Le barriere della comunicazione (Thomas Gordon)

Dunque, finite le scuole, usciti i quadri, in molte case arriva la mazzata dei risultati di fine anno. Se rimandati o bocciati, i genitori si trovano a dover fare il predicozzo ai propri figli, e allora, da che parte cominciare?

Thomas Gordon, esimio rappresentante della scuola umanistica rogersiana, ha messo a punto una serie di corsi di “Comunicazione efficace” (ce n’è anche uno specifico per genitori), ma credo che, al di là dei consigli su come comunicare, convenga focalizzarci su quello che invece blocca la comunicazione.

Gordon individua dodici “barriere” alla comunicazione, dodici atteggiamenti che mi stupirono non poco all’epoca del corso, in quanto sono spesso proprio quelli che si assumono parlando con qualcuno, e con le più nobili intenzioni.

Vi trascrivo tal quale l’elenco di questi cosiddetti atteggiamenti/barriera:

1) Dare ordini – comandare

2) mettere in guardia – minacciare

3) moralizzare – fare prediche

4) consigliare – offrire soluzioni

5) argomentare – persuadere con la logica

6) giudicare – criticare – biasimare

7) fare apprezzamenti – esprimere compiacimento

8 ) ridicolizzare – etichettare

9) interpretare – analizzare – diagnosticare

10) rassicurare consolare

11) indagare – investigare

12) cambiare argomento – minimizzare – ironizzare

Sono indecisa se trattarli ad uno ad uno come feci coi comandamenti, ma a un colpo d’occhio sembrerebbe che almeno i punti 4, 5, 9 sono metodologie frequentemente usate nel dialogo con… con chi? Se ci pensate bene, è un dialogo dall’alto verso il basso, quegli atteggiamenti significano pontificare, fare la morale, far calare soluzioni dall’alto, piuttosto che rispettare il suo pensiero, il suo essere in un certo modo, che può essere diverso dal nostro: questo è comunicare?

Un’altra cosa che ho notato io personalmente come impedimento alla comunicazione è questo; comunicare significa sì farsi capire, ma significa anche capire l’altro, aprire un varco, creare un linguaggio comune. Significa spiegarsi, ma significa anche lasciare che l’altro si spieghi, mettersi nei suoi panni e capire il suo di punto di vista, vedere la situazione coi suoi occhi. Gordon batte molto sul tasto dell’ascolto attivo, che significa mostrare all’altro che  lo si sta ascoltando, che si sta seguendo il suo ragionamento.

Per alcuni, comunicare, significa “Ti spiego quanto ho ragione, e se non capirai, io calerò il silenzio su noi e sull’argomento, salvo ripresentarmi, quando la situazione dovrebbe essersi acquietata, a rispiegarti come ho ragione. E con la massima calma tornerò, e tornerò ancora, a rioffrirti generosamente sempre la stessa possibilità: capire che ho ragione”.

Aspetto le vostre analisi, cosa pensate di queste dodecalogo, quale dei punti vi ha colpito di più, concordate, discordate. Avete esempi tratti dalla vostra vita che testimonino l’inefficacia nella comunicazione di questi modi di porsi?

38 thoughts on “Le barriere della comunicazione (Thomas Gordon)

  1. Come può dispiacermi se usi la copertina del mio libro?
    Grazie

    per quanto riguarda l’argomento che sai quanto
    mi è caro, le dodici risposte tipiche elencate da gordon non è che siano sbagliate in se lo diventano nel momento che non corrispondono ad una richiesta specifica.
    Ecco perché diventa importante decodificare il messaggio corretto di una comunicazione.

    Il problema principale in una comunicazione a mio avviso è quella di non mettersi davvero in ascolto dell’altro, partiamo già con una soluzione nostra prima di sapere quale sia il vero bisogno dell’altro, ecco perché non funzionano le risposte tipiche perché la maggioranza delle volte non rispondono al
    bisogno reale del momento!!!

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    • @Polly: la copertina del tuo libro era azzeccatissima per questo post, che ha preso lo spunto proprio da un mio commento sul tuo blog a una questione riguardante tuo figlio.

      Hai ragione, generalmente chi si mette davanti a qualcuno per “parlargli”, il più delle volte ha in tasca una soluzione preconfezionata che non tiene in nessun conto i bisogni degli altri, né gli interessa farlo. E’ un po’ come un rappresentante che deve vendere, che so io, anelli, e non gli interessa niente delle tue allergie o del fatto che a te in questo momento serve un fermaglio: il suo scopo non è farti felice, ma vendere i suoi anelli.

