio, sia piena di vette e valli e discese ardite e le risalite – lo so, sto parlando come Lucio Battisti, cioè come Mogol, ma potrebbe andare peggio – in modo del tutto indipendente dalla sua ubicazione fisica. E’ dove ci porta l’ospite dolce dell’anima che conta. Non per niente per noi la patrona delle missioni è santa Teresina di Lisieux, una carmelitana di clausura, che, chiusa dietro le sue grate, ha smosso il mondo in un modo misterioso che solo un giorno ci sarà chiaro.

La mia vita tutto sommato non è così deprimente come sembra al mio amico, neanche secondo i criteri del mondo. Insomma, non vivo nella “provincia dei mammalucchi” ma al centro di Roma, non lavoro in un ufficietto ma nella redazione di un tg, ho incontrato ministri e registi e attori, ho fatto interviste a New York e Berlino, insomma in un sacco di bei posti, e se preferisco i biscotti Mellin, non è perché non posso avere altro, né per ripiego, ma per gioia e scelta ogni giorno benedetta. Ho fatto colazione con Spike Lee ma mi piace più svegliarmi con un bambino in braccio, ho cenato con tennisti vincitori di qualche torneo dello slam (non so più quale) ma mi diverto infinitamente di più a casa a vedere un concerto di mio figlio (la mia preferita è “quando comincio col mambo”). Lo preferisco a tutti i musicisti che mi hanno spedito a intervistare, anche perché per lui, per mio figlio, io sono la groupie più irresistibile (al momento).

Se penso alle avventure più emozionanti della mia vita hanno tutte a che fare con l’incontro con Dio, e poi con la vita che abbiamo trasmessa ai nostri figli. Hanno a che fare con le volte – non so bene quante – in cui, stando bene attaccata alla vite, sono riuscita a essere un tralcio, e ho saputo amare. Non credo che il respiro ampio di una vita si misuri con il viaggiare vero e proprio, come dice il mio lettore (“San Paolo almeno girava tutto il Mediterraneo, mai fermo, mai tranquillo, mai in pace, sempre col fuoco al culo”). E non credo che Dio sia in concorrenza con niente di umano, né tanto meno un antagonista della nostra libertà.

Quando per mio marito si prospettava la possibilità di andare a lavorare a New York, io che pure amo quella città, ho votato no, per la paura che lì non saremmo riusciti a permetterci tanti figli, e non me ne sono mai pentita.

Di gente che ha fatto cose grandi, secondo il mondo, ne ho anche conosciuta credo più della media delle persone, per lavoro: ori olimpici e primatisti del mondo, scrittori e ministri e registi, anche un Papa (ma quando era cardinale, lo ammetto) ma credo che la differenza tra le persone invidiabili e le altre, tra i mediocri e gli altri, tra i felici e gli altri, tra quelli che vivono una vita luminosa e più fragrante, sempre per dirla con Mogol, non c’entri assolutamente niente con il loro fenotipo – direbbe un mio amico – con la collocazione fisica o l’organizzazione pratica della loro vita. Per dire, una delle persone più geniali e creative e temerarie e audaci che ho conosciuto è stata una suora di clausura. Un altro è frate, uno che per intelligenza mangia in testa a quasi tutti quelli che conosco, ma passa le giornate chiuso in confessionale.

Per me viaggia davvero chi spalanca le proprie porte (mio figlio ha visto un neon con scritto Open, e mi ha suggerito di appenderlo alla porta di casa, che per me più siamo meglio è), chi si spende, chi abbraccia la propria croce, chi infiora la propria vita di segreti regali a Dio e agli altri. Chi parte dalla schiavitù dell’Egitto e va verso la terra promessa, che può essere anche un appartamentino con tanfo di secrezioni e biscottini primi mesi.

