Archivio | 14 settembre 2009

Se il tempo fosse un gambero

Finora non avevamo credo mai o quasi mai toccato l’argomento, eppure è un sentimento forse ancora più diffuso dell’amore o della voglia di provarlo, e a pari merito con quell’invidia cui è spesso strettamente collegato: il rimpianto.

Nutrito del senno del poi (sì, proprio quello di cui son piene le fosse), facendo il bilancio, quasi per tutti insoddisfacente, della nostra vita, ecco far capolino dalla nostra memoria, giungere al centro delle emozioni e affacciarsi prepotentemente alla finestra della nostra vita, dei nostri desideri e della nostra anima lui, il tarlo più fastidioso e potente, lo sciacallo sempre in agguato: il rimpianto.

Mi fece ridere una volta una mia amica che, raccontandomi della sua adolescenza con un’amica con la quale ne combinò di tutti i colori, mi disse che il loro motto era “Meglio un rimorso che un rimpianto”.

Mi fece ridere, ma non è che concordi, neanche un po’. Tornare indietro e infrangere quel codice etico che a suo tempo, ancora idealisti, rispettammo, non credo che sarebbe mai la soluzione; credo però che qualcosa di diverso, tornando indietro, si potrebbe fare e questo senza venire a patti con coscienza anzi, per molti, l’errore è stato spesso proprio il contrario, il credere di poter fare ciò che pareva e piaceva senza che un giorno le conseguenze gli sarebbero piovute addosso, e sarebbe stato costretto a conviverci.

Insomma, tornando indietro, che cosa fareste che invece non avete fatto o, viceversa, cosa non fareste che invece avete fatto?

Beh, bisogna dividere anche le scelte passate in due categorie: quelle oggettivamente sbagliate, e quelle che si sono rivelate sbagliate ma di cui nessuno poteva prevedere l’esito.

A me spesso chiedono: “Se tornassi indietro, faresti le stesse cose?”, e io prontamente rispondo “Decisamente no”. Ma poi, considerando che la “sterzata” (in negativo s’intende) alla mia vita l’ha dato un intervento medico errato, come avrei potuto prevederlo prima?

Grande errore è stato portare avanti relazioni che erano un gioco al massacro, però anche quelle hanno portato sul piatto della bilancia esperienze importanti, anche gratificanti, formative. Se oggi ho un intuito che difficilmente fa cilecca, se la cosa che mi chiedono più frequentemente è “Ma come hai fatto a capirlo?”, “Come facevi a saperlo?”, “Ma come te ne sei accorta?”, forse è pure per quei bagni di dolore, quelle centrifughe nella vita che mi hanno portato a vederla da tanti punti di vista e oggi, tornando indietro e non facendo quelle scelte, sarei costretta a vivere nella beata ingenuità? Oddio, molte persone hanno uguale o maggiore lungimiranza, e non hanno pagato questo prezzo.

Sicuri?

Arriva un momento nella vita (e poi ritorna, e ritorna e ritorna) in cui ci guardiamo intorno e sembra che tutti abbiano fatto più di noi. Abbiamo una spiccata capacità di essere ipercritici nei nostri confronti, di focalizzare quello che gli altri hanno e noi no, che gli altri hanno fatto e noi no, che gli altri hanno concluso e ottenuto e noi no, e abbiamo una visibilità zero sul “viceversa”.

Fu proprio l’amica del “Meglio un rimorso che un rimpianto” che in un periodo della sua vita, non voleva più frequentare nessuno perché si sentiva un totale fallimento, perché le sue amiche avevano tutte più di lei, si erano sposate, magari avevano pure divorziato, spesso avevano figli, insomma, come diceve lei “avevano vissuto” e lei…

Beh lei… lei, pace all’anima sua perché non è più tra noi (forse non avrebbe dovuto pregare tanto di riuscire a fare qualcosa prima delle sue amiche! 😦 ), era una di quelle che aveva paura di “osare”, contrariamente al suo millantato comportamento nell’adolescenza. Il “non fare quello perché potrebbe andar male”, “non fare quest’altro perché potrebbe andare storto”, le avevano procurato una totale paralisi di vita.

Aveva ragione mia nonna con il suo saggissimo “Fallo e pèntete!”, (ovviamente, purché l’azione sia lecita), perché il contrario è immobilismo e non vita.