      Può questo chiamarsi scambio? Può chiamarsi comunicazione?

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  2. Mi riservo di entrare nel merito del tuo post con più calma (tra litigi con colleghi bastardi e faticosissime quanto snervanti riunioni condominiali non ho tempo manco per respirare) mi permetto un OT, ancorandomi alla frase “Se rimandati o bocciati, i genitori si trovano a dover fare il predicozzo ai propri figli”… cioé, in che mondo vivi?
    I genitori che sgridano o riprendono i figli? Ma quando mai… oggi lo sport più diffuso è il “dagliaddossoallinsegnantefannulloneterrone”…

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    • @Kalos: come al solito, cogli impietosamente il punto. E’ così, si è passati dal maestro che aveva sempre ragione, anche quando umiliava il bambino, lo bacchettava ingiustamente e lo mortificava davanti a tutti, al “mio figlio ha sempre ragione, è il maestro che non capisce niente”, che si è trasformato in una voragine per la scuola e l’istruzione e una fabbrica di piccoli (grandi in futuro?) delinquenti e analfabeti arroganti e prepotenti.

      Non tutti però sono così, e c’è anche qualcuno che vede nel figlio atteggiamenti che non vanno e vorrebbe correggerli: spesso però non riesce a risalire alla vera causa di questi atteggiamenti, e soprattutto invia messaggi non sentiti: per esempio, un genitore che non ha mai voluto studiare, pluribocciato, fruitore della nostra tv spazzatura che non legge una riga di niente da quando ha lasciato la scuola, che credibilità vuoi che abbia quando invita un figlio a studiare?

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  3. Thomas Gordon ? “Chi era costui” ?
    Non lo conosco, nè l’ ho mai sentito nominare !
    Ma…….! mi permetto di osservare con voce sommessa : costui, non avrebbe fatto meglio, anzichè tabulare una nuova sfilza di Comandamenti dal Sinai della ‘Comunicazione Efficace’, ricordare il semplice, modesto invito ( a se stesso e agli altri ! ) di Spinoza : “Actiones Hominum, non ridère, neque lugère, sed cognòscere” ? Bastava tradurlo così : “Nelle comunicazioni, non compiangere o deridere chi comunica, ma sforzati di comprendere ciò che ti sta comunicando” !
    Francamente, mi sembra un concentrato più esaustivo, meno ingombrante di quello tabulato, ‘indosando la gualdrappa di esperto e moderno ‘comunication’s teacher’, dal buon Gordon !

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    • @Bruno: “sforzati di comprendere ciò che ti sta comunicando”: m’hai detto “scànzete!”, il problema è tutto lì!
      Magari Gordon cerca di essere un po’ più esaustivo, anche se indubbiamente il succo del discorso non è null’altro che quello.

      Inoltre, il corso Gordon prevede esercizi di simulazione (odio chiamarli “role playing!”), perché un conto è la teoria, ma quando siamo chiamati a mettere in atto tutte le dissertazioni e filosofie, ci rendiamo conto che non è così immediato.

      Io per esempio ho il pessimo vizio di interrompere le persone mentre parlano, nel momento in cui ho capito benissimo il concetto espresso; a me sembra di far loro un favore a fargli risparmiare tempo, voce e fatica a sciorinare tutta la pappardella laddove il concetto mi è chiarissimo. Solo nei giochi di simulazione, quando sono stata io a essere interrotta, mi sono resa conto quanto fastidioso possa essere, e quanto possa essere vissuta come una microviolenza.

      Diverso è il caso dei discorsi che s’intrecciano, capita con miei amici di interromperci reciprocamente per inserire una parentesi, poi però il discorso si riprende e viene felicemente portato a conclusione.

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  4. Non è così facile come una forse lo era una volta.
    Personalmente non ho dato la colpa ai prof perché è sempre stato evidente che se uno non studia raccoglierà di conseguenza.
    Ma la pressione esercitata e la tensione che ne è scaturita per mesi non ha aiutato il rapporto genitori/figlio e la distanza si è allungata.
    A volte credo che la conseguenza delle proprie azioni sia più che sufficiente come ‘punizione’ al proprio agire, o meglio al non agire (studiare).
    Non serve altro, se si è convinti che la semina comunque c’è stata non sempre predicozzi, punizioni, divieti e quanto altro sono la soluzione migliore.
    Questo è il mio pensiero e nessuno mi convincerà del contrario.
    Mio figlio è stato bocciato perché non ha studiato punto. Ha raccolto quanto ha seminato ossia nulla, non sarà un mio divieto punitivo a renderlo consapevole di ciò più di ripetere l’anno in una classe diversa in una scuola diversa ricominciando da “bollato” come bocciato!

