Archivio | ottobre 2009

Lo scandalo fuori di noi

edizione straordinariaEccomi qui. Sto sorseggiando il caffè e ascolto la radio. Arriva il notiziario, danno una notizia specificando “l’allarme ha allarmato… “: e certo che l’allarme ha allarmato, che volevi che facesse, tranquillizzasse?

Ma così povera è la nostra lingua? Considerate che quelli sono testi scritti, perché se andassero “a braccio” sarebbero pure giustificabili.

Ora, quanto guadagna un giornalista, a parte il prestigio di essere per l’appunto tale?

Potevano dire “La notizia ha provocato allarme… ” , oppure “l’allarme ha fatto scattare immediati controlli” o che so io, ma quando leggo “L’allarme ha allarmato” non posso fare a meno di pensare a quanto qualcuno sia stato pagato per scrivere una chicca del genere. 

Seguono le vicende Marrazzo (e chi se ne frega), col balletto “è colpa di Berlusconi”, nel contempo l’ala destra del Paese suona il valtzer “è colpa della sinistra”, e mentre le nostre rappresentanze politiche si cimentano in questo simpatico duetto, al popolo italiano arrivano da tutti i Paesi del mondo, e da tutti i settori dell’Italia stessa, casse di cetrioli, e sta al popolo trovare per tutti questi ortaggi un posto consono.

Ieri, per strada, ho incontrato due signore e mi sono infervorata nel discorso: più o meno dicevo che non me ne importa un fico secco con chi scopa Marrazzo e con chi Berlusconi, che voglio che chi ci governa ci metta in condizioni di vivere, che la gente non sia costretta a emigrare perché non ce la fa a pagare l’affitto, che non si debbano aspettare mesi per una risonanza, che si possa passare per la strada con carrozzini, passeggini e sedie a rotelle senza trovare sempre gli scivoli occupati dai parcheggiatori selvaggi, che centinaia di passeggeri che viaggiano in autobus non debbano essere bloccati sempre dagli stessi incivili parcheggiatori che bloccano le curve, E NESSUNO INTERVIENE, neanche se si trova a passare una squadra di vigili. 

Questo è il Paese in cui nessuno interviene. Questo è il Paese dove chi non rispetta le regole del vivere civile può contare sull’impunità.

Questo è il Paese in cui un ragazzino di undici anni può chiudersi nel bagno della scuola a fumarsi le canne coi compagni, e nessuno interviene.

Questo è il paese della resa, della rinuncia alla responsabilità personale, e le canzoncine canticchiate dalla destra “è tutta colpa della sinistra” e dalla sinistra “è tutta colpa della destra” rappresentano degnamente tutto ciò.

E mentre fuori degli ospedali la gente muore perché non ha trovato un posto, e mentre a chi l’ha trovato viene tagliata la gamba sbagliata, o trapiantata una valvola cardiaca che si fermerà all’improvviso per difetto di fabbrica, le testate dei giornali e le nostre personali caselle di posta vengono riempite da “nuove scoperte”, considerazioni e opinioni sulle scopate di Berlusconi e di Marrazzo.

Francamente, me ne infischio.

(Dimenticavo, mentre parlavo intorno a me si era formato un crocchio, che alla fine della concione mi ha applaudito: che dite, mi presento alle elezioni? Ma poi, se vinco, con chi copulo? 😯 )

Amica mia…

Ho sempre sentito l’istinto a esserti vicina, ma non so se ci sono riuscita. Avrei voluto che ti potessi cibare anche della mia esperienza, per alleviarti il dolore, ma non sono riuscita, forse, a darti molto.

So che stai male, e non so che darei perché non fosse così. Vorrei dire a qualcuno “aiutami ad aiutarla” ma, ormai l’abbiamo capito, qualcuno non c’è.

Dobbiamo farcela coi nostri mezzi, ce la farò a darti qualcosa? Ce la farò a non farti chiudere in te stessa, a farti ancora parlare con noi? Ci regalerai quel tuo coraggio che vivi come paura, e quella forza che vivi come debolezza?