Un giorno tutte le cose ci appariranno come sono davvero, e ne vedremo delle belle. I valori saranno capovolti e la vera bellezza di ognuno sarà sfolgorante.

via Sposati e sii sottomessa

5 thoughts on “Ben altre gioie

  1. ..e allora alla fine il bene comune , il senso, quel senso, che andiamo tanto cercando è la famiglia.
    Tante parole …forse anche troppe, ma è meglio esser prolissi che tirchi in certi casi, almeno le persone capiscono bene il concetto.
    La famiglia con tutto quel puzzo e associati, è la miglior cura per sentirsi bene senza medicine…
    Le polemiche( si fa per dire) se ce ne saranno le lascio ai posteri.
    Mi piace lo scrivo e lo clikko

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  2. Ho letto e ho pensato che una donna che scrive queste cose deve aver raggiunto una certa maturità se vogliamo anche anagrafica. Vado a vedere, 40anni! Invece è solo una donna che ha vissuto e consapevolmente ha saputo scegliere. Sceglie la famiglia, ne fa il suo punto fermo, la sua forza. Un rischio, in questi tempi in cui tutto sembra fragile e non resistere ad alcun urto. Ma forse credendoci davvero, e credendoci in due, è possibile stare bene nonostante la “clausura” e il tanfo e continuare a sceglierli con rinnovata passione ogni giorno. Ho recentemente letto un libro in cui una donna trovatasi incinta, si sposa in fretta e furia. Arriva un secondo figlio, ma coltiva ancora la speranza di riprendere gli studi. Arriva il terzo e diventa casalinga con le ciabatte e bigodini. Sguardo spento, si trascina così più morta che viva finchè li molla tutti per qualche anno. E’ “libera”, ma non felice. Torna a casa e fatica a reinserirsi, si rende conto che il suo posto è lì, con loro. Quasi un lieto fine in un libro tristissimo.

    “Un giorno tutte le cose ci appariranno come sono davvero, e ne vedremo delle belle. I valori saranno capovolti e la vera bellezza di ognuno sarà sfolgorante.” Passo da sottoscrivere con convinzione e da rileggere al bisogno…

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  3. Questa blogger me l’ha fatta conoscere balibar, e ho subito apprezzato i suoi scritti. Purtroppo non ne ho letti finora più di quattro o cinque, il tempo è tiranno, ma mi piace chi “ci crede”: io ci credo.

    Io non credo a questa civiltà che ci rende schiavi di beni materiali e poveri d’affetti, che sono il nostro vero pane, non credo a questa deresponsabilizzazione in cui sembra di poter vivere meglio venendo meno ai propri doveri, alla solidarietà umana, nella ricerca di un piacere effimero che non appaga mai.

    Io ho avuto una vita difficile, presa molto, persino troppo sul serio, eppure mi rendo conto di stare sempre meglio di chi ha avuto e tuttora ha di più. A volte vedo i dirigenti della mia azienda, sempre furiosi, e mi dico “hanno moglie, amante, macchinone, ville al mare, montagna e città, uno stipendio che sarà dieci volte il mio, e sono sempre incazzati neri”. Queste stesse persone, quando distrattamente capita loro di chiedermi come sto, alla risposta “benissimo” strabuzzano gli occhi.

    A volte chiedono spiegazioni, “Come mai benissimo? Cosa è successo?”, e alla mia risposta “Niente di che, solita vita” rimangono perplessi. Mi vedono sempre sorridente, e non capiscono il perché.

    In questo momento purtroppo ho il dramma della stanchezza, dovuta principalmente alle apnee. Ma questo è un altro discorso.

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  4. Il fatto è che a volte sembriamo veramente convinti che l’ erba del vicino sia più verde della nostra. Invece di guardare con attenzione se è veramente così e magari prestare le cure necessarie per stimolare la clorofilla, saltiamo direttamente la staccionata… e lì c’accorgiamo d’esserci ingannati…
    A volte mi stupisco anch’io della capacità di sorridere di persone apparentemente “disgraziate” che rappresentano uno schiaffo in faccia per persone che hanno tanto, ma non hanno niente. Molto facile e meschino il tentativo d’avvilirli per far passare in secondo piano il proprio di avvilimento.
    Qualche domenica fa, ho visto un’intervista ad Alex Zanardi. Aveva una tale luce negli occhi…, anche lui si diceva felice e gli credo. Un “poverino” felice.

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