    Mia figlia ha avuto un debito ingiusto, ne sono certa, ma a lei ho detto che la prof stimandola molto, ha voluto con questo suo atteggiamento dimostrarle che crede in lei e bla bla bla, perché ho voluto che mia figlia non prendesse la cosa come antipatia nei suoi confronti, ma obiettivamente mentirle non è stato facile!

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    • @Polly: tuo figlio è stato bocciato perché non ha studiato. Ma perché non ha studiato? L’errore più grande che l’uomo tende a commettere è il concentrarsi sull’effetto piuttosto che sulla causa. Tuo figlio non ha studiato perché non gli andava, e hai presente che razza di tortura sia studiare qualcosa che non si ama, che non ci interessa (come pure, ahimé, fare un lavoro che non ci aggrada!)?

      Lo sai che un lettore di questo blog ha ripreso gli studi sulla spinta non di predicozzi, ma dell’amore per lo studio che io esternavo? Che a ventisetteanni aveva la licenza media e ora sta sostenendo gli esami di maturità e ha una voglia matta di continuare con l’Università? Lo sappiamo tutti che la molla universale è la motivazione, ma poi sembriamo dimenticarcene. Cos’è che interessa a tuo figlio? C’è qualcosa di sano su cui potrebbe concentrare la sua passione? Forse vale la pena di parlarne con lui.

      Per quanto riguarda tua figlia, sei sicura di aver fatto bene a distorcere la realtà dandole questa interpretazione (non dimentichiamoci che l’interpretazione, anche indiretta, è una delle barriere della comunicazione). Secondo me, se l’insegnante è ingiusta, è bene che sia chiaro e palese, perché non c’è nulla di peggio che non ci venga riconosciuta un’ingiustizia che abbiamo subito.

      Tu dici che mentirle non è stato facile. Forse, neanche utile.

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  5. Nonostante la nostra società ci spinga sempre più verso un arrivismo sconsiderato che ci porta a privilegiare l’interesse individuale su quello collettivo, ci sono ancora – come suggerisci e, direi, per fortuna – genitori che hanno la forza di vedere nei propri figli esseri umani e non semidei che mai sbagliano.
    Certo, bisogna saper far arrivare il messaggio… poi, per il resto, come diceva e dice mia madre “Fa quel che padre dice, non fare quel che padre fa”.
    P.S.: non ho il corrispondente in lingua madre 😉

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    • @Kalos: io la conoscevo come “Fate quel che il prete dice e non quel che il prete fa”, ma insomma, il riferimento all’incoerenza è chiarissimo in entrambe le versioni.

      Comunque è vero, i genitori sono più propensi a vedere i torti che i figli hanno nei loro confronti piuttosto che nei confronti di altri, alla faccia dell’educazione civica e alla socialità: e quante concessioni fanno i genitori per placare sensi di inadeguatezza e di colpa!

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  6. Pingback: Punti di vista « Adolesco

  7. Non è così facile come forse lo era una volta.
    Personalmente non ho dato la colpa ai prf perché è sempre stato evidente che se uno non studia raccogliierà di conseguenza.
    Ma la pressione esercitata e la tensione che ne è scaturita per mesi non ha aiutato il rapporto genitori/figlio e la distanza si è allungata.
    Sono convinta che la conseguenza delle proprie azioni sia più che sufficiente come ‘punizione’ al proprio agire, o meglio al non agire (studiare).

    Non serve altro, se si è convinti che la semina comunque c’è stata non sempre predicozzi, punizioni, divieti e quanto altro sono la soluzione migliore. Questo è il mio pensiero e difficilmente qualcuno mi convincerà del contrario.

    Mio figlio è stato bocciato perché non ha studiato punto. Ha raccolto quanto ha seminato ossia nulla, non sarà un mio divieto punitivo a renderlo consapevole di ciò, più di ripetere l’anno in una classe diversa, in una scuola diversa ricominciando da “bollato” come bocciato.