Resto in silenzio, e aspetto che tu mi parli. Non mi muovo, non ti forzo. Non so se la tua coerenza, il tuo realismo, ti saranno d’aiuto o d’intralcio.

La tua intelligenza, la tua sensibilità, la tua coscienza, d’intralcio ti saranno comunque.

Prego, ché è l’unico modo in cui ti posso aiutare adesso. So che è un buon modo. So che riuscirà.

All’erta siam razzisti #2 (by Valentino)

scritta razzista contro rumeni

Scritte razziste a Primavalle, 27 gennaio 2009, foto Franceschi

Cara Diemme.

Una volta mi hai chiesto di raccontarti qualche storia di razzismo subita. Ho pensato a lungo se farlo o no. Sai, penso che a nessuno piace quando la sua nazione è giudicata in negativo. Ed io, raccontando tali episodi, non farei altro che mettere in vista tutto ciò. Anche se… a volte… mi sono posto la fatidica domanda “gli italiani sono razzisti?”. Ma quando penso ai italiani, mi vengono in mente tutti i miei amici, colleghi, conoscenti. Allora la mia risposta è per metà – NO. L’altra meta è…. sempre un NO. Ma questa non viene dalla mia coscienza di una verità chiara. Piuttosto è una risposta di paura davanti ad un riscontro contrario. Cioè – in poche parole – ammettere il razzismo italiano mi spaventa troppo.

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…. esci fuori da là, Vale, tu non ti rendi conto quanto sei stato sfruttato in questi quattro anni. Vieni qui, a Piacenza, e farò di tutto per farti avere un lavoro dignitoso… che meriti. Non capisco, come un ragazzo cosi capace e intelligente si può accontentare di una vita misera come quella che vivi? Non è questa l’Italia, la devi conoscere.

Erano le parole di Cristina. Anno di grazia 2002.
E ho dato retta alle sue parole. Ho mollato quel mondo…. brillante e affascinante per quelli che lo vedono da fuori, ma miserabile ed affaticante per quelli che vivono dentro. Un mondo di nomadi maledetti, dove oggi costruisci e domani demolisci. Il mondo del circo.

Ed eccomi evaso. Anche se mi trovavo da anni in questo Paese, mi rendevo conto di non saper quasi nulla su di esso. Come vive la gente, le abitudini, la cultura, le tradizioni. Ma ero carico. Volevo conoscere tutto. Non mi bastava imparare soltanto la lingua. Volevo integrarmi. Non per una sorta di “sentirmi italiano”, oh no, ma mi rendevo conto che per capire la maggior parte delle cose, dovevo pensare “come un italiano”. Mi sentivo come una spugna…. che succhia assetata tutto intorno a sé. Poi devo dire che ero meravigliato. Scoprire un nuovo modo di pensare, di mentalità, paragonarlo con quello che ero io, le mie mentalità, mi dava una certa soddisfazione. Una certa carica. Sembrava tutto perfetto, e avevo l’impressione di aver conosciuto gran parte di quello che non capivo prima. Ma era soltanto un’impressione…

Un giorno qualsiasi di ottobre. Stesso anno, 2002. Erano passati alcuni mesi da quando stavo con Cristina.
…… guarda Vale, una festa. Ti va di mangiare uno spiedino? Dai, andiamo dentro.
Ero già stato ad alcune feste, sapevo che si mangia, si balla e si ascolta la musica autoctona (valzer, tango, etc). Non sapevo ballare liscio, ma chi se ne fregava. Era così bello guardare gli altri….
Stavolta pero c’era qualcosa di differente. All’ingresso, tanto di poliziotti. Che ci guardavano col sospetto. Poi un sacco di bandiere. Verdi. Dentro un tendone si sentiva la gente come mormorare o applaudire. Cristina si fermò all’improvviso.
– E’ un raduno questo, Vale…il raduno della Lega
– Allora?, ho chiesto io ignaro, e senza il minimo delle conoscenze sulla politica italiana
– Beh, non so se ti piacerà
– E perché non dovrebbe piacermi? Non ci sono forse spiedini? Non canta la musica?
– Ci sono, caro, ma…. e dai, forse è meglio che lo capisci da solo. Andiamo dentro.

Entrati dentro, ci siamo seduti ad una tavola in centro. Ho capito che si parlava politica. Su palco, un certo Bossi parlava agitando il pugno. Cristina (sapendo chi è) ci provò a distrarmi dalle sue parole.
– Andiamo a prendere spiedini e vino?
– No, vai tu, io ti aspetto qua, sono curioso cosa dice.
– Come vuoi…

E se ne andò. Rivolsi l’attenzione verso l’oratore. Non so quanto passò, ma ad un certo punto, ascoltando quello che parlava, mi resi conto dove mi trovavo. Avevo la visione dei film di nazisti che si radunavano. E mi sentivo come un topo tra i gatti. Girai la testa e ovunque vedevo volti pieni di odio, di rabbia. Gridavano e urlavano…. Contro quelli come me. “Ma che .azzo sto facendo io qua? E’ l’unico posto dove non dovrei essere”. La paura dentro di me combatteva con la rivolta. Avrei voluto alzarmi, andare a quel palco e gridare a tutti che io sono uno di quelli di cui loro parlano male. Che, anche se non italiano, sono come loro. Ho due mani, due gambe, e un cuore. Niente di diverso. Ma il panico mi impediva di farlo. Era più forte. Guardavo quella donna, vicino a me. Sembrava una donna normale, intorno ai cinquant’anni. Ancora bella. Assorbita dalle parole dell’ “onorevole”, gridava “fuori, fuori tutti!”. RAZZISMO. Ecco, la cosa che non lavevo ancora capita. La gente che si crede superiore soltanto perché ha un’altra denominazione sulla riga della cittadinanza. Soltanto perché ha avuto la fortuna di essere nata qui, e non altrove.

E la Cristina che non tornava più. Dovevo uscire. Un senso di nausea mi afferrava lo stomaco. Mi sono alzato e, facendo sforzi di sembrare normale, uscii fuori. Avevo l’impressione che dietro di me ci fossero migliaia di occhi che mi sorvegliavano. Sapevo essere un’impressione, ma non potevo cacciarla via. Volevo soltanto vomitare. Dovevo vomitare…

Cristina arrivava sorridendo con i spiedini caldi ed una bottiglia di vino. Ma vedendomi, si fermò all’improvviso. Aveva capito….
Alzò il tappo del cesto e buttò tutto dentro. Poi mi prese un braccio e mi disse, “andiamo a casa”.
Io senza dire nulla mi feci portare da lei nella macchina. Come un bambino. Com’è ovvio, lei provò a spiegarmi come stavano le cose, e di non farci caso. Ma io la sentivo in lontananza. Il mondo, quello che avevo…. o pensavo di aver avuto, di conoscere…. era cambiato.

– Sai Cristina, forse l’Italia non è poi cosi bella….

La casa

Autore: Gianna Ossena

Ricevo una lettera da un amico, in cui mi parla della sua casa e del suo rapporto con lei. Lui, nomade per forza di cose, per destino, un po’ come me.

La casa. Mia figlia si burla di me, ma io le dico che un giorno o l’altro le racconterò cosa significhi per me la casa.

Mi fa effetto “Cent’anni di solitudine”, coi suoi racconti degli abitanti di quella casa in cui si succedono generazioni e generazioni, e l’anima di ognuno di loro rimane lì, a fare guida, compagnia, dare ascolto a chi resta. Il mio ex-marito, altro nomade per sorte, diceva che uno dovrebbe morire nella casa in cui è nato. A tante persone ho sentito dire la stessa cosa.

Mia figlia ama questa nostra casa, così minima e confusionaria, è il suo regno, la sua vita. A volte vede delle case bellissime, e non prova per esse alcun desiderio, vuole il suo nido, null’altro che il suo nido: ma quanto mi è costato questo suo nido!

Non mi sento, in questo momento, di parlarne più diffusamente, ma mi farebbe piacere un confronto con voi e, se possibile, anche con quelle persone che hanno dovuto lasciare la casa costruita con tanti sogni, insieme alla persona che amavano, e che hanno dovuto poi abbandonare con quattro cose buttate alla rinfusa in valigia.

La casa…