    Mia figlia ha avuto un debito ingiusto, ne sono certa, ma a lei ho detto che la prof stimandola molto, ha voluto con questo suo atteggiamento, dimostrarle che crede in lei e bla bla bla, perché ho voluto che mia figlia non prendesse la cosa come una antipatia nei suoi confronti, ma obiettivamente mentirle non è stato facile!

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  8. Il problema è sempre quello, e Gordon, a mio modestissimo parere ( che poi il mio, ad essere sinceri, è il parere di un ‘pessimo esperto’ della “comunicazione efficace” ), ha scoperto “l’ acqua calda” !

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  9. La tortura la capisco ma ahimè su quello non transigo! Uno straccio di preparazione necessita, le capacità ci sono tutte ed anche di più!

    Su mia figlia il mio mentire non è stato per la prof ma solo pensando a lei, non
    volevo che prendesse in antipatia una materia!
    Per cui si è stato difficile ma utile.

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    • Non so, non sono convinta. Secondo me la materia la prende in antipatia lo stesso. Forse invece, se riuscisse a scindere la materia da chi gliela sta insegnando in questo momento sarebbe molto meglio.

      Per quanto riguarda tuo figlio invece, non ricordo i termini della questione: mi pare che stia alle superiori, vero? Quindi dovrebbe già essere un indirizzo che lui ha scelto, giusto?

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  10. Terzo liceo scientifico per l’esattezza, sul ‘capitolo’ scelta be diciamo che ha idee confuse da sempre!
    E continua ad esserlo non sapendo ancora bene cosa vorrebbe dalla vita!
    Ma alla sua età pochi ne sono convinti e hanno già chiaro tutto, lui rientra tra le coloro che amano le scienze confuse e non è una battuta!!!!

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  11. La capacità di scindere come ipotizzi tu è alquanto difficile quando a questa età sei portato ad amplificare tutto e a vedere i professori come i tuoi nemici non certo come alleati, e la materia che essi insegnano come la loro bandiera, per cui riconfermo che nel caso di mia figlia è servito.
    Il che non vuol dire che ora amerà questa materia che comunque fatica ad interiorizzare (trattasi di fisica) ma che non la affronterà da nemica!

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  12. Concordo con ‘diemme’, quando dice : “Secondo me la materia la prende in antipatia lo stesso. Forse invece, se riuscisse a scindere la materia da chi gliela sta insegnando in questo momento sarebbe molto meglio” .
    Non tutti noi siamo stati ‘portati’ a tutte le materie ! Escludendo i ‘geni’, normalmente si è sempre verificato che uno studente amasse più una materia anzichè un’ altra . Non c’ è dubbio che una materia gli piaccia di più se l’ Insegnante gliela fa amare di più, grazie alla sua conoscenza specifica della disciplina, alla sua capacita di ‘saperla esternare’ agli studenti in modo chiaro ed alla simpatia umana che ispira .
    Questa dovrebbe essere la normalità . Ma se si incappa in un Insegnante che sia ‘insufficiente’ in due di queste qualità ( soprattutto in quella di ‘saper esternare’ in modo semplice e chiaro ) o addirittura in tutte e tre ( capita spesso anche questo, nella scuola attuale ! ) e che, per di più, mascheri queste sue lacune con una severità eccessiva e fuori luogo, nasce nello studente un rifiuto della ‘materia’ in quanto la identifica con il Professore . A questo punto, o si cambia Insegnante ( e questo è assai difficile farlo ) o si aiuta lo studente a ‘sdoppiare’ la materia da chi gliela insegna . Ed è qui che occorre aiutare lo studente con mezzi appropriati, considerando che, in fondo, tutte le discipline – se insegnate con passione e semplicità – sono affascinanti . Parlo ovviamente dal punto di vista della mia esperienza di ‘Insegnante’ che ha ‘insegnato privatamente’ ( io facevo un altro mestiere ! ) a ragazzi di ogni età sia le materie umanistiche ( Latino e Greco ), sia quelle scientifiche ( Matematica e Fisica ).

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    • Già. Io gliel’avrei messa più come sfida. La mia reazione sarebbe stata ” ‘sta s£$%&, ora gliela facciamo vedere chi sei tu e chi è lei. Metticela tutta, che a settembre la devi stendere. I professori che stanno con lei in commissione la devono guardare pieni di interrogativi per la brillante studentessa che quell’incapace ha rimandato a settembre”.

      Con mia figlia si può dire che finora non ci sia stata occasione, ma su me stessa, sul lavoro, questo sistema l’ho adottato, e in molti hanno dovuto abbassare lo sguardo: e una volta che una materia le ha dato la possibilità di prendersi una simile soddisfazione, vedrai che l’amerà. Tra le altre cose, si ama ciò che si conosce e se lei, sia pure per tigna, avrà studiato la materia eccellentemente, alla fine ci avrà fatto pace, e non solo.

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  13. Il discorso della sfida c’è stato lo stesso una non ha escluso l’altra e il “glielo facciamo vedere noi a settembre” è stata la prima cosa detta!
    Del resto tutti i prof le hanno manifestato appoggio quindi li da che questa prof ha esagerato!
    Per cui siamo già pronti alla sfida, ma non prima di metà agosto prima le ho “ordinato” di riposarsi!

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    • Forse metà luglio sarebbe meglio… si sarebbe comunque riposata oltre un mese, e non si troverebbe affogata all’ultimo momento. Oltretutto, prima comincia meno ha dimenticato ciò che ha studiato durante l’anno, e così ne sarebbe agevolata.

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  14. Quella della “sfida” è una buona strategia ma va usata, secondo me, con attenzione.

    Mi sta bene quando la sfida la gioco con me stesso, quando la sferzata di energia che ne dovrebbe risultare è indirizzata ad accrescere comunque la mia sutostima.

    Non sono del tutto d’accordo quando la motivazione è centrata sulla brutta figura da far fare ad una terza persona o comunque è un guanto di sfida lanciato ad altri.

    Sposta il problema sugli altri, che è un modo di costruirsi degli alibi, e genera competitività che, in giusta dose è positiva ma potrebbe diventare il nocciolo della motivazione stessa.

    Best regards 🙂

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    • Caro Bali, sempre interessanti le tue riflessioni. Ammetto che nel mio invito era implicito un “far fare brutta figura”, ma nel senso di schiaffo morale, e certo non intendevo che nella vita debba rappresentare un obiettivo mortificare gli altri; le persone veramente valide non hanno bisogno, per far belle se stesse, di far brutti gli altri: è la luce di una candelina che ha bisogno che si spenga tutto per essere vista, non quella del sole.

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  15. Conoscendo un po’ meglio ‘Donna&Madre’, le sue intenzioni mi sembrano più che accettabili, umanamente più che comprensibili .
    Concordo tuttavia con @Balibar quando dice : “Non sono del tutto d’accordo quando la motivazione è centrata sulla brutta figura da far fare ad una terza persona o comunque è un guanto di sfida lanciato ad altri” . Poichè ritengo, a mio precario e confutabile giudizio, che il nostro agire ‘a difesa’ debba sì risolvere gli intoppi o gli attacchi ( contro noi stessi, contro le Persone che più amiamo, contro i nostri Figli ) che ‘miserabili invasori’ ci abbiano rivolto, ma questa azione difensiva si dovrebbe esprimere con una nostra azione contraria che faccia crescere ‘anche’ gli attaccanti, con una forza che diventi essa stessa ‘luce’ che rischiari, per tutti ( noi compresi ! ), il buio cupo indotto dalla nostra o dall’ altrui miserabilità . Non ha senso alcuno ( se non a caricare il nostro orgoglio, e questo è ‘positivo’ se, come aggiunge @Balibar, viene immesso ‘in piccole dosi’ ) un partire nostro veemente e fiero con un “glielo/la faremo vedere noi”, “gli/le impartiremo uno ‘schiaffo morale’ che…”, ed altre vanità del genere ! Maggior significato e peso avrebbe il “crescere nostro comunque e a prescindere” e, soprattutto il “far crescere anche l’ attaccante” attraverso il nostro ‘nudo’, virtuoso comportamento .
    Lo sò, lo capisco bene, che questa è una “sfidua ardua”, complessa, di difficilissimo lancio ( carne umana e deperibile siamo ! ) .
    Ma se consideriamo, attentamente e per un attimo ‘sdimenticandoci’, che tra un ‘infinitesimo di tempo’ svaniranno le nostre e l’ altrui esistenze, le nostre intenzioni ed orgogli, tutto !, “e senza lasciare la benchè minima traccia” quando tutto sarà finito su questa landa che ‘ora’ calpestiamo immemori, quella sfida scoscesa ci apparirà l’ unica che, ad onta della stessa nostra fragilissima caducità, ci consentirebbe quell’ osare di “affacciarci all’ infinito del tempo, pur sapendo che, oltre il presente, non ci è possibile andare” , che ci sussurrò recentemente l’ impareggiabile @Spaziocorrente !
    Sarà che mi piacciono le ‘sfide impossibili’, sarà che non posso mai ‘sdimenticare’ la mia debolezza e vanità riflesse in quelle altri, sarà che a ben vedere esiste un’ unica malattia inguaribile ( l’ esistenza e il vivere ! ), mi attira non poco quella sfida !

    P.S. mi si perdoni l’ eventuale sensazione di malinconia, è il tempo infame che incombe, è la vita che sento !

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    • Beh, uno degli effetti dello schiaffo morale sarebbe proprio la crescita dell’altro, per l’appunto non è di schiaffo materiale che stiamo parlando. Io ho fatto mio quel meraviglioso detto che recita:

      “Una pacca sulle spalle dista solo poche vertebre da un calcio nel sedere, ma arriva molto più lontano”

      pur tuttavia, se la comprensione, l’empatia, la complicità hanno un potere enorme su di noi e sul nostro prossimo, credo che a volte sia necessario sbatterci la testa per capire situazioni e stati d’animo, la crescita dell’individuo passa spesso attraverso una perdita, che a volte sembra l’unico mezzo che ci fa rendere conto di ciò che avevamo, e si matura e forse soprattutto attraverso piccole frustrazioni, come tra l’altro affermato nell’interessantissimo libro di Phillips Asha “I no che aiutano a crescere”.

      Le parole, a volte, rischiano di rimanere solo parole, con valore evocativo ma non dimostrativo, e ci sono cose che non si possono descrivere (hai mai provato, per esempio, a descrivere la fame?).

      Che c’entra tutto questo col nostro discorso? Ecco, quando uno studente vuole dimostrare all’ingiusto insegnante di avere sbagliato ad esprimere un giudizio negativo, e lavora sodo per dimostrarlo, non può essere negativo. Anche se quello che vuole è anche mettere l’insegnante in imbarazzo quando messo davanti al suo torto, è comunque un messaggio costruttivo, non stiamo parlando di un bullo che gli va a graffiare la macchina o a bucare un pneumatico per fargli vedere chi è lui (che per l’appunto, dimostrerebbe di essere nient’altro che un bulla, da cacciare dalla scuola più che da rimandare).

      Lo schiaffo morale non è una vanità sterile, è una riaffermazione costruttiva della nostra autostima e del nostro valore reale.

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  16. Ed infatti, lo Studente che lavora sodo ( e magari senza un eccessivo “glielo farò vedere io !” o “schiaffeggiar morale o fisico che sia”, ma con un più motivante ‘forse ha ragione lui, mi conviene forse studiare di più’ ! ) è estremamente positivo !
    Se poi l’ Insegnante ha preso in antipatia lo Studente e vuol continuare a prevaricare, esistono le sedi opportune ( sì, anche nella sgangheratissima Scuola Italiana esistono ) per presentare ‘ricorsi e lagnanze oggettive’, sedi atte ‘a dar ragione a chi ne abbia’ ! Sono situazioni che ho già visto ‘concretamente’ da vicino, dolorose sì, ma perseguibili con gli strumenti di legge !
    Giustamente tu affermi che “la crescita dell’individuo passa spesso attraverso una perdita, che a volte sembra l’unico mezzo che ci fa rendere conto di ciò che avevamo”, carissima, e tenace, ‘diemme’ ! E’ proprio questo intento, che mi spinge sempre a voler “Crescere in Diminuendo” nel confrontarmi con gli altri, riuscendoci a volte, ed altre nò . Ma questo vale sempre e per tutti : non c’ è un obiettivo finale da raggiungere ( e quale sarebbe poi ? ), ma ‘un cercare sempre’ di salire .
    Ti ringrazio comunque delle tue palole che “hanno tolto qualcosa in perdita, ma qualcosa hanno aggiunto in crescita” .
    Resto tuttavia del mio ( opinabilissimo ) parere !

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  17. Salve a tutti, vorrei dare la mia testimonianza riguardo un grosso cambiamento nella mia vita, avvenuto grazie al contatto con questo prezioso blog, e in particolare con la splendida persona che ne e’ l’amministratrice. Inizio dicendo che con la scuola, in passato, ho avuto un rapporto conflittuale (come la maggior parte dei ragazzi) in cui solo alcune materie riuscivano ad attirare la mia attenzione; poi la mia immaturita’ interiore e i tanti problemi a casa fecero si’ che l’unico titolo di studio che mi ritrovai in mano era la terza media. Cominciai a lavorare e feci tanti lavori umili e malpagati in cui imparai qualcosa in piu’ sulla casta chiamata “datori di lavoro”, ma allo stesso tempo mi appassionai alla lettura (non di riviste…) e mi riavvicinai a tutte quelle materie che odiavo tanto, cambiando di parecchio i miei punti di vista; il tempo passava e,tra un lavoro e un problema gli anni scivolarono via,quindi mi ritrovai a 26 anni a passare di qui….e il mio piccolo mondo cambio’! Cominciai in modo incerto a commentare i post di Diemme, che toccavano temi cari ad ogni persona,e ad osservare rapito la saggezza che percepivo sia da lei che dagli ormai mitici componenti della famiglia Diemmesca; inoltre ho trovato in Diemme e in Nunzy due splendide amiche, che mi hanno incoraggiato sempre, specie quando decisi di riprendere gli studi. Ricordo che leggendo le tante imprese compiute da DM nella sua vita, mi colpi’ la sua cultura e la sua profonda conoscenza del mondo e delle persone, e cominciai a chiedermi: “anch’io ho sete di conoscenza, ora mi sento maturo per affrontare un rientro a scuola, e pazienza per le considerazioni negative, Diemme crede in me e mi incoraggia,e pure io credo in me stesso….percio’ sotto con questo percorso, e vediamo come va!!”….sono passati due anni, e a settembre comincio la quinta scienze sociali; i voti sono buoni, i prof mi stimano e mi incoraggiano nel proseguimento degli studi, e dopo la maturita’ vorrei iscrivermi alla facolta’ di psicologia,anche se la filosofia e la storia mi attirano ugualmente. Per tutto questo devo dire grazie alla persona che ha scritto questo post, che mi ha fatto capire che le persone piu’ splendide e miracolose si incontrano nei modi e nei momenti piu’ inconsueti…..GRAZIE MA’ 😉

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    • Caro Kinjo, è inutile dire che la tua testimonianza mi ha commosso. Non sutpito, perché queste tue parole me le hai ripetute tante volte in privato, insieme a tante altre testimonianze di vita, una vita decisamente impegnativa, non facile da conciliare con la ripresa degli studi: eppure ce l’hai fatta. Sì, voglio pensare che abbia contribuito il non sentirti solo, perché a volte è proprio questo che frena delle persone che la forza di andare avanti ce l’avrebbero, il sentirsi sole.

      Io credo che il confronto umano, che alla fine diventa un gruppo di autosupporto che si forma spontaneamente, sia di grande aiuto per tutti. Se si hanno dubbi, paure, remore, non rimuginarle tra sé e sé, ma avere con chi condividerli, che magari ci darà un’altra chiave di lettura e la possibilità di guardarle da un’altra angolazione.

      Della bella famiglia Diemmesca, non ritrovi tutto, ma credo che sia così anche nella vita reale: ma la zia Nunzy è qui, Engel e Piemme ci sono, Raggio di Sole pure ogni tanto trova il modo di riaffacciarsi, e non ci fa mai mancare sue notizie ma… ma tu hai toccato un concetto importante, che io sempre ribadisco: le persone s’incontrano nei modi e nei momenti più inconsueti, per scambiarsi un messaggio, a volte un dono. Poi possono proseguire insieme per un percorso più o meno lungo, oppure separarsi per sempre: ma questo nulla toglierà mai all’importanza di essersi incontrati.

      Kinjo, non so se ce la farò per il diploma, ma alla tua laurea voglio essere presente in prima linea, e giuro che non ti farò sfigurare!

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  18. Ora mi commuovo io pero’…..per la laurea, che e’ il traguardo piu’ importante, sarei veramente felice di averti vicina, credimi ne sarei onorato a vita !!! Un abbraccio forte 🙂

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  19. Interessante, ma a parte l’ascolto attivo, che é importantissimo, ci sono tante indicazioni su cosa “non” fare e nessuna su cosa fare, il che porta il nostro cervello ad un blocco dell’azione…. Potete quindi dire cosa si può fare nella comunicazione? Grazie! Roberto

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    • @Roberto: posso darti solo una mia opinione, cosa cerco io nell’ascolto. Intanto, chi ascolta, dovrebbe partire dal presupposto che chi parla ha qualcosa da dire. Sembra scontato, ma non è così, pare che quando una persona parla l’interlocutore stia lì a battere i piedi impaziente o picchiettare per poter finalmente replicare e dirle che sbaglia e come invece deve fare. Tante volte, dalla risposta, capisci che l’interlocutore non ha sentito una parola di quello che hai detto. Vuoi un esempio?

      Una volta riuscii a portare il padre di mia figlia in un consultorio familiare, da una psicologa dell’età evolutiva per l’esattezza, facendo passare il bisogno come bisogno di mia figlia, mentre era il suo modo di rapportarsi a noi, a me, di invadere la mia casa, la mia vita, e i miei spazi quello che era in discussione.

      La “psicologa” sentenziò: “Vede signora, la casa che avete costruito insieme, in cui ha abitato, è normale che lui, anche dopo la separazione e l’allontanamento, continui a sentirla come sua”.
      Peccato che io la casa me la sono costruita da sola, anni e anni prima di conoscerlo, che lui non ci abbia mai abitato e che lo spazio per lui e per le sue cose non sia mai stato previsto: e quella era una psicologa? O una cretina che ripetava a macchinetta le sue formulette, indipendentemente dalla situazione che le veniva rappresentata?

      Per ascoltare una persona bisogna, per l’appunto, ascoltarla, tutto qui. Ascoltare lei, risparmiando le propre proiezioni, semmai chiedendo chiarimenti se non capiamo, ma senza dare per scontato che la sua vita sia la nostra: direste mai a un barbone, sdraiato sui cartoni a morire di freddo “Ma dovresti coprirti, fa freddo!”? Eppure coi nostri interlocutori lo facciamo così spesso, vogliamo misurare i litri col metro, siamo arroganti nell’ascolto, e ben poco empatici.

      Quando una persona ci rappresenta un problema che per lei è importante, a volte diamo per scontato che sia una boiata, minimizziamo: ho detto cosa non fare e non cosa fare? E’ facilmente deducibile cosa fare, dare ai problemi delle persone l’importanza che hanno, anche se per noi non ce l’hanno: non è la nostra situazione in discussione, ma quella di chi si sta raccontando.

      Rompersi un dito per un pianista non è la stessa cosa che per un consulente finanziario: la persona che ci sta parlando è una persona, ed è altro da noi.

      Hai presente la famosa frase “Io al tuo posto…”: tu non sei al suo posto. Puoi anche esprimere cosa faresti al suo posto, è normale conversazione, ma in quel momento non stai ascoltando, non stai consigliando, non stai accogliendo, stai semplicemente parlando di te, esprimendo una posizione che nulla aggiunge e nulla toglie alla situazione dell’interlocutore.

      Cosa fare ancora? Discutere per capire, non per imporre la propria idea: noi possiamo difendere la nostra idea, ma se non ci sforziamo di capire le posizioni dell’altro – senza necessariamente condividerle -, il nostro è un monologo, che con l’ascolto non ha nulla a che vedere: ancora una volta, ascoltare sul serio, non per cercare l’appiglio alla replica, non per cercare “l’errore” dell’altro, ma per capire.

      Forse il “E perché non…?” oppure “Hai provato a…” potrebbero portare l’altro a guardare in se stesso, interrogarsi, capirsi, trovare quella soluzione che solo lui conosce, perché solo lui sa quello che prova e quello che davvero vuole. Il “devi fare così” non aiuta nessuno, impartire ordini non è ascolto, il “ma dai, non è niente” no aiuta nessuno, ignorare un problema non è ascolto, buttarla a ridere non è ascolto se ti dico che mi devono amputare una gamba non puoi rispondermi “Dai, risparmi sulle scarpe!”, che così tutt’al più mi ispiri il raptus omicida.

      Ascoltiamo gli altri tenendo presente che ci stanno dicendo qualcosa, anche se forse non nella forma più comprensibile, e che la sua vita non è la nostra, il suo carattere non è il nostro, la sua storia non è la nostra, etc. etc. etc.

      Spero di aver chiarito qualche tuo dubbio